L'ALLUVIONE A SOLIERA
Guido Malagoli

Il 4 novembre del 1966 fu una data funesta per Soliera. Quel giorno l’onda di piena del Secchia ruppe gli argini e invase la campagna.
Una fitta pioggia incessante si era abbattuta sull’intero territorio emiliano nei giorni precedenti. Colpì in particolare l’Appennino causando l’ingrossamento dei principali corsi d’acqua.
Con l’arrivo della piena si verificò nel Secchia una falla sull’argine sinistro in prossimità di Villanova e Sozzigalli.
Quella che allagò il nostro territorio fu un’alluvione molto meno disastrosa del Polesine, ma causò ugualmente molti danni: l’acqua invase i campi e in alcune zone del nostro comune arrivò fino al primo piano, parecchi animali annegarono e ciò costituì una gran perdita per i contadini e gli agricoltori che persero sia la casa che il lavoro.
I primi edifici del centro abitato di Soliera furono raggiunti dall’acqua dopo circa 3 ore dall’istante in cui l’argine cedette. Successivamente, dopo circa 11 ore, l’acqua allagò le zone Sud dell’abitato e la zona artigianale. Anche parte della frazione di Limidi venne interessata dall’inondazione nelle ore successive. In breve tempo scattò l’intervento dei vigili del fuoco e della protezione civile alla quale si unì quella forza collettiva che si chiama “volontariato” il quale è dotato di uno strumento tanto formidabile quanto insostituibile: il “reciproco aiuto”.
Alcuni misero a disposizione piccole imbarcazioni per soccorrere le persone rimaste bloccate nei piani alti delle case, altri, invece, facendo da sentinelle con turni di 8 ore ciascuno, osservando e sorvegliando l’argine nelle ore notturne restarono vigili per dare l’allarme in caso di una nuova ondata di piena. Fu istituito anche "al guardian dal Sècia" (Guardiano del Secchia), una sorta di custode che aveva il compito di avvertire la popolazione nel caso l’acqua raggiungesse un livello superiore ai saldèin (le golene).Quando l’acqua cominciò a defluire, tantissimi, badili alla mano, si unirono per pulire strade, cantine, pollai e abitazioni invase dall’acqua e dal fango e salvare il salvabile.
Stradi Primo che aveva da poco terminato la costruzione della sua casa, vedendola invasa da mezzo metro d’acqua bofonchiava al vento: “ Sa torn a nàser a fagh la cà inzèma a ‘na muntagna…!” Il nostro paese tornò in poco tempo alla normalità.

 

>>"Alluvione 4 novembre 1966"<< nota storica di Azzurro Manicardi.

>>"L'alluvione del 1966"<< da "La mia Soliera" di Azzurro Manicardi.

 


GLI AMBULANTI DEL MERCATO
Guido Malagoli

Una frase irriguardosa riferita alla confusione chiassosa femminile diceva: ” Tre donne fanno un mercato e quattro una fiera”.
E’ una frase popolare oggi in disuso. Anzi mi sento di dire: ben vengano tre donne a fare mercato, ben vengano anche tre uomini a fare mercato perché di mercato c’è bisogno. Intendo dire che, personalmente, sono stufo di andare nei supermercati, sono stufo di parlare con la macchinetta elettronica: inserisca la carta … vuole lo scont … digiti il codice … ritiri la carta … Sono stufo di cavarmi gli occhi per leggere le etichette con le istruzioni di cottura, i tempi, i modi, le scadenze, gli sconti tre per due, i bollini sì o no , metti un solo prodotto in ogni sacchetto … rilettura … accidenti alla rilettura. Stufo. Nel mio DNA ci sono ancora i negozietti piccoli, pieni di roba apparentemente disordinata come sul bischetto del calzolaio dove magicamente salta fuori tra le mani del proprietario o del commesso qualunque cosa tu cerchi Meglio il proprietario che ti guarda e ti sorride perché c’è, quella cosa che cerchi c’è, lui ce l’ha e tu stentavi a crederlo.

