LO SPAZIO GIOVANI
Daniele Righi

Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

Ho iniziato il mio ruolo di operatore dello Spazio Giovani di Soliera nel 1997, un anno dopo che il servizio venne inaugurato. Nel 1996 infatti quella che era stata la Fonoteca Comunale, frequentata assiduamente dagli adolescenti solieresi, divenne un centro di aggregazione giovanile.
Venne elaborato un progetto dall’assessorato alle Politiche Giovanili che prevedeva la nascita di un luogo appositamente per i giovani, con operatori, spazi ed attività appositamente a loro dedicati.
Lo spazio individuato era l’ultimo piano del Mulino di via Nenni (già Centro Culturale da molti anni) che svolgeva il servizio di Fonoteca; la musica si era rivelata già da tempo uno straordinario mezzo di interesse e aggregazione per i ragazzi.

Lo Spazio Giovani di Soliera presentava alcune caratteristiche precise:

Aggregazione come primo obiettivo
La primissima finalità del servizio era consentire ai giovani di stare insieme senza l’obbligo di fare qualcosa in particolare o comprare alcunché (come nei bar), dando quindi un massimo valore alla socializzazione. Agli utenti era chiaro che avrebbero potuto frequentare lo Spazio Giovani anche solo per il piacere di frequentare amici e coetanei

Tutto gratuito
Ogni proposta dello Spazio Giovani di Soliera è sempre stata gratuita, solamente il prestito dei CD musicali prevedeva un piccolo abbonamento annuale ma questo era relativo al servizio di fonoteca.

Sempre aperto
Lo Spazio Giovani di Soliera era sempre aperto, tutti i giorni della settimana: lunedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle 15 alle 19, il martedì e il giovedì dalle 20.30 alle 23.30 e il sabato dalle 21.00 alla 01.00. Un offerta quindi molto ampia per uno spazio che i giovani avrebbero dovuto trovare sempre aperto.

Ambiente sano e neutro, garantito da educatori
Il servizio prevedeva la presenza costante di un paio di educatori che garantivano l’accesso neutro e libero a tutti, evitando la tendenza delle compagnie giovanile a monopolizzare in maniera esclusiva gli spazi frequentati. Gli operatori erano possibilmente un maschio ed una femmina per garantire sensibilità e opportuna attenzione anche alle ragazze.

Attività e stimoli continui
Per avere un’idea delle tante attività gratuite che erano proposte ai ragazzi si veda la relazione in allegato.

Di quegli anni ho un ricordo molto positivo; l’ambiente dello Spazio Giovani era accogliente, allegro, sano ed inclusivo. Tanti erano i ragazzi e le ragazze che lo frequentavano, provenienti da ambienti e classi sociali anche molto diversi. Una maggiore descrizione sulla composizione degli utenti si trova sempre nella relazione in allegato.

 

>>"Spazio Giovani Soliera, relazione 2004"<<

>>"Spazio Giovani - Fantasylandia"<< caccia al tesoro on line sul mondo Fantasy.

>>"Gemellaggio Soliera-Paiporta e progetto Chernobyl"<<

 

31 gennaio 2021

 


LA LUDOTECA
Enrico Selmi

Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

Nel settembre del 2002 ebbe inizio la mia "avventura" in ludoteca al Mulino (oggi Ludò) al fianco dell'allora ludotecaria Elisa Leoni. Accettai tale incarico principalmente per 3 ragioni:
• la mia passione per i bambini
• la sfida di affrontare una nuova esperienza a me totalmente sconosciuta
• ....e perché bisogna pur campare
Alla fine sono rimasto al Mulino per ben 14 anni, fino al 2016, fino a quando non per mia scelta mi fu cambiato ruolo dal nuovo ente subentrato in quanto vincitore del bando di gestione dei servizi, fui spostato al piano superiore, allo Spazio Giovani con gli adolescenti dove sono tutt'ora.
La mia esperienza in ludoteca, a contatto con bambini dai 0 ai 10 anni, è stata incredibilmente ricca e appassionante sia dal punto di vista umano che professionale. Sin da subito mi sono posto sullo stesso piano dei giovanissimi utenti, dal loro modo di vedere, osservare, conoscere, scoprire e vivere gli spazi della ludoteca con tutti i suoi giochi, le sue attività, le sue emozioni e le sue "meraviglie".
Penso ancora adesso che la ludoteca sia vista dagli occhi di un bambino come lo spazio del sogno, del gioco e delle libertà, come un piccolo scrigno dei desideri dove ognuno di loro può comunicare attraverso l'espressione delle idee, della curiosità e del "bello". Tutti i bambini in ludoteca hanno la possibilità di raccontarsi, di sentirsi liberi di manifestare la propria creatività e la gioia della propria età.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno ho potuto constatare e fare mie tutte le loro emozioni e sensazioni, il loro stupore nell'affrontare nuove cose, attività, eventi, feste o laboratori manuali, le loro gioie e delusioni nel vincere o perdere a un qualsiasi gioco, la loro crescita nel rapporto, nella relazione con i loro pari, con il genitore e direttamente con noi educatori o molto semplicemente con l'altro in quanto tale.
Per i bambini c'è e dovrebbe essere così per tutti i bambini del mondo, un unico obbligo: essere felici, spensierati e vivere esperienze che li aiutino a sperimentarsi in curiose situazioni dove assumersi piccole responsabilità, vivere la sensazione del limite e della sconfitta per poi lanciarsi e mettere in campo tutte le proprie doti e qualità. I bambini esprimono con la loro esuberanza, la loro gioia ed energia la bellezza dell'esserci.

Ho visto col tempo la ludoteca crescere ed evolversi tra mille difficoltà e ostacoli, cambiamenti di gestione ed educatori, rinnovamenti di spazi e regole ... ma oggi la ludoteca c'è ancora e rappresenta, a mio parere, un'enorme fortuna e un infinito patrimonio per Soliera e la sua comunità. Una fabbrica di sogni, il luogo ideale dove crescere e cullarsi in un mondo lontano e diverso da quello degli adulti e vivere a pieno la loro età: quella di essere bambini.

20 febbraio 2021


Ricordi di Don Ugo

Ricordo di Don Ugo, di Lodovico Arginelli

Ricordo di Don Ugo, di Sauro Bellodi

Ricordo di Don Ugo, di Danilo Beneforti

Ricordo di Don Ugo, di Roberto Lodi


Il rastrellamento
Mauro Vaccari

Nella foto: danneggiamenti alla linea ferroviaria in località Appalto

Ho ricevuto dal Centro Studi Storici Solieresi l’invito per la rievocazione del “70^ ANNIVERSARIO DEL RASTRELLAMENTO A SOLIERA E LIMIDI DEL 8.6.1944”, come è scritto nel cartoncino allegato.

