A GH’E’ ‘NA NEBIA …

“A gh-è ‘na fumàna acsè fésa, ch’a s-egh pôl pugēr la bicicláta”, c’è una nebbia così fitta che vi si può appoggiare la bicicletta. A quei tempi era così: la nebbia era densa e a volte, sulle strade, il passeggero di un’automobile scendeva e faceva strada al conducente camminando davanti all’auto. Naturalmente le automobili di allora erano piccole scatolette metalliche senza aria ventilata e condizionatore, i cristalli erano di dimensioni ridotte. Lo zio Walter, chiamato il Cicin, sulla sua Fiat Topolino, nella brutta stagione, passava periodicamente uno straccio sul parabrezza interno per togliere la spessa condensa. Adesso è la memoria ad annebbiarsi, e quei tempi emergono dal mare di nebbia come piccoli iceberg che nascondono tanti altri momenti della mia vita. I ricordi sono soprattutto emozioni, il dialetto modenese è sicuramente l’elemento scatenante dei miei ricordi e quindi delle suggestioni. Nella mia culla arrivavano i suoni del dialetto, la mia lingua madre, la lingua dei miei genitori che si è sempre mantenuta fra loro, ma si è persa nei nostri dialoghi. Il dialetto era la lingua dei poveri, di cui vergognarsi un po’ perché segnava l’impossibilità di un riscatto sociale. Dopo il primo giorno di scuola, in famiglia, il dialetto è stato sostituito dalla lingua nazionale, rimanevano le imprecazioni, qualche bestemmia e gli scambi esclusivi fra moglie e marito.
A scuola non volevo andare, preferivo restare con la nonna Desolina, c’erano tante cose da imparare: tirare la sfoglia, tagliare la polenta con un filo, tirare il collo della gallina e spennarla. Che stupore vedere bruciare, sul fornello della cucina, gli “spuntoni” delle penne rimasti nella pelle della gallina e quanto era sgradevole quell’odore, oppure scoprire fra le interiora le uova che si stavano formando o il “magone” che ce lo saremmo litigati a pranzo.
-A scuola non ci voglio andare! Confesso, ma non fatelo sapere ai miei genitori di aver simulato alcuni mal di pancia per evitare la scuola e dovevo essere abbastanza bravo a fingere perché alcune mattine le passavo nella sala d’attesa del dottor Crocellà. Però a scuola ci andavano tutti e forse con gli altri ragazzi ci si poteva anche divertire. In casa, il messaggio che arrivava era un po’ diverso – A scuola devi comportarti bene, soprattutto i primi giorni, perché la maestra si farà subito un’opinione sul tuo conto e se pensa che sei un buon a nulla, lo penserà per sempre! – Va bene, a scuola ci vado, ma ve la faccio pagare. Il primo giorno di scuola, nel cortile, prima dell’ingresso, mi voltai verso la mamma e accennai ad un contenuto “ mescolino”. L’anno successivo prima di partire per la colonia comunale di Gatteo a Mare usai la stessa tecnica. Ancora oggi Leda mi descrive il disagio e il dispiacere che aveva provato in quei momenti, ma che ci posso fare, a quei tempi ci si nutriva di pane e senso di colpa.
Fin dai primi giorni la mia impressione sulla scuola era ottima, femmine e maschi tutti in grembiule nero con, rispettivamente, un fiocco rosa o azzurro sotto il colletto bianco. A me piaceva, l’abbigliamento ci rendeva tutti simili, in terza classe la maestra, per stimolare la competizione, avrebbe aggiunto sul grembiule dei più meritevoli un nastrino colorato. I libri, i quaderni, la gomma e la matita avevano un buon odore di nuovo, iniziava una grande avventura. Mi piaceva disegnare le cornici sui bordi del foglio, riempirlo di aste e lettere all’infinito e poi la grande emozione quando le lettere unendosi diventavano sillabe e successivamente parole: c-a-n-e, ca-ne, cane! Le parole si legavano fra loro e diventavano un fiume, si era aperta una porta. Ricordo ancora la soddisfazione e lo stupore di quel momento: -Il cervello è più esteso del Cielo …serve un poeta per descrivere l’animo umano.
Però, ad essere sincero, il vero motivo che mi spingeva a continuare con la scuola era sempre e solo lei: la maestra. Bellissima! Un sorriso radioso che ci accoglieva tutte le mattine, Il ricordo di lei è indelebilmente fissato nella fotografia della classe: l’acconciatura curata, il viso giovane e il grembiule bluette. Quel giorno, la maestra compì un gesto che ancora oggi mi fa compagnia: mentre ci stavamo preparando per uscire nel cortile per la fotografia, la maestra con pochi e rapidi movimenti sistemò le sue calze velate abbottonandole al reggicalze, a quei tempi si usava. Anche lei come la zia, come tutte le donne, come tutte. Questo mi colpì molto, La maestra non era di un altro mondo, nonostante fosse bellissima. La scuola mi piaceva, ma ero soprattutto attratto dall’edificio scolastico, una costruzione, come tante, probabilmente degli anni trenta, con un basso seminterrato, accessibile solo dal cortile spostando un’inferriata mobile. Quel luogo era magico ed era meta delle avventure mie e dei compagni di classe. Un giorno, una notizia si diffuse fra di noi: nel seminterrato è stato trovato un gatto morto. Che fare? Troppo interessante la notizia per non andare sul posto a verificare, ma soprattutto per vedere con i propri occhi…la morte. Non potevamo farlo durante l’orario normale, ci era proibito infilarci in quell’angusto ambiente, ma più il tempo passava e più la curiosità ci spingeva all’esplorazione. Il doposcuola sarebbe arrivato qualche anno dopo, in quei tempi, nel pomeriggio, la scuola era normalmente deserta. Con uno sparuto gruppetto di amici, dopo esserci armati di legni e tondini in acciaio rubati in un cantiere edile, ci avvicinammo al recinto della scuola. La rete metallica era fissata malamente, bastava sollevare il lato basso e infilarsi nel cortile della scuola. L’inferriata del seminterrato si aprì con uno strappo deciso, in pochi istanti scivolammo nello scantinato della scuola per trovarci di fronte ad una piccola informe pelliccia di colore bianco e nero. Non sembrava un gatto, ma la puzza era insopportabile, Maurizio allungò il bastone per muovere il povero animale, ma qualcuno urlò di star fermo perché lo spirito del gatto avrebbe potuto farci del male. Uscimmo da quel buco un po’ impauriti e anche delusi, ritornammo sul punto dove era possibile attraversare il recinto. Mentre passavamo dal cortile posteriore notammo una catasta di strani mobili azzurrini, tutti uguali fra loro: antichi banchi di scuola, una panca a due posti e il piano di scrittura obliquo con un incavo lungo per pennini e matite e lo spazio tondo per il calamaio. Non assomigliavano per niente ai nostri banchi in formica, non avevano la leggerezza delle nostre seggiole, erano diversi, avevano un odore, sapevano di qualcosa. Il giorno seguente, durante l’intervallo, ritornai nel cortile posteriore, ma i vecchi banchi scolastici non erano più al loro posto. Quella storia era finita per sempre, chissà quale sarà stato il loro destino. Restava, nella mia memoria, solo un piccolo iceberg , una breve emozione, ma quei banchi vibravano di storia, della vita di tanta umanità, poi solo nebbia, una fitta e densa nebbia.

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