Ricordo con emozione i negozietti che avevano un odore proprio che li differenziava dagli altri. Vuoi mettere le macellerie dove i quarti di bove li vedevi penzolare dai ganci accanto a te e il macellaio tra i marmi bianchi di Carrara, in alto, come un dio sacrificale, con la mannaia tagliava i tranci di carne e di osso e li cacciava nel foglione di carta strappata da un altro gancio, faceva su il cartoccio e te lo allungava dall’alto come una benedizione?
Mi dò pace. Quei negozietti sono ineluttabilmente scomparsi. Forse ne è rimasto qualcuno nei paesini di montagna dove capiti inaspettatamente quel giorno che non hai visto l’indicazione stradale e ti sei smarrito e così t’imbatti nella preistoria del commercio e ti meravigli che accettino gli euro anziché lo scambio di beni in natura. Esagero a dire preistoria. E’ semplicemente storia vintage. La vera preistoria pochi l’hanno conosciuta. Era quella degli ambulanti che andavano nelle case, nelle aie al tempo della mietitura o dopo la risaia, nelle stalle, arrivavano chi in bicicletta, chi col carretto e il cavallo, i più evoluti con il furgoncino tipo Ape e ti sciorinavano davanti al viso pezze di stoffa “ Guardate donne che bellezza!” padelle e pentole, scope e gnocco di castagne ancora caldo. Ecco quello è il periodo Giurassico del commercio, lo stesso dei dinosauri.
Per fortuna sono rimasti vivi i mercati, i banchi in piazza. A Soliera ne abbiamo ben due, martedì e sabato ed è una benedizione. Tu passi in mezzo ai banchi, guardi, ti avvicini, tocchi una maglietta, sorridi all’ambulante, fai capire che tra un po’ ripasserai però prima soddisfi la legittima curiosità del “prima vediamo che cosa c’è di nuovo” poi incontri un amico: “Oh ciao, da quanto tempo…” o incontri un’amica: “Oh ciao, anche tu qui?” e ti fermi a parlare. Cioè ti fermi e fai mercato, dai sostanza alla parola stessa che identifica il luogo.
Parlate a voce alta, vi fermate indifferenti proprio in mezzo alla gente che è costretta a scansarvi per passare, non vi importa se gli altri sentono i vostri affari privati, se sei stato alle Terme di Cervia per certe infiammazioni che … ma non parliamone, o se il nipote ha messo il primo dente e “aspetta che ti faccio vedere la foto” e cominciate a raspare nella borsa per trovare la foto o il telefonino che “Chissà dov’è finito!”
Ma non finisce qui. Dopo le chiacchiere con gli amici e le amiche, è la volta dell’ambulante. Il bello del mercato è che ti fidelizzi a quel banco e prima di tradirlo per avvicinarti a un altro simile, ti senti l’animo del malfattore e cerchi di confonderti tra la folla. Proprio così perché l’ambulante non è più un estraneo, ma col tempo è diventato tuo amico e ti riconosce, come il barbiere appena apri la porta del negozio.
Oggi, con le mascherine del Covid sul viso, il riconoscimento non è immediato, ma dopo le prime parole formali, capisci che lui/lei ti ha riconosciuto e in quel momento scatta l’operazione amicizia. Il/la negoziante sa ciò che ti piace, ti suggerisce l’acquisto, ti mostra questo e quello, mica gli sa fatica, ti fa vedere gli ultimi arrivi, ti parla con gentilezza e competenza e nel mezzo ci infila qualche riferimento personale che fa tanto piacere: “E la cagnolina come sta … com’è che non l’ha presa con sè oggi?” Da quel momento perdi la testa e ti lanci in spiegazioni veterinarie accuratissime intercalate da vaghi intermezzi: “Anche un mazzo di ravanelli … due peperoni, gialli o rossi…faccia lei. Poverina se l’avesse vista stamattina in che stato … ” Come si fa a dire che il mercato è confusione chiassosa? Mercato è confidenza, conforto, sorpresa, condivisione, confessione e molto altro.


Io, per esempio, quando vado dal pescivendolo, accetto tutto il suo sapere e la sua esperienza. “Oggi vorrei fare qualche sarda fritta …” “Mmmm! Questo è il periodo che vanno in frega … Se le vuoi, le ho qui … Perchè non prendi questi sgombri?”
Li guardo. Sono belli. Adesso le sarde mi sembrano bruttine, meno appetibili, spente. “Sgombri, sì, voglio quelli!”
“Come li fai?” “Pensavo fritti” “Meglio al cartoccio … o con olive e pomodorini …” Con l’abilità di un chirurgo li pulisce e contemporaneamente mi elenca le ricette migliori per cucinarli. “Prendi, ti regalo anche qualche gamberetto!” Vado a casa con il cartoccio degli sgombri e mi sembra di avere un tesoretto nella borsa. Il supermercato, dite? Non esiste. Non potrà mai raggiungere tale perfetta fusione d’intenti e di feeling ittico.
E che mi dite della zip della felpa che si è rotta, della cerniera che s’incaglia? Non esiste un altro luogo a cercarlo col lanternino dove trovi due mani sapienti che ti sistemano l’indumento che credevi perduto per sempre: il mercato, solo lì avviene sotto i tuoi occhi il miracolo della riparazione.
Il luogo del mercato. Qui sono intransigente. Il mercato è - deve essere - in piazza. Rigorosamente in piazza.

