IMPATTO!
(Cronaca molto ironica di un primo giorno di scuola)
La Grande Avventura iniziò un solare mattino di settembre davanti all’Istituto Tecnico per Geometri “Guarino Guarini” di Modena.
Oggi, avvezzo a cose ben peggiori di una scuola, è per me molto difficile resuscitare lo stato d’animo di quei giorni d’esordio, durante i quali tutto era nuovo ed inquietante. L’ambiente circostante per primo: una campagna incontaminata in perfetto stile da college inglese! Era lo scenario più adatto ad ospitare ogni altra novità: nuove regole di condotta che presto si sarebbero imposte come le uniche valide… i professori, sconosciuti ed inarrivabili… la folla anonima di coetanei che, per quanto ne sapevo, celava in egual misura gli amici migliori e i più biechi avversari. Sopra ogni altra cosa, comunque, dominava l’Istituto: un vero Castello di Dracula, pronto ad ingoiare me e i miei compagni per cinque lunghi anni alla fine dei quali vomitarci fuori cambiati, diplomati, responsabili, in una parola… adulti!
Tutte le certezze erano alle spalle. La cara, vecchia scuola media, dall’atmosfera un po’ casereccia e i suoi bidelli brontoloni, non c’era più. I suoi professori, sempre un po’ complici e bonari (in quei momenti tutti gli insegnanti delle Medie erano bonari; ciò era necessario per poter soffrire!) non erano che un ricordo. E ancora: i compagni passati, forse più di gioco che di studio… gli ultimi giorni di scuola, dominati dal pensiero dell’esame, ma pure dall’estate ormai prossima… le vacanze ormai concluse, le più spensierate fino ad allora… Avrei potuto continuare ancora a lungo, ma ormai non c’era più tempo per le nostalgie: il gran (brutto) giorno, paventato e temuto, era arrivato. Adesso mi sarei guadagnato il pane contando solo su me stesso e senza tante storie: dietro quella porta, “tecnici qualificati” mi avrebbero trasformato in un serio professionista e, per diventarlo, mi avrebbero fatto sputare sangue e piangere amaro! Solo così, mi avevano garantito, mi sarei fatto le ossa in vista della ben peggiore jungla del lavoro. Insomma, per che altro mi sarei iscritto al Guarini? Per rimboccarmi le maniche e lavorare sodo!
Vista sotto questa luce, era un lager più che una scuola; d’altra parte, mi limitavo a rielaborare (con molta fantasia) ciò che ci avevano sempre ripetuto alle Medie. Naturalmente il quadro sugli anni a venire non era così dettagliato, ma le aspettative restavano comunque fosche. Forse, la cosa più dolorosa era dovere affrontare troppe novità tutte in una volta, senza nessuno che mi spalleggiasse. Del resto, questa è la vita, ma quel giorno almeno altre 15 persone accanto a me stavano provando i miei stessi patemi.
Alle 9,01 fummo tutti strappati alle nostre malinconie da un trillo che avremmo presto imparato a conoscere: la campanella di inizio lezione. Era la stessa che ne avrebbe segnato anche la fine se è per questo, ma in quel momento era del tutto irrilevante! Fummo presi in consegna da uno dei temuti “tecnici qualificati” dal volto di ghiaccio (un semplice addetto di segreteria). Lasciammo il cortile pieno di sole (che ci ricordava fin troppo l’estate) e fummo introdotti nella penombra dell’atrio. Senza fermarci ci inoltrammo all’interno, in direzione dell’Aula Magna dove avrebbe avuto luogo il discorso della preside (si badi bene: non il “discorso di benvenuto”, ma un ben più formale “Discorso d’Inaugurazione del Ciclo di Studi”! Della serie: quando anche le parole ti schiacciano!). Attraversammo corridoi su cui si affacciavano gli uffici di segreteria, le postazioni dei “collaboratori scolastici” (non osavamo chiamarli bidelli!) e i locali di presidenza. Ben presto raggiungemmo le scale che portavano nel seminterrato, dov’era situata la nostra meta. Ora, già il fatto di scendere in un seminterrato per giungere ad una cosa roboante come “un’Aula Magna” dovrebbe far sorgere qualche dubbio. D’altra parte tali considerazioni nascono da uno spirito smaliziato e indurito, non certo da teneri primini! Discese le scale, marciammo rapidi e disciplinati fino alla soglia della “solenne” Aula Magna.
