L'OPLITA
Quarta liceo classico, una giornata di fine maggio, quando le finestre dell’aula sono
aperte e già aleggia nell’aria un sentore di estate imminente e di vacanze.
La classe meditava svogliatamente su una versione di greco che descriveva con
minuzioso puntiglio le caratteristiche del guerriero ateniese, una specie di fante di
terra denominato l“oplita”.
La voce del professore arrivava attutita alle orecchie svagate della classe: “l‘oplita
porta uno scudo rotondo di cuoio che regge con la destra, mentre nella sinistra
tiene una lancia, in testa un elmo piumato, e mentre attende lo scontro col nemico
che arriva in corsa, assume la tipica posa difensiva accovacciata, con un ginocchio
a terra e lo scudo all’altezza del petto…”
Davanti a me sonnecchiava pacifico il mio compagno Francesco Pennati, la cui
immensa mole mi nascondeva quasi completamente agli occhi del professore:
postazione strategica che mi consentiva di tenere aperto sotto il banco il quaderno
di geometria, mentre cercavo disperatamente di memorizzare gli esercizi sui quali
sarei stata interrogata nell’ora successiva (la mia avversione per le materie
scientifiche era pari solo alla mia incapacità di comprenderle).
Francesco Pennati, soprannominato dai compagni Penna, non aveva vita facile.
Una natura matrigna l’aveva dotato non solo di un corpaccione massiccio e flaccido
insieme, vera tomba per un adolescente di 17 anni, ma si era accanita su di lui
regalandogli anche una capigliatura rosso carota, un nasone adunco e una
carnagione diafana punteggiata di efelidi che si incendiava ogni volta che un’ombra
di emozione lo attraversava: cioè praticamente di continuo.
Francesco cercava di mimetizzarsi tra i banchi, parlava poco, e passava le ricreazioni
col naso in un libro.
Cercava l’emarginazione con rassegnata costanza.
Nelle materie letterarie faticava a raggiungere la sufficienza nonostante l’impegno
spropositato che vi riversava, se interrogato si paralizzava, e il suo faccione diveniva
così paonazzo da formare un tutt’uno con quella capigliatura di fuoco.
Eppure era un ragazzo generoso.
Mi aiutava con i compiti di geometria perfino quando lo chiamavo al telefono alle
11 di sera, quando mi ricordavo con un sussulto che il giorno dopo avevo
interrogazione programmata e nessun compito fatto. Lo tiravo giù dal letto, con
suppliche e qualche moina, e lui brontolava un po’, ma poi sempre si metteva
all’opera e per mezzanotte avevo gli esercizi risolti con corredo di spiegazioni.
Ma se cercavo un contatto più diretto e personale, Francesco si chiudeva a riccio,
svicolava, eludeva, come se in lui si fosse radicata la convinzione assoluta che
nessuno potesse veramente interessarsi alla sua persona, se non per dileggiarlo.
E invece, pur in quel viso tozzo e non bello, gli occhi grigi erano attenti e intelligenti,
e spesso dietro le ciglia quasi trasparenti brillava un guizzo di ironia.
In realtà nessuno dei compagni di classe si prendeva gioco di lui, tutti avevamo
ormai accettato il suo riserbo e la sua vocazione all’invisibilità.
Con i professori però le cose erano più complicate. Soprattutto con il professore di
greco.
Che era in realtà un insegnante intelligente e profondo, ma freddo con gli studenti,
che trattava, almeno in apparenza, con algido distacco e dai quali pretendeva un
rispetto formale d’altri tempi. Però la passione con la quale insegnava era autentica,
e contagiosa. Amava la sua materia e ce la faceva amare. Attraverso di lui quelle
voci antiche di uomini e donne diventavano lingua viva, emozioni eterne, sentimenti
universali che attraversando i secoli arrivavano fino a noi, a parlarci di vita e morte,
di odio e amore, e pietà, e nostalgia, a dirci che l’uomo è sempre la stessa creatura
di carne e sangue, nei secoli.
Ma con Francesco era implacabile fino alla crudeltà. Inspiegabilmente.
Mi sono chiesta più volte il perché di questa mancanza di umanità verso quel
ragazzo particolare. Al quale oltretutto somigliava vagamente…. nell’aspetto e nel
carattere: anche lui rossiccio di capelli e con una tendenza alla pinguedine, un’indole
riservata …. una versione di Francesco di trent’anni più vecchia.
Forse sperava, provocandolo, di spronarlo a reagire, di suscitare magari una
reazione di ribellione che lo avrebbe liberato.
O forse, più semplicemente, quel ragazzo gli ricordava il se stesso di tanti anni
prima, tutta quella inutile adolescenziale sofferenza, e le occasioni sprecate, e
provava rabbia, vedendo replicati in Francesco atteggiamenti e incapacità che
avevano fatto soffrire anche lui.
La voce del professore, che ormai era diventata un sottofondo ipnotico, interruppe
bruscamente la lettura.
Pennati! il richiamo risuonò come uno schiocco di frusta.
Tutte le teste si alzarono all’unisono, sorprese.
Pennati! - ripete’ di nuovo, ora quasi soavemente.
“Pennati….vieni qui, e facci vedere come si fa l’oplita”.
Il poveretto alzo’ sul professore uno sguardo incredulo e sgomento.
L’o….plita? balbetto’ avvampando.
Sulla classe era calato un silenzio di tomba.
“Si, Pennati, qui, davanti alla classe. Adesso vieni qui e fai l’oplita.”
Francesco scuoteva la testa. La voce gli tremava x l’umiliazione “No…no, non
vengo.”
Le nocche delle sue dita erano diventate bianche stringendo i bordi del banco.
La classe taceva, in attesa. Perfino i rumori della strada sembravano sospesi.
Mi alzai di scatto.
“Lo faccio io, l’oplita.”
Tutti gli sguardi della classe erano ora su di me.
Il mio era fisso sul viso del professore. Lo guardavo rabbiosa, indignata.
Passarono alcuni istanti eterni.
Fu lui a distogliere lo sguardo.
“Va bene Berselli, vieni qui.”
Passai tra le file dei banchi e mi posizionai davanti alla classe. E nel mio incongruo
vestitino a fiori estivo, feci l’oplita.
Feci l’oplita in tutto e per tutto, mimando lo scudo, la lancia, l’elmo piumato, e
accovacciandomi sul pavimento col ginocchio a terra.
Alzai sul professore uno sguardo di sfida.
Può bastare?
Si. Torna al posto, Berselli.
Mi alzai, e con entrambe le braccia scagliai la lancia immaginaria fuori dalla
finestra.
Da quel giorno io e Francesco diventammo amici.
E da quel giorno capii che le persone si salvano facendo fiorire i loro talenti e non
sfidando le loro debolezze.
Francesco Pennati oggi lavora al policlinico di Pavia come neurochirurgo infantile.
IMPATTO!
