Sogno di una notte di mezza estate ... radio 54
Massimo Valentini

Nel maggio del 2017 si è tenuta presso un noto locale Solierese una riunione di tutti quei ”ragazzi“ che nel 1977 diedero vita ad una delle prime esperienze radiofoniche significative del territorio .

Già in  quella occasione, a parte  il piacere di reincontrare vecchi compagni di viaggio ( quelle prima esperienza terminò in parte nel 1986 e definitivamente nel 1990 )  in modo sporadico e del tutto spontaneo emerse in più di uno dei partecipanti la voglia di riproporsi per una esperienza analoga ma ovviamente relazionata al contesto storico e tecnologico del momento.

Dopo un giusto tempo di  incubazione, nel maggio del 2020, alcuni  dei partecipanti a quella prima esperienza, benché imbiancati nell’aspetto esteriore, si sono ritrovati ed hanno iniziato a discutere sulla opportunità e sulla possibilità di far sorgere una nuova esperienza radiofonica (una Web radio ).

Uno strumento attraverso il quale, in questi tempi di villaggio globale, si possa soddisfare il senso di appartenenza ad una comunità in modo positivo e costruttivo verso il resto del mondo attraverso una informazione che oseremmo definire :” di prossimità” che provi ad essere un servizio e possibilmente un supporto alle persone del nostre territorio, il tutto senza dimenticare il proprio piacere personale nel proporre uno strumento di divulgazione culturale che non sarà, nelle nostre intenzioni esclusivamente musicale, tanto che lo strumento che avremmo individuato per la gestione della Web Radio è quella di una Associazione Culturale.

Il sogno di mezza estate sta per realizzarsi presso i locali del centro Civico di Sozzigalli dove l’allestimento della sala trasmissioni è terminato, ci presenteremo alla comunità in occasione della prossima fiera di Soliera contando di iniziare le trasmissioni ufficiali per la fine di Settembre ed auspicando quanta più partecipazione possibile da parte di tutta la comunità Solierese

 


Panta rei
Luisella Vaccari

Nella foto: la spilla d'oro primo premio.

Panta rei … purtroppo!

Quella spilla d’oro, il premio per l'abito primo classificato alla Veglia delle Rose, era sinonimo di bellezza, grazia, eleganza, giovinezza.
Quella rosa di fine gennaio era l’epilogo di una epopea.
Una epopea organizzativa da parte della famiglia Marverti, sempre impeccabile, con orchestre di prim’ordine, servizio inappuntabile, passaggi sulla stampa.

Un’epopea paesana con una eccitante attesa e un ricco parlare.
“Second te st’an chi ciàpa al prémi? A gh’è un fat muvimèint in gir!”
“A me, quél da l’an pasè an m’era menga tant piasu, l’era trop vistos”
“E la fiola d’la to amiga gh’éla st’an? Bisgnarà c’la faga un poc ed dieta s’la vol fèr bèla figura”

Ma soprattutto un’epopea famigliare. Farsi una toilette per la Veglia delle Rose richiedeva un certo impegno economico: oltre al vestito bisognava comperare le scarpe, la trousse, a volte lo scialle.
I gioielli no, quelli erano merce di scambio.
Il vestito! Mica si andava a comprarlo in negozio! Il vestito era una costruzione che metteva a dura prova i nervi della sarta, della ragazza e spesso anche quelli della madre. Nasceva dapprima nella fantasia e cominciava a materializzarsi sfogliando i “figurini”, quelle bellissime pubblicazioni dalla pesante carta patinata, indice sicuro del prestigio della sarta: più figurini, più prestigio.
Ed ecco che appariva il vestito che avevi sognato, proprio quello, perfetto! Il problema adesso era fronteggiare le obiezioni della sarta e della mamma: troppo qui, poco là, troppo su, poco giù.
Alla fine qualcuno vinceva e si concludeva il primo passo: l’abito era scelto.
Bisognava ora decidere per la stoffa e per la Veglia delle Rose era d’obbligo andare a Modena o a Carpi, non ci si poteva fermare a Soliera. Quindi corriera, filobus con tanto di sarta al seguito perché la questione era di estrema importanza. Le ricerche pazienti e accurate avvenivano in più di un negozio e se poi il modello prevedeva l’applicazione di paillettes e perline la giornata diventava estenuante. La paura di perdere la corriera fugava gli ultimi dubbi e si faceva ritorno al paese con il prezioso bottino.
Dopo una notte di meritato riposo, il giorno successivo si andava dalla sarta a prendere le misure che, insieme al figurino, venivano trasmesse alla modellista per la realizzazione del modello di carta.
Passava almeno una settimana prima che si potesse fare la prima prova in cui la sarta, con la bocca piena di spilli, sistemava le pecche più evidenti. C’era poi la seconda prova e, sempre in omaggio all’importanza dell’evento, anche una terza. Nei casi più gravi, perfino una quarta.

Il cammino era ancora lungo ma alla fine di gennaio la “passarella”, come la chiamava il presentatore ufficiale, era pronta per i passi leggiadri delle concorrenti.
La musica, gli applausi, le fotografie, i sorrisi erano gioia per tutti e ancor di più per la fanciulla che riusciva a cogliere la piccola rosa d’oro che fioriva in gennaio.

