1967: il primo Campo Emmaus
Gianna Benatti e Sauro Bellodi

Non si sono trovate foto del primo Campo Emmaus. Questa è di un campo successivo (anni ’70)

RICORDO SCRITTO A QUATTRO MANI

Poi se ne faranno altri, tanti altri per tanti anni. Ma il primo è il primo!
Non si vuol qui raccontare la rava e la fava, ma per capire da dove si presero le mosse e comprendere quella piccola rivoluzione che avvenne a Soliera fra i giovanissimi ed i giovani di allora, due parole bisogna pur dirle. Intanto, l’allora di cui si parla è il 1967.

Il primo evento dirompente che viene in mente fu il Concilio Vaticano II e la sua apertura Ad Gentes, un decreto sulla vocazione missionaria della Chiesa.
Il secondo, la nascita dei Profeti del volontariato solidale cattolico, per intenderci, quello che oggi viene chiamato Terzo Settore.
Queste “novità” ci fecero aprire gli occhi su un’esperienza missionaria, tardiva in Italia, che in Francia stava dando una straordinaria testimonianza grazie all’impegno di Madeleine Del Brel, di Raoul Follereau e, soprattutto, dell’Abbé Pierre, fondatore di Emmaus.
Emmaus è il nome di quell’antica cittadina della Palestina in cui, come raccontano i Vangeli, Cristo apparve per la prima volta a due suoi discepoli dopo la resurrezione. Quindi, un luogo di incontro. Si aggiunga che il suo nome in arabo significa primavera, e una primavera della vita cristiana ci apparve l’iniziativa dell’Abbé: semplice e “facile” da realizzare, sebbene impegnativa. Così ci buttammo.
In sostanza, si trattava di raccogliere in giro per le case il superfluo da destinare in soccorso ai poveri. Il messaggio per i ricchi, i benestanti, o comunque per chi aveva un di più, era manifesto: l’accaparrare degli uni genera la povertà di altri e il dono di ciò che non serve agli uni può portare sollievo agli altri.

Quell’estate in parrocchia noi giovani ci sentivamo più insofferenti del solito per quel nostro andazzo; taluni si mostravano anche un po’ “facinorosi”, soprattutto dopo che Sergio Luppi, seminarista di ritorno da campi Emmaus realizzati a Milano e a Parma, ci raccontò quelle esperienze. L’impazienza saliva e si cominciava a rumoreggiare per il desiderio di attività, di testimonianza attiva, in un paese ancora diviso in due, alla maniera di Guareschi.
Infatti, Soliera allora sembrava una piccola Brescello, sebbene qualcuno cercasse di trovare punti comuni d’azione per lavorare insieme: era possibile essere solidali, cittadini del mondo senza etichette, lottare uniti per una giustizia sociale generalizzata ed universale?
Evidentemente anche in noi le utopie del ’68 andavano affacciandosi timidamente e, nello stesso tempo, prepotentemente.
Insomma, decidemmo di provare.

Inizialmente l’idea non piacque tanto ai “grandi”, che obiettarono un sacco di difficoltà, e sarà solo a cose fatte che le critiche si sarebbero spente. Noi, guidati da Sergio, iniziammo fin dal mese di giugno a propagandare l’iniziativa, e le nostre serate erano al ciclostile per sfornare volantini su volantini in cui si spiegava il perché e il percome sotto lo slogan “Ciò che non ti serve sfama un povero”; il giorno dopo, via per via, casa per casa, a distribuirli.
Le impressioni raccolte in questa fase preliminare erano incoraggianti: la gente, tra stupore e meraviglia, chiedeva cosa alla fin fine ci aspettassimo e noi raccomandavamo di guardare nelle cantine, nei solai, nelle rimesse: tutto ciò che stava tra i piedi ce lo saremmo andati a prendere e lo avremmo portato via. Passammo anche per i tantissimi cantieri edili, allora disseminati come funghi, chiedendo di accantonare per noi scarti di ogni genere: gli avremmo dato vita nuova.
In quel primo Campo non ci ponemmo limiti, prendevamo di tutto, anche i mobili che ci venivano offerti, perché ogni cosa riciclata ai nostri occhi assumeva valore e dignità.

