AL PRINCIPIO ERA UN GIOCO

Al principio, era un gioco. Anzi, era il mio gioco preferito: i quattro cantoni. Ci riunivamo durante la pausa mensa e giocavamo tra i grandi alberi, che ombreggiavano il cortile della scuola. Ero una bambina felice e lo sapevo. Spesso ero io a decidere il gioco da fare. La mia naturale socievolezza mi rendeva una compagna di giochi molto gradita, perché avevo sempre idee originali, adatte a tutti. Se qualcuno non amava il gioco proposto, ne cercavo un altro che ci mettesse d’accordo, oppure facevamo a turno. E ci divertivamo sempre, insieme.
Poi un giorno, per la prima volta, mi hanno esclusa, e io mi chiesi il perché.
La seconda volta mi permisero di giocare, ma Matteo mi spinse così forte da farmi cadere a terra. Capii che lo aveva fatto apposta non appena vidi il sorriso stampato sul suo viso.
La terza volta, quando cercai di giocare secondo le loro regole, strappai la sua maglietta, strattonandolo. Ricordo ancora il mio sgomento per quello che avevo fatto, seppur involontariamente. Da quel giorno smisi di giocare e Matteo ottenne quello che voleva.

In seguito, iniziarono a ridere di me. Matteo non c’era più, ma al suo posto c’era il gruppo. A volte ridevo anch’io con loro, per far capire che non mi interessava nulla delle prese in giro. Altre volte gli chiedevo di smetterla, ma loro iniziavano a ridere ancora più forte. Mi chiamavano Prosciutto, perché dicevano che le mie cosce sembravano dei prosciutti. Per dieci anni, ho sognato di potermele affettare via, quelle cosce.

Così smisi di essere una bambina socievole e diventai una ragazza introversa, silenziosa, riservata. Il mio obiettivo, in qualsiasi situazione mi trovassi, era non farmi notare, tenere un profilo basso. Se nessuno si accorge di te, non possono prenderti in giro. Quello era il pensiero che mi ripetevo costantemente, giorno dopo giorno, durante le scuole medie.
E con quel senso di inadeguatezza e intorpidimento emotivo, mi recai a scuola anche quella mattina di febbraio. Me ne stavo tranquilla al mio banco, intenta a scarabocchiare distrattamente senza farmi notare. Era giornata di interrogazioni di scienze: l’apparato riproduttore.
“Alessio e Giacomo smettetela subito! Non avete risposto decentemente a nessuna domanda e avete anche il coraggio di sghignazzare?” La prof.ssa Minetti non era certo nota per la sua pazienza. Era severa sì, e molto esigente, ma mai inopportuna. Pretendeva rispetto e, se rimproverava qualcuno, aveva sempre un buon motivo. “Sentiamo qualcuno altro… Sara! Dimmi qual è il ruolo dei testicoli, possibilmente senza fare la spiritosa”.
Io alzai la testa di scatto per la sorpresa. Non pensavo di dover stare attenta e non avevo capito la domanda.
“Allora? Non lo sai neanche tu?” si spazientì la professoressa. Tutti mi stavano fissando, sentii il rossore salirmi dal collo fino al viso. Ero pietrificata dal panico per la brutta figura che stavo facendo. A dispetto del mio fallimento sociale, a scuola ero molto brava e i professori erano orgogliosi di me. Ero già brutta e grassa, non volevo diventare anche stupida. “Mi può ripetere la domanda, per favore?” bisbigliai imbarazzata.
“Lasciamo perdere!” gridò la professoressa Minetti. “Devo metterti una nota, non è possibile che non riusciate a stare attenti neanche durante le interrogazioni. Un meno a tutti, siete solo dei bambini ignoranti.”

Ci rimasi molto male. Passai il resto della giornata a pensare che era stata colpa mia se la professoressa si era arrabbiata. Non era il brutto voto ad impensierirmi, ma la convinzione che anche un adulto – e non solo i miei coetanei – pensava che fossi inadeguata. E che qualsiasi cosa cercassi di fare per essere meritevole, non sarebbe servita a farmi accettare.
Così, con quell’ulteriore conferma alle mie insicurezze, tornai a scuola anche il giorno successivo, e quello dopo ancora. C’era di nuovo la professoressa Minetti quel venerdì mattina ed io ero attenta e preparata.
“Sara, dimmi qual è il ruolo dei testicoli nell’apparato riproduttore maschile.”
“I testicoli producono gli spermatozoi, le cellule che servono per la riproduzione, e il testosterone, l'ormone maschile fondamentale per lo sviluppo e la corretta funzione riproduttiva”.
“Molto bene, vedete ragazzi che si può rispondere anche senza ridere?”
Poi proseguimmo il resto della lezione andando avanti con il programma fino al suono della campanella. Era una bella giornata, così molti miei compagni si precipitarono in cortile per la ricreazione, mentre io rimasi in classe a ripassare per le materie successive, come facevo sempre.
La professoressa mi chiamò, chiedendomi di avvicinarmi alla cattedra.
“Devo chiederti scusa, Sara” mi disse guardandomi negli occhi. “L’altro giorno sono stata scortese senza motivo. Ero di cattivo umore, i tuoi compagni mi hanno fatta arrabbiare e me la sono presa con te.”
Io la fissai basita. “Non importa, non è successo niente” riuscii a rispondere.
“E invece importa, perché tu non hai fatto nulla di male e io ti ho mortificata davanti a tutta la classe. Non avrei dovuto farlo, quindi scusami”.