Panta rei … purtroppo!

 

>>"Isolda la sarta"<< La Voce – 14 maggio 2003.

 

17 gennaio 2021


LA MIA BANDA DI SOLIERA È ...
Elisa Cappellini

La Banda musicale da definizione è un complesso di soli strumenti a fiato che ci allieta con concerti, sfilate e altre manifestazioni e un vasto repertorio che varia da Verdi fino alle colonne sonore dei film dei nostri giorni e alle hit trasmesse per radio, anzi per molti la banda è associata a qualcosa di brutto, i funerali. In realtà la banda unisce la cultura della musica allo stare insieme e divertirsi e portare in giro l’allegria e la spensieratezza, perciò vi racconto un po’ che cosa e come è la banda per me, ma anche in realtà.
Sono nata in una famiglia di bandisti, mio nonno è stato uno dei fondatori e mio padre è tutt’ora animatore instancabile della banda, perciò è da sempre parte di me e della mia vita e nonostante non fossi mai stata obbligata ad imparare a suonare uno strumento, volevo seguire le loro orme.
Tutto è iniziato alle scuole elementari, chi le ha frequentate da metà degli anni 90 fino ad oggi, avrà certamente conosciuto Gelmini Gualberto, il maestro di musica. Lui entra in classe con tutte le sue valigie e lo stereo e ti trasporta nel mondo della musica, mi ricordo ancora quando ci fece ascoltare il Volo del Calabrone, poi ti porta a conoscere gli strumenti a fiato e se ti piacciono ti invita a passare dalla scuola di musica.
Gelmini Gualberto è una delle colonne portanti della nostra banda, accoglie tutti i ragazzi in scuola di musica come se fossero sui nipoti e li trascina nel mondo della musica, ti racconta della sua storia musicale, da quando fondò i Nomadi insieme a Beppe Carletti e iniziarono con Augusto Daolio a girare l’Italia fino ad oggi, un libro vivente di aneddoti musicali, una vera e proprio enciclopedia. Gualberto Gelmini vive per la musica ed ha la capacità di trasmettere la sua passione a tutti i bambini e ragazzi che incontra, lui c’è sempre, non salta una lezione o una prova, arriva sempre un’ora prima dell’inizio delle lezioni e non finirebbe mai di insegnare, accompagna i bambini a comprare lo strumento, ti prepara i brani da suonare, registra le basi da suonarci sopra … è la sua vita. E così con me, ma con tanti altri, è arrivato alla scuola elementare e non se n’è più andato, ogni tanto si arrabbiava perché non è che io studiassi tanto, ma l’unica cosa che mi interessava era entrare in banda, perché io volevo far parte della banda dei grandi, sfilare alle manifestazioni, fare i concerti e fare le trasferte, quello era il mio obiettivo.


Banda Giovanile, Mosto Cotto anno 2018
I ragazzi che iniziano adesso hanno anche la banda giovanile e quindi quasi fin da subito iniziano a suonare insieme e a stare insieme, ma alcuni anni fa tutto ciò non c’era e dovevi aspettare di essere in grado di affrontare l’esecuzione di brani complicati ( anche se Gelmini ti semplificava i passaggi più difficili ), era dura aspettare che arrivasse il tuo momento. Poi sono entrata in banda, prima fila tra i grandi, paura ma tanta voglia di imparare, perché se a scuola sei solo tu e il maestro, in banda sei circondata da altre quaranta persone, nessuno è lì per giudicarti ma per aiutarti, i più anziani sono come dei nonni acquisiti, quando entrai in banda c’erano Renato Campagnoli, Franco Gozzi, Edgardo Zapparoli, Ascari Germano, tante generazioni che si uniscono tra di loro, l’esperienza di chi è in banda da una vita con la paura di sbagliare di noi giovani che muovevamo i primi passi, ma una pacca sulla spalla e passava tutto.
Tante sedi diverse, dalla cantina delle scuole Garibaldi, poi la sala sopra al nido arcobaleno (quando era ancora in via Roma), via Leopardi e ora la sede all’Habitat, ma una certezza il martedì vuol dire prova e non si può mancare. Le prove servono per provare il programma del concerto, scegliere quali brani fare e quali è meglio scartare, affinare la tecnica in alcuni passaggi e anche se il maestro ogni tanto si arrabbia (e come si arrabbiava Gelmini, voleva la perfezione) perché insomma diciamola tutta non siamo dei professionisti, stai certo che due risate le fai sempre, c’è sempre qualche d’uno a cui scappa una battuta o si intrattiene a chiacchierare con il vicino un po’ troppo e la prova non può continuare perché c’è troppa confusione …  insomma sembra di essere a scuola ma in una classe con 3 generazioni diverse. La cosa divertente che i ragazzi che entrano all’inizio sono tutti timidi, non parlano, studenti modello, poi si adattano tanto velocemente a questo “mood” di banda confusionaria, perché se c’è una cosa che siamo capaci di fare sempre in prova, in concerto, in sfilata o a tavola a mangiare è la confusione.
Terminata l’ora e mezza di prova, ci si ferma a fare quattro chiacchiere (se prima mentre suonavi non ne avevi fatte abbastanza) oppure qualche d’uno trova sempre un buon motivo per stappare una bottiglia di Lambrusco, tagliare una fetta di torta, di salame con lo gnocco, un compleanno, una nascita, ma anche semplicemente la voglia di condividere che la prova termina con il “rinforzo” delle undici di sera.