(Cronaca molto ironica di un primo giorno di scuola)
La Grande Avventura iniziò un solare mattino di settembre davanti all’Istituto Tecnico per Geometri “Guarino Guarini” di Modena.
Oggi, avvezzo a cose ben peggiori di una scuola, è per me molto difficile resuscitare lo stato d’animo di quei giorni d’esordio, durante i quali tutto era nuovo ed inquietante. L’ambiente circostante per primo: una campagna incontaminata in perfetto stile da college inglese! Era lo scenario più adatto ad ospitare ogni altra novità: nuove regole di condotta che presto si sarebbero imposte come le uniche valide… i professori, sconosciuti ed inarrivabili… la folla anonima di coetanei che, per quanto ne sapevo, celava in egual misura gli amici migliori e i più biechi avversari. Sopra ogni altra cosa, comunque, dominava l’Istituto: un vero Castello di Dracula, pronto ad ingoiare me e i miei compagni per cinque lunghi anni alla fine dei quali vomitarci fuori cambiati, diplomati, responsabili, in una parola… adulti!
Tutte le certezze erano alle spalle. La cara, vecchia scuola media, dall’atmosfera un po’ casereccia e i suoi bidelli brontoloni, non c’era più. I suoi professori, sempre un po’ complici e bonari (in quei momenti tutti gli insegnanti delle Medie erano bonari; ciò era necessario per poter soffrire!) non erano che un ricordo. E ancora: i compagni passati, forse più di gioco che di studio… gli ultimi giorni di scuola, dominati dal pensiero dell’esame, ma pure dall’estate ormai prossima… le vacanze ormai concluse, le più spensierate fino ad allora… Avrei potuto continuare ancora a lungo, ma ormai non c’era più tempo per le nostalgie: il gran (brutto) giorno, paventato e temuto, era arrivato. Adesso mi sarei guadagnato il pane contando solo su me stesso e senza tante storie: dietro quella porta, “tecnici qualificati” mi avrebbero trasformato in un serio professionista e, per diventarlo, mi avrebbero fatto sputare sangue e piangere amaro! Solo così, mi avevano garantito, mi sarei fatto le ossa in vista della ben peggiore jungla del lavoro. Insomma, per che altro mi sarei iscritto al Guarini? Per rimboccarmi le maniche e lavorare sodo!
Vista sotto questa luce, era un lager più che una scuola; d’altra parte, mi limitavo a rielaborare (con molta fantasia) ciò che ci avevano sempre ripetuto alle Medie. Naturalmente il quadro sugli anni a venire non era così dettagliato, ma le aspettative restavano comunque fosche. Forse, la cosa più dolorosa era dovere affrontare troppe novità tutte in una volta, senza nessuno che mi spalleggiasse. Del resto, questa è la vita, ma quel giorno almeno altre 15 persone accanto a me stavano provando i miei stessi patemi.
Alle 9,01 fummo tutti strappati alle nostre malinconie da un trillo che avremmo presto imparato a conoscere: la campanella di inizio lezione. Era la stessa che ne avrebbe segnato anche la fine se è per questo, ma in quel momento era del tutto irrilevante! Fummo presi in consegna da uno dei temuti “tecnici qualificati” dal volto di ghiaccio (un semplice addetto di segreteria). Lasciammo il cortile pieno di sole (che ci ricordava fin troppo l’estate) e fummo introdotti nella penombra dell’atrio. Senza fermarci ci inoltrammo all’interno, in direzione dell’Aula Magna dove avrebbe avuto luogo il discorso della preside (si badi bene: non il “discorso di benvenuto”, ma un ben più formale “Discorso d'Inaugurazione del Ciclo di Studi”! Della serie: quando anche le parole ti schiacciano!). Attraversammo corridoi su cui si affacciavano gli uffici di segreteria, le postazioni dei “collaboratori scolastici” (non osavamo chiamarli bidelli!) e i locali di presidenza. Ben presto raggiungemmo le scale che portavano nel seminterrato, dov’era situata la nostra meta. Ora, già il fatto di scendere in un seminterrato per giungere ad una cosa roboante come “un’Aula Magna” dovrebbe far sorgere qualche dubbio. D’altra parte tali considerazioni nascono da uno spirito smaliziato e indurito, non certo da teneri primini! Discese le scale, marciammo rapidi e disciplinati fino alla soglia della “solenne” Aula Magna.
È doveroso chiarire un punto: quella che, con millantata vanteria, veniva chiamata “Aula Magna”, era in realtà una banale palestra interna. Sarebbe rimasta famosa per la fila di colonne che separava un quarto del locale e per il soffitto alto poco più di 3 metri, rovinando totalmente ogni partita di pallavolo, basket o calcio ivi disputata. Eppure, quel primo giorno si presentò ai nostri occhi come una vera sala conferenze, pratica e funzionale. Dinanzi a noi si paravano evidenti i risultati cui saremmo arrivati con la dura preparazione che ci attendeva!
Parecchio intimoriti, prendemmo posto in silenzio su sobrie sedie spartane (leggasi: vecchie e scomode!). Volgemmo lo sguardo alla cattedra, nella speranza di trovare almeno un’espressione rassicurante nella nuova preside. Macché! Un volto arcigno, corrugato e severo ci tolse ogni illusione residua. Ricordo molto bene le parole d’esordio, dure come acciaio e pesanti come pietre: “Ragazzi, benvenuti! Voglio che ricordiate subito una cosa: le Superiori sono un MURO! Per superare questo muro dovrete SUDARE e non aspettatevi sconti, perché qui non siete più alle Medie! Al Guarini vi metterete sotto da subito, altrimenti non ne verrete mai fuori. E se qualcuno ha scelto questa scuola convinto di vivere di rendita, be’, ha fatto un grosso errore: farebbe meglio ad alzarsi ed uscire da quella porta. ORA!”
Il discorso di “benvenuto” non durò molto, giusto quei 15-20 minuti necessari a demolirci per benino, senza certo scordare il gran finale: un minaccioso augurio di buon lavoro! La terribile preside prese poi a chiamarci uno per uno, per formare le classi. Fu così che, ancora sconvolti, scoprimmo di essere finiti in 16 persone nella allora “IªG - Corso Sperimentale Informatico”. Fummo presi in consegna da colei che si sarebbe rivelata una severa prof. di Lettere del biennio. Mai ci parve così gentile come quel giorno, quando ancora non avevamo incontrato alcun volto amico! Con la coda tra le gambe, risalimmo mesti a piano terra e prendemmo posto in un’aula, presso un misterioso “Laboratorio di Fisica”.