La semplicità con cui mi parlò, mi colpì profondamente. Fu un discorso come tanti, solo che quella conversazione di cinque minuti cambiò la mia prospettiva verso me stessa e la mia situazione. Il fatto che una persona adulta si scusasse con una tredicenne per un proprio errore mi rese consapevole degli altri, dei loro limiti e del loro potere su di me.
Capii che, come si era sbagliata lei, forse anche gli altri si sbagliavano. Solo che, al contrario della professoressa Minetti, non erano capaci di chiedere scusa.
Fino ad allora avevo creduto che, se qualcuno mi trattava male, il problema fossi io. Se ridevano di me, era perché c’era qualcosa di ridicolo in me. Se mi escludevano, era perché non meritavo di essere inclusa. Non avevo mai preso in considerazione l’idea che potessero semplicemente sbagliarsi.

Il cambiamento non fu immediato, certo. La paura di non essere accettata non svanì di colpo. Le insicurezze rimasero, così come la mia abitudine a tenere un profilo basso. Ma un seme dentro di me iniziò a germogliare. Quando venivo presa in giro o criticata, mi chiedevo: e se si sbagliassero?
Se il problema non fosse mai stato nelle mie cosce, nei miei vestiti, nel mio modo di parlare o di correre? Se il vero problema fosse la loro insicurezza, il loro bisogno di sminuire gli altri per sentirsi migliori? Dopotutto, sentirci migliori non è quello che auspichiamo tutti? Solo che alcuni lo fanno ammettendo i propri errori, mentre c’è chi preferisce inventare difetti negli altri, pur di non guardare in faccia i propri.

Così, pian piano, smisi di sentirmi inferiore. All’inizio era un pensiero piccolo, fragile, ma mi bastava per andare avanti e col tempo, quel pensiero divenne una certezza: io non ero sbagliata. Negli anni, c’è stato chi ha provato a farmelo credere e ancora oggi qualcuno riesce a farmi dubitare, a volte. Ma ho scelto di non lasciare più che siano gli altri a definire il mio valore. Quel potere, adesso, è solo mio.


IL PRIMO ESAME

Il treno rallenta. Sono arrivata, questa è la mia fermata. Scendo dal treno e mi trovo immersa nel brulicare incessante di persone. I chiaroscuri, creati dalla luce che filtra dalla pensilina, disegnano ombre sui passeggeri che distratti si avvicendano. Nell'aria gli odori dolciastri dei bar si mescolano con l’odore dal sentore metallico, acre, dei ferodi dei freni dei convogli. In mezzo a questa sinfonia di stimoli, sento il cuore battere più forte, un ritmo accelerato dall'emozione e dalla consapevolezza di ciò che sto per affrontare.
Seguo il flusso dei ragazzi con lo zaino in spalla. L’aria frizzante di questa mattina di novembre, illuminata da un sole quasi primaverile, mi accarezza il viso mentre mi lascio trascinare dall'onda di giovinezza. Li osservo, così freschi e apparentemente sicuri di sé, diretti verso quello che per molti di loro è un naturale proseguimento del percorso. Per me, invece, è un audace salto nel passato. Questa notte non ho dormito affatto. La mia mente era un vulcano in eruzione di nozioni e formule che fluivano senza tregua. Analizzavo logaritmi, immaginavo ascisse e ordinate sulle quali rappresentare gli studi di funzioni. Era quasi una nenia, un modo per esorcizzare l’ansia, per convincermi che tutto quel che avevo faticosamente appreso fosse ancora lì, ben saldo nella memoria.
Per tutto il viaggio un turbine di domande si è affollato nella mia testa, un dialogo interiore incessante tra la guerriera che ha combattuto per essere lì e la donna che, per un attimo, si sente piccola e inadeguata. Ora sono qui, in mezzo a tutti questi ventenni, in questo fiume di sorrisi, preoccupazioni, ambizioni, progetti futuri, aspirazioni, incoscienza, fiducia nel futuro, indecisioni. È un miscuglio di vitalità, un’esplosione di sogni ancora da realizzare. Mi sento quasi inebriata da questo spirito di gioventù quando un pensiero mi assale: hai quarant’anni, cosa ci fai qui? La domanda mi riporta bruscamente alla realtà della mia età.
La mente torna a qualche mese prima quando con serenità serafica annuncio a mio marito che ho deciso di iscrivermi all’università. Ricordo la sua espressione sorpresa, con un velo di affettuosa preoccupazione e la sua domanda: un lavoro, due bambine piccole, sei sicura di riuscire? Domanda legittima, dettata dalla consapevolezza dei sacrifici che una tale scelta avrebbe comportato per tutta la famiglia. Vent’anni fa la mia situazione famigliare non mi ha permesso di continuare il mio percorso universitario. Questo pensiero mi ha seguito per anni, come un sassolino nella scarpa, una costante fonte di insoddisfazione. Ma ora sento il bisogno, quasi fisico, di fare questo per me, per sentirmi viva. Una necessità interiore, un richiamo sopito che finalmente ha trovato la forza di farsi sentire.
Ho studiato quando potevo, anche nelle notti insonni con il libro di testo aperto e il tenero peso di mia figlia come ancora. Espressioni, equazioni, matrici, riaprire i libri chiusi sui banchi del liceo mi ha suscitato nostalgia per un’epoca spensierata e terrore per la sfida nella quale mi ero lanciata. Studiare ora, con una consapevolezza diversa, con la maturità delle esperienze vissute, con gli occhi di un’adulta non più sognanti come quelli di una giovane donna, è un’esperienza tutta nuova. Non c’è più l’ingenua certezza del futuro, ma una determinazione più radicata. Questa esperienza mi rende viva, mi nutre la mente e lo spirito. Ma ora sono qui e mille dubbi mi assalgono: faccio la cosa giusta? Un’ombra passeggera nasconde la convinzione che mi ha portata fin lì.