Martedì sera di prova
Se tutti i martedì ci si trova per provare poi bisogna fare in concerti, ci sono i tradizionali concerti di Natale, primavera, per l’estate solierese e le varie ricorrenze, come le celebrazioni del 25 Aprile, la Fiera di San Giovanni, tutti momenti dove la banda è sempre presente e continuerà sempre ad esserci perché la banda è di Soliera ed è a disposizione del comune e della comunità.
La nostra attività però non si ferma, ci sono le gite e i raduni musicali. Tra tutte le bande in Italia c’è questa fitta rete di scambi musicali, raduni, che permettono di portare il nome della tua banda e della tua città in giro, conoscere nuovi posti e nuove persone, stringere amicizie e passare giornate insieme, ma soprattutto in quel momento rappresentiamo Soliera in Italia. Sono la parte più bella di tutto, di cui conservo ricordi e risate, momenti di convivialità, divertimento e ovviamente musica; sono tanti i posti che la banda ci ha permesso di visitare e conoscere (l’elenco delle gite sarebbe un po’ lungo), viaggi infiniti in pullman, siamo stati al mare, in montagna, abbiamo passato molto tempo a tavola a mangiare ma abbiamo anche suonato e fatto dei bellissimi concerti, perché ascoltare altre bande che suonano prima o dopo ti carica, mi carica, carica il gruppo, la brutta figura non è contemplata, in quel momento rappresentiamo l’intera città di Soliera e si deve essere perfetti. Terminati i concerti torniamo ad essere la solita banda di confusionari, un brindisi a tavola può durare minuti e un discorso del presidente in pullman scatena la rivolta dal fondo del pullman in cori da stadi “un presidente c’è solo un presidente un presidente … c’è solo un presidente” oppure appena tenta di dire due parole qualche d’uno inizia a battere le mani e non smette e si continua così per minuti. E’ bello vedere come non solo il singolo suonatore è coinvolto, ma intere famiglie, mogli, mariti, figli, nonni, tutti partecipano e nessuno è escluso, chi partecipa le prime volte rimane un po’ in disparte perché forse non comprende questa grande famiglia, ma vi assicuro che ho visto sciogliersi anche le persone più imperterrite. Alcuni suonatori che sono venuti con noi come rinforzi al termine delle gite ci hanno detto “se fate un’altra gita, chiamatemi che vengo anche io”. L’ultima gita che abbiamo fatto è stata un’esperienza a livello musicale indimenticabile e per l’intera città di Soliera dovrebbe essere motivo di orgoglio, siamo stati a suonare in Piazza della Signoria a Firenze, riempire quella piazza, la gente che ballava sulla nostra musica è stato emozionante, ahimè un temporale ci ha rovinato la fine del concerto, ma nessuno si dimenticherà di questa esperienza.
Vi ho raccontato delle gite perché molti ci ascoltano e ci vedono a Soliera in qualche manifestazione, ma non sanno che oltre a ciò che facciamo in paese, c’è tanto altro lavoro; come noi partecipiamo ai raduni, a nostra volta ospitiamo sempre delle bande, organizziamo qualche giro turistico per la nostra provincia, prepariamo il pranzo o la cena e diamo loro la possibilità di esibirsi in piazza e farsi conoscere, tutto organizzato con l’aiuto di un bel gruppo di volontari e dell’intera comunità, ristoratori che ci aiutano per il pranzo o cena, chi ci fornisce gli spazi per il pranzo e il materiale necessario, insomma un bellissimo lavoro di squadra.

Sfilata Medievale con le Scuole medie anno 2013
La Banda di Soliera è famiglia, stare insieme, non c’è concerto se poi non si va in pizzeria, non è senza il pranzo e la lotteria, la banda (adesso ci chiamiamo orchestra, ma solo perché è più figo) è parte della mia vita, ho passato buona parte della mia vita dedicandomi alla banda, tutto ciò che riusciamo a fare è grazie solamente alla forza di volontà di noi suonatori e delle nostre famiglie che partecipano, aiutano a preparare e organizzare i concerti e le gite, senza la passione che ci mettiamo ora non saremmo qui, siamo tutti mossi da questo spirito e dalla voglia di fare musica e stare insieme, grandi e piccini tutti insieme. In banda si sono instaurati legami, amicizie, rapporti di lavoro, c’è chi ha trovato l’amore e tutto ciò ha come comune denominatore la musica, senza di lei una buona parte delle nostre vite sarebbe in parte vuota.
Mi rammarica molto che realtà come la nostra siano sempre più in “estinzione”, purtroppo i ritmi frenetici della vita impongono dei cambiamenti, ma non dimentichiamoci mai cosa ci possono lasciare queste realtà aggregative nella nostre vite, molti non comprendono fino in fondo l’importanza della banda, anzi molti ancora quando dico che suono in una banda mi guardano come se fossi una extra terrestre, ma sono sempre convinta di fare parte di una cosa bella, insieme ad una seconda famiglia e chi ci perde sono solamente coloro che non vogliono capire cosa realmente c’è dietro al termine “banda musicale” e volontariato, perché è anche di questo che si parla, offrire il proprio tempo al servizio degli altri.