Una volta sistemati, volli dare un’occhiata agli altri “compagni di trincea” (perché quella sarebbe stata certo una guerra, lunga 5 anni!). La vista non fu molto confortante! La prima persona che notai fu un grottesco tipo con la striscia di capelli punk in testa: era di Rubiera. Accanto sedeva un massiccio ragazzone dallo sguardo alienato: il futuro “Boia” di classe inquietava già allora! Erano pure presenti tre elementi strani: il primo, un dinoccolato spilungone dall’aria intontita (il Gatto!); gli altri due, minuti e magrolini, con occhi furbi e mobilissimi (le Volpi!). Cinque bestioni, alti come torri, svettavano dagli ultimi banchi, mentre più in là un irriverente Teddy Boy in maglietta sosteneva fieramente il mio sguardo. In prima fila sedeva un antipatico tipetto, pieno di soldi e pretese, che si era presentato quel giorno (e non sarebbe stato l’ultimo!) griffato da capo a piedi. A fianco, stava il futuro “Macho Man” di classe: faceva colazione con Coca-Cola e bacon, seguiva solo “Ken il guerriero” alla TV e aveva il sacro culto della palestra. Eppure si sarebbe rivelato uno dei migliori grazie al suo istinto matematico! Se “Macho Man” usava l’istinto per eccellere, la vera Intelligenza Artificiale era un altro ragazzo, compìto e posato, dall’aria un po’ da ingegnere: in cinque anni avrebbe registrato ogni lezione, scomposta in codice binario e archiviata nel disco fisso che aveva in testa! Solo uno mancava: un piccoletto di Nonantola che era assente quel giorno per appendicite acuta. Si sarebbe unito a noi solo dopo due settimane, ma già attirava le prime disgrazie!
Eccole dunque: 15 persone in tutto, alle quali si aggiunge chi scrive che, perplesso, quel giorno si chiedeva con che soggetti era capitato e chi mai glielo aveva fatto fare di impegolarsi in un'avventura simile.
La formazione era completa. I motori erano caldi, la voglia di studiare poca, mentre di fronte avevamo cinque anni e una scuola da piegare alla nostra volontà. Con questo spirito, e malgrado il minaccioso benvenuto della preside, ci tuffammo nell’avventura: ORA eravamo al GUARINI!
RACCONTARE TEREZIN
Quando venni a casa da scuola e dissi a mia madre che dovevamo fare tre lezioni in altra sede rimase molto perplessa, non capiva come mai si potesse fare insegnamento fuori da un'aula scolastica in orario didattico. Alle Elementari l'unica volta che eravamo usciti fu quando studiammo l'aquilone di Pascoli, ne costruimmo uno che cercammo invano di fare volare. Andò a colloquio dall'insegnante, le disse che avrebbe guidato tutta la classe, con rotazione a turni di due mattini feriali, e un sabato per una esposizione di disegni. Solo dopo fu entusiasta di quello che dovevamo fare, io ero il primo della numerosa famiglia ad andare oltre la quinta Elementare, frequentavo il primo anno dopo la riforma della Media unificata, tutte le mattine prendevo la corriera che mi portava a Modena.
La professoressa di Italiano Storia e Geografia era già da mesi che ci stava preparando su di un particolare passaggio storico, il prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, ed in particolare sulle leggi razziali, e sui grandi ideali di giustizia e libertà della Resistenza. Ci aveva spiegato specifici particolari, e interrogato su questi temi, tutti avevamo avvertito l'impegno con cui portava avanti l'iniziativa, mettendoci tutta se stessa. Seppi anni dopo che non si era nemmeno sposata per dare tutto all'insegnamento. Erano i primi di Marzo del 1964, e ci informò che lo scopo di tanto zelo cominciava a dare i primi frutti. Era riuscita a fare arrivare a Modena una parte dei disegni, che bambini e adolescenti avevano dipinto nel campo di concentramento di Terezin, e una cosa ci apparve subito incredibile, sarebbe stata la prima volta che uscivano da dove erano custoditi a Praga. Lei coinvolse il Comune di Modena e l'Assessorato alla Cultura per esporli in mostra presso una sala adiacente al Palazzo dei Musei, dal 22 marzo al 9 aprile.
Noi e lo dico con orgoglio eravamo l'unica classe coinvolta, l'insegnante ci aveva suddiviso in coppie equilibrate nelle capacità, e nei giorni di apertura della mostra aveva predisposto dei turni in cui noi avevamo la funzione di guida, fare i ciceroni, cioè spiegare ai visitatori i disegni esposti e la loro storia. Ricordo benissimo il mio primo turno, era un mattino e la mamma mi aveva preparato gli unici pantaloni lunghi che avevo ben stirati, il maglione che riteneva più bello, piaceva pure a me, un giaccone e le scarpe belle lucide. Ero molto preoccupato non chiusi occhio, passai tutta la notte a ripetermi le lezioni che avevamo svolto, e le domande che potevano farci, avremmo saputo rispondere? Due giorni prima dell'apertura ufficiale con l'insegnante avevamo fatto una visita per un ultimo aggiornamento, mi ripassavo nella mente i disegni che avevo visto. Ma queste rappresentazioni grafiche com'erano? Le ricordo molto bene, i ragazzi avevano espresso tutta la loro voglia di vivere attraverso farfalle e uccelli liberi di volare indisturbati, fiori che crescevano colorati nei campi, mi impressionò lo schizzo di un ambiente casalingo dove era evidente la nostalgia per averla dovuta abbandonare. Tutto quello che veniva rappresentato erano le aspirazioni e i desideri di un'infanzia rubata e non vissuta.
Il campo di concentramento di Terezin aveva la funzione di parcheggio temporaneo, prima di essere deportati in altri campi di sterminio, una sicura anticamera di morte. L'altro genere di figurazione rappresentava la vita nel campo, quello che i bambini vedevano tutti i giorni, soldati con fucili ben in evidenza, file di letti a castello, bambini nudi, denutriti e ammassati sotto una specie di doccia e pure degli scheletri. Era primavera e noi ragazzi facevamo la nostra vita semplice, al mattino a scuola, poi a casa, e nel pomeriggio fino a che c'era luce si giocava a pallone, dovevamo ritenerci fortunati. Questo incarico se in un primo momento ci galvanizzò e ci fece sentire importanti, alla lunga ci intristì. Pensare alle condizioni di vita che quei ragazzi avevano subito, la fame, le malattie, il freddo, le privazioni, poi la deportazione che metteva fine alle loro giovani vite, non poteva passare senza lasciarci indifferenti. Di fronte a questi scenari emerse la nostra sensibilità verso sentimenti ed emozioni così forti, con una partecipazione emotiva alle loro sofferenze che non dimenticheremo mai. Davvero stupefacente che di fronte a realtà così estreme siano arrivati a noi queste testimonianze, non solo disegni ma pure racconti e poesie che rivelarono anche talenti di grande valore.