Qualcuno riuscì a trovare in prestito i trattori, i carri e i camioncini che occorrevano, grazie alla generosa disponibilità di famiglie contadine come i Rossetto, i Tessari, i Goldoni e certamente anche altre che non tornano alla memoria.
Alcuni, seppur neopatentati, si improvvisarono alla guida, ma ebbero subito problemi con 007, un micidiale vigile urbano, alto magro rossiccio di pelo, che sbucava da tutte le parti nei momenti più inaspettati e per noi meno opportuni. Pertanto, fermati ed appiedati da 007, toccò agli stessi proprietari dei mezzi fare da autisti.
A dare una mano vennero pure un gruppo scout di Modena, condotto da alcune ragazze Feltri, e suor Mafalda, una religiosa mitica che si autoproclamò infermiera tuttofare, pronta ad intervenire con alcool e cerotti per le minime graffiature.
Don Ugo ci concesse il campo da pallone come centro di raccolta unico, anche se gli ammassi si facevano per genere.
Negli anni successivi la raccolta divenne mirata e l’organizzazione quasi scientifica: piantine stradali per le zone e i quartieri da “battere”, luoghi di ammasso diversi per ciascun genere di materiale (carta, vestiti, scarpe, metalli, vetro), squadre dedite esclusivamente alla selezione, una logistica che dettava e contingentava i tempi, la ristorazione assicurata da signore che servivano paste asciutte fumanti nel salone parrocchiale.
Noi si andava a panini e una organizzazione del genere neppure ce la sognavamo: ognuno faceva di tutto, o almeno ciò che poteva, e la nostra competenza era tale che capitava di mettere nel rame ciò che un altro poco dopo spostava nel ferro!
Per due settimane, le prime due di settembre, lavorammo da mattina a sera in giro per il paese, ovunque – quasi ovunque – accolti con simpatia e generosità. Vittorio Gozzi ci chiamò anche a svuotare uno scantinato del castello ricolmo dei ritagli del suo maglificio, la ditta Stella: se ne riempì un carretto.
Solo qualche mamma, forse preoccupata per la promiscuità maschi e femmine, continuava a prendersela con don Ugo per aver permesso tanto. Una, la signora Giuliana, venne addirittura a riprendersi la figlia: un giorno, poco dopo mezzogiorno, ce la trovammo all’incrocio tra via Grandi e XXV Aprile, fermò trattore e carro, fece scendere la ragazza nonostante le nostre proteste e se la riportò a casa. Mezz’ora dopo lei (le altre due mani che han dato vita a questo testo) con occhi ancor lucidi di pianto era di nuovo con noi a scaricare e a mettere il ferro nel rame e il rame nel ferro!
Il momento più atteso era all’imbrunire, quando, stanchi sudati e sporchi come clochard, ci si ritrovava tutti al Bar della Sonia per una spuma o una gazzosa, e ci si raccontava avventure e si rideva dei casi curiosi e ci si prendeva in giro e si stava bene insieme.

Naturalmente alla fine vendemmo tutto. Alcuni compratori erano gli stessi dei Campi Emmaus cui Sergio aveva partecipato, altri furono trovati in zona. Per esempio, il ferro e il rame ce li comprò Claudio Arletti e la carta la ritirò un tale di Carpi, o forse di Modena; ma i mobili andarono a Bologna ad una cooperativa di solidarietà e gli stracci finirono in Toscana, vicino a Prato.
Magari da qualche parte ci sarà pure scritto quanto ricavammo dalla vendita. A noi sembrò molto, e ne fummo soddisfatti. Certo che nemmeno ci avvicinammo agli introiti dei Campi successivi, che realizzarono cifre importanti, vicine ai 20 milioni di lire. Ma mentre quei Campi finanziavano le opere parrocchiali, quel nostro primo Campo Emmaus fu devoluto direttamente ai poveri. Sergio e qualcun altro andarono a versare tutto il ricavato nelle mani dell’Abbé Pierre, occasionalmente a Bologna.
La sagra di Settembre mise il suggello finale: la tradizionale processione per le strade del paese venne aperta da Sergio, che teneva la croce, seguito da tutti noi, partecipanti al Campo, che sfilammo con giusto orgoglio.

LE FOTO CHE SEGUONO DI RIFERISCONO AI CAMPI EMMAUS SUCCESSIVI – ANNI ’70

 

 

 

28 febbraio 2021

 

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