 

>>www.bandasoliera.it<<

>>“Corpo bandistico musicale”<< da Il castello di Soliera – Uno sguardo dal ponte, di Azzurro Manicardi.

 

12 marzo 2021


Domenica tra sacro e profano
Luisella Vaccari

“Tantum ergo sacramentum veneremur cernuì” Non tutti la cantavano proprio così, la trasmissione orale aveva prodotto delle rime e delle assonanze alquanto bizzarre.
Ma non importa: per pregare non è necessario conoscere il latino.

Sta di fatto che io, quando sentivo questo canto, fosse “cernuì” o fosse “ciuì” esultavo: fra cinque minuti la Benedizione sarebbe finita ed io avrei potuto andare al cinema.
La Benedizione era un rito domenicale che iniziava alle tre del pomeriggio e comprendeva la recita del rosario e delle litanie al termine delle quali, preceduta da canti e preghiere, veniva impartita la benedizione. Il tutto durava poco più di mezz’ora, un tempo sopportabile ma decisamente inserito nel momento sbagliato.
Il cinema cominciava alle due e quando arrivavo io, alle tre e mezzo, il film era già arrivato a metà.
“O così o niente!” era la risposta alle mie rimostranze. E allora … così!

Guardavo la seconda parte, poi una buona dose di Film Luce, poi le anteprime delle prossime programmazioni e finalmente il film dall’inizio: il tecnicolor e il ruggito del leone della MGM erano garanzia di grande piacevolezza.
La mia amica Carlina, non avendo l’obbligo della benedizione, era già sul posto ad aspettarmi con la giusta scorta di sisini e romelline.
Lei era brava ad aprire le romelline con un colpo secco degli incisivi; io no, non avevo pazienza e ingurgitavo tutto, buccia compresa, incurante degli inevitabili mal di pancia del lunedì.
Divoravo le romelline così come divoravo i film.
Che belli! Soprattutto quelli americani a colori, così lontani eppure così intimamente vissuti e compresi.
E quando si tornava a casa, si continuava a ricordare, a immaginare, a rivivere nel gioco.

Io ero Susan Hayward, quella che dopo giorni e giorni di cammino nell’impervia giungla aveva ancora la camicetta stirata e bianca di bucato.

In casa mia c’era un trabiccolo di legno chiamato “al cavalèt” che serviva quando si ritiravano i panni che erano stati stesi ad asciugare.
Quello era il mio cavallo, la mantella parapioggia, legata in vita, formava un’ampia gonna lunga fino alla caviglia e gli stivaletti neri di gomma che la nonna usava in lavanderia erano le perfette calzature per una cavallerizza, proprio come Susan Hayward, con i capelli che, sciolte le trecce, volavano al vento, nel sole del tramonto verso Gary Cooper!

Domenica prossima ci sarà Esther Williams con le danze acquatiche … speriamo che la Benedizione finisca presto!

 

 

 

 

>>“Il Cinema – I nostri cinema”<< Soliera, 18 ottobre 2014.

 

19 febbraio 2021

 


Riflessioni sulla Cumpagnia dal Turtèl
William Stefani

Se uno mi chiede quando sono entrato a far parte della Cumpagnia dal Turtèl non so dirlo, di certo emozionalmente penso di averne fatto sempre parte fin dalla prima sera che li vidi recitare in piazza. Ero un ragazzo e per me tutti gli anni l’appuntamento con la nuova commedia al cinema Aurora era una grande festa. Di fatto conoscevo un po’ tutti chi più superficialmente e chi in modo più profondo, di sicuro penso di avere sempre desiderato di entrare a far parte di questa famiglia.

Negli anni ‘80 non mi ricordo come o per mezzo di chi mi offersi per dare una mano nella squadra dell’allestimento; detto così sembra una cosa semplice ma l’allestimento per la compagnia era ugualmente importante come essere preparati nella recitazione, infatti quasi sempre all’apertura del sipario a scena vuota partiva l’applauso e si avvertiva il senso di stupore del pubblico. Fare l’allestimento significava caricare il camion con le scenografie che erano sempre reali (una stufa di pietra non era polistirolo colorato, ma era una vera stufa di pietra rossa) quindi i pesi da spostare erano significativi, alle 14 circa si partiva in una squadra di 3/4 e si andava ad allestire; era una macchina da guerra, nel giro di 2 ore la scena prendeva forma, verso le 17-17,30 arrivavano la regia con le altre donne per creare la scena che doveva sempre essere reale al 100% rispetto al periodo di ambientazione della commedia.
Le donne però arrivavano anche con un’altra cosa fondamentale, le vettovaglie per sfamarci prima e durante la commedia (perché per il dopo si andava a mangiare la pizza).
A me piaceva tutto questo rito, e vivere la commedia dal dedrè (oggi si dice Backstage), vedere e vivere le emozioni degli attori prima di entrare in scena nonostante i tanti anni ormai di palcoscenico, ognuno aveva le proprie emozioni, i propri gesti scaramantici, era meraviglioso vedere l’enorme lavoro dietro le quinte che il pubblico non vede e che non si immagina.