Ricordo un episodio durante la mia funzione di guida alla mostra, che si chiamava, “Memorie dei bambini di Terezin”. Un signore anziano dai capelli bianchi, ci fece un sacco di domande, alle quali io e il mio compagno riuscimmo a rispondere, poi ad un certo punto ci impappinammo e non sapevamo più continuare. Fummo colti dal panico, l'attempato signore prese le nostre mani e ci disse di fare un grosso respiro, di calmarci, poi aggiunse che era certo della nostra conoscenza dell'argomento, ma eravamo in confusione perché la materia toccava le nostre sensibilità più profonde e manifestavamo sintomi tipici di chi si era lasciato vincere dalla commozione. Confesso che sudavo, il mio compagno tutto rosso, furono gli occhi bonari e comprensivi del signore a toglierci dall'impaccio e riuscire a concludere quello che avevamo iniziato con un po' di affanno.
Decenni dopo ripensando al modo di parlarci e guardarci di quell'anziano, ho capito che è lì, da bambino e da vecchio che si trovano gli sguardi più rivelatori, gli uni per non essere ancora entrati nel tritacarne della vita, gli altri per essere in procinto di uscirne ricercando il metodo migliore per farlo. Sempre tanto tempo dopo si comprende la grandezza di alcuni insegnanti che hanno influenzato il nostro comportamento di vita, e io non sono sfuggito a questa regola non scritta. Quando con fierezza racconto di come abbiamo descritto alla mostra i disegni dei bambini segregati a Terezin, tutti mi chiedono ma come si chiamava quella tua insegnante? Ecco guardate qui, l'ho scritto nel cuore.
Quella di Modena fu in assoluto la prima tappa di una mostra itinerante, che da allora fino ai giorni nostri viaggia in tutto il pianeta Terra.
IL RAGAZZO CON LA CAMICIA A FIORI
Cammino verso di te. Osservo gli altri. Non ti vedranno da tempo. Come me.
Avranno letto il tuo nome. Di sfuggita. Increduli. Un passo indietro. Riletto. Sei proprio tu.
E allora eccoli qui. Accorsi a salutarti. Ne riconosco alcuni. Ogni volto un ricordo. E tu ci sei sempre.
Il tuo sguardo. Il tuo sorriso. La tua camicia a fiori.
Ascoltavi sempre musica. Suonavi la batteria in un gruppo. Eri un casinista.
Ci sembravi grande. Avevi un anno in più di noi. Una cambio di indirizzo. Ti abbiamo vinto in seconda. Ti abbiamo amato subito.
C’eri tu quando una pallina da ping-pong partì in moto parabolico dalla finestra del liceo. Attraversò il cortile. Finì in casa della dirimpettaia. Dritta in pentola. Uno schizzo di minestra sul viso. Due urla. Una risata. La tua. Quella degli amici. E di tutta la scuola. Per anni.
Sorrido anche adesso. Non è il luogo adatto. O forse si. È un luogo tuo. Anche questo. Come gli altri. L’ultimo.
C’eri tu quando ideammo il Progetto Abete. La nostra classe. Sempre pioniera.
Raccogliemmo e inviammo ad un vivaio gli abeti dismessi dopo Natale. Destinati a morire in angoli di giardini sterili. Ci proponemmo in una televisione locale. Tutti noi. Con l’insegnante di scienze. Parlasti tu al microfono. E dopo il progetto presentasti le tre braccia in gesso di tre compagne infortunate. Esiti di un partita di pallavolo a scuola.
È difficile non sorridere. Perfino qui. Nella tua camera ardente.
C’eri tu quando tinteggiammo le pareti sporche dell’aula. Ottenemmo il permesso dal preside. La vice, nonché nostra insegnante di lettere, venne a sorvegliarci. Era un mercoledì pomeriggio. Scegliesti tu il colore. Verde pisello. Il nostro mestolo fu il tuo braccio destro. Cantammo tutto il pomeriggio. Altre classi ci imitarono. Gli alunni del Fanti ridipinsero la scuola. Finimmo sul giornale anche allora.
Risento la tua bella voce stentorea. Come non avessi mai smesso di cantare.
C’eri tu quando istituimmo la Repubblica Romana. Eleggemmo i due consoli. Tu eri il Censor. Io lo Scriba. E scrissi e descrissi tutto. Rigorosamente in latino. Ogni proposta o reclamo del popolo. Atti politici. Campagne militari. Poi un soldato tentò di assumere il potere. Farsi nominare Dux.
Strappare gli scritti allo scriba. Ma ristabilimmo lo stato di diritto. SPQR. Per sempre.
Tra la folla dei visitatori incrocio gli occhi di tua madre.
C’eri tu quando in gita a Roma fummo L’Armata Brancaleone. L’insegnate di matematica filmò le nostre imprese. E il sonno della vittoria in pullman sulla strada del ritorno. Dormivi appoggiato al tavolino. Si vedevano soltanto i tuoi ricci biondi. Ti coprivano interamente gli occhi.
Tua madre mi riconosce. Non posso più nascondermi. Occultare il temporale che ho dentro .
C’eri tu. C’eri sempre. Nei ricordi più belli. Col tuo spirito ribelle. La battuta pronta. La camicia a fiori. Non è colpa mia. Le sceglie mia madre!
Poi un giorno non ci sei stato più.
Le tue assenze si fecero lunghe. Non c’erano gli attuali canali comunicativi. Ti telefonammo a casa. Non rispondeva nessuno.
Gli insegnanti erano evasivi. Evitavano l’argomento. Nascondevano qualcosa.
Ma il tuo banco vuoto ci poneva interrogativi.
Una mattina l’insegnante di lettere ci disse tutto.
Avverto ancora il taglio di quelle parole.
Iniziammo a farci domande. Non c’era internet. Non era immediato fare ricerche.
Ne parlai coi medici AVIS . Facevo la collaboratrice volontaria.
Un mio compagno ha un linfoma. Potrebbe morire?
Poi però non sei morto. Non allora. Anzi. Un bel giorno ti presentasti a scuola.
Camicia a fiori. Magro. Pallido. Con le occhiaie. Capelli radi. Cortissimi. Una cuffia di cotone.
È stata dura. Però adesso sto bene.
Con tanta fatica fosti anche tu assieme a noi alla maturità.
Poi ti ho perso per anni.
Ciao! Mi ricordo di te. Avevi i capelli lunghi al liceo. Ho una foto di classe . Ce l’ho appesa al frigo. ..
La foto di terza. Con l’insegnante di ginnastica. Io ce l’ho in camera a casa dei miei genitori.
Tua madre mi racconta vent’anni. Il trasferimento in altra regione. Il matrimonio. Il lavoro nell’azienda della famiglia di tua moglie.
Stavi bene. Eri felice. Eri tu.
Arriva una ragazza. Capelli rossi. Occhi chiari. Sembra irlandese. Invece è italiana. È lei. Sono la prima persona che tua madre le presenta. Mi abbraccia come se ci conoscessimo da sempre. Ha un grande contegno. Discreto. Dignitoso. Tranquillo.