La mia mente è andata a quel giorno che il calendario segnava ”Corpus Domini”. Anch’io ero a Soliera “garzone di bottega” dal sig. Codeluppi Aladino (riparazione e deposito per biciclette) e fui presente a quella dura circostanza. Prima di passare alla cronologia dei fatti è bene ricordare alcune date storiche:

10.6.1940 - Dichiarazione di guerra alla Francia e Gran Bretagna da parte dell’Italia
10.7.1943 - Sbarco Alleato in Sicilia: ”Operazione Husky”
25.7.1943 - Seduta del Gran Consiglio del Fascismo e caduta di Mussolini
8. 9. 1943 - Armistizio tra Italia ed Alleati, firmato a Cassibile (Sicilia)
12.9.1943 Liberazione di Mussolini (Gran Sasso) ad opera dei parà tedeschi;
15.9.1943 - Costituzione della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.);
30.9.1943 - Costituzione del C.N.L.A.I. (Comitato Nazionale Liberazione Alta Italia) e
nascita della RESISTENZA.

Durante la vendemmia (ottobre 1943) si parlava già di ribelli, di badogliani, di partigiani che operavano sull’Appennino Modenese mentre da noi tutto sembrava tranquillo. Sul finire del 1943 a Soliera, stando alle fonti del locale C.L.N. (Comitato Liberazione Nazionale), vi erano squadre di partigiani ma solo la metà era armata alla meno peggio, quello che mancava era l’armamento, non mancavano i giovani né gli ideali che li animavano.
La RESISTENZA in pianura si stava organizzando, mentre quella in montagna era già attiva, favorita dal fattore “terreno”. Platealmente apparve a Soliera il 1.5.1944 “Festa dei Lavoratori”, dove i Partigiani, la notte precedente, avevano scritto sui muri, con vernice nera (catrame), ” W gli Alleati”, W il 1° Maggio, W i Partigiani” e attorno al paese, nei crocevia apparvero, attaccate ai pali di legno della linea elettrica, bandiere rosse.

Ricordo che al “Casèin di Vec” (Casino dei Vecchi), dopo la Corte di Soliera, ne avevano messo una grande alla porta - finestra verso Soliera: era ben visibile, si vedeva da lontano.
Alla scritta “Casa del Fascio” sostituirono quella di “Casa del Popolo”.
Agli inizi del mese di giugno (6.6.1944) i “gappisti” (G.A.P. = Gruppi d’Azione Patriottica) di Soliera costrinsero i 10 civili incaricati di sorvegliare la linea telefonica Carpi – Ravarino dal Reggente del Fascio Repubblicano, a segare 11 pali di legno, che reggevano la linea e a tagliarne i fili, sabotandola per parecchio tempo.(1)
Nella piazza di Soliera apparvero le stesse scritte, con una in più : “W Ercole Ercoli”; la maggior parte della gente non conosceva questo personaggio, poi si venne a sapere che era il nome di battaglia di Palmiro Togliatti, capo del Partito Comunista Italiano (P.C.I.); anche sul muro di cinta del cimitero di San Michele apparvero analoghe scritte con una più lugubre:” Fascisti prenotatevi”.

Si giunse alla festività del Corpus Domini (8.6.1944), che a quei tempi si osservava, c’era perfino una giostra per bambini a sinistra del portone d’ingresso al Castello, di fronte alle finestre dei genitori di Iside (impiegata al Banco di San Gemignano e San Prospero, che il sig. Enzo Montorsi dirigeva). Per la circostanza c’era tanta gente a Soliera.

Verso le ore 18, provenienti dall’Appalto, arrivarono i tedeschi: circondarono il paese e iniziarono a rastrellare e convogliare la gente in piazza Fratelli Sassi (2). Allo stesso tempo una parte della colonna aveva proseguito per Limidi, dove rastrellarono e concentrarono la gente nello spiazzo antistante la bottega degli Arletti, seguendo la stessa prassi: vecchi, ragazzi e donne a casa e “fermo” dei giovani, che finirono a Bologna assieme a quelli di Soliera.
Io e Giglio Lodi, figlio di Fausto, eravamo i garzoni del sig. Aladino Codeluppi, il quale aveva rilevato la bottega da meccanico-deposito di biciclette dal sig. Pietro De Pietri (3). Entrò in bottega un tedesco, con “machinen pistole” prese Aldo, il babbo di Aladino, e noi ci mise con le spalle al muro al lato della porta.
Un altro milite tedesco andava avanti e indietro sotto il portico per evitare che i rastrellati entrassero nei portoni delle case e guadagnassero la libertà.

Con Giglio concordammo di allontanarci perché la cosa iniziava a prendere una brutta piega tra le urla e lo sbraitare dei tedeschi; stando sempre con le spalle al muro ci spostammo verso il negozio del sig. Ferrari (detto Patachèina) mentre il tedesco ci voltava le spalle, quando invertiva il tragitto e veniva nella nostra direzione noi ci fermavamo. In un paio di volte raggiungemmo l’angolo della casa Ferrari, svoltammo, e con le braccia alzate raggiungemmo lo spiazzo davanti al Castello.

Da uno dei camion fermi in via Roma, un italiano coi baffetti ci ordinò: ”Abbassate le braccia e andate a casa”, cosa che facemmo alla svelta, raggiungendo la casa di Giglio di fronte alle Scuole Comunali. Ci venne ad aprire la porta la sua mamma che abbracciò forte Giglio; capì chi ero io e mi abbracciò anche me: in quell’abbraccio sentii la mamma che aveva tremato di paura e di angoscia per il figlio e pensavo a mamma Amorina e nonna Ildegarda. Aveva serbato la cena: Giglio volle dividerla con me ma né lui né io avevamo fame; ci guardavamo con occhi spiritati, non parlavamo e così andammo a letto.
Alla mattina presto mi prestarono una bicicletta e così potei tornare a casa; trovai nonna e mamma, Regina e Pietro Luppi nella disperazione, perché la notizia del rastrellamento era arrivata la sera stessa dalle donne che i tedeschi avevano mandato via da Soliera. Anche Daniele Luppi era stato preso.
La nostra salvezza fu che avevamo i pantaloni corti per cui sembravamo ancora più piccoli della nostra età: 14 anni, sebbene GIGLIO fosse più alto di me (4).

