Il mulino
Dentro i mulini il grano si trasforma in farina; e con acqua e farina si fa il pane, cioè si garantisce la sopravvivenza di una Comunità.
Soliera tuttavia, sebbene al centro di un territorio agricolo, per molto tempo non ha avuto un suo mulino, ed è dovuta ricorrere a mulini posti fuori dal suo distretto, a Carpi soprattutto, o a Modena.
I mulini del nostro territorio, almeno fino alla metà del ‘900 del secolo scorso, funzionavano prevalentemente ad acqua.
Quelli di terra, presenti anche in città (come quelli di San Pietro o di San Giorgio a Modena), erano alimentati da canali (ad esempio il canale di Carpi) di derivazioni dei fiumi Secchia o Panaro.
Quelli natanti erano posti direttamente sul corso del fiume: famosi erano fino agli inizi del ‘900 del secolo scorso erano quelli di Concordia sulla Secchia, che macinavano anche il grano coltivato a Mirandola.
La costruzione di un efficiente impianto idraulico di molitura in zone servite da corsi d’acqua a flusso non costante come il nostro territorio (i corsi d’acqua appenninici come la Secchia e il Panaro alternano fortissime magre estive a imponenti piene primaverili e soprattutto autunnali) era un’impresa difficile e costosa.
Oltre alle spese per la costruzione del fabbricato e della sua manutenzione, era necessario ottenere il diritto giuridico allo sfruttamento dell’acqua.
Ne deriva che la possibilità di edificarli era alla portata solo di famiglie ricche. Inoltre per realizzare quella che oggi chiamiamo “economia di scala” occorreva macinare un quantitativo di grano abbastanza rilevante…
Il mugnaio era, nella società rurale, non solo una persona addetta alle mansioni di fatica, ma una figura di rilievo nella Comunità, un vero e proprio funzionario; tuttavia la sua non era vita facile.
Tornando a Soliera, l’unico esempio di mulino ad acqua presente nel territorio, anche se la sua attività è stata molto breve, fu il mulino Coccapani, in località Bassana.
Non fu facile, nel 1623, per il conte Guido Coccapani ottenere il permesso di derivare l’acqua del fiume Secchia per alimentare il suo mulino, che funzionò solo per pochi anni, fino al 1674.
Il canale di derivazione rimase però attivo almeno fino a tutto il secolo XVIII, e fu impiegato per scopi irrigui.
Oggi la sua esistenza è ricordata dal toponimo della via Canale, la strada che costeggia l’argine sinistro della Secchia dalla omonima località e conduce a Sozzigalli.
Bisogna attendere fino al 1906 per ritrovare un mulino a Soliera, costruito dalla famiglia Bernini, appena fuori le mura, all’incrocio del secondo accesso al borgo con la via Corte (ora questo tratto si chiama via Grandi), che lo gestì in proprio almeno fino al secondo dopoguerra e costruì il vicino forno.
Subentrarono poi altri nella gestione fra cui la Cooperativa Agricola di Soliera e infine Contini. Sul finire degli anni ’70 del secolo scorso, il mulino cessò la sua attività, e nel 1980 l’edificio fu acquistato dal Comune, che lo ristrutturò e lo adibì a Centro Servizio Polivalente che reca il nome de “Il Mulino”.
Il logo del Centro, divenuto oggi un luogo in cui si macina cultura, raffigura un mulino a vento, ma non rispecchia la tipologia dell’originario opificio, che inizialmente funzionava a vapore, ed era alimentato da un rumoroso motore a gasolio, attivo anche di notte, che disturbava il sonno della Comunità solierese.
Le proteste cessarono quando, per un diffuso impiego della energia elettrica come forza motrice, fu appunto dotato di macchinari elettrici.
Si racconta che...
Non è stato trovato nulla.






