Ti riconosco sai? Ho una foto di classe. Ce l’ho appesa al frigo…
Mi racconta anche lei quei vent’anni. Eri cambiato. La malattia ti aveva segnato. Nuove consapevolezze. La fragilità della vita. L’incertezza del futuro. La paura.
Poi la dispnea. Sarà nulla. Una bronchite. Una scemenza.
Ora sono un medico anch’io. Non ho bisogno di chiedere. Cosa sia un mesotelioma pleurico. E se si possa morire per questo.
Il mesotelioma è nato nella regione in cui è stato irradiato il linfoma. Come spesso accade. Un tumore chiama un altro tumore. Anni dopo. In silenzio. Quando si sta bene. Le tue ansie. I tuoi malumori. Trovarono una risposta.
Abbiamo fatto di tutto. Siamo stati ovunque. Un giorno ho fatto La Spezia Milano due volte per consegnare i vetrini . La strada scorreva. Il tempo passava. Mi sentivo le ali ai piedi. Avrei fatto anche altro se fosse servito. Un ricciolo rosso incrocia una lacrima. E invece. Invece no. Non è servito.
Ci voltiamo a guardarti. Mi avvicino a te in mezzo a loro. Tua madre. Tua moglie. Finalmente ti vedo. Non sei cambiato. Una rosa tra le mani. Il ciuffo biondo sulla fronte. Mi sembri sorridere. Sento ancora la tua voce. E intravedo sotto alla giacca nera una camicia a fiori.
A GH'E' 'NA NEBIA ...
“A gh-è ‘na fumàna acsè fésa, ch’a s-egh pôl pugēr la bicicláta”, c’è una nebbia così fitta che vi si può appoggiare la bicicletta. A quei tempi era così: la nebbia era densa e a volte, sulle strade, il passeggero di un’automobile scendeva e faceva strada al conducente camminando davanti all’auto. Naturalmente le automobili di allora erano piccole scatolette metalliche senza aria ventilata e condizionatore, i cristalli erano di dimensioni ridotte. Lo zio Walter, chiamato il Cicin, sulla sua Fiat Topolino, nella brutta stagione, passava periodicamente uno straccio sul parabrezza interno per togliere la spessa condensa. Adesso è la memoria ad annebbiarsi, e quei tempi emergono dal mare di nebbia come piccoli iceberg che nascondono tanti altri momenti della mia vita. I ricordi sono soprattutto emozioni, il dialetto modenese è sicuramente l’elemento scatenante dei miei ricordi e quindi delle suggestioni. Nella mia culla arrivavano i suoni del dialetto, la mia lingua madre, la lingua dei miei genitori che si è sempre mantenuta fra loro, ma si è persa nei nostri dialoghi. Il dialetto era la lingua dei poveri, di cui vergognarsi un po’ perché segnava l’impossibilità di un riscatto sociale. Dopo il primo giorno di scuola, in famiglia, il dialetto è stato sostituito dalla lingua nazionale, rimanevano le imprecazioni, qualche bestemmia e gli scambi esclusivi fra moglie e marito.
A scuola non volevo andare, preferivo restare con la nonna Desolina, c’erano tante cose da imparare: tirare la sfoglia, tagliare la polenta con un filo, tirare il collo della gallina e spennarla. Che stupore vedere bruciare, sul fornello della cucina, gli “spuntoni” delle penne rimasti nella pelle della gallina e quanto era sgradevole quell’odore, oppure scoprire fra le interiora le uova che si stavano formando o il “magone” che ce lo saremmo litigati a pranzo.
-A scuola non ci voglio andare! Confesso, ma non fatelo sapere ai miei genitori di aver simulato alcuni mal di pancia per evitare la scuola e dovevo essere abbastanza bravo a fingere perché alcune mattine le passavo nella sala d’attesa del dottor Crocellà. Però a scuola ci andavano tutti e forse con gli altri ragazzi ci si poteva anche divertire. In casa, il messaggio che arrivava era un po’ diverso – A scuola devi comportarti bene, soprattutto i primi giorni, perché la maestra si farà subito un’opinione sul tuo conto e se pensa che sei un buon a nulla, lo penserà per sempre! – Va bene, a scuola ci vado, ma ve la faccio pagare. Il primo giorno di scuola, nel cortile, prima dell’ingresso, mi voltai verso la mamma e accennai ad un contenuto “ mescolino”. L’anno successivo prima di partire per la colonia comunale di Gatteo a Mare usai la stessa tecnica. Ancora oggi Leda mi descrive il disagio e il dispiacere che aveva provato in quei momenti, ma che ci posso fare, a quei tempi ci si nutriva di pane e senso di colpa.
Fin dai primi giorni la mia impressione sulla scuola era ottima, femmine e maschi tutti in grembiule nero con, rispettivamente, un fiocco rosa o azzurro sotto il colletto bianco. A me piaceva, l’abbigliamento ci rendeva tutti simili, in terza classe la maestra, per stimolare la competizione, avrebbe aggiunto sul grembiule dei più meritevoli un nastrino colorato. I libri, i quaderni, la gomma e la matita avevano un buon odore di nuovo, iniziava una grande avventura. Mi piaceva disegnare le cornici sui bordi del foglio, riempirlo di aste e lettere all’infinito e poi la grande emozione quando le lettere unendosi diventavano sillabe e successivamente parole: c-a-n-e, ca-ne, cane! Le parole si legavano fra loro e diventavano un fiume, si era aperta una porta. Ricordo ancora la soddisfazione e lo stupore di quel momento: -Il cervello è più esteso del Cielo …serve un poeta per descrivere l’animo umano.