I rastrellati vennero portati a Bologna al comando delle SS ed inseriti nell’elenco dei “politici”; il giorno dopo vennero trasferiti al Campo di Concentramento di Fossoli (Carpi). Sui loro vestiti (5) cucirono un triangolo rosso con IT = Italia, che significava “Deportato Politico Italiano”: attesero di essere mandati in Germania. Anche se erano considerati “politici” la maggior parte di essi verrà usata come mano d’opera in Germania.
Non si è mai conosciuto il numero esatto dei rastrellati di Limidi e Soliera; dalle testimonianze dei “catturati” la quantità oscillerebbe tra i 70 –75 giovani.
Oltre a dare una risposta alla Resistenza per il sabotaggio della linea telefonica, era un’azione per procurarsi mano d’opera per spedirla nel Reich.

Di Giglio e della famiglia Lodi ho sempre conservato un profondo sentimento di viva riconoscenza, gratitudine e di amicizia per avermi accolto nella loro casa in un momento così doloroso.

All’indomani del rastrellamento il Paese si interrogò puntando il dito sul Reggente del Fascio Repubblicano, il sig. Renzo Galli (impiegato al dazio), e alle Autorità della R.S.I. (Repubblica Sociale Italiana), come correi dei tedeschi e sul giostraio che aveva impiantato la giostra come elemento “attirante” gente. In seguito la “correità” tra R.S.I. e S.S. tedesche, autori del rastrellamento, non fu mai chiarita, mentre quella del giostraio era lampante: egli sfruttava le feste religiose per guadagnare qualche lira e nulla più. Sollecitati dai famigliari dei rastrellati le Autorità locale della R.S.I. ottennero la liberazione dal campo di concentramento di Fossoli di una decina di giovani tra cui Ermanno Gualdi, Luigi Lancellotti ed altri.

Daniele Luppi, Alessio Poppi, Nando Bulgarelli, Massimo Zironi ed altri andarono a lavorare in una fonderia. Zironi, vinto dallo sconforto, preferì darsi la morte.(6.1.1945 a Brandemburg Havel), gli altri ritornarono a guerra finita come larve umane.

NOTE
(1) - A quell’epoca ero garzone di meccanico di biciclette nella bottega del sig. Aladino Codeluppi, assieme a Giglio Lodi; veniva spesso da noi Setti anarsoch che portava sempre in testa un basco perché era compagno di lavoro del sig. Ugo, (fratello maggiore di Aladino) alla Fiat Grandi Motori di Modena, e sfollato con la famiglia in casa di Aladino e genitori. Chiedeva in prestito le “tronchesi”che puntualmente riportava il giorno dopo; noi le utilizzavamo per tagliare i raggi delle ruote quando si doveva recuperare il mozzo per fare la “raggiatura nuova” della ruota. Con il senno di poi capii a cosa gli servivano le tronchesi: per tagliare i fili del telefono nelle azioni di sabotaggio.
Valoroso gappista morì, assieme al suo compagno Ivano Martinelli di Limidi (conosciuto a casa nostra nel 1943) a Sozzigalli, in uno scontro a fuoco contro i tedeschi il 3.3.1945.

(2) - La colonna dei camion (due o tre), la camionetta e le motociclette con sidecar e mitragliatore in vista (B M W - R 75 con mitragliatore MG 42 “machinen geweher” detto “sega dì Hitler”), arrivò dall’Appalto. Si fermò all’altezza delle scuole Comunali, mentre le motociclette andavano a costituire posto di blocco sul ponte dell’Arginetto per San Michele, all’incrocio con le strade del Macello, e per la Corte, in modo da bloccare l’eventuale fuga degli uomini. Quando i tedeschi furono certi del “blocco” al Paese, si mossero giungendo fin sotto il castello di Soliera.

(3) - Quando il sig. Pietro De Pietri smise di fare il coltivatore diretto rilevò la ferramenta, la bottega del meccanico ed il deposito di biciclette del sig. Guadagno.
La ferramenta la gestiva la moglie signora Telmina con le figlie Rina e Maria, mentre il figlio Dino studiava da geometra; la bottega ed il deposito era prerogativa del sig. Pietro. Iniziai sotto di lui il mio apprendistato e dirò che oltre ad essere comprensivo, buono, era anche generoso con la paghetta di fine settimana; altrettanto dirò della benevolenza che la signora Telmina mi dimostrava e della mia infatuazione per la bellezza prorompente di Rina… avevo quattordici anni !!
Siccome il lavoro della ferramenta cresceva, perchè vendevano anche prodotti per l’agricoltura, il sig. Pietro cedette la bottega ed il deposito di biciclette al sig. Aladino Codeluppi; così passai sotto il sig. Aladino e conobbi Giglio Lodi che era il suo garzone, bravo, paziente, sapeva far di tutto, e mi insegnò tanto, per cui diventammo veri amici.

(4) - L’amico e coetaneo Nando Bulgarelli di Secchia, fratello di Adolfo il biciclettaio di Soliera, indossò per la festa del Corpus Domini un paio di calzoni alla zuava per apparire più “grande e maturo” con le ragazze. Sarà per i pantaloni alla zuava o perché sembrava adulto, venne catturato e spedito in Germania assieme a Daniele Luppi ed altri.

(5) - Il Campo di Concentramento di Fossoli (Carpi) fu creato per i prigionieri inglesi catturati nell’Africa Settentrionale e funzionò dal 1942 al 8.9.1943 ; era in grado di ospitare fino a 5000 persone. Dal dicembre 1943 al febbraio 1944 venne gestito dalla R.S.I. come Campo di raccolta ed internamento razziale (Ebrei, zingari) poi passò sotto il controllo delle S.S. tedesche che lo adibirono per : Ebrei, oppositori politici e nemici del Reich, con destinazione Germania, via ferrovia: Carpi,Verona, Bolzano, lager in Germania. Il 20.11.1944 venne bombardato dagli Alleati che causarono la morte di 17 sorveglianti nazi-fascisti; trovò la morte Ermes Bernini, parente di mio padre, che dalla Polveriera di Soliera era stato trasferito a Fossoli ; il campo rimase attivo fino all’inizio del 1945 per essere chiuso per l’avanzata degli Alleati.