Se per qualche inderogabile necessità viene spostato temporaneamente in altro luogo, come nella strada del bocciodromo, il mercato perde il suo appeal, il fascino antico e amichevole, per diventare una lunga e convenzionale fila di banchi. Belli, pieni di suggestioni e di merce esposta come si deve, ma … che posso dire? Lo trovo meno affascinante, come una bella donna che si sveglia al mattino senza trucco e il suo viso accusa la fatica della notte. In piazza, invece, soprattutto nella piazza rinnovata, il mercato è come una donna nel pieno della floridezza, circondato dalle case, dalla storia del castello, dai ricordi, dalle voci che rimbalzano sotto i portici. La gente si sente unita in un comune intento commerciale e salottiero.
I nostri commercianti sanno tutto questo e se ne compiacciono, come si deduce da alcune loro testimonianze raccolte dal nostro gruppo di lavoro “Mappa di Comunità” sulla base della seguente scaletta di lavoro:

  1. QUANDO AVETE INIZIATO A FREQUENTARE IL MERCATO DI SOLIERA?
  2. TRATTATE DA SEMPRE LO STESSO TIPO DI MERCE O NEL TEMPO AVETE CAMBIATO TIPOLOGIA?
  3. A SOLIERA VENITE ENTRAMBI I GIORNI DI MERCATO O SOLO UNO DEI DUE E QUALE?
  4. NEL CORSO DEL TEMPO IL MERCATO HA CAMBIATO PIU' VOLTE COLLOCAZIONE. VOI QUALE PREFERITE E PERCHE'?
  5. CHE TIPO DI CLIENTI SONO I SOLIERESI? SONO CAMBIATI RISPETTO A TEMPO ADDIETRO?
  6. AVETE ANCHE CLIENTI EXTRACOMUNITARI? COME VI TROVATE CON LORO?
  7. L'AMMINISTRAZIONE COMUNALE SI DIMOSTRA COMPRENSIVA E COLLABORATIVA CON LE VOSTRE ESIGENZE?
  8. AVETE CREATO DEI BUONI RAPPORTI DI "VICINATO" CON LE ALTRE PERSONE CHE ESERCITANO COME VOI  L'ATTIVITA' DI AMBULANTE?
  9. AVETE QUALCHE DESIDERIO O QUALCHE CONSIGLIO?
  10. AVETE UNA STORIELLA, UN ANEDDOTO, UN EPISODIO PARTICOLARE DA RACCONTARE?

Ecco alcune testimonianze raccolte da Marzia.

1) L'attività' di commercio ambulante é stata avviata dai miei genitori i quali hanno cominciato a frequentare il mercato di Soliera verso la fine degli anni Settanta.
2) Mio padre iniziò questa attività vendendo intimo, ma dopo poco tempo é passato alla vendita di abbigliamento e anche io subentrando come titolare ho continuato con la stessa tipologia merceologica.
3) A Soliera siamo presenti sia il martedì che il sabato.
4) La collocazione ideale del mercato è sempre, a mio parere, quella nel centro storico di ogni paese, perché consente un maggior afflusso della clientela, e permette al mercato stesso di svolgere un'altra importante funzione cioè quella di favorire la socialità tra la cittadinanza e vivacizzare così la vita del paese.
5) La clientela solierese è abbastanza affezionata al mercato ma nel corso del tempo si è alzata l'età media dei frequentatori in quanto le nuove generazioni si rivolgono anche a catene commerciali globali e all' offerta online.
6) Tra i nostri clienti ci sono anche extracomunitari che, in linea di massima, hanno assimilato le abitudini commerciali locali.
7) In un lasso di tempo così lungo ci sono state amministrazioni più o meno sensibili alle nostre esigenze e alcune di queste non sempre hanno tenuto nella giusta considerazione le richieste e le competenze di coloro che operano in questo settore da decenni .
8) Da sempre ,salvo rarissime eccezioni, i rapporti tra colleghi sono decisamente positivi.
9) Il desiderio più impellente é che il mercato torni al più presto nella sua sede originaria nel centro del paese. Inoltre, il consiglio che mi sento di dare, per non danneggiare i due mercati settimanali, che in un paese delle dimensioni di Soliera sono più che sufficienti, e' di evitare di destinare risorse a mercati aggiuntivi, ma piuttosto investire per promuovere quelli già esistenti che in seguito alla crisi economica e alla forte concorrenza dei centri commerciali soffrono parecchio.
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Gianluca Magnani
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Ho iniziato a frequentare di mercato di Soliera come commerciante 25 anni fa, scegliendo di vendere in particolar modo un tipo di merceologia rappresentativo delle specializzazioni del nostro territorio e che fosse prodotto di zona: si tratta di abbigliamento e in particolar modo di maglieria. L’acquisto di prodotto in stock inoltre mi ha permesso di acquistare a prezzi abbordabili e di conseguenza rendere accessibile e a portata di tutti un prodotto di alta qualità, tutt’ora proseguo con questo tipo di vendita, cercando di rimanere fedele al prodotto che ho sempre trattato, anche se al giorno d’oggi è diventato più difficile reperire la merce a causa della chiusura o delocalizzazione di alcune aziende.
Quando ho iniziato a Soliera facevo un solo giorno, il sabato, ma mi è bastato poco per innamorarmi della gente che lo frequenta, cosi ho deciso di introdurre anche il martedi.
Soliera ha un centro storico molto raccolto che accoglie chi lo frequenta con molto calore, con il recente restauro risulta ancora più pulito e ordinato, quindi credo che con alcune iniziative che insieme all’amministrazione potremmo studiare, potrebbe diventare sempre più frequentato.
La mia clientela è molto varia, va dalla signora più anziana che oramai frequenta il mio banco da decenni, passando per la figlia e la nipote.
La cosa più bella è che tutte a loro modo, mi fanno sentire lusingata, addirittura, recentemente, mi è capitato che anziché chiedermi lo sconto, fosse la cliente stessa a lasciare a me “il caffè”! Piccole cose che ti riempiono di gioia, facendoti sentire grata per quello che fai e che ti danno conferma di quanto calore ci sia nella piazza di Soliera.