Però, ad essere sincero, il vero motivo che mi spingeva a continuare con la scuola era sempre e solo lei: la maestra. Bellissima! Un sorriso radioso che ci accoglieva tutte le mattine, Il ricordo di lei è indelebilmente fissato nella fotografia della classe: l’acconciatura curata, il viso giovane e il grembiule bluette. Quel giorno, la maestra compì un gesto che ancora oggi mi fa compagnia: mentre ci stavamo preparando per uscire nel cortile per la fotografia, la maestra con pochi e rapidi movimenti sistemò le sue calze velate abbottonandole al reggicalze, a quei tempi si usava. Anche lei come la zia, come tutte le donne, come tutte. Questo mi colpì molto, La maestra non era di un altro mondo, nonostante fosse bellissima. La scuola mi piaceva, ma ero soprattutto attratto dall’edificio scolastico, una costruzione, come tante, probabilmente degli anni trenta, con un basso seminterrato, accessibile solo dal cortile spostando un’inferriata mobile. Quel luogo era magico ed era meta delle avventure mie e dei compagni di classe. Un giorno, una notizia si diffuse fra di noi: nel seminterrato è stato trovato un gatto morto. Che fare? Troppo interessante la notizia per non andare sul posto a verificare, ma soprattutto per vedere con i propri occhi…la morte. Non potevamo farlo durante l’orario normale, ci era proibito infilarci in quell’angusto ambiente, ma più il tempo passava e più la curiosità ci spingeva all’esplorazione. Il doposcuola sarebbe arrivato qualche anno dopo, in quei tempi, nel pomeriggio, la scuola era normalmente deserta. Con uno sparuto gruppetto di amici, dopo esserci armati di legni e tondini in acciaio rubati in un cantiere edile, ci avvicinammo al recinto della scuola. La rete metallica era fissata malamente, bastava sollevare il lato basso e infilarsi nel cortile della scuola. L’inferriata del seminterrato si aprì con uno strappo deciso, in pochi istanti scivolammo nello scantinato della scuola per trovarci di fronte ad una piccola informe pelliccia di colore bianco e nero. Non sembrava un gatto, ma la puzza era insopportabile, Maurizio allungò il bastone per muovere il povero animale, ma qualcuno urlò di star fermo perché lo spirito del gatto avrebbe potuto farci del male. Uscimmo da quel buco un po’ impauriti e anche delusi, ritornammo sul punto dove era possibile attraversare il recinto. Mentre passavamo dal cortile posteriore notammo una catasta di strani mobili azzurrini, tutti uguali fra loro: antichi banchi di scuola, una panca a due posti e il piano di scrittura obliquo con un incavo lungo per pennini e matite e lo spazio tondo per il calamaio. Non assomigliavano per niente ai nostri banchi in formica, non avevano la leggerezza delle nostre seggiole, erano diversi, avevano un odore, sapevano di qualcosa. Il giorno seguente, durante l’intervallo, ritornai nel cortile posteriore, ma i vecchi banchi scolastici non erano più al loro posto. Quella storia era finita per sempre, chissà quale sarà stato il loro destino. Restava, nella mia memoria, solo un piccolo iceberg , una breve emozione, ma quei banchi vibravano di storia, della vita di tanta umanità, poi solo nebbia, una fitta e densa nebbia.
IL CHIODO
“Circolare n. 4: Scrutini relativi agli esami di riparazione:
Giovedì 8 settembre 19…
- 11,15 classe 1A
- 11,45 classe 2B”
8 settembre, ore 10,50 - Fulvio, docente di francese in 1A, sta guidando la sua FIAT 128. Il tempo è mite, la campagna è bellissima nei suoi colori autunnali. È di buon umore, e ascolta alla radio alcuni successi dell’estate, quando sente che l’auto diventa instabile. Per fortuna è vicino alla piazzola di un bar, accosta. Accidenti, è una foratura. La ruota anteriore destra ha preso un chiodo e lo ha lasciato a piedi.
Che fare? Non ci sono officine nelle vicinanze, e il cambio della gomma non sarà rapido. E lo scrutinio? Non ha il telefonino, ovviamente, ed entra nel bar. “Un caffè e un paio di gettoni del telefono, grazie”
Ore 11,00 – Anch’io sono impegnato con gli scrutini, insegno matematica in tutte e due le classi. All’arrivo, mi dicono che c’è stata un’inversione: cominciamo con la 2B, dato che il nostro collega Fulvio ha avuto un inconveniente. Sono partito da casa tranquillo: i compiti sono andati quasi tutti bene, e mi sono rimasti solo due casi difficili, che presenterò con 5: Aldo in 1A e Bruno in 2B. Ho lasciato per prudenza giudizio e voto a matita.
Ore 11,10 – Mi viene incontro Lorena, mia collega di lettere in 2B.
“Che c’è, Lorena? Ti vedo piuttosto agitata”.
“Vieni qua, ti prego, non facciamoci sentire”
Il suo fare guardingo e allarmato mi preoccupa. Non l’ho mai vista così.
“L’ho combinata grossa, davvero grossa. È successo un fatto davvero grave”
“Calmati, cerchiamo di parlarne con calma. Cos’è successo?”
“Sono stata davvero ingenua, nonostante la mia esperienza. Stamattina, molto presto, mi ha chiamato la mia amica Vanna e ho pensato a problemi di salute. Ma si tratta di un’emergenza di tutt’altro tipo…”
“Sarebbe?”
“Devi sapere che quest’estate Vanna ha dato lezioni di italiano a Bruno di 2B, e un paio di giorni fa mi ha telefonato per sapere com’è andato nella mia materia. Nonostante la mia esperienza, mi sono lasciata sfuggire che in italiano ha preso 4 e mezzo, ma che doveva restare fra me e lei. E invece…”
“E invece lei ha detto tutto alla famiglia di Bruno, vero?”
“Stamattina l’ha chiamata la madre di Bruno. Il ragazzo ha preso la pistola del padre, si è chiuso in camera, e ha minacciato di… Si rischia una tragedia. E adesso? Cosa faccio? Che stupida sono stata.”
Sta per scoppiare in lacrime, la tensione è intollerabile. Poi riprende a fatica.
“Senti, sono nel panico, è un peso troppo grande da sopportare. Ho deciso che lo presenterò con 6-. In matematica com’è andato?”
Le dico la verità: “Non ho visto grandi progressi, mi pare che non abbia studiato. E anche durante l’anno ha fatto davvero poco, con la sua formidabile capacità di sottrarsi alle prove, ben coperto dai genitori. E che dire del padre? Quando viene al ricevimento piazza ostentatamente sul tavolo il tefonino, come per dire: lei non se lo può permettere, io sì. Anche a essere benevoli ha fatto un esame da 5”
“5! Noo! E adesso come facciamo?”
Ore 11,15 – Sta per cominciare lo scrutinio di 2B. Non ho molto tempo per riflettere. Devo decidere, e devo decidere in fretta.
E davvero in fretta viene il turno di Bruno; Lorena è davvero irriconoscibile. Mascherando una tensione insopportabile, riesce a dire: “Bruno fatica ancora un po’ ma è arrivato a 6-. Per me può farcela”. La palla passa a me. Non ho intenzione di metterla nei guai né, soprattutto, di provocare una tragedia. “Il compito di matematica è da 6-, anche se restano lacune”.
Sospiro di sollievo di Lorena. “Scusate, devo uscire un attimo”. Ho visto che ha cercato nella borsetta un gettone ed esce con una gran fretta. Nel frattempo, scriviamo e firmiamo il verbale. Tutti promossi in 2B.
Lorena rientra, è rinfrancata, sembra rinata, quasi euforica. “Lorena”, le dico dopo che mi ha ringraziato “ovviamente non he parlerò con nessuno. Resterà un segreto”. E aggiungo scherzosamente, per allentare la tensione: “Almeno fino al 2000 o al 2010...”