Terremoti
Marzia Oliani

A dire il vero quella mattina, per un attimo non ho pensato alle scosse che nei giorni precedenti si erano susseguite numerose senza passare indifferenti al mio stato d’animo,(anche se avevano creato in me tanta paura ...)perché avevo un appuntamento importante con un bell’uomo …
Ecco, puntualmente mi avvio verso l’ospedale intorno alle ore 8, avevo appuntamento con un medico che ha tenuto in cura mia madre nel suo ultimo ricovero, “Ci prendiamo un caffè, poi ognuno di noi due va al lavoro ...” Infatti, ricordo ancora oggi come ero vestita, pantaloni bianchi, maglietta bianca e giacca a righe blu e bianca, mi sentivo bella. mi piace ancora tanto scegliere con cura gli abiti da indossare a seconda dell’occasione, mi fa stare bene con me stessa e mette in armonia il mio corpo e la sua fisicità, sfoggiando tutta la mia femminilità.
Per certi versi avevo già dentro di me il terremoto, perché l’incontro col dottore mi aveva fatto “sgrovigliare le budella”, senza che lui si accorgesse di nulla naturalmente … ci prendiamo il caffè parlando di noi, poi ci salutiamo come due vecchi amici, e inizio a percorrere con passo veloce tutto il corridoio dell’ingresso ospedaliero, per arrivare in fretta all’uscita per poi andare veloce alla macchina, ero già in ritardo per il lavoro, ma si sa che gli incontri di questo tipo fanno volare il tempo senza accorgertene ... ma non c’è cosa più bella di un terremoto interiore per qualcosa che fa sobbalzare il cuore.
Percorro la strada per arrivare al nido in pochissimi minuti, e mi avvio direttamente nello spogliatoio per cambiarmi, poi velocissima mi dirigo verso la sezione dove i bimbi mi aspettano insieme alla mia collega, ma … non faccio in tempo ad aprire la porta della sezione che sento la terra tremare e di colpo mi assale la paura di non farcela, di non riuscire a portare in salvo i bimbi che mi guardano con gli occhi sbarrati come se qualcosa di molto potente stesse per succedere, paura, tanta paura!!
In pochissimi secondi riusciamo io e la mia collega a portare fuori i bimbi nel parco dell’asilo, vedo le radici degli alberi muoversi, come se ci fosse una bestia feroce sotto terra che si muove, non mi scorderò mai più questa visione e la sensazione che ho provato in quei momenti! Quanta paura!
Rimango confusa per alcuni secondi, ma poi immediatamente mi riprendo e cerco di capire se i bimbi stanno tutti bene.
Tutto bene si fa per dire ... un caos pratico e mentale! Ma com’è, ma cos’è, ma perché?????
Non riesco a rendermi conto che sia tutto vero, sembra un film dell’ orrore visto al cinema, invece purtroppo sono momenti veri, vissuti in quel preciso istante da tutti, persone, cose, natura ... il mondo intorno a noi!
Ecco come tramutare un terremoto emotivo piacevole in un terremoto devastante naturale che cambia la vita di tutti e di tutto in pochi secondi!
Mandiamo a casa i bimbi contattando tutte le famiglie, poi in silenzio, nessuno parla, ci dirigiamo alle nostre auto per il ritorno a casa, mi tremavano le gambe, in strada si stavano ammassando le auto con i clacson che suonavano da tutte le parti, avevo davvero paura, ero sola in mezzo al traffico e non mi sentivo protetta da niente e da nessuno! In quegli attimi però il pensiero corre a mia figlia che è a Mantova all’università, in uno stabile antico, un monastero di vecchia data, ho paura anche per lei ... mio figlio è a Londra per un progetto di studi, per cui lo ritengo al sicuro.
Come cambia la vita in un attimo ...
Nei giorni successivi non parlo, non riesco a trovare le parole nemmeno per far capire il mio disagio e la mia paura ancora tutta dentro di me.
mi stabilisco a casa da mia sorella fino a fine agosto insieme a mio padre e alla badante, non me la sentivo di ritornare a casa sola, visto che mia figlia decise di ritornare a casa a Soliera, una casa sicura e stabile sicuramente, rispetto a quella in cui vivevamo io e lei.
In quei mesi di convivenza forzata però ho cercato di ristabilire un rapporto dignitoso con mio padre, con cui ho sempre avuto un rapporto di grande conflittualità, perché non mi lasciava mai libera di fare le mie scelte di vita, anche se oramai grande, ma quel tempo è servito ad entrambi per “aggiustare “ la nostra relazione !
Oggi sono grata a quell’evento, anche se devastante!
Stiamo tutti bene, mio padre non c’è più, ma io porto nel cuore solo le cose belle che io e lui ci siamo detti nell’ultimo periodo in cui abbiamo vissuto insieme, ho fatto pace col mondo maschile, e anche quel medico ancora oggi è un uomo a cui debbo non solo l’amicizia; a lui va tutta la mia stima per essermi ancora accanto dopo tanti anni; insieme rispettosamente abbiamo “ricostruito” parte delle nostre vite, come dopo un terremoto.

 

>>“Soliera il 20 e il 29 maggio 2012 – Io c’ero”>> di Azzurro Manicardi.

 

25 aprile 2021

 


I racconti dei Don di Soliera

Breve memoria di un quinquennio pastorale, di Don Gaetano Popoli

Sono giunto a Soliera, come vice-Parroco, nel settembre 1978 e lasciai la Parrocchia l’8 Dicembre 1983 per trasferirmi come Parroco ad Albareto di Modena.
A guida della Parrocchia di Soliera c’era Don Ugo Sitti, persona dotata di intelligenza acuta e di cuore di Pastore: più che nell’ufficio parrocchiale Don Ugo era solito incontrare e dialogare con le persone sotto il porticato che corre tra l’ingresso della Chiesa parrocchiale e l’allora noto come il ‘Bar Sonia’: poco più avanti il Castello Campori, di proprietà della Parrocchia, dove risiedevo in un piccolo appartamento. Da questi accenni topografici si intuisce come la Parrocchia ‘si affacciasse’ sulla Piazza principale dell’abitato e come il rapporto vivo e quotidiano con la gente fosse facilitato e diventasse rapporto pastorale. E dunque la Chiesa, luogo specifico dell’incontro comunitario e del dialogo con Dio e la piazza, luogo esperienziale e del confronto con le persone.
Queste modalità di vita cristiana ed umana mi hanno arricchito e ‘preparato’ al futuro.
In canonica, edificio connotato da grande essenzialità, insieme a Don Ugo ed al sottoscritto c’era la Signora Velia Margini che preparava i pasti e ci accudiva: conservo per lei sentimenti di affetto e di profonda riconoscenza.
In quegli anni erano ancora velatamente presenti e si percepivano anche nell’ambito della Comunità tensioni di carattere politico-ideologiche, ma devo dire che alla lunga prevalevano sempre dialogo e vicinanza umana.
Un altro aspetto della vita parrocchiale che va messo in evidenza e non è da sottacere, era un profondo senso di fede presente in molte famiglie e che costituiva l’ossatura spirituale della vita comunitaria e sosteneva le varie attività parrocchiali, da quelle più specificatamente religiose e formative a quelle a maggior connotazione sociale come la Festa del Ringraziamento, le ‘raccolte’ annuali del ferro, carta, vetro …, i campeggi estivi, la stesura e la messa in scena dei recitals, i vivaci incontri sportivi nel campetto di calcio nel retro della Chiesa, …
Pur nel complesso e talvolta difficile cammino di ogni Comunità parrocchiale, in quel periodo a Soliera correva entusiasmo, senso dell’amicizia, spirito comunitario, disponibilità alla collaborazione, … e tutto questo confluiva positivamente nelle Celebrazioni della fede.
Nella mia vita di sacerdote la tappa quinquennale di Soliera mi è stata di forte supporto spirituale ed umano ai ruoli ed agli impegni di responsabilità che avrei ricoperto in seguito.