Paola Silvestri (Mercoledi 7 luglio 2021 ore 17.58)

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Mi chiamo Angelo Barbanti e faccio questo lavoro tramandato da mio padre dal 1959, a cui partecipò come primi 5 banchi storici del mercato.
Mio padre oltre che al mercato girava per le case e aveva tutto da vendere, dalla biancheria ai detersivi alle scope …
Anche io ho cominciato vendendo di tutto, poi mi sono specializzato nell’ intimo vendendo sia il martedi che il sabato a Soliera.
A noi ci piace stare nel centro storico e nella nostra postazione.
Oggi i clienti sono cambiati, come sono cambiati i tempi del commercio, perché quando io ho iniziato, parliamo degli anni 80-90 avevamo i clienti che venivano molto presto, non c’erano ancora i supermercati, e la gente veniva al mattino presto, verso le 7... io mettevo giù il banco verso le 5.30 ...oggi fare questo è impensabile, perché c’è tutto aperto a qualsiasi ora, la gente veniva prima di andare al lavoro, e in pausa pranzo, ora non più …
Ho pochi clienti extra comunitari, perché loro hanno un badget di spesa molto basso e io ho merce più cara. Con loro però ho buoni rapporti
Modena è il mercato più triste che ho, perché tutto si basa sul prezzo e non sulla qualità, nei mercati piccoli c’è ancora questa cultura, ma in quelli grandi non c’è più!
L’amministrazione comunale non ci considera più di tanto, ci ha sempre considerato poco o come un problema , si serve di noi solo per eventi specifici, ma sarebbe importante che si capisse che noi siamo una risorsa per il paese e non un problema, poche volte abbiamo avuto assessori collaborativi…

Angelo Barbanti

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Mi chiamo Matteo, ho 39 anni e da quasi vent’anni vendo frutta e verdura al mercato.
Nel novembre del 2009 ho iniziato a vendere la stessa merce a Soliera nelle giornate di martedi e sabato, e nonostante i cambiamenti di postazione le persone di Soliera ci raggiungono indistintamente e volentieri, perché pensiamo si siano affezionate a noi, dico siamo perché insieme a me collaborano mia moglie e altre persone…
inizialmente erano molto diffidenti le persone di Soliera, forse perché non ci conoscevano, ma poi col tempo, hanno acquisito fiducia e ora si fidano ciecamente.
Abbiamo pochi clienti extracomunitari, ma anche con loro abbiamo un buon rapporto, anche se con un approccio diverso.
L’amministrazione comunale ha sempre soddisfatto le nostre esigenze e le nostre richieste quando è stato possibile.
Con le persone che “esercitano” vicino a noi, abbiamo instaurato dei buoni rapporti di amicizia e stima reciproca.
Ci piacerebbe tanto tornare a lavorare nella piazza, un luogo a noi caro che ci permette di collaborare meglio con tutti i nostri colleghi.
Una delle “scoperte” di Soliera è stato conoscere Riccardo, un ragazzo con qualche difficoltà caratteriale, ma con tanto buon cuore e molto altruista. Lui si offre di fare la spesa ogni settimana per qualche anziano della zona che ha difficoltà di spostamento, gliela porta a casa in bicicletta ... in questo modo lui si sente utile e importante per loro, bravissimo!
Per noi è bellissimo vedere come si impegna, e vedere la sua felicità che lo assale nel rendersi utile per gli altri ... ci regala un sacco di emozioni!
È una cosa unica che non abbiamo mai visto e vissuto in nessun altro mercato.
Grazie Riccardo!!

Matteo Spallanzani
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Siamo i fratelli Mauro e Angelo Tranfaglia, nel 74 abbiamo iniziato a vendere frutta e verdura con nostra madre, e abbiamo sempre venduto la stessa merce sia il martedi che il sabato.
Il luogo in cui ci piace stare è sempre il centro storico, nel piazzale Loschi le cose sono diverse, non ha odore di mercato ma di vendita e stop.
I solieresi non sono cambiati, anzi sono tra i migliori compratori dei nostri mercati.
Non abbiamo clienti extracomunitari, ma con chi invece ha il banco abbiamo ottimi rapporti.
Non sempre l’amministrazione comunale ha esaudito le nostre richieste, e abbiamo buonissimi rapporti con tutti i nostri colleghi.
Da noi viene il signor Bonaccini come buon cliente, da sempre ci racconta che lui insieme alla moglie andava al festival di Sanremo, per dieci anni hanno partecipato al festival insieme, una gran bella esperienza per loro che ora non possono più viverla perché la moglie non c’è più...ci raccontava anche aneddoti della sua ditta di box docce, che inizialmente è partita come una semplice stireria ... lui come molti altri clienti, oramai fanno parte della nostra vita.
10 o 20 anni fa mio fratello andò a fare un percorso in bicicletta in Liguria, e siccome tutti chiedevano dov’era io mi ero inventato che era andato al festival di Sanremo a cantare, e cosi tutti a chiedere come sarebbe tornato esausto e felice …