Poi le responsabilità sono cresciute diventando collaboratore della regia per suoni, rumori e musica, una roba che detta così sembra semplice, oggi forse con le nuove tecnologie è molto più semplice e precisa, allora era stress continuo per la paura che il nastrino non partisse, che il punto non fosse quello giusto, allora per trovare il punto di partenza di un suono non è come oggi che ci sono i numeratori digitali super precisi, si girava il nastrino con una matita e poi si ascoltava con l’orecchio. Verso la fine degli anni ‘80 arrivò il grande passo, nella rimessa in scena di “Madame Fanny sartoria da òm” la Luisella mi chiese se volevo fare la parte della Bagonghi (una nana); per me che non mi ero mai mascherato nemmeno per carnevale recitare la prima volta vestito da donna e in ginocchio fu una grande sfida. Negli anni ho avuto grandi soddisfazioni e l’onore di sostituire i grandi della compagnia, Franco Zibordi in “L’argeint viv”, Claudio Codeluppi in “Amor d’ascòs” e ultimo l’onore e la responsabilità di fare la parte che era di Sandrino Tagliavini in “La forza dl’interèsi”.

Tutto quello che ho raccontato è stata un’ esperienza unica, ma credo che la cosa più bella sia stata entrare in questa famiglia e viverla, (ho sempre detto che per me entrare nella Cumpagnia dal Turtèl è stata una della cose più belle che mi sono capitate nella vita), so che ho perso tanti anni della vita di questa famiglia e so di avere perso tanto dai racconti che ho sentito. Oggi di messa in scena di commedie nuove probabilmente non se ne parlerà più, ma continua la messa in scena dell’essenza di questa meravigliosa famiglia, l’amicizia profonda, il rispetto reciproco, altri progetti e di essere comunque felici di trovarci insieme, tutto questo non è finito e non finirà mai.

 

>>“‘Na fola longa bèla colorèda”<< Soliera, 19-20 febbraio 2016.

>>“A un compagno di viaggio, omaggio a Sandrino Tagliavini”<< Soliera, 16 luglio 2015.

>>“’na fòla bèla, longa, colorèda…”<< ricordi, aneddoti, fotografie, dicerie e malinconie della Cumpagnia dal Turtèl, di Guido Malagoli.

>>"La forza dell'interesi"<< commedia della Cumpagnia dal Turtèl.

 

21 marzo 2021

 


Il torneo di calcio L'Amico
Paolo Manfredini

Nella foto: in piedi da sx Argimiro Arletti Lauro Cappellini Ivaldo Baraldi Angelo Neri Giorgio Setti - in basso da sx Oscar Ferretti Paolo Manfredini Maurizio Baracchi.

Circa mezzo secolo fa potevi osservare in piazza a Soliera qualcuno che rincorreva un esponente della parrocchia per chiedergli se nell’estate che stava per arrivare ci sarebbe stato il torneo di calcio “l’Amico”.
Adesso non succederebbe perché la gente non partecipa più come un tempo e per averla partecipe occorre corteggiarla e farla sentire indispensabile.
Cinquanta anni fa, invece, come per miracolo alle 18,30 si radunava ai bordi del campo parrocchiale, non dico tutto il paese ma buona parte di chi amava il calcio di chi tifava per una particolare squadra e soprattutto chi godeva riprendere folcloristicamente i contendenti che via via si alternavano sul tappeto erboso.
Aneddoti a non finire ed episodi simpatici e spiritosi, che per ora tralascio ma che riprenderemo in seguito, erano all’ordine del giorno o meglio della sera.
In attesa della cena, dopo una giornata di lavoro, che fortunatamente a quel tempo non mancava, molti solieresi si assiepavano, chi contro la rete di Via XXV Aprile (in genere i più urlanti) chi andava in tribuna ai bagni pubblici (erano gli intenditori) e infine la gente di passaggio nella salita/discesa dell’allora campo da tennis (erano certamente i più critici).
Non si aspettava l’inizio della partita, ma si cominciava ben prima ad inveire calorosamente contro le due squadre, poiché non essendovi spogliatoi, si procedeva alla vestizione a ridosso del muro della chiesa.
Rimaneva scoperto solo il lato del consorzio agrario e del pruneto che veniva abitualmente devastato dai tiri imprecisi che superavano la rete metallica.
Le squadre venivano formate all’interno delle fabbriche, nei bar oppure tra gruppi di amici.
I premi erano forniti, in genere, dalla Tipografia Baraldi: coppe e medaglie per le prime due squadre classificate e il trofeo per il capocannoniere.
Essendo il titolare della tipografia un acceso tifoso milanista, la coppa per la squadra vincitrice aveva sempre i manici (le orecchie) come la coppa dei Campioni che si gioca tuttora in Europa.
La cosa non piaceva a tutti perché a quell’epoca poche squadre italiane l’avevano vinta e i molti tifosi bianconeri, ancora a digiuno, la vedevano riprodotta malvolentieri. In genere, dopo una fase a gironi, si procedeva agli ottavi, ai quarti, alle semifinali ed infine alla finalissima.