14 febbraio 2021

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Tempo pastorale a Soliera, di Don Franco Borsari

Nella primavera del 1987 fui interpellato dai superiori per prendere servizio presso la parrocchia di Soliera.
Di fatto, feci il mio ingresso in paese il 24 maggio 1987. Da pochi mesi si era spento Don Ugo Sitti, mitico parroco di Soliera che, prima come cappellano di Don Antonio Cavazzuti, poi come parroco, aveva praticamente catalizzato la parrocchia dalla fine della guerra alla morte avvenuta il 20 gennaio 1987.
Sono rimasto parroco a Soliera fino al 28 settembre 1997. Dieci anni intensi di vita con un paese in trasformazione culturale, sociale, religiosa.
Fare una retrospettiva di quegli anni è ricordare un dialogo con la città sempre più sensibile e aperto.
Così con l’amministrazione comunale si concluse l’annosa questione circa il castello, che fu venduto al Comune dalla parrocchia che lo deteneva da qualche decennio per le diverse opere di catechismo, sociali ecc.
Fu un dialogo lungo e proficuo con l’amministrazione che portò poi la parrocchia a risanare ambienti parrocchiali quali canonica e teatro trasformate in sede di catechismo, riunioni e attività scoutistiche.
Non mancarono contrasti di ogni genere sull’operazione resa necessaria dai tempi, esigenze e prospettive.
Dieci anni di dialogo con le istituzioni presenti in paese e che svolgevano tante attività di solidarietà: penso alla Croce Blu, al Gruppo genitori figli con handicap, a gruppi della festa del vino, del ringraziamento e così via.
Anni di incontri, collaborazione ed entusiasmo.
Dieci anni di attività nella scuola come insegnante con dialogo, corsi con il personale insegnante, i ragazzi le loro famiglie.
All’interno della parrocchia erano tempi nuovi di semina per eventi e iniziative che si sono poi consolidate nel tempo. Penso al canto, in piazza, in chiesa; al gruppo scout che si consolidò e ampliò; alla tenuta dell’azione cattolica che grazie alla presenza e alla stimata figura di Argimiro Arletti, garante contenuto di profondità; rimanendo in parrocchia e in Diocesi una delle associazioni più affermate e vivaci.
La vita di parrocchia, specialmente in paese, è sempre svolta attiva.
Rimanere in poche righe per un tempo così entusiasta è difficile.
Soliera ha le sue consuetudini inveterate e ricche di operosità. Penso alla tradizione della quinquennale della Madonna di San Michele ma anche ad avvenimenti lieti a tutti che accomunano un intero paese.
In dieci anni ho avuto frequentemente contatto con il mondo del lavoro, allora in fervida espansione grazie ai poli artigianali e non solo.
Così a Natale e Pasqua incontri sul posto di lavoro sempre in un clima di accoglienza, dialogo pur nella diversità di cultura e visione religiosa.
Così è stato pure per il mondo agricolo allora ancora presente, sia per le coltivazioni specialmente i vigneti, e per le numerose stalle per cui la festa di S. Antonio attirava ancora per l’aspetto sia religioso che folcloristico.
A distanza di anni, passando per Soliera, un po’ mi perdo per la nuova viabilità ed espansione della città e un po’ mi perdo ricordando volti, episodi, eventi, un vissuto schietto, vivace, sorridente.
La vita di un prete è entrare nel cuore della gente, consegnare un messaggio e invitare all’esperienza cristiana e impartire.
E così concluso il mio tempo, accettando nella chiesa modenese altri compiti, non staccando la spina soprattutto di una affettuosa memoria di persone, luoghi, incontri, gesti sempre arricchenti il vissuto delle persone.

25 febbraio 2021

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Un po' della vita solierese incontrata con la parrocchia, di Don Marco Maioli

Cerco di ricordare un po’ della vita solierese che ho incontrato in anni recenti, attraverso il ministero nella  parrocchia San Giovanni Battista.  Ci sono cinque aspetti di vita che sono comuni a tutti: relazioni e legami, lavoro e festa, fragilità, tradizione, cittadinanza. Sotto questi aspetti mi pare di vedere meglio luoghi e volti di Soliera.

Relazioni e legami - Prima come diacono (1986-1992) e poi come sacerdote a Soliera (2004-2020) incontravo papà e mamme che chiedevano il Battesimo per i piccoli di pochi mesi. In esse vedevo le relazioni e legami più aperti alla vita.  Coppie (o spesso solo la mamma) che entravano dalla chiesa o dal portico di piazza Sassi in saletta San Pio (ex-Igea, un nome ancora nel ricordo di molti).  Si notavano a volte occhi stanchi per ciò che li metteva alla prova, insieme con un senso di riconoscenza o gioia che li apriva a Dio, fonte della vita. Col passare degli anni il numero diminuiva  (secolarizzazione … , diminuzione del numero di nascite … ). Inoltre con gli anni erano più frequenti le coppie italiano/straniera o viceversa, o di due stranieri:  una Soliera che accoglie; nuovi piccoli chiamati da Gesù alla sua salvezza e alla sua santità.      Quando non potevano venire in sala di parrocchia, mi accoglievano in casa loro per la preparazione al battesimo, e forse così intuivano meglio come essi stessi potevano “sentirsi casa” per il Signore.