Ore 11,50 – È arrivato finalmente Fulvio e inizia lo scrutinio di 1A. Anch’io mi sento un po’ sollevato, ma non mi abbandona un senso di frustrazione. Ci sono 6 studenti, e l’ultimo in ordine alfabetico è Aldo. È arrivato alla scuola superiore con una preparazione incompleta, e ha fatto molta fatica specialmente nei primi mesi. Non è arrivato alla sufficienza, ma ce l’ha messa tutta: fa i compiti a casa, si presenta nei giorni di interrogazione. Anche la madre al ricevimento è sempre stata corretta, interessata al profitto ma anche al comportamento e al rispetto delle regole. Ho (abbiamo) cercato di sostenerlo durante l’anno ma purtroppo le lacune precedenti hanno compromesso i risultati. Nella mia materia la media a giugno era ancora 4 e mezzo. L’ho rimandato per il suo bene: affrontare il secondo anno con tante lacune significava mandarlo allo sbaraglio. All’esame di riparazione ha fatto qualche progresso ma il compito, obiettivamente, non va oltre il 5. Peccato.
Peccato? Non ho ancora scritto a penna il giudizio e il voto. Nelle altre materie ha preso un 6 e un 5. Rapidamente cambio i giudizi a matita e gli metto 6, senza tentennamenti. Una decisione drastica ma non sofferta. A questo punto ha due 6 e un 5. Si apre la discussione. C’è chi propone la bocciatura (gli è rimasto un 5), ma lo difendo con le unghie e con i denti, portando fra gli elementi a favore l’impegno e la serietà. E aggiungo: “Vorrei poter dire lo stesso di tutti”. Alla fine, anche Aldo viene promosso. Esco da questo scrutinio sollevato, come Lorena mezz’ora fa.
Ore 12,20. Fulvio sta tornando a casa. Farà riparare la gomma la prossima settimana, perché domani è sabato. Come all’andata, la campagna gli sembra bellissima. E anche lo scrutinio è filato liscio.
Ore 12,30. Arrivo a casa; mia moglie mi vede un po’ scosso: qualcosa non è andato bene? “No, no, tutto a posto”.
In questi anni mi è capitato di ripensare a quella vicenda. Aldo non saprà mai come sono andate le cose. A cosa deve la sua promozione?
Ad uno sventurato studente di 2B che nemmeno conosce?
A Lorena che ha cercato di rimediare a un attimo di debolezza?
Forse a quel chiodo, che ha bucato una gomma della vecchia 128. Senza l’inversione nell’ordine degli scrutini, avrei cominciato la 1A ignaro di tutto, e con un 6 e due 5 difficilmente ce l’avrebbe fatta.
E ripenso alle parole che ho detto a Lorena: “Non ne parlerò con nessuno. Chissà, forse dopo il 2000, forse dopo il 2010”
Forse nel 2025…
Non ho notizie certe di Bruno. Mi dicono che è un agente di borsa, una carriera da broker, esperto di criptovalute e di investimenti ad alto rischio. Pare che sia stato coinvolto in diverse indagini ma, in un modo o nell’altro, se l’è sempre cavata.
Ogni tanto vedo Aldo: ha superato, dopo alcune inevitabili difficoltà, gli studi superiori, ha fatto Ingegneria e adesso guida un gruppo che sviluppa programmi di intelligenza artificiale. Sono contento. E orgoglioso di questi risultati, ottenuti grazie alla sua tenacia… e forse grazie a un chiodo.
IL RISCATTO
C’è sempre una possibilità...giocatela fino in fondo
Per quelli della mia generazione le fasi della vita erano scandite da intervalli ben precisi.
Per esempio, nascevi neonata proprio come adesso, uguale….poi fino a 9-10 anni eri bambina, ma non come adesso, eri proprio bambina bambina, con la purezza e l’ingenuità dei bambini .
L’adolescenza durava fino verso i 14 anni e te la dovevi sbrigare da sola perchè nessuno aveva tempo per occuparsi dei problemi di quell’età….poi improvvisamente a 15 anni, eccoti ragazza a pieno titolo e allora avevi il permesso di. indossare le calze velate, le prime scarpe con i tacchi e di andare a ballare, nelle feste in casa degli amici o nelle balere che tenevano aperto la domenica pomeriggio.
Questo importante passaggio coincideva con l’inizio delle scuole superiori per le più fortunate e per molte altre della mia generazione con l’entrata in fabbrica.
Se avevi la fortuna di frequentare le scuole superiori, come capitò a me, che avevo due genitori illuminati, e nonostante le nostre modeste condizioni economiche, scelsero quella strada, cominciavi a scoprire la città e ad assaporare i primi momenti di libertà.
Iniziai quell’anno, era il 1966, la prima magistrale.all’ Istituto Carlo Sigonio di Modena
Non avevo ancora 15 anni ero quindi nel periodo a cavallo tra l’adolescenza e la giovinezza quando l’instabilità dell’umore è al massimo e, un giorno sei alle stelle e un giorno sotto terra. Sei lunatica e in certi momenti riesci ad essere cosi antipatica, che tu stessa ti meravigli.
Quello era stato un anno più o meno cosi. Faticoso, con molti alti e bassi ..
A scuola,il primo trimestre fu un piccolo disastro poi pian piano cominciò la risalita e verso la fine dell’anno scolastico avevo recuperato tutte le materie tranne la matematica ancora in bilico tra il cinque e il sei.
Quel mattino salii sul pullman che mi avrebbe portato a Modena ed ero piena di ansie, perchè c’era l’ultima verifica di matematica e io avevo il terrore di affrontare quella prova. Se fosse andata bene sarei stata promossa , in caso contrario sarei stata rimandata. E non mi sembrava una differenza trascurabile.
Con alcune delle mie compagne facemmo il viaggio insieme, con altre ci incontrammo in stazione delle corriere, eravamo tutte nelle stesse condizioni e accomunate dalla paura di affrontare quella prova decisiva. Era necessario studiare un piano. “ Facciamo cabò, se non ci presentiamo forse il prof ci farà recuperare con una interrogazione e tutto sarà più facile”disse Annina .
L’idea geniale di Annina fu apprezzata da tutte, almeno all’inizio.
Ci incamminammo verso il centro della città e intanto si discuteva sul da farsi convinte che stavamo facendo la cosa giusta. Io come al solito ero la più silenziosa. Troppi dubbi, troppe perplessità e anche una buona dose di paura. Non ero mai stata fuori da scuola , non avrei saputo come giustificarlo a mio padre che certamente non avrebbe capito, e di conseguenza non avrebbe approvato... che casino! Fu cosi che, intanto che le mie amiche parlavano, il dubbio saliva sempre più forte nella mia testa .
Arrivate davanti al Duomo , mi staccai veloce dal gruppo, entrai, mi fermai dinanzi al primo altare, accesi una candela e uscii di corsa. Che opportunista … ma a volte la disperazione e la paura ti fanno fare gesti inconsulti. Raggiunto di nuovo il gruppo delle mie amiche, trovai il coraggio di dire loro che io sarei comunque entrata .“ Mi dispiace ragazze, non me la sento, non mi attento” Nessuna replicò, ma intuii dai loro sguardi che si sentivano tradite, come se avessi violato un patto già stabilito.