Mauro e Angelo Tranfaglia

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A nome di tanti solieresi, vi ringrazio amici commercianti per le fatiche che fate per apparecchiare alla mattina presto il vostro banco: pioggia, neve o tempesta; vi ringrazio per quelle giornate pessime di gelo nelle quali, se va bene, mettete nel cassetto sì e no i soldi per pagare il posteggio e tornate a casa con le mani e i piedi congelati; vi ringrazio per la pazienza che portate verso qualche cliente intollerante che crede di essere chissà chi; vi ringrazio perché il vostro lavoro mantiene viva la tradizione del mercato che lotta tenacemente contro le sfacciate sirene dei supermercati. Siate fieri della nuova piazza perché più bella di così … E' il salotto buono della città e voi commercianti, con le vostre esposizioni colorate, rappresentate l’arredamento moderno e spensierato che si rinnova settimanalmente.
Termino con un ricordo personale. Un tempo nei salotti con il pavimento di pietre rosse tirate a cera si strisciava con le pattine sotto le ciabatte… spero che tutte le persone che metteranno piede in piazza sappiano apprezzare la bellezza della nuova pavimentazione e abbiano i dovuti riguardi. Senza pattine, naturalmente!

 

>>"Il mercato del sabato"<< nota storica di Azzurro Manicardi.


Baièla e al dendi
Ruggero Toni

Non ho mai capito da quale storia derivasse quello strano nomignolo che la gente del paese aveva affibbiato a Italo, il giovane Losi allora residente in via Palazzina. Perché poi i contadini nominassero le galline faraone come “galline d’india”, o semplicemente “dendi” in dialetto, non mi è dato sapere. A me, bambino, fidando nel nome, sembravano di origine egiziana o del Nord Africa. Perché poi dichiararle native dell’ India?
Era una varietà di pollo dalla carne squisita, se cucinata arrosto e con gli aromi giusti, ideale per festeggiare sagre e fiere. A casa mia era quasi una scelta obbligata per le giornate importanti. Ora nessuno le alleva più. Erano, e di certo lo sarebbero ancora, animali ribelli: ricordo che rifiutavano il pollaio e preferivano ritirarsi a dormire sui rami di un albero vicino a casa. Figurarsi se mai avrebbero potuto sopravvivere in una triste e soffocante gabbia o stia da allevamenti intensivi, inventati dall’uomo.
Da ragazzo conoscevo bene le loro abitudini. Era uno dei compiti che mi aveva affidato mia madre: scoprire dove andavano a nidificare sorvegliando i loro movimenti e ascoltando lo stridulo canto che emettevano dopo aver deposto un uovo. Da parte loro sembrava una manifestazione di soddisfazione e di libertà. Era invece un segnale ingenuo che permetteva di scoprire il loro luogo segreto.
Per nascondersi sceglievano di preferenza uno spazio fra il filare degli olmi ove crescevano alti ciuffi d’erba medica. Non appena scoperto il luogo e dopo che si erano allontanate, beccheggiando, io saccheggiavo il loro semplice nido, lasciando sempre almeno un uovo per ingannarle e dare loro l’illusione che il loro nascondiglio non fosse stato scoperto. Depredarle delle loro uova era abbastanza facile. Non era altrettanto semplice catturare una di loro per farla finire in pentola. Le bestiole selvatiche evitavano con cura ogni luogo chiuso o che fosse chiudibile, riposavano in alto sui rami di un olmo, sapevano spiccare voli abbastanza lunghi e alti, non si lasciavano avvicinare neanche per ricevere cibo. C’era un sol modo per cucinarne una e lo sapevamo: occorreva una crudele esecuzione. Bisognava fermarne una in volo, con una fucilata.
Il modo dispiaceva molto a mia madre per l’affetto che nutriva per le sue bestie, ma con la praticità che la distingueva non esitava a chiedere l’intervento di Italo, detto Bajèla, fratello di un nostro vicino di casa. L’uomo prontamente veniva con il suo fucile, la sua doppietta scarica, aperta e posata su un braccio. Caricava l’arma poi, appoggiandola alla spalla, seguiva mia madre dietro casa in paziente attesa. Era comunque lieto di poter avere un lecito bersaglio in tempi di chiusura della caccia. Quando mia madre da lontano vedeva avvicinarsi a casa il piccolo stormo di volatili, lanciava il sommesso richiamo che segnalava la distribuzione di cibo al pollame: piri … piri … piri.
Con fare circospetto le faraone si avvicinavano quanto bastava e mia madre cercava di scegliere la preda prescelta per poi indicarla al suo fuciliere. Bastava poi una rapida corsa verso gli animali e un battito di mani accompagnato da grida. Le faraone si alzavano in rapido volo, a loro volta trillando.
Imbracciata già l’arma, Bajèla faceva fuoco e che centrasse davvero la bestia segnalata da mia madre, era sempre in dubbio. Tutte le faraone si somigliavano! Una di loro comunque cadeva, fermata in volo ed era pronta per essere spennata e non per fare il brodo. Italo se ne andava soddisfatto e non chiedeva nemmeno il rimborso per la spesa della cartuccia sparata.