Varcata la soglia, l’ingresso mi accoglie con le sue enormi vetrate dalle quali scorgo un angolo verde, un giardino interno che promette un’oasi di tranquillità in mezzo al fermento accademico. Le alte e pesanti porte di legno delle aule si susseguono lungo i corridoi. Mentre salgo le scale dell’università e mi dirigo verso l’aula dell’esame mi sento un po’ osservata, mi sento un po’ in imbarazzo, qualcuno di loro potrebbe essere mio figlio. Un’ironia amara mi sfiora le labbra al pensiero di me, quarantenne catapultata di nuovo tra i banchi, a competere, o almeno a provarci, con la spensierata energia della gioventù. Cosa ci faccio qui? Un sorriso ironico si dipinge sul mio volto. Suvvia, non fare la ragazzina timida, mi dico.
Mi indicano il posto, mi siedo, attendo. Dalle grandi finestre scorgo la linea dell’orizzonte di Milano, i suoi grattacieli moderni che si stagliano contro il cielo azzurro, un contrasto affascinante con l'atmosfera quasi antica di queste mura. L’aria nell’aula è densa di tensione, di sussurri nervosi, di penne che tamburellano sui banchi. Il docente distribuisce le tracce: studio di una funzione e successiva rappresentazione grafica. Lo sapevo. Ma cosa ci faccio qui? Ancora questa domanda, ma stavolta la risposta è più chiara, più forte. Su. Forza e coraggio. Raccolgo i pensieri, afferro la penna e i calcoli compaiono come per magia su questo foglio bianco, come un lenzuolo. Le formule, un tempo nemiche sfuggenti, ora diventano alleate fidate, strumenti precisi nelle mie mani.
La voce del docente annuncia la fine della prova. Il tempo è sembrato volare via in un batter d'occhio. Consegno il mio compito quasi tremante, ho il cuore che batte fortissimo. Un brivido mi percorre la schiena, un’emozione indefinibile, un misto di sollievo e di apprensione. Esco dall’aula e mi lascio cadere su una delle sedie disposte nel corridoio. Sono davvero io? Qui? Quarant’anni suonati, un lavoro a tempo pieno che mi assorbe energie e tempo, un marito, due figlie che riempiono le mie giornate, e ho appena sostenuto il mio primo esame del corso, l’esame di Analisi Matematica. La consapevolezza di ciò che ho appena compiuto mi investe come un’onda inaspettata. Quanto mi piace questa sensazione. Un senso profondo di realizzazione personale, di orgoglio per la sfida che ho accettato. Con questo spirito nuovo, forgiato dall'orgoglio ritrovato, dalla conoscenza riacquisita e da una volontà di ferro, mi dirigo verso casa, già pronta ad affrontare il prossimo esame.
So che la strada è ancora lunga e tortuosa, ma il primo passo, quello più difficile e carico di incertezze, è stato compiuto. La determinazione che sento ardere nel mio cuore è più forte che mai. Chissà, forse un giorno, ripensando a questi momenti carichi di aspettative contrastanti, sorriderò di me stessa, di questa quarantenne che ha deciso di rimettersi in gioco con la tenacia e l'entusiasmo di una ragazzina. La vita non è forse un esame continuo, fatto di sfide grandi e piccole?
Io ho tutta l'intenzione di affrontarlo sempre a testa alta.


LA MATITA ROSA

Patrizia e Donatella sono gemelle, assomigliano “come due gocce d’acqua”, sul grembiulino nero, obbligatorio in classe, hanno il nome ricamato, così la maestra non le confonde e almeno sa a chi rivolge la parola.
Anch’io, bambina come loro, fatico a distinguerle perché sono simili anche nel carattere: disinvolte, scherzose, sicure di sé. Posseggono molte cose invidiabili: non conoscono la solitudine (possono contare l’una sull’altra); sono sempre ben vestite con abitini nuovi, eleganti, rigorosamente uguali; non arrivano a scuola a piedi ma su due piccole biciclette, bellissime, in tutto simili a quelle degli adulti.
Ma ciò che maggiormente suscita la mia invidia è il loro astuccio, pieno, traboccante, di matite colorate. Le mie sono soltanto sei, una è il nero, ne restano cinque… e il rosa non c’è. Quando devo colorare facce, mani, gambe e braccia, non so come fare: cerco di usare il rosso leggero come una carezza, ma si vede che non è rosa.
Mi farò coraggio, lo chiederò in prestito a una delle gemelle, quella che siede alle mie spalle. Se fosse di fianco sarebbe più facile, ma è dietro, e devo per forza voltarmi… e parlare… trasgressioni che, se rilevate, comportano severe sanzioni. Spero di non farmi notare, giro la testa il meno possibile; faccio la mia richiesta: mi accontento di qualsiasi tonalità purché sia rosa.
Ma la premurosa amichetta mi dice che ne ha tante e che posso scegliere… e le stende tutte sul suo banco: c’è anche l’arancione, il verdino, il viola… “No, mi serve solo il rosa, quello che vuoi, poi te lo rendo”. E’ una bambina generosa, rovistando nel suo piccolo tesoro scopre che ne ha più di uno del medesimo colore, e anche di rosa ne ha due… e uno me lo può dare, lo posso tenere “per sempre”.
E’ una piccola matita, corta per il molto uso; e forse a lei non interessa più; per me è la salvezza, finalmente ho il rosa, un bel rosa tenero, più adatto a colorare fiori, ma sempre meglio del mio rosso. Sono felice, anche se questo dono mi è costato tanta distrazione: quante volte mi sono dovuta girare per portare a termine le trattative? Troppe, per non essere notata dallo sguardo attento della maestra, che mi conosce come un alunna tranquilla, giudiziosa, e non sa spiegarsi questa mia improvvisa e incontenibile esuberanza. Che va subito bloccata: vengo spedita alla lavagna, dietro alla lavagna, dove ogni buon alunno punito deve redimersi: vergognarsi delle sue malefatte e decidere di non farlo più.
Un’enorme tavola nera incombe su di me, lo spazio è poco, anche la luce è poca, non so proprio come fare a pentirmi; lì c’è spazio soltanto per poche ma importanti decisioni: non lo dirò alla mamma perché non mi perdonerebbe mai di aver meritato una punizione così severa; la matita rosa è bellissima ma non gliela mostrerò per non avviare il discorso: “Chi te l’ha data? Come mai ce l’hai?” (cose da bambini che gli adulti non possono comprendere perché non sanno lasciarsi incantare dai sogni); infine, che la matita rosa è preziosa, quindi la userò con parsimonia; perché mi è stata data “per sempre”, e per sempre deve durare.