Come struttura il torneo era simile ad un piccolo mondiale.
Dopo la fase a gironi dove il pubblico era poco numeroso, cresceva l’interesse con l’eliminazione diretta che iniziava agli ottavi.
Le squadre erano composte da sette giocatori, portiere compreso e i goal erano tanti per cui i risultati erano tennistici.
Stavo dimenticando un particolare importante: il fuorigioco non esisteva.
La squadra dove giocavo e che dirigevo, anche come allenatore, era impostata molto semplicemente, quando la palla entrava nella metà campo avversaria dovevano tutti cercare di servirmi in quanto il goal dovevo farlo io e possibilmente solo io e non altri.
Le deroghe erano raramente concesse.
La mia ambizione era di vincere la coppa del capocannoniere e quindi chi sceglieva di giocare nella mia squadra doveva accettare questa regola.
La cosa venne presto intuita dal pubblico e piovvero fischi e disapprovazioni sonore a non finire.
Il vertice di queste proteste venne toccato quando un mio “fedele” compagno di squadra fermò la palla sulla riga della porta avversaria per aspettarmi e concedermi il goal.
Si scatenò un putiferio di disapprovazioni.
Un altro episodio simpatico fu quando, trovando la porticina del campo aperta, il cane del mio avversario di turno che mi marcava in quell’incontro entrò sul terreno e cominciò ad abbaiare contro di me che stavo contrastando il pallone al suo padrone.
Potete immaginare come riportai in seguito l’accaduto a mio favore…
An psi menga druver anc al can per marchérom, an n'è menga vàlid!”. (Non potete usare anche il cane per marcarmi. Non è valido)
In una edizione del torneo che veniva appena dopo una commedia dialettale della “Cumpagnia dal Turtel” dove, per ragioni sceniche, un personaggio era truccato da nero (nero di colore) mi venne un’idea.
Avvalendomi di un trucco vero e proprio da nero tropicale scesi in campo così conciato e alcuni spettatori faticarono a riconoscermi.

Le risate, gli improperi con l’aggiunta di epiteti veri che è meglio non riportare per iscritto, furono abbondanti ed incessanti per tutta la partita.
Altri episodi simili a questi per il divertimento, per il tifo che si esprimeva ai bordi del campo in tutto il suo folclore e le discussioni che ne derivavano venivano a creare un’atmosfera talmente piacevole che la gente partecipava numerosa.
Parecchi anni sono trascorsi dall’ultima edizione ed il fatto che, talvolta, tra i miei coetanei se ne parli ancora piacevolmente dimostra che quella manifestazione aveva centrato, a mio avviso, le cose che le persone cercavano nel loro tempo libero.
La voglia di amicizia era tale che il confronto con l’odierno spaventa non poco.
Il perché una cosa così sentita e partecipata sia finita non m’è dato di sapere.
L’affievolimento è stato graduale, lento e continuo.
La mia curiosità sarebbe di riproporlo per vedere se avesse ancora successo, ma è meglio che non avvenga perché la delusione sarebbe troppo grande se non funzionasse.

14 febbraio 2021

 

 


Il mercato sotto le mura
Remo Roma

Foto - un banco del mercato nell'immediato dopoguerra davanti al negozio di Bataglina

Conoscevo il mercato di Soliera sin da metà degli anni ’60 del secolo scorso, quando da Sorbara la mia famiglia si trasferì a Secchia; un mercato che si sviluppava nelle giornate di martedì e di sabato, quello del sabato più partecipato rispetto a quello del martedì, in termini di banchi e pubblico. Sin da allora si svolgeva nella piazza F.lli Sassi e nelle adiacenti vie 4 Novembre e Garibaldi, oltre all’uscita del “voltone” verso via Roma, in piazza Repubblica e tra il Municipio ed il parchetto antistante via Marconi (dove ora c’è la piazza Lusvardi). Complessivamente, un mercato dalle modeste dimensioni ma che - nel corso degli anni - è aumentato di consistenza, dovuto anche al costante aumento della popolazione solierese.

 

Mercato dei primi anni dopo la guerra. Notare il selciato in ciottoli prima che il sindaco Roncaglia disponesse l’asfaltatura della piazza alla fine degli anni’40-inizio anni’50.