Atto secondo.
Purtroppo il ricordo di Italo - Bajèla non è legato solo a momenti di caccia. Il palcoscenico della vita aveva riservato per lui ben altro. Si ammalò in forma sempre più grave. Inizialmente faticava a reggersi in piedi, poi a camminare e infine a muovere anche di poco il suo gran corpo. Finì su una carrozzella motorizzata con tre ruote. La ruota anteriore, era collegata ad un’asta che quasi toccava il petto dell’uomo seduto; spostando di poco un braccio, permetteva a Baièla di scegliere, anche se in modo spesso approssimativo, la direzione verso cui dirigersi. Per avviare il suo trabiccolo e il suo piccolo motore, bastava una spinta. I volenterosi pronti a darla non mancavano mai.
Italo così non rinunciava interamente a muoversi, in ricordo della sua antica libertà quando si vantava di andarsene in bicicletta fino a Milano per prendersi un caffè. E ancora usciva di casa per giungere in piazza e sedersi al bar di Leoni.
Veniva aiutato a sistemarsi su una seggiola dai braccioli alti da volenterosi chi si trovavano a passare sotto il portico. Accanto aveva un tavolino rotondo con tre piedi e un ripiano di lamiera azzurrina.
Bajèla quasi si accasciava contorto su quel ripiano poi invocava il barista Otello perché gli portasse un caffè.
Appena la tazzina veniva posata sul tavolinetto, Italo bloccava il primo passante e si faceva aiutare a degustare il liquido scuro non zuccherato. Da solo non sarebbe riuscito ad accostarlo alla bocca. Sostava qualche tempo ancora per osservare la piazza poi, stanco chiedeva di nuovo aiuto per essere spostato sulla sua carrozzina. Una spinta e ….. via!
Tante volte l’ho caricato. Era molto pesante ma rispondevo volentieri alla sua richiesta. Allora però avevo vent’anni.


CARLEIN: IMPERSONARE CARNERA
Ruggero Toni

Carlo era un gigante buono, alto quasi due metri. Tutta la sua famiglia era composta di uomini quasi con la stessa statura, spesso affamati. Vivevano in una bicocca della “Corte”: un insieme di poveri caseggiati poco distanti dal paese. Quando sua madre, autoritaria e decisiva, lo mandava in paese dal fornaio “ Nevali” a prendere una qualche crocetta di pane con i pochi soldi che aveva, Carlo ubbidiva. Ma quando rientrava a piedi, strada facendo, troppo spesso, come sempre, aveva fame e si mangiava quasi tutta la scorta chiusa in una borsa multicolore fatta di ritagli di pelle.
Dopo l’acquisto, a casa arrivava un paio di “bricadel” e forse molte briciole. La madre allora lo guardava con i pugni stretti sui fianchi: forse avrebbe voluto sgridarlo. Ma amava molto quel ragazzone adolescente, così come proteggeva tutti i suoi figli. Forse Carlo di più perché stava ancora crescendo. Aveva già un gran corpo e lei non poteva certo stupirsi che avesse sempre fame.
A dispetto degli appetiti insoddisfatti, continuò a crescere. Io lo ricordo alle elementari: era ripetente e troppo alto per essere contenuto in un banco con i ripiani rigidi e i seggiolini mobili. Carlo si sedeva sulla spalliera posteriore del banco in fondo alla classe e dall’alto del suo punto di vista ci guardava e non capiva cosa facessimo e perché. Ci perdemmo di vista per molti anni. Finito il tempo della scuola con scarsi esiti, iniziò a lavorare come garzone muratore: trasportava secchi di malta e cemento. Salendo e scendendo dalle impalcature irrobustì ulteriormente e gonfiò i suoi muscoli.
Non so dire come avvenne ma qualcuno lo notò. Forse un uomo di spettacolo, rimasto colpito da quella prestanza fisica. Si stava evidentemente cercando un cast di attori per la produzione di un film. Avrebbe dovuto essere il racconto della vita del pugile Primo Carnera, primo italiano campione del mondo dei pesi massimi. Era alto quasi due metri, pesava più di un quintale. Fu definito “il gigante dai piedi di argilla” per il rapido declino della sua carriera. Una storia che, portata sullo schermo, certamente avrebbe molto incuriosito. La difficoltà era certamente legata alla ricerca di qualcuno che potesse impersonare quel gigante anche solo come controfigura. Carlo sembrò la persona giusta per il ruolo: il fisico c’era ma il problema insormontabile era muoversi come un attore e magari anche recitare. Non so se furono fatti “provini” ma qualcosa o forse tutto non funzionò.
Devo dire che quando lo incontrai molti anni dopo, mi fissò come se cercasse di ricordare qualcosa. Ci accomunava in quel momento l’acquisto di una bottiglia di Vodka, residuo disponibile al termine di una festa provinciale dell’Unità. Anche se la sua poderosa stazza mi impressionava e mi metteva paura ci trattavamo da amici e tale lo consideravo.