ERA UNA MATTINA DI APRILE

Era una mattina di aprile e il cielo era mezzo grigio e mezzo azzurro, come se fosse indeciso su come sentirsi.
Io, invece, sapevo benissimo come mi sentivo: ero nervosa.
Il giorno prima, la maestra ci aveva detto che avremmo fatto un’attività diversa dalle altre: dovevamo parlare delle nostre emozioni davanti alla classe.
Non c’era bisogno di fare un discorso perfetto, non era una verifica, ma un momento per conoscerci meglio attraverso le nostre emozioni.
Potevamo parlare di quanto ci sentivamo felici, tristi, arrabbiati, annoiati.
Tutto ciò che volevamo. Potevamo cercare risposte ai nostri dubbi, confrontandoci con i compagni.
Appena ce lo aveva detto ho sentito come se dentro la mia pancia ci fosse una lavatrice accesa. Le mie emozioni? Davanti a tutti?
A me non era mai piaciuto parlare davanti ad un pubblico.
Hai tutti gli occhi puntati su di te, non puoi concederti neanche un piccolo sbaglio altrimenti fai una brutta figura.
Ogni volta che dovevo esporre qualcosa davanti alla classe, mi sentivo le mani sudate e il cuore che batteva velocissimo.
Riuscivo sempre a parlare, ma mi sembrava che tutti mi guardassero come se fossi un alieno.
Poi c’erano sempre le risatine, i commenti sottovoce. Queste cose non mi scappavano mai.
Non riuscivo mai a concentrarmi su ciò che stavo dicendo, perché pensavo solo al giudizio degli altri. E se dopo avessero iniziato a prendermi in giro?
Inoltre, esprimere le proprie emozioni non è semplice. Le emozioni sono complicate, non si sa mai cosa si prova veramente.
O almeno così sembrava.
Non riuscivo ancora a capire il senso di quella consegna: chi avrebbe voluto sentire parlare delle mie emozioni? Se provavo paura, ansia, felicità?
A scuola tutti sembravano così sicuri di sé, a volte mi sembrava di essere l’unica a non riuscire a fare cose semplici come alzare la mano se conoscevo la risposta giusta alla domanda.
Poi, però, pensavo alla maestra, che ci aveva detto che non ci sarebbe stato un giudizio da parte degli altri. Che tutti avevano il diritto di esprimere ciò che provavano, senza vergognarsi.
E ad un certo punto mi sono detta: “Forse ce la posso fare.”
La maestra ci aveva anche detto che, quando raccontiamo come ci sentiamo, è come se togliessimo un peso dalle spalle. Quindi ho pensato che, magari, parlare davanti alla classe mi avrebbe fatto sentire più leggera. Ma non ci credevo tanto.
Il giorno dopo, quando era arrivato il momento di parlare, il cuore mi batteva così forte che tutti potevano sentirlo.
Per mia fortuna, non si doveva per forza seguire l’ordine alfabetico altrimenti io sarei stata la prima a dover parlare. Avevamo deciso che chi voleva si sarebbe alzato e avrebbe iniziato a parlare.Per primo, si era alzato un bambino e aveva iniziato a raccontare di come si sentisse felice, spensierato.
Il tempo passava ed io avevo un po’ deciso il discorso che avrei fatto.
Volevo dire la verità, senza giri di parole o bugie.
Mi sentivo costantemente in ansia, come se dovessi essere perfetta davanti a tutti.
Vedevo tutti i miei compagni alzarsi, uno dopo l’altro. Parlavano senza stancarsi mai.
Quando è stato il mio turno, mi sono alzata con le gambe che tremavano e la testa piena di pensieri. Ma quando ho cominciato a parlare, ho notato che la classe stava ascoltando davvero. Non mi guardavano come pensavo. Non mi giudicavano. O almeno, sembrava che
non lo facessero.
Ho parlato per un po’, e mentre parlavo, mi sono accorta che il mio corpo cominciava a rilassarsi. La voce non tremava più. Mi sentivo più tranquilla. Anche se mi sembrava strano, più parlavo, più mi sentivo come se stessi scoprendo una parte di me che non conoscevo. Le parole venivano da sole, come se avessi parlato con una vecchia amica che mi capiva.
Alla fine, quando ho finito di parlare, mi sono seduta di nuovo, e una strana sensazione di soddisfazione mi ha attraversato. Non mi ero sentita giudicata, e nessuno mi aveva preso in giro. In qualche modo, mi sentivo più forte, come se avessi superato una grande paura. E per la prima volta, ho pensato che forse parlare delle emozioni non fosse poi così male.
Non è stato facile, ma ho imparato che tutti abbiamo emozioni complicate, e che non dobbiamo nasconderle o averne paura. E chissà, magari la prossima volta che dovrò parlare davanti alla classe, non avrò più la paura nello stomaco, ma solo un piccolo sorriso dentro.