Continuai da sola la strada Camminavo in fretta a testa bassa e avrei voluto essere invisibile al mondo intero, Quando varcai il portone del vecchio palazzo dove aveva sede la scuola, il mio cuore andava a mille, ma ormai era fatta, avevo deciso, mi sarei giocata l’ultima carta fino in fondo.
Il prof di matematica, entrò in classe con la cartella in una mano e il registro sotto il braccio.
Fece l’appello. C’erano parecchie alunne assenti quel giorno, “Tutte più coraggiose di me”, pensai … Poi ci dettò il compito e io continuavo ad avere una paura pazzesca e non riuscivo a calmarmi” Concentrati “ mi ripetevo, ma niente... Solo quando cominciai a scorrere gli esercizi, mi accorsi che erano più facili di quanto mi aspettassi. Li feci tutti alla perfezione, presi un bel voto e riuscii a rimediare l’insufficienza. Quell’omino basso, panciuto, sempre cupo e accigliato, che a me sembrava già vecchio anche se aveva poco più di quaranta anni, era stato inaspettatamente generoso.
Fui promossa a giugno con mia grande gioia. La mia irremovibile ostinazione mi aveva ripagato e forse anche la candela aveva fatto la sua parte. Mi rimaneva solo il rimorso del tradimento, ma le amiche, si sa, se sono vere amiche, sanno sempre capire e perdonare.
Dopo pochi mesi avrei compiuto 15 anni e sarei diventata “ragazza” a pieno titolo, ma avrei continuato ad aver paura a fare “Cabò.
Le trasgressioni mi hanno sempre intimorito e a volte penso di essermi persa qualche brivido divertente. Che dite sono ancora in tempo per rimediare? non vorrei passare per una troppo noiosa.
LA FATINA AZZURRA
Nel programma di studi della terza o quarta dell’Istituto Tecnico avevamo un’ora di diritto, non era una disciplina fondamentale ma, a differenza di insegnanti di altre materie, con cui trascorrevamo parecchio tempo e con i quali era pertanto possibile un rapporto più stretto, anche se non sempre positivo, ricordo LEI come la persona che tanto mi ha fatto riflettere sui pregiudizi.
Era molto anziana, vestiva in modo elegante ma fuori moda, ricordo ancora le scarpe in pitone o coccodrillo con una piccola borsa abbinata, in inverno la pelliccia, sempre un cappellino, i capelli con una tonalità azzurra da cui il soprannome “fatina azzurra”. Per ragazze di quell’età, che davano parecchia importanza all’aspetto fisico, non era certamente un modello da imitare. Quando avevamo l’ora di diritto, nel pomeriggio, mentre si faceva qualche esercizio si appisolava. Diciamo che, pur non permettendoci di ironizzare, la vedevamo con gli occhi della nostra giovinezza e devo dire che anche le sue lezioni non mi e non ci appassionavano particolarmente.
Eppure un giorno, mentre ci illustrava le Disposizioni finali della nostra Costituzione, in cui si vietava la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista, qualcuna chiese spiegazioni per quell’esclusione che sembrava un controsenso in un paese a sistema democratico. Ne scaturì allora una lezione appassionata, ci fornì spiegazioni chiare sulle leggi razziali, ci comunicò che essendo ebrea Le erano stati confiscati i beni, e solo grazie all’aiuto di amici era riuscita a scampare alla deportazione, mentre il marito fu ucciso dai nazifascisti a Genova.
Solo alla fine della guerra si dedicò all’insegnamento. Per una persona di oltre cinquant’anni, e per quei tempi erano tanti, che era vissuta nell’agiatezza, fu senz’altro una scelta obbligata e non facile. Per capire qual’era il Suo ambiente si consideri che, quando fu eletto Presidente della Repubblica Antonio Segni, portò in classe una fotografia di un gruppo di studenti universitari sassaresi dove riconoscemmo entrambi.
Cominciai allora a guardarLa con occhi diversi, non più la fatina azzurra ma una donna che con dignità aveva iniziato un’attività lavorativa, una donna che aveva tanto sofferto e che aveva cercato di superare le umiliazioni subite. La sua storia mi spinse a letture che fino ad allora erano per me impensabili, volevo capire perché erano potute succedere cose così spaventose. Sapevo già dei campi di concentramento ma non avevo mai sentito parlare dei campi di sterminio, né delle leggi razziali. Non mi capacitavo del perché tutto questo fosse stato accettato dalla maggioranza della popolazione. Affrontai con fatica testi complessi e, non avendo nessuna guida, anche in modo disordinato. Poi nel libro di Ruggero Zangrandi “Il lungo viaggio attraverso il fascismo” trovai alcune risposte di tipo politico e compresi le scelte dei giovani, ma non riuscivo ancora a capire perché la “gente” adulta non si fosse ribellata di fronte a sorprusi perpetrati nei confronti dei propri simili, non sconosciuti ma vicini di casa o di lavoro con i quali aveva avuto anche rapporti di amicizia. La lettura di quel testo mi ha fatto inoltre capire quanto costa la coerenza. Alcune personalità di rilievo rinunciarono alle proprie idee per opportunismo. Conformismi e pregiudizi avevano consentito che tutto ciò avvenisse: soprattutto, anche se non solo, la mancanza di un’ informazione libera aveva coinvolto giovani che successivamente si schierarono contro. Altre letture mi hanno infatti permesso di comprendere che molti dei pregiudizi, che portarono a queste situazioni, non nacquero in quel periodo, ma erano derivati dai secoli precedenti. Si pensi ai pogrom nei paesi dell’est europeo, alle persecuzioni subite dagli armeni, alle violenze verso i diversi.
Recentemente seguendo il programma di Giovanni Minoli “La storia siamo noi”, in una puntata in cui si parlava della gioventù hitleriana, il vedere quelle ragazze belle, atletiche, impegnate in saggi ginnici, che partecipavano a vacanze di gruppo, rappresentate come il meglio della gioventù ariana, mi resi conto che in quel contesto anch’io avrei potuto voler far parte di quel gruppo, così vivo e gioioso. E questo mi spaventò. Ora penso che le conoscenze acquisite, grazie anche a Lei, mi abbiano aiutato come insegnante ad accettare nella scuola l’inserimento di ragazzi nomadi e di provenienza straniera, ed a fare molta attenzione a fatti di cronaca che coinvolgono le minoranze (il caso dei rom a Opera, la sistematica indicazione della nazione di provenienza in caso di reati più o meno gravi), per non cadere nei pregiudizi e nella tolleranza, intesa come capacità di sopportare ciò che è o potrebbe rivelarsi sgradevole o dannoso anziché come atteggiamento di accettazione e di rispetto verso idee, opinioni, religioni diverse dalle proprie.