La Cumpagnia dal Turtèl
Luisella Vaccari

Nell’inverno del 1968 la mia amica Franca mi chiese se quella sera potevo andare con lei a vedere una prova teatrale di alcuni ragazzi che volevano mettere in scena una commedia dialettale. Franca aveva fatto il teatro sperimentale e se ne intendeva, io avevo fatto insieme a lei alcuni spettacoli di bambini e quindi qualcosa lo masticavo anch’io. Naturalmente le dissi di sì e andai, con un certo timore reverenziale verso questi ragazzi votati all’arte sacra del teatro.
Nella sala d’attesa dell’ambulatorio del dottor Vaccari, in cui aveva luogo la prova, trovai una strana ammucchiata di personaggi, dediti in principal modo ai cioccolatini, al whisky, alle battutacce e alle risate; e il dottore che aveva scritto la commedia e ne stava curando la regia, si divertiva a vederli divertirsi. Giunto il momento della prova mi resi conto che sapevano il titolo e a malapena le prime pagine del copione, recitate a spanne e con spirito libero.
Ci dissero che le prove si protraevano da mesi sicché alla fine, dopo aver ingollato anch’io la mia dose di cioccolatini e di whisky, sentenziai che avrebbero fatto meglio a dedicarsi ad altro perché mai e poi mai sarebbero stati in grado di mettere in scena una commedia.

 

Parole profetiche: nel 2018 questi “ragazzi” hanno festeggiato il cinquantesimo anno di attività teatrale con il nome di Cumpagnia dal Turtèl.

Rimasi poi anch’io in quella compagnia di squinternati, non so se per compassione, per amore del teatro o dei cioccolatini; rimasi e fu una scelta che ha segnato profondamente la mia vita.
Per tutti noi Tortelli quei cinquant’anni sono stati vissuti nel profondo, nell’intimo della nostra storia personale. Si sono creati rapporti e amicizie indissolubili mentre ci siamo scambiati lezioni importanti come l’ascolto e l’attenzione per l’altro, la condivisione dei sentimenti e dello scorrere della vita.

 

 

E poi l'amore per il teatro ... quella parte di teatro che vive dietro le quinte, dove bisogna sussurrare e capirsi con uno sguardo.

Nel silenzio della penombra polverosa, tra tele, corde e carrucole, separati dal resto del mondo dal pesante velluto del sipario: mani ansiose che cercano sicurezza nel copione ormai sgualcito, la gola che si chiude, i passi che misurano gli spazi sulla scena , i riti, ognuno i suoi e sempre gli stessi, e gli sguardi, gli sguardi che si incrociano, si interrogano, si rispondono.
Uno sguardo che dice “Vedrai che anche questa sera andrà bene! Lo so che in questo momento ti sembra di non ricordare più nulla ma sai bene che appena entri dentro nella luce e nella vita della scena , la mente si scioglie e tutto arriva semplice e facile. Dai, siamo tra amici e ci vogliamo bene ... e poi c'è sempre il suggeritore!”

E dopo “Ecco, hai visto? Li senti gli applausi? Sei stato forte!”

 

 

 

 

 

Impegno artistico dietro le quinte

 

 

E oggi, dopo più di cinquant’anni, quando ci ritroviamo da reduci, pratichiamo l'esercizio dei nostri racconti con l'inutile puntigliosità dei particolari ben sapendo che ognuno ha scolpito dentro di sé ogni aneddoto, ogni emozione, ogni battuta, ogni ansia, ogni euforia e devo dire che ancora, nonostante la sclerosi che incombe, ci capiamo con uno sguardo.

Riunione della compagnia in versione Covid

Potrei raccontare tante cose, vita, morte e miracoli della Cumpagnia dal Turtèl, ma non raggiungerei mai la pienezza di Guido nel suo libro, nel nostro libro ’Na fòla longa,bèla, colorèda dove ogni attimo di questa lunga fòla viene pennellato d’amore e di fantasia.

E se qualcuno preferisce l’immediatezza e la vivacità delle immagini c’è il DVD ‘Na fòla longa bèla colorèda che il regista Federico Baracchi ho costruito sull’onda di una festa e di una poesia.

 

>>"‘Na fola longa bèla colorèda"<< Soliera, 19-20 febbraio 2016.

>>"A un compagno di viaggio, omaggio a Sandrino Tagliavini"<< Soliera, 16 luglio 2015.

>>“’na fòla bèla, longa, colorèda…”<< ricordi, aneddoti, fotografie, dicerie e malinconie della Cumpagnia dal Turtèl, di Guido Malagoli.

