IL RAGAZZO CON LA CAMICIA A FIORI
Cammino verso di te. Osservo gli altri. Non ti vedranno da tempo. Come me.
Avranno letto il tuo nome. Di sfuggita. Increduli. Un passo indietro. Riletto. Sei proprio tu.
E allora eccoli qui. Accorsi a salutarti. Ne riconosco alcuni. Ogni volto un ricordo. E tu ci sei sempre.
Il tuo sguardo. Il tuo sorriso. La tua camicia a fiori.
Ascoltavi sempre musica. Suonavi la batteria in un gruppo. Eri un casinista.
Ci sembravi grande. Avevi un anno in più di noi. Una cambio di indirizzo. Ti abbiamo vinto in seconda. Ti abbiamo amato subito.
C’eri tu quando una pallina da ping-pong partì in moto parabolico dalla finestra del liceo. Attraversò il cortile. Finì in casa della dirimpettaia. Dritta in pentola. Uno schizzo di minestra sul viso. Due urla. Una risata. La tua. Quella degli amici. E di tutta la scuola. Per anni.
Sorrido anche adesso. Non è il luogo adatto. O forse si. È un luogo tuo. Anche questo. Come gli altri. L’ultimo.
C’eri tu quando ideammo il Progetto Abete. La nostra classe. Sempre pioniera.
Raccogliemmo e inviammo ad un vivaio gli abeti dismessi dopo Natale. Destinati a morire in angoli di giardini sterili. Ci proponemmo in una televisione locale. Tutti noi. Con l’insegnante di scienze. Parlasti tu al microfono. E dopo il progetto presentasti le tre braccia in gesso di tre compagne infortunate. Esiti di un partita di pallavolo a scuola.
È difficile non sorridere. Perfino qui. Nella tua camera ardente.
C’eri tu quando tinteggiammo le pareti sporche dell’aula. Ottenemmo il permesso dal preside. La vice, nonché nostra insegnante di lettere, venne a sorvegliarci. Era un mercoledì pomeriggio. Scegliesti tu il colore. Verde pisello. Il nostro mestolo fu il tuo braccio destro. Cantammo tutto il pomeriggio. Altre classi ci imitarono. Gli alunni del Fanti ridipinsero la scuola. Finimmo sul giornale anche allora.
Risento la tua bella voce stentorea. Come non avessi mai smesso di cantare.
C’eri tu quando istituimmo la Repubblica Romana. Eleggemmo i due consoli. Tu eri il Censor. Io lo Scriba. E scrissi e descrissi tutto. Rigorosamente in latino. Ogni proposta o reclamo del popolo. Atti politici. Campagne militari. Poi un soldato tentò di assumere il potere. Farsi nominare Dux.
Strappare gli scritti allo scriba. Ma ristabilimmo lo stato di diritto. SPQR. Per sempre.
Tra la folla dei visitatori incrocio gli occhi di tua madre.
C’eri tu quando in gita a Roma fummo L’Armata Brancaleone. L’insegnate di matematica filmò le nostre imprese. E il sonno della vittoria in pullman sulla strada del ritorno. Dormivi appoggiato al tavolino. Si vedevano soltanto i tuoi ricci biondi. Ti coprivano interamente gli occhi.
Tua madre mi riconosce. Non posso più nascondermi. Occultare il temporale che ho dentro .
C’eri tu. C’eri sempre. Nei ricordi più belli. Col tuo spirito ribelle. La battuta pronta. La camicia a fiori. Non è colpa mia. Le sceglie mia madre!
Poi un giorno non ci sei stato più.
Le tue assenze si fecero lunghe. Non c’erano gli attuali canali comunicativi. Ti telefonammo a casa. Non rispondeva nessuno.
Gli insegnanti erano evasivi. Evitavano l’argomento. Nascondevano qualcosa.
Ma il tuo banco vuoto ci poneva interrogativi.
Una mattina l’insegnante di lettere ci disse tutto.
Avverto ancora il taglio di quelle parole.
Iniziammo a farci domande. Non c’era internet. Non era immediato fare ricerche.
Ne parlai coi medici AVIS . Facevo la collaboratrice volontaria.
Un mio compagno ha un linfoma. Potrebbe morire?
Poi però non sei morto. Non allora. Anzi. Un bel giorno ti presentasti a scuola.
Camicia a fiori. Magro. Pallido. Con le occhiaie. Capelli radi. Cortissimi. Una cuffia di cotone.
È stata dura. Però adesso sto bene.
Con tanta fatica fosti anche tu assieme a noi alla maturità.
Poi ti ho perso per anni.
Ciao! Mi ricordo di te. Avevi i capelli lunghi al liceo. Ho una foto di classe . Ce l’ho appesa al frigo. ..
La foto di terza. Con l’insegnante di ginnastica. Io ce l’ho in camera a casa dei miei genitori.
Tua madre mi racconta vent’anni. Il trasferimento in altra regione. Il matrimonio. Il lavoro nell’azienda della famiglia di tua moglie.
Stavi bene. Eri felice. Eri tu.
Arriva una ragazza. Capelli rossi. Occhi chiari. Sembra irlandese. Invece è italiana. È lei. Sono la prima persona che tua madre le presenta. Mi abbraccia come se ci conoscessimo da sempre. Ha un grande contegno. Discreto. Dignitoso. Tranquillo.
Ti riconosco sai? Ho una foto di classe. Ce l’ho appesa al frigo…
Mi racconta anche lei quei vent’anni. Eri cambiato. La malattia ti aveva segnato. Nuove consapevolezze. La fragilità della vita. L’incertezza del futuro. La paura.
Poi la dispnea. Sarà nulla. Una bronchite. Una scemenza.
Ora sono un medico anch’io. Non ho bisogno di chiedere. Cosa sia un mesotelioma pleurico. E se si possa morire per questo.
Il mesotelioma è nato nella regione in cui è stato irradiato il linfoma. Come spesso accade. Un tumore chiama un altro tumore. Anni dopo. In silenzio. Quando si sta bene. Le tue ansie. I tuoi malumori. Trovarono una risposta.
Abbiamo fatto di tutto. Siamo stati ovunque. Un giorno ho fatto La Spezia Milano due volte per consegnare i vetrini . La strada scorreva. Il tempo passava. Mi sentivo le ali ai piedi. Avrei fatto anche altro se fosse servito. Un ricciolo rosso incrocia una lacrima. E invece. Invece no. Non è servito.
Ci voltiamo a guardarti. Mi avvicino a te in mezzo a loro. Tua madre. Tua moglie. Finalmente ti vedo. Non sei cambiato. Una rosa tra le mani. Il ciuffo biondo sulla fronte. Mi sembri sorridere. Sento ancora la tua voce. E intravedo sotto alla giacca nera una camicia a fiori.