Molto meglio ho conosciuto quella realtà dal 1973 quando, per motivi professionali ed a seguito di disposizioni dell’Amministrazione comunale, unitamente ai colleghi della Polizia Municipale ne abbiamo gestita l’organizzazione. Come previsto dalle normative nazionali, il Comune aveva stabilito il numero degli ambulanti che potevano esercitarvi l’attività, quelli che avevano il posto fisso e quanti posti rimanevano disponibili per quelli occasionali. Era stato pure adottato uno specifico “Regolamento” per un ordinato sviluppo di quell’attività commerciale, prevedendo - tra l’altro - gli orari di arrivo e di inizio della vendita, quello di uscita delle attrezzature, il posto assegnato e le relative dimensioni, quante assenze giustificate non compromettevano il posto fisso, ed altro ancora.
Ogni mattina di mercato, all’orario stabilito un Agente della Polizia Municipale accertava le presenze degli ambulanti a posto fisso ed assegnava - in base ad una graduatoria aggiornata a cura dell’ufficio comunale preposto - i posti liberi a quelli occasionali presenti alla cosiddetta “spunta”; questo era per me un compito ingrato quando non c’erano posteggi sufficienti da assegnare, ciò che comportava l’esclusione dal poter svolgere la propria attività ad un ambulante, che talvolta arrivava anche da località distanti. Era pure nostra competenza l’incasso del “plateatico”, la tassa per l’occupazione di suolo pubblico, che per molti anni si fece giornalmente, con rilascio delle ricevute e la custodia del relativo introito fino al versamento in Esattoria. Dopo circa 10 anni di questo sistema di esazione per i titolari del posto fisso, le procedure furono modificate: ogni esercente riceveva la nota di quanto doveva pagare e l’invito, entro un determinato termine temporale, a fare il versamento direttamente all’Esattoria sollevando così la Polizia Municipale dal compito, che rimaneva solo per gli occasionali.

Con il trascorrere del tempo, le attrezzature di questi esercenti - forse molti anni orsono costituite da carretti o poco altro - diventarono sempre più ingombranti: da modesti furgoni a più capaci autocarri, da piccoli ombrelloni, le coperture dei banchi diventarono strutture sempre più ampie. Questo comportò, in alcuni punti dell’area mercato, una riduzione degli spazi a disposizione della potenziale clientela, sia a fronte dei banchi che negli spostamenti nella stessa area mercato. Giunse anche una comunicazione del Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco segnalante la necessità che in quell’area fossero garantite adeguate possibilità di intervento e transito di mezzi di soccorso, condizione non assicurata nella situazione in quel momento in essere.

Via Garibaldi con la storica sistemazione dei banchi

Della problematica fu investita, tra l’altro, la Commissione Mercato ai cui componenti l’Assessore preposto illustrò l’orientamento della Giunta Municipale: quella di spostare il mercato nell’area Fiera di via Mazzini e di destinare un’area adiacente l’attuale Bocciodromo allo Spettacolo Viaggiante (Circo Equestre e Giostre), obbligo previsto da una specifica legge. Quanto proposto parve fattibile, così un pomeriggio l’Assessore, la Commissione Mercato e lo scrivente (segretario di quella Commissione) si recarono nell’area e - metro e picchetti alla mano - disegnarono la possibile collocazione di tutti i banchi previsti; una soluzione che alla fine parve idonea e fattibile, da adottare con relativi atti amministrativi. Di tutto quanto non vi fu seguito alcuno poiché, tra le altre motivazioni, fu riferito che gli esercenti del centro - che allora erano in numero consistente - non ne furono per nulla convinti: lamentavano una probabile diminuzione del loro giro d’affari, poiché allontanare il mercato dal centro storico avrebbe significato un minore incentivo ad acquisti presso i loro esercizi.
Altra considerazione fu quella di riconoscere come - da sempre - i mercati sono nati tra le sicure mura dei centri abitati; nulla ha pesato constatare come gli ambulanti non arrivassero più con il carretto ed un modesto ombrellone mobile. Così il mercato rimase nella vecchia collocazione, vi furono solo alcuni spostamenti di banchi che consentì un maggiore rispetto delle richieste condizioni di sicurezza in caso di emergenza.