Lavoro e festa - Il mondo interiore di ognuno è rivelato in certa misura da come vive il rapporto tra tempo di lavoro (o speranza di lavoro … ) e il tempo di festa. Anche prima del Covid a Soliera di anno in anno il lavoro si trasformava: meno lavoro di operai e più lavoro di cura di anziani, di malati e di piccoli; meno lavori sentiti come “diritto”  e più lavori di “dovere” o di “necessità precaria”;  meno lavori coerenti con la formazione  e più lavori disarticolati dalla formazione … . Il giorno festivo poteva diventare per alcuni una fuga, uno svago e una noia se pur tecnologica;  oppure un tempo di  socialità in diverse forme.  Grazie a Dio ho incontrato tanti a Soliera capaci di festa, cioè di benefica socialità, di essere un “noi” in vari luoghi: ad esempio il tempo di ragazzi con genitori ai campi sportivi di via Caduti e via Loschi; o le sere d’estate ai tavoli di parco Resistenza;  o la fiera di San Giovanni il 24 giugno in piazza Sassi e vie del centro ... Soprattutto ho incontrato a Soliera persone e famiglie vivere la festa non come interruzione del feriale, ma come “giorno del Signore”, annuncio di resurrezione e di speranza aperta: sia nella S. Messa in chiesa; sia in gruppi, giochi e pranzi di comunità, insieme col Parroco dai più anziani ai più piccoli; sia in pellegrinaggi parrocchiali respiro dell’anima.

Fragilità -  ho incontrato malati e anziani di Soliera sia in casa loro sia in chiesa, notando intorno a loro l’attività di cura da parte di un familiare o di persone che non erano parenti; la presenza presso di loro di ministri della S. Comunione;  le S. Messe periodiche e altri momenti di preghiera in casa protetta di via Matteotti;  l’associazione di genitori di disabili e volontari in tante forme e momenti preziosi di sollievo e di comunità solidale;  il numeroso e competente volontariato di pubblica assistenza e trasporto, distintosi in  tempi di terremoto e poi di epidemia, ma da decenni attivo nel servizio; la Caritas parrocchiale luogo di ascolto, di aiuto, di conoscenza di famiglie, nel nome della carità evangelica.

Tradizione -  Di fronte alla ferita di molti divisi in se stessi perché divisi da Dio, sta - da 2000 anni - un’offerta di guarigione, sta la tradizione vivente della chiesa.  Negli anni a Soliera, gli educatori ed io ci domandavamo: perché tanti la scartano a priori? O  perché riduciamo così facilmente la vita della chiesa a regole, a impegni pastorali, a coerenza civile? Non c’era risposta teorica, era l’esperienza di essere salvati che guariva la ferita. Quando i messaggi erano qualcosa che accadeva, qualcosa di verificabile come dilatazione di speranza e di comunità, vedevamo crescere la vita cristiana. In luoghi come il centro Giovanni Paolo II,  nei campi estivi e invernali con esperienze-messaggio preparate insieme. Grazie a chi si faceva formica tenace e paziente di questo trasmettere per esperienze!

Cittadinanza -  Quanto siamo “cittadini”? Pare che un indicatore di cittadinanza sia la disponibilità a investire risorse (tempo e denaro) a produrre beni e servizi che poi serviranno non solo a noi, ma anche ad altri. Persone così le incontravo quasi ogni giorno:  non mai isolate, ma ispirate da amicizia, ideali umani o dalla fede e carità  vissute nel Signore e nella sua chiesa. E’ noto che Soliera ha più associazioni di volontariato e altri gruppi che tante altre cittadine, anche più grandi. Essi sono a fianco di fragilità diverse e numerose. Mi colpiva positivamente l’annuale incontro di rappresentanti di volontariato e di politica vicino a Natale: essi, partendo dalle ispirazioni e convinzioni proprie di ciascuno, sanno costruire con il dialogo le sinergie, sempre più preziose nella complessità e nelle fatiche delle vecchie e nuove povertà.

25 febbraio 2021

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Ti vedo bene a Soliera, di Don Antonio Manfredini

Mai avrei pensato di venire parroco a Soliera e di restarvi per tanti anni.

Quando fui accolto il 9 Novembre 1997 la parrocchia aveva circa 8.000 abitanti. Ora ne conta più di 10.000. I solieresi mi hanno accolto con calore e amicizia. Mi sono trovato molto bene fin dall’inizio e ho capito che il Vescovo Mons. Benito Cocchi aveva ragione quando mi disse: ”Ti vedo bene a Soliera: pensaci e poi dimmi di sì”.

Ho trovato tanti parrocchiani generosi, molto impegnati nel volontariato, religioso e laico, capace di esprimere un tessuto sociale vivo e solidale.

Nei 22 anni del mio ministero ho insistito su due idee-forza che in molti hanno condiviso e imitato: il Signore ci vuole felici e dovendo “camminare insieme” è bello che “gareggiamo nello stimarci a vicenda”. Sono due messaggi che vanno al cuore di tutti: infatti si sta bene quando si è benvoluti e si può crescere nella stima.

Fin dall’inizio posso dire che i rapporti con le istituzioni locali sono sempre stati costruttivi e collaborativi. Ora viviamo un periodo di crisi. Anche a Soliera la popolazione tende a diminuire e cresce l’indice di invecchiamento e sono calate le nascite. Questo è il problema più grave di Soliera e anche a livello nazionale. Infatti senza bambini non c’è futuro.

Aiutare i giovani e le famiglie in difficoltà diventa sempre più urgente. La collaborazione della Caritas Parrocchiale con gli uffici sociali e le diverse realtà del volontariato sta ottenendo ottimi risultati. Quando ho rinunciato alla parrocchia ho chiesto di continuare ad abitare e a collaborare con quelli che considero da sempre la mia famiglia. Sono certo che continueremo a “camminare insieme” perché l’unità di una comunità è ciò che più la qualifica.

Alleluia!