>>"La forza dell'interesi"<< commedia della Cumpagnia dal Turtèl.

 

19 marzo 2021


I Nomadi a Soliera
Marisa Zanini

Qualche decennio fa in occasione di una visita ai miei genitori nella nuova casa di Via S. Maria fra l’argine del Secchia e l’abitato di Soliera venni a sapere che in serata ci sarebbe stato un concerto all’aperto presso i giardini del paese: il Parco della resistenza. E’ il parco più grande che accompagna un bel tratto di via Arginetto e delimita le prime strade a ridosso del centro storico. Allora non conoscevo né il centro cittadino, né la sua storia, né i suoi abitanti. Il concerto era tenuto da un gruppo musicale, allora si chiamavano complessi, molto famoso, quello dei Nomadi. Nonostante conoscessi la loro formazione, i loro successi, i brani più volte cantati in compagnia o da sola in auto con la musicassetta a tutto volume non avevo mai assistito in diretta ad una loro esibizione. Ricordavo però di averli incontrati almeno due decenni prima a Milano in Piazza Duomo quando ancora i pullman turistici ci potevano arrivare. Ero in terza media e avevo tredici anni, era il 1967. Mi trovavo in gita scolastica e dai finestrini del bus alcune delle ragazze più scatenate salutava un gruppo di quattro ragazzi vestiti di nero con barbe incolte e capelli lunghi e pantaloni a zampa di elefante e loro si avvicinarono convinti che li avessimo riconosciuti. Erano solo ragazzi poco più grandi di noi. “Siamo di Modena” disse Rossana, la compagna di classe alta e bionda che avrebbe poi costituito il gruppo musicale dei Modena city Ramblers come solista. I quattro intanto si erano avvicinati e adesso li vedevamo benissimo davanti al piazzale e di fronte al Duomo. “Anche noi siamo di Modena, io sono Augusto, Augusto dei Nomadi”. Questo era il ricordo indelebile di quell’incontro fortuito quando ancora il gruppo musicale era agli esordi.
Non potevo mancare quell’occasione, sentire e vedere Augusto Daolio e ascoltare la sua voce vibrante dal tono inconfondibile a Soliera, nel parco della resistenza, a pochi passi dalla casa dei miei genitori. Fu davvero difficile trovare un parcheggio se non quasi fuori dal paese, per la ressa di persone e auto, una folla indescrivibile si era riversata per l’occasione ghiotta. Il pubblico era fitto fitto, una marea festante che parlava e cantava scambiandosi battute, mentre sentivo l’odore e vedevo la brace di qualche spinello. L’atmosfera era rovente anche per il caldo torrido estivo, era buio e la band aveva iniziato a suonare già da un po’galvanizzando con le sue note alte e intense il pubblico assembrato sotto e attorno al palco che a malapena riuscivo a intravedere. Ero sola, gli amici non avevano fatto in tempo ad arrivare e così mi era più facile farmi strada nella folla per trovare un punto strategico per sentire meglio e vedere il mio idolo, Augusto e la sua voce. La gente assiepata attorno ripeteva a gran voce le note della canzone, erano i loro cavalli di battaglia, le note risuonavano come un mantra nell’aria accompagnate dalle nostre voci. Superando ogni ritrosia mi misi a cantare presa dalla foga e dall’adrenalina del momento. Dopo mezzora di musica indimenticabile ero diventata un tutt’uno con la gente vicina, giovani e meno giovani assiepati e felici. Poi dopo l’ultimo replay richiesto a gran voce la musica finì e mi dispiacque tanto di non essere arrivata prima per godermelo tutto quel meraviglioso incontro musicale che non si è più ripetuto. Questo fatto giocò molto a favore dell’ipotesi, allora solo vaga, di diventare cittadina di Soliera.
26 marzo 2021

 


Olga al concorso "Io scrivo ... tu scrivi"
Caterina Fiorino

Nella foto - Fabrizio Malavasi premia Olga Gaudio presso la Sala Consiliare del Municipio di Soliera - 22 giugno 1995

A volte i percorsi scolastici e personali incrociano piccoli eventi che immortalano le nostre vite nelle piccole storie di una comunità. Così accadde nel giugno del 1995 con il concorso letterario “Io scrivo … tu scrivi” istituito dal mensile d’affari e cultura AGORA’ di Fabrizio Malavasi, che diede modo ad adulti e bambini di partecipare con i propri scritti.
Olga, in quel periodo aveva affrontato a scuola, le lezioni dedicate alla poesia, quindi era fresca di nozioni ma anche di fervida fantasia, come solo i bambini sanno nutrire.
Prese l’occasione al volo, anche su suggerimento della sua mamma e partecipò al concorso letterario con la sua poesia “Poesia”
Fu una sorpresa scoprire che era stata selezionata tra i vincitori del concorso e premiata presso la sala consiliare del municipio di Soliera. Giovedì 22 giugno 1995 alle ore 21.00.

 

27 febbraio 2021


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con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
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