È doveroso chiarire un punto: quella che, con millantata vanteria, veniva chiamata “Aula Magna”, era in realtà una banale palestra interna. Sarebbe rimasta famosa per la fila di colonne che separava un quarto del locale e per il soffitto alto poco più di 3 metri, rovinando totalmente ogni partita di pallavolo, basket o calcio ivi disputata. Eppure, quel primo giorno si presentò ai nostri occhi come una vera sala conferenze, pratica e funzionale. Dinanzi a noi si paravano evidenti i risultati cui saremmo arrivati con la dura preparazione che ci attendeva!
Parecchio intimoriti, prendemmo posto in silenzio su sobrie sedie spartane (leggasi: vecchie e scomode!). Volgemmo lo sguardo alla cattedra, nella speranza di trovare almeno un’espressione rassicurante nella nuova preside. Macché! Un volto arcigno, corrugato e severo ci tolse ogni illusione residua. Ricordo molto bene le parole d’esordio, dure come acciaio e pesanti come pietre: “Ragazzi, benvenuti! Voglio che ricordiate subito una cosa: le Superiori sono un MURO! Per superare questo muro dovrete SUDARE e non aspettatevi sconti, perché qui non siete più alle Medie! Al Guarini vi metterete sotto da subito, altrimenti non ne verrete mai fuori. E se qualcuno ha scelto questa scuola convinto di vivere di rendita, be’, ha fatto un grosso errore: farebbe meglio ad alzarsi ed uscire da quella porta. ORA!”
Il discorso di “benvenuto” non durò molto, giusto quei 15-20 minuti necessari a demolirci per benino, senza certo scordare il gran finale: un minaccioso augurio di buon lavoro! La terribile preside prese poi a chiamarci uno per uno, per formare le classi. Fu così che, ancora sconvolti, scoprimmo di essere finiti in 16 persone nella allora “IªG – Corso Sperimentale Informatico”. Fummo presi in consegna da colei che si sarebbe rivelata una severa prof. di Lettere del biennio. Mai ci parve così gentile come quel giorno, quando ancora non avevamo incontrato alcun volto amico! Con la coda tra le gambe, risalimmo mesti a piano terra e prendemmo posto in un’aula, presso un misterioso “Laboratorio di Fisica”.
Una volta sistemati, volli dare un’occhiata agli altri “compagni di trincea” (perché quella sarebbe stata certo una guerra, lunga 5 anni!). La vista non fu molto confortante! La prima persona che notai fu un grottesco tipo con la striscia di capelli punk in testa: era di Rubiera. Accanto sedeva un massiccio ragazzone dallo sguardo alienato: il futuro “Boia” di classe inquietava già allora! Erano pure presenti tre elementi strani: il primo, un dinoccolato spilungone dall’aria intontita (il Gatto!); gli altri due, minuti e magrolini, con occhi furbi e mobilissimi (le Volpi!). Cinque bestioni, alti come torri, svettavano dagli ultimi banchi, mentre più in là un irriverente Teddy Boy in maglietta sosteneva fieramente il mio sguardo. In prima fila sedeva un antipatico tipetto, pieno di soldi e pretese, che si era presentato quel giorno (e non sarebbe stato l’ultimo!) griffato da capo a piedi. A fianco, stava il futuro “Macho Man” di classe: faceva colazione con Coca-Cola e bacon, seguiva solo “Ken il guerriero” alla TV e aveva il sacro culto della palestra. Eppure si sarebbe rivelato uno dei migliori grazie al suo istinto matematico! Se “Macho Man” usava l’istinto per eccellere, la vera Intelligenza Artificiale era un altro ragazzo, compìto e posato, dall’aria un po’ da ingegnere: in cinque anni avrebbe registrato ogni lezione, scomposta in codice binario e archiviata nel disco fisso che aveva in testa! Solo uno mancava: un piccoletto di Nonantola che era assente quel giorno per appendicite acuta. Si sarebbe unito a noi solo dopo due settimane, ma già attirava le prime disgrazie!
Eccole dunque: 15 persone in tutto, alle quali si aggiunge chi scrive che, perplesso, quel giorno si chiedeva con che soggetti era capitato e chi mai glielo aveva fatto fare di impegolarsi in un’avventura simile.
La formazione era completa. I motori erano caldi, la voglia di studiare poca, mentre di fronte avevamo cinque anni e una scuola da piegare alla nostra volontà. Con questo spirito, e malgrado il minaccioso benvenuto della preside, ci tuffammo nell’avventura: ORA eravamo al GUARINI!