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Nessuno è profeta in patria, di Don Francesco Preziosi

Quando sono arrivato come parroco a Soliera oltre ai numerosi scatoloni mi sono portato dietro un bagaglio di esperienza vissuta come parroco di otto parrocchiette nella prima montagna dell’appennino tra Modena e Bologna: l’Unità Pastorale “Guiglia”. Esperienza che mi ha formato, plasmato, forgiato e umanamente irrobustito.
Come disse il Vescovo al mio ingresso: “Nessuno è profeta in patria”. Quindi anche evangelicamente non sono partito con i migliori auspici. In più dopo pochi mesi il lockdown generale causa pandemia Covid-19 non ha sicuramente giocato a favore e mi ha richiamato ad una solitudine che non fosse isolamento.
Avrei voluto incontrare le persone invece di chiudermi in casa, avrei voluto vedere le persone in chiesa, invece di celebrare a porte chiuse e con la Chiesa vuota: non si è potuto fare altrimenti ed è stato giusto così! Un’ esperienza nuova che mi ha interrogato su come essere presente lo stesso anche in quella situazione: “Il vangelo non è incatenato” e quindi ogni occasione è opportuna per annunciare il Vangelo.
E quindi, con l’aiuto di parrocchiani esperti, abbiamo iniziato a studiare l’utilizzo di nuove piattaforme che permettevano modalità diverse di incontro. Certo non era la stessa cosa di vedersi di persona, ma sicuramente era meglio di niente.
Quindi riunioni, catechismo, attività dei gruppi tutte “on line”. E devo dire che questo tempo è stato comunque fecondo: la nascita del gruppo MASCI ossia della comunità del Movimento Adulti Scout Italiani, gli esercizi spirituali nella vita quotidiana, altre iniziative di coordinamento, l’elezione del nuovo Consiglio Pastorale Parrocchiale e degli Affari Economici.
Non siamo stati fermi. La comunità ha espresso le sue doti migliori e abbiamo iniziato a camminare insieme.
Le aspettative da parte mia non sono tante e, sinceramente dopo questa pandemia, penso che tutta la Chiesa in generale sarà chiamata a un restyling complessivo sempre più urgente: una pastorale che abbia al cuore la famiglia e che riparta dalle piccole chiese domestiche così delineate già all’epoca del Concilio Vaticano II e assaporate in germe proprio nel periodo della pandemia: Dio ci chiama proprio là dove noi pensiamo non ci sia nulla di buono.
L’unico progetto sempre valido è il Vangelo e io sono chiamato, indegnamente, come pastore ad annunciarlo e a viverlo in mezzo a questo popolo essendo parte di questo popolo. Non mi aspetto grandi successi, oppure di creare grandi consensi intorno alla mia persona: questo non è il mio compito.
Semplicemente vorrei camminare con questo popolo, il mio popolo da cui provengo e a cui appartengo, in questo territorio, per condividere le gioie e i dolori, per portarli davanti a Dio nella preghiera ed indicare ad ogni uomo in ricerca della verità che il Signore è all’opera nella vita di tutti, anche di chi non lo cerca esplicitamente: Dio è sempre alla ricerca dell’uomo e non smette di chiamarlo alla vera comunione con Lui, per una gioia autentica. Questa è la direzione e la meta finale. Questo è il cuore di ciò che sono chiamato e devo fare ogni giorno, nella condivisione della vita e nella quotidianità più semplice e vera.


Cantiamo? Cantiamo!
Giulio Pirondini

Chi non conosce la famosa frase “Cantare significa pregare due volte”? Attribuito a S. Agostino, questo detto viene spesso tenuto pronto all’evenienza, anche da parte di cori impegnati in repertori di musica classica e sacra (come noi siamo), quasi per acquisire maggior consapevolezza di sé o per giustificarsi di fronte agli altri. Come per dire al pubblico: “Sì, sappiamo di eseguire un repertorio difficile, sicuramente non di ‘massa’, il cui ascolto richiede attenzione, sensibilità e che a volte può apparire anche noioso … ma a noi piace e vogliamo condividere con chi ci ascolta i capolavori del passato che hanno fatto la storia della musica, nella speranza che la nostra passione possa contagiare anche voi”.

E qui veniamo al punto e ai nostri giorni. Contagiare. C’è forse un verbo più attuale di questo al momento? Iniziamo subito col dire che, naturalmente la situazione pandemica, che dal 2020 ha colto tutti di sorpresa, non poteva non intaccare profondamente anche la vita di un gruppo corale come il nostro. Cos’é che rende Coro un coro? Qual è la caratteristica fondante che possiamo ritrovare in tutti i cori, indipendentemente dalla tipologia del gruppo, dalla provenienza, dal repertorio? La risposta appare scontata: cantare insieme. Un coro è un vero e proprio strumento musicale, al pari di un pianoforte, di una chitarra o di una voce singola. Un coro tuttavia è ancora di più: è esso stesso uno strumento musicale ma contemporaneamente è un insieme di strumenti musicali, di singole persone, diverse, che si ritrovano mosse dallo stesso desiderio e dalla medesima passione. E quando tante medesime passioni si ritrovano fianco a fianco, a cantare insieme nello stesso momento, nella stessa sala prove, durante la stessa esibizione pubblica … è allora che scatta la magia.

Cantare insieme è magico e allo stesso tempo davvero emozionante. Non è soltanto un bel passatempo ma anche uno dei momenti di più alta socialità, di stretta aggregazione, se non, addirittura, di sana “terapia” individuale e di gruppo. Ed è proprio per questo motivo che abbiamo ritenuto – oltre che giusto e rispettoso nei confronti di noi stessi e degli altri – coerente con la nostra idea di Coro, non sfidare la situazione sanitaria attuale, ma capirla; non rischiare di trasformare la nostra passione in uno sfogo egoistico, ma fermarci. E non è stato facile fermarsi. Non è stato bello.

Perché nel corso di questi ultimi anni diverse cose belle sono accadute nella vita di questo coro. La più importante e preziosa è stata la collaborazione con il coro G. P. da Palestrina, di Carpi. Il concerto di Natale 2017 presso l’Auditorium S. Rocco di Carpi – quando questi due gruppi hanno potuto cantare insieme per la prima volta – ha aperto occhi e cuori a tutti noi. Perché non provare a dar vita ad un nuovo organismo? Perché non permettere alle nostre passioni di moltiplicarsi? Perché non provare ad avvicinarci agli altri, parlarci, capirci e… cantare insieme? O meglio, se possibile, cantare ancor PIÙ insieme?

E fu così che i due cori si unirono e nacque “CorInCoro”. Un’operazione non facile, poco consueta, ricca di insidie e soprattutto per nulla scontata. CorInCoro si è esibito in diverse occasioni e in vari contesti: rassegne promosse da Aerco (Fiumi di voci, Coriamo); tradizionale concerto annuale della Desolazione di Maria, riproponendo l’opera del M° G. Savani; animazioni liturgiche presso il duomo di Modena, in collaborazione con Ascamn; rassegna corale “Armonia del Canto”; rassegna corale “Do, re, mi, fa .. Soliera!”; concerti di Natale, … Insomma: questa sì, una vera magia.