LA COMPAGNA SEGRETA

Da quando sentii le maestre parlare nell’aula insegnanti, una
sola domanda cominciò a rimbombare nella mia mente: “CHI?”
Non mi è mai piaciuta la scuola, e di certo la mia non era la
migliore. Ricordo ancora l’odore che aleggiava nell’edificio: un
misto di caffè, muffa e sudore. Sono certa che, se avessimo
venduto i banchi ricoperti di disegni astratti e reperti storici,
avremmo guadagnato milioni.
Nell’aula insegnanti era assolutamente vietato entrare da
quando uno studente aveva rubato un pacco di biscotti
dall’armadietto della maestra di matematica e aveva passato il
resto della mattinata in presidenza, dove aveva dovuto
scrivere una lettera di scuse, promettendo che da quel
momento in poi sarebbe stato sempre attento in classe,
avrebbe fatto i compiti puntualmente e altre due intere pagine
di promesse che nemmeno l’alunno migliore sarebbe riuscito a
mantenere.
Stavo camminando nel corridoio, attorniata da disegni e
lavoretti degli anni passati, quando mi bloccai di colpo davanti
alla porta spalancata dell’aula insegnanti. Sentii alcune
maestre parlare sottovoce. Una delle insegnanti disse: “ Hai
sentito di quei due? Una relazione segreta dentro la scuola…
roba da non crederci!”
E un’altra aggiunse: “Da loro non me lo sarei mai aspettato…
due insegnanti così professionali della quarta C… sembra una
storia da film.”
Un'altra voce si aggiunse, sussurrando: “E invece sono
proprio due maestri della nostra scuola!” e sottili risatine si
mischiarono all’amaro profumo del caffè. Tornai velocemente in classe:
almeno avrei avuto qualcosa su cui fantasticare
durante la noiosissima lezione di geometria.
A volte cercavo anche di interpretare i geroglifici scritti bianco
su nero alla lavagna, ma la matematica non era proprio il mio
forte. Avrei assolutamente dovuto scoprire chi si nascondeva
dietro quelle maschere di “semplici colleghi”.
Strappai un foglio a quadretti dal quaderno e cominciai a fare
un elenco di tutti gli insegnanti della mia classe, la quarta C.
Partii dall’unico maestro: quello di scienze, Simone. Un
giovane uomo con tanta passione per la sua materia, molto
divertente. Restava da capire chi fosse la sua “compagna
segreta".
Carlotta, maestra di inglese: una donna di mezza età, con
lunghi capelli scuri e denti gialli che sporgevano tra le labbra.
Probabilità che fosse lei la compagna segreta: 15%.
Margherita, maestra di ginnastica: una giovane donna
energica ed estroversa. Aveva avuto qualche screzio con
Simone, ma sembrava tutto risolto.
Probabilità che fosse lei la compagna segreta: 90%.
Giorgia, maestra di italiano e geografia: l’insegnante più
giovane del plesso, o almeno così sembrava, vedendo il suo
dolce viso infantile e la complicità che aveva con noi alunni.
Probabilità che fosse lei la compagna segreta: 90%.
Martina, maestra di matematica e scienze: una donna sulla
cinquantina, sempre arrabbiata e scontrosa. Di certo non
compatibile con la positività del maestro.
Probabilità che fosse lei la compagna segreta: 30%.
La lista era finita. Le sospettate finali erano due: Margherita e
Giorgia. Entrambe adatte a ricoprire il ruolo di “compagna
segreta".
I giorni passavano e io ero sempre più convinta che non avrei
trovato indizi e tantomeno conferme. Ma una mattina, durante
la ricreazione, accadde qualcosa.
Mi soffermai sui tre maestri che chiacchieravano nel cortile. Lo
vidi, vidi Simone fissare Margherita. Mi voltai verso di lei e la vidi
ricambiare lo sguardo ma, quando si accorse di me,
visibilmente imbarazzata, fece finta di cercare qualcosa nello
zaino.
Sembrava davvero che avessero qualcosa da nascondere. E
forse quel segreto era proprio ciò che volevo scoprire!
Corsi dalle mie amiche, che nel frattempo avevano raggiunto
le altalene e le chiamai vicino a me e dissi: ”Ragazze, credo
proprio che la maestra Margherita e il maestro Simone siano
fidanzati! Ho sentito le maestre parlarne, e poi… loro due non
fanno altro che guardarsi! “
Le mie compagne si guardarono e cominciarono a ridere.
Giulia mi fissò stranita e con tono di disprezzo mi disse:
“Secondo me sei molto fantasiosa e vedi cose che non
esistono!”
Quella sera, a casa, ci pensai. Pensai ai maestri e ai loro
sguardi. Quegli sguardi non erano da colleghi. E nemmeno da
semplici amici.
Li avevo già visti quegli occhi… Occhi da innamorati.
E non mi importava cosa dicesse Giulia e nemmeno che,
secondo gli altri, a dieci anni certe cose non potessi capirle.
Ero certa che sarebbe successo qualcosa e che io l’avrei
scoperto!
Lunedì mattina, 14 febbraio, San Valentino.
L’orologio che nascondeva in parte la grande crepa del muro
segnava le 9:07.
Dal mio posto vicino alla finestra vedevo il freddo sole
invernale avvolgere il giardino ricamato da cristalli di ghiaccio
e riflettersi sullo scivolo.
La penna scorreva gentile sul foglio, mentre le parole dettate
dalla maestra si trasferivano quasi per magia tra le righe.
Mi appoggiai al vetro e voltai lo sguardo. Per un attimo credetti
che fosse un sogno, un frutto della mia immaginazione o non
so cos’altro.
Mi stropicciai gli occhi, ma l’immagine era lì, nitida davanti ai
miei occhi: avevo ragione!
Vidi i due maestri nel parcheggio.
Ero lontana, ma riuscivo a vedere gli occhi lucidi della maestra
Margherita e il grande sorriso sulle sue labbra.
Il maestro Simone teneva in mano un immenso mazzo di rose,
margherite e altri fiori colorati che non riuscivo a riconoscere.
Restavano lì, uno di fronte all’altro, tanto imbarazzati quanto
emozionati.
Mi girai verso la classe: tutti gli occhi erano puntati su di loro.
Giulia mi guardava, incredula.
Quando mi voltai di nuovo verso il parcheggio, li vidi stretti in
un abbraccio.
Un vero abbraccio, da veri innamorati!
E pensai: "Lo sapevo!"