 

L’altra sera stavo riflettendo su una domanda sciocca. Che vita ha un coro? Quanto può durare? La vita delle persone che lo compongono? Così come è nato, è destinato a finire prima o poi? Lo abbiamo già detto: un coro è uno strumento musicale. E come tutti gli strumenti, può suonare meglio in certe condizioni, in certi periodi; può consumarsi, impolverarsi, avere bisogno di riparazioni. Naturalmente, può anche rompersi e non funzionare più. Diverse persone, coristi e coriste, amici e amiche, voci che da sempre esistevano nel nostro coro (e che immaginavamo potessero sempre esistere insieme a noi) ci hanno lasciato nel corso degli anni. Ma hanno anche lasciato un grande ricordo indelebile di se stesse e del loro entusiasmo. Vorremmo dedicare anche a loro queste parole e portarle con noi quando ritorneremo a cantare insieme, dopo questa lunga e forzata pausa.

Quando un pianoforte viene abbandonato in soffitta e nessuno lo suona più, come minimo si scorda. Con un coro la questione è ancor più delicata, non abbiamo a che fare con tasti, avorio e legno ma con persone. Ciò che lega queste persone tuttavia è enormemente più forte di colla, chiodi e viti. È la voglia di stare insieme e di provare insieme le stesse emozioni, attraverso il canto. Di sentirsi uniti nella diversità.

È vero, tutti conoscono la frase “Cantare è come pregare due volte”. Ma pochi forse la ricordano per esteso, in latino: “Qui bene cantat bis orat”. Chi canta BENE, prega due volte. Noi abbiamo sempre cercato di imparare a farlo. Lo abbiamo fatto fin dall’inizio, lo stavamo facendo fino allo scorso anno e anche quando ci ritroveremo, continueremo a farlo.


Confiteor
Sauro Bellodi

Confiteor. Che vuol dire “confesso”.

Ma il mio confiteor non è che una innocente distrazione. Del resto, chi durante la celebrazione della Messa riesce sempre a mantenere la concentrazione fino all’ite missa est? Io da ragazzo mi perdevo soprattutto durante la predica, quando, alzando gli occhi, mi lasciavo catturare dall’immagine del Battista dietro l’altare, nella grande ancona dell’abside. Allora incominciavo a contare i personaggi raffigurati.

INVENTARIO

Cristo – Battista –

Maddalena – Michele

11 angeli ribelli

24 angioletti

3 Re Magi a sinistra

3 su cammelli a destra

3 davanti agli stessi cammelli

6 in arrivo a piedi a sinistra

38 persone radunate attorno al Battista

TOTALE 92

 

Funzionava, perché la predica “passava” senza che me ne accorgessi. Ma ciò che non funzionava è che non mi tornava mai lo stesso numero. Una volta 68, una volta 75, una volta 83. Il mio record. Ma tante figure sono appena abbozzate, altre in ombra, altre ancora affastellate in modo tale che districarle è un’impresa. Senza dire di quando perdevo il segno e dovevo ricominciare. Oggi rifaccio la conta su una bella foto 20x20, e sono arrivato a 92 figure, cui sono da aggiungere 6 cammelli! L’inventario è nel riquadro a lato.

La cosa impressionante, di cui solo ora mi accorgo, è che, per la verità, io quel quadro non l’ho mai visto! Per me rappresentava solo il patrono della parrocchia, San Giovanni Battista, appoggiato ad un bastone terminante a croce, la mano destra levata ad indicare la figura di Cristo in cielo. Un Cristo, preannunciato dal Battista, che scende sulla terra. E che si trattasse di una “discesa” e non di una “salita” fu la mia unica scoperta di allora. Incominciavo a ragionare e ne andavo fiero.

Ora - per dire proprio adesso, gennaio 2021 - ho fatto una seconda scoperta incredibile! Incredibile per me, naturalmente.

Dunque. Dopo aver letto sul libro di don Francesco Gavioli, “Soliera e il suo territorio”, che nel 1879 l’arciprete don Domenico Cornia pose sulla parete dell’abside un dipinto raffigurante San Giovanni Battista, San Michele Arcangelo e Santa Maria Maddalena, commissionato al pittore Geminiano Mundici di Modena, mi sono subito chiesto dove fosse finito quel quadro che io non avevo mai e poi mai visto. Telefonate deludenti a conoscenti ed amici, SMS sparsi e finalmente mi è arrivata una risposta un tantino divertita per la mia dabbenaggine. E’ lo stesso quadro delle mie conte giovanili!      Impossibile, mi son detto.

Invece è proprio così! Tanto guardato e tanto contato senza mai “vedere” nulla. Per anni!

In alto, a destra dell’osservatore, alla sinistra del Cristo, è infatti raffigurato San Michele Arcangelo che, ali bianche, lancia brandita e bilancia della giustizia divina in pugno, caccia e insegue gli angeli ribelli, i diavoli con le ali nere, precipitandoli dal cielo in un vortice infernale, fino a farli schiantare terribilmente su un ammasso roccioso.

In basso, sempre a destra, una donna scarmigliata nei capelli biondi e scompigliata nella veste nera, quasi accovacciata su una pietra sepolcrale, tiene con ambe le mani una croce di legno su cui medita la Passione di Gesù. Maria Maddalena.

Non per giustificare la mia giovanile incapacità di lettura, ma queste due scene sembrano inserite a forza nella rappresentazione prevalente che le oscura: il Battista, Cristo, il popolo. Questi elementi dominanti sono raccordati dalle vestigia classiche che si ergono al centro della scena: un arco sorretto da due colonne a capitello dorico, una terza colonna solitaria poco discosta, un residuo di trabeazione diroccata. A chiudere, una sfinge egizia che interrompe l’orizzonte.

Insomma, si tratta di una pagina di antologia quasi enciclopedica, ben difficile da rappresentare in un unico dipinto. L’artista ha fatto del suo meglio a fronte di una committenza sapientemente pretenziosa. Infatti, il messaggio che don Cornia ci ha voluto lasciare nella chiesa da lui restaurata, ampliata e resa quale oggi la viviamo, è una sintesi della storia religiosa del nostro territorio che nel tempo, dall’XI al XIX secolo ha avuto tre chiese parrocchiali, o plebane: Santa Maria Maddalena, San Michele Arcangelo e San Giovanni Battista.

Forse è il caso di parlarne.

 

20 febbraio 2021

 


Progetto finanziato nell’ambito del Bando progetti eventi ed attività culturali promosso da Fondazione Campori
con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
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