L'INTERROGAZIONE DI INGLESE

Era una comunissima mattinata di scuola se non fosse che alla seconda ora dopo religione avrei avuto l’INTERROGAZIONE di inglese.
Era di giovedì e io odio quando mi interroga il giovedì, perché di solito vengo avvisata
dell’interrogazione il martedì precedente e, quindi, ho poco tempo per prepararmi.
Il giorno prima non avevo studiato troppo, perché ero sicura di non averci capito niente, ma avevo fatto tutte le mie mappe e schemi per poter esporre al meglio gli argomenti studiati.
Ero entrata a scuola e l’ora di religione si stava svolgendo come al solito: lentamente e
tranquillamente, ma il mio unico pensiero era l’
INTERROGAZIONE di inglese.
Mi sentivo come Gesù crocifisso, percepivo persino il dolore dei chiodi che trafiggono la
pelle. Ma i miei non erano chiodi: era la consapevolezza di non aver studiato abbastanza.
<< Ragazzi mettete pure a posto che l’ora sta per terminare >>
Dopo aver sentito pronunciare quelle parole dal prof. di religione, come al solitoci alziamo e ci riuniamo per chiacchierare, ed è in quel momento che l’inferno si manifesta: il momento in cui realizzi e prendi coscienza del fatto che non puoi scappare e che dovrai per forza
affrontare l’
INTERROGAZIONE
pur sapendo che, se la fortuna è dalla tua parte puoi tranquillamente prendere cinque,
altrimenti, se la fortuna è distratta o è andata momentaneamente a rilassarsi in un centro benessere, ti ritroverai un bel quattro sul registro; e questo vuol dire solo una cosa: sgridate a casa.
Così, per cercare di distrarmi, vado dalla mia compagna Valentina e le dico:
<< Vale ti prego abbracciami che tra poco svengo! Io sono completamente sicura di prendere cinque >>.
<< Ma dai Linda! Vedrai che andrà bene!>>.
Mentre le parole “ANDRA’ BENE” si stanno espandendo nell’aria, il suono della campanella
rimbomba nelle mie orecchie! Così mi volto e sulla soglia della porta intravedo l’ombra di
una figura alta e possente: si è lui, il PROF DI INGLESE!
A tracolla, la sua solita borsa blu, abbastanza grande da contenere tutte le verifiche degli
alunni e il suo fidatissimo dado a venti facce, con il quale vengono stabilite le vittime
sacrificali delle interrogazioni non programmate.Sguardo fisso e sicuro come un cadetto della squadra militare, pronto come sempre a
torturare i suoi alunni con interrogazioni lunghe e difficili a cui solo i più bravi possono
sopravvivere.
Il silenzio cala nella classe. Tutti si alzano. Il prof entra e sbatte la borsa sulla cattedra, poi si siede con sguardo di sfida. Con un semplice gesto della mano, netto e deciso comunica il suo consenso: possiamo sederci.
Poi comincia:
<< Allora, oggi devo interrogare Linda e Aurora>>.
Noi annuiamo, mentre lui prende il temutissimo dado dalle venti facce per scegliere gli altri tre sfortunati da interrogare, o meglio torturare.
Dopo aver scelto gli altri tre comincia l’
INTERROGAZIONE.
Inizio a sudare, a sudare, a sudare.
Mi convinco che sverrò; poi penso che quell’opzione -lo svenimento drammatico – sarebbe stata meravigliosa: non avrei fatto l’
INTERROGAZIONE.
Ma torno alla realtà:
<< Allora sto per fare un’interrogazione di inglese e non so niente, no dai, qualcosa mi ricordo. Ah sì! Ecco l’argomento: i nomi countable e i nomi uncountable che sono l’unica cosa che so, quindi se mi chiede qualcos’altro sono spacciata … >>
Ecco che mi accorgo che il prof mi sta fissando in modo strano. E’ proprio in quel momento che capisco che a me toccherà la prima domanda che di solito è facile, perché chiede quale argomento stiamo studiando, quindi gli posso buttare la prima cosa che mi viene in mente.
Ma invece no, mi dice:
<< Linda >>
Con quel suo sorrisino
<< I nomi countable e i nomi uncountable cosa sono, cosa traducono e quando si usano?>>
Ed ecco che dentro di me si scatena il panico perché mi ha fatto troppe domande tutte
insieme! Il cuore inizia a battermi fortissimo, vorrei gridare aiuto e scappare a gambe levate a casa mia, nella mia camera, al sicuro, senza nessuno che mi chieda di parlare in una lingua
che non conosco. Ma sono qui e sono rimasta ancora alla prima domanda:
“Cosa sono i nomi countable e i nomi uncountable”.
Non so come ma alla fine riesco a metter in fila le idee e a spiegare correttamente cosa sono, nonostante il cuore in gola e i polmoni che mi stanno per saltare fuori dal petto.A un certo punto, mi accorgo che la testa del prof si muove dall’alto verso il basso, come se stesse annuendo. Annuisce! Questo semplice gesto è sufficiente: mi calmo.
Ma questa tranquillità dura solo per pochi secondi:
<< Bene, ora andiamo a pagina 123 del libro per correggere i compiti che erano per casa >>
Ecco, a quelle parole il cuore ricomincia a battere fortissimo ma senza un motivo perché sono sicura di averli svolti al meglio.
Apro il libro alla pagina, poi guardo il prof e vedo che di nuovo mi guarda con il suo solito
sguardo di sfida e capisco che mi chiamerà di nuovo per cominciare la correzione degli
esercizi. Quindi torno a guardare in basso, con l’intenzione di non richiamare la sua attenzione.
Troppo tardi: mi guarda con quei suoi occhietti sottili, già focalizzato su di me come se io
fossi il bersaglio sul quale scoccare le sue domande impossibili:
<< Linda >>
Ecco, penso, è arrivata la mia fine:
<< Leggi la prima frase dell’esercizio tre >>.
Inizio, ma non riesco a stare ferma mentre leggo quella maledettissima frase.
Ogni tanto cerco di guardare in faccia il prof per osservare la sua espressione: colgo il
disgusto, ma non so se per quello che ho scritto o se per la mia pronuncia. Ma faccio finta di niente e continuo a leggere.
Appena finisco di parlare mi calmo un po’.
Il prof non dice niente.
Penso che voglia dire che sia andato tutto bene.
Intanto, il prof comincia la correzione dell’esercizio numero cinque: frasi da tradurre.
Siccome so di essere una frana nel tradurre, riprendo ad agitarmi.
Sento che se andiamo avanti così potrei letteralmente impazzire.
Inizio a girarmi avanti e indietro chiedendo a tutti i miei compagni la traduzione della frase
successiva nel caso mi chiami.
Ammicco, faccio gesti, mi schiarisco la voce per attirare la loro attenzione mentre il prof è
impegnato a guardare qualcun altro.
<< Robby, Robby, Robby! Ti prego dimmi la traduzione della prossima frase >>
Ma Roberto non riesce a comunicarmi la traduzione della frase. Su di lui lo sguardodel prof. Che sembra il radar di una torre di controllo!
Così, ecco che tocca a me:
<>La parola, mi sembra di conoscerla, è “bread”.
So che significa “pane” ma per paura di sbagliare mi limito a bisbigliare così piano che solo
Elena, che è seduta davanti a me, lo sente e mi incita:
<< Dillo, Linda: dillo!>>
Ma il prof, pensando che mi stia suggerendo, le ordina di girarsi immediatamente.
Ecco che le mie sudorazioni riprendono e nel frattempo sto pensando:
<< E se è giusto? E se tutta la classe si mette a ridere quando dico pane? E se il prof. si arrabbia perché lo dovrei sapere e invece nemmeno stavolta riesco a ricordare il termine corretto?>>
Il tempo passa, spero solo che lo chieda a qualcun altro; mi lasci finalmente in pace. Che
questa agonia finisca.
Allora, con faccia delusa, il prof chiede ad Aurora di rispondere alla domanda. E… avevo
ragione!! Lo sapevo che voleva dire “pane”!
Sono così arrabbiata con me stessa perché potevo dirlo e invece sono stata zitta. Ho fatto
brutta figura, quando avrei potuto evitarlo, ma la cosa peggiore è che il prof tutto questo non lo sa e forse non lo saprà mai.
Suona la campanella e lo vedo andarsene portandosi dietro la sua solita aria di sfida, ma
secondo me questa volta con lui c’è anche un po’ di delusione, forse la stessa che provo io.
Eppure, mi sono resa conto che l’interrogazione, che sembrava quel mostro terrificante, non era così impossibile.
Se solo avessi avuto più fiducia in me stessa e nelle mie capacità, mi sarei accorta che io ero assolutamente in grado di affrontare le richieste del prof. A sabotare l’interrogazione sono state la mia paura e la mia insicurezza.
Ad ogni modo, da questa esperienza ho imparato qualcosa che scolpirò nella mia mente: nella vita ci sono alcune certezze, come ad esempio il fatto che il cielo è blu e che…
bread in inglese vuol dire pane.


LA MIA ROSSA MAESTRA

Ciao a tutti, sono Luca, dodicenne che vive a Soliera e che frequenta la seconda media.
Ho alle spalle già diversi anni di scuola: se pensiamo ai cinque lunghi anni di scuola elementare, e prima ancora a quelli di asilo nido e scuola dell’infanzia, sono davvero tanti!
Negli anni passati non amavo particolarmente studiare…stare seduti tante ore, non poter giocare, imparare a scrivere, a leggere, era per me davvero faticoso; tutto mi girava in testa come in un frullatore, senza prendere mai la via d’uscita.
Ho avuto però una grande fortuna, quella di avere delle maestre che mi hanno sempre aiutato e supportato: la maestra Manuela e la maestra Angela, che adesso è un bellissimo angelo dai lunghi capelli rossi e dagli occhi verdi.
Quando c’erano loro mi sentivo più rilassato e sembrava che le giornate fossero tutte colorate, piene di serenità ma anche di qualche sgridata.
La maestra Manuela, prima di iniziare la lezione, ci faceva rilassare, con delle tecniche particolari di yoga e ci faceva sentire musica rilassante. Così eravamo pronti ad affrontare la lezione in modo più tranquillo.
Ma la maestra Angela era davvero il mio punto di riferimento. Quando ero in difficoltà, con i numeri per esempio e le verifiche di matematica (sì, ammetto che i numeri non sono mai stati il mio forte), lei era accanto a me e mi aiutava. Sapevo di non essere solo, in quel momento tutto nella mia testa prendeva una forma, si sistemava magicamente nelle caselle giuste e le luci piano piano si accendevano.
Era una persona anche molto divertente, durante il pranzo ci faceva sorridere con i suoi racconti. Ci chiamava i suoi bambini monelli, in effetti facevamo abbastanza chiasso, ma lei sapeva ripristinare l’ordine con un semplice “Adesso basta!”
Purtroppo un giorno di qualche anno fa, precisamente nel gennaio del 2022, ebbi la triste notizia che la nostra Angy, come la chiamavamo tutti in classe, ci aveva improvvisamente lasciati. Eppure ci aveva salutato prima delle vacanze natalizie e ci aveva promesso che al rientro a scuola, ci avrebbe preparato e fatto assaggiare gli “struffoli”, un dolce tipico della sua terra. Mi sembra ancora di sentire la sua voce: ”Bambini miei, ci vediamo a gennaio, fate i compiti e non fate arrabbiare i vostri genitori, al rientro vi farò trovare una sorpresa!”.
Ma quel giorno purtroppo non è mai arrivato ! Non potevo credere che non sarebbe stata più con noi a farci divertire e ad aiutarci. E’ stato un momento davvero difficile per me e per tutta la nostra classe.
Era un uragano di simpatia e gentilezza: come può un uragano come lei scomparire improvvisamente, senza un perché, mi sono chiesto più volte, non trovando però mai una risposta valida. Pian piano tutta la classe si è abituata alla sua assenza, ma le lezioni non erano più tornate ad essere colorate e spensierate come lo erano una volta.
Durante le verifiche di matematica, un supporto importante per me era sparito! Facevo i compiti e pensavo alle sue parole di incoraggiamento:“Forza Luca,non demoralizzarti, andrà tutto bene!”
In classe avevamo messo una scatola rossa, proprio del colore che lei tanto amava, dove mettevamo biglietti con i nostri pensieri, che scrivevamo quando ci sentivamo tristi. Questi nostri messaggi venivano poi consegnati a sua figlia, che ho conosciuto e che le somiglia molto.
Ho tanti ricordi di lei e li tengo stretti nel mio cuore, ancora adesso che sono passati diversi anni, che ho cambiato scuola, che non sono più quel bambino piccolo e magrolino che lei avvolgeva in un grande abbraccio, quando piangevo, quando mi sentivo insicuro.
Subito dopo la sua scomparsa le è stata intitolata l’aula di informatica della scuola elementare G. Garibaldi di Soliera. Quella scuola rimarrà per sempre la sua scuola, come per me lei rimarrà per sempre la mia rossa maestra, diventata un angelo .


IL MIO MAESTRO MICHELE

Nella mia vita ho incontrato tante belle persone, ma una persona che mi ha aiutato molto nel mio percorso scolastico è stato il mio maestro delle elementari: Michele.

Era abbastanza solitario ma molto divertente.

Aveva una lunga barba grigia, folta, con sfumature bianche ed era molto campagnolo.

Ricordo, infatti, in particolare che sia d’ estate che d'inverno indossava sempre un gilet verde.

Una volta, appena dopo aver pranzato in mensa, io, i miei compagni e il nostro maestro Michele siamo andati in classe e ci siamo seduti sui banchi per guardare un film che parlava della vita di una tartaruga di mare, non so esattamente perché io e i miei compagni scegliemmo quel film, ma grazie all’ atmosfera silenziosa e tranquilla che ci attirò molto, fummo attenti tutto il tempo.

A un certo punto, il mio maestro con una faccia abbastanza sorpresa “si ricordò” di avere dei pacchi di pop corn e patatine dalla sera prima, li ha presi e li abbiamo mangiati tutti insieme.

Io volevo già bene al mio maestro ma, da quel giorno, ho capito che era davvero pazzesco.

Lui era un po' un ribelle: non amava rispettare le regole perché ci voleva insegnare a ragionare con la nostra testa e a farci capire che non tutte le regole vanno rispettate ma che alcune si possono trasgredire a patto di non danneggiare nessuno.

Io adoravo il mio maestro ma, purtroppo, il giorno delle Palme del 2022 è morto improvvisamente. Mi è dispiaciuto tantissimo.

Dentro di me sentivo un grande vuoto e la sicurezza in me stessa che ci aveva spronato ad avere per molti anni stava diminuendo sempre di più.

Ma dopo un po' di tempo, grazie all'aiuto dei miei maestri e dei miei compagni di classe con cui ci rassicuravamo a vicenda, ho capito che nella vita bisogna andare avanti ma naturalmente un pezzo del mio cuore resterà sempre del mio maestro Michele.

In suo ricordo è stato piantato un Salice Piangente nel giardino della scuola Ciro Menotti di Limidi (la scuola che frequentavo) perché lui amava la natura, infatti ci portava spesso a fare lezione fuori in giardino e il Salice Piangente era il suo albero preferito.

Io e i miei compagni andavamo sempre a innaffiare il salice che continua a crescere sempre più rigoglioso, portando con sé il ricordo del mio caro e indimenticabile maestro Michele.


Progetto finanziato nell’ambito del Bando progetti eventi ed attività culturali promosso da Fondazione Campori
con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
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