Altri storici ambulanti del mercato di Soliera

Ci fu un periodo abbastanza lungo in cui un esercente presentava con frequenza, a giustificazione di sue ripetute assenze, immancabili certificati medici che - ovviamente - non potevano da noi essere confutati: in tal modo l’ambulante si garantiva dalla revoca del posto fisso per cumulo di assenze ingiustificate nel corso dell’anno. Qualche altro esercente ci segnalò come le giustificazioni per queste assenze non fossero veritiere e l’ambulante in quei giorni svolgesse la propria attività in altri mercati; un più attento controllo dei certificati già presentati ed agli atti dell’ufficio, consentì di appurare che si trattava di certificati riprodotti in fotocopia, con la sola modifica della data di compilazione. La cosa fu comunicata all’Assessore che mi pregò di chiarire i fatti con l’interessato; convocato in ufficio, dimostratagli quanto accertato e messo al corrente che avrei proposto il suo allontanamento, l’ambulante ammise il sotterfugio adottato e promise che ciò non si sarebbe più ripetuto. L’Amministrazione non adottò alcun provvedimento a suo carico ed egli continuò a frequentare il mercato con regolarità fino a quando io fui incaricato di quei compiti.
In fondo a via 4 Novembre e con alle spalle il “grattacielo” di Soliera, l’ultimo banco poneva in vendita ortofrutta: si trattava di un ampio banco che presentava in bell’ordine i suoi prodotti sui lunghi banchi e nelle cassette disposte, per le esigenze igienico-sanitarie, in alto rispetto al piano stradale. In quel tempo ed esattamente sul fronte opposto della via, al piano terra dell’esistente fabbricato era attiva la “Birreria Luppolo”, frequentatissima dalla locale gioventù e non solo, mentre al piano superiore vi erano alcune abitazioni; una di queste era occupata da giovani africani (marocchini, forse), uno dei quali lo si vedeva molto di frequente ubriaco e che - quando sotto effetto dell’alcool - infastidiva avventori del locale o passanti, rendendo talora necessario l’intervento dei Carabinieri. Un sabato mattina venne richiesto il nostro intervento perché un uomo, in evidente stato di ubriachezza, si era avvicinato al banco di ortofrutta ed era stramazzato sopra il banco stesso, causando la caduta dei prodotti che prima vi stavano sopra: il manto stradale tra via 4 Novembre (in leggera pendenza rispetto alle altre) e le vie Grandi e Matteotti e la colonnina spartitraffico ivi presente era coperto di pere, mele, finocchi ed altri prodotti. Autore del misfatto fu pro-prio questa persona che - condotta nel nostro ufficio - rifiutò di essere identificata e produrre qualsiasi documento di riconoscimento, per cui lo consegnammo ai Carabinieri, che ben lo conoscevano.

Sin dai primi anni in cui frequentai Soliera, sul marciapiede di via Garibaldi ed a lato della casa della famiglia Andreoli stazionava una piccola roulotte: si trattava della rivendita della famiglia Luppi che quotidianamente ne alzava un lato, facendo comparire così un negozietto con il suo banco di vendita. Del tutto uguale a quelli posti in locali in muratura, era munito di bilancia, attrezzi da taglio, di un tappo di legno, di carta da avvolgere ed altre attrezzature, e vendeva pollame. Ogni giorno, con qualunque situazione climatica, il padre, il figlio e la nuora (e più tardi pure il nipote), erano a bordo della roulotte e con estrema correttezza e competenza servivano i numerosi clienti: con tagli precisi e secondo la richiesta di questa o quella cliente nascevano sottili bistecche di pollo, o tacchino, o faraona, o coniglio e con altrettanta precisione seguiva una scrupolosa pesatura. Non mancavano mai utili consigli sulla conservazione e sulle diverse cotture. Quella loro presenza si è mantenuta per molti anni, fino a quando non trasferirono l’attività tra quattro mu-ra. Credo che, pur se molti anni sono ormai trascorsi da quei giorni, tanti attempati solieresi possano con piacere ricordare quelle persone e la loro prima, singolare, attrezzatura.
Il nostro Regolamento del Mercato poneva il divieto all’esercente di richiamare i presenti con grida od altri sistemi, tantomeno con l’uso di altoparlanti, pena l’allontanamento. In un altro paese, anni orsono ho avuto occasione di assistere all’attività di un ambulante che, con tanto di altoparlante, metteva in vendita vantati pacchi di merce di pregio a prezzi vantaggiosi: lenzuola, coperte, tovagliame ed altri similari articoli erano questi prodotti; ed, in genere, questa sua declamazione attirava molto pubblico e pure acquirenti. La cosa che a me parve inconsueta fu che egli mostrava l’articolo posto in vendita ai convenuti, ma che gli acquirenti - pagatolo - ricevevano un pacco chiuso, senza che fosse possibile verificarne il contenuto. Una cosa del tutto simile si verificò in un’unica occasione al nostro mercato a carico di un ambulante occasionale al quale era stato assegnato il posto alla spunta; era la prima volta che si presentava e - poiché vi fu l’impressione che vendesse in quel modo - fu avvisato che quella forma non era concessa, ricevendo ampie assicurazioni in tal senso. Come se non fosse stato da noi prima informato, piazzata l’attrezzatura nel posto assegnatogli ed esposta la merce in vendita, iniziò a richiamare l’attenzione proprio con le modalità vietate, peraltro da me chiaramente udite nell’ufficio comunale. Intervenimmo immediatamente, l’esercente fu sanzionato e diffidato dal ripresentarsi, egli raccolse in fretta merci ed attrezzature e si allontanò: non lo si è mai più visto.

Le foto contenute nel racconto provengono dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

 

>>"Il mercato del Sabato"<< da Il castello di Soliera – Uno sguardo dal ponte, di Azzurro Manicardi.

 

24 febbraio 2021


Un gelato da Valiero
Davide Guaitoli

Soliera, estate 1980.

Il profumo del gnocco fritto del Bar Ufo sveglia il centro di Soliera.

Al Cinema Italia stanno cambiando le locandine, domenica c’è “Grease”.

In piazza Aladino apre il negozio e mette in evidenza i nuovi Big Jim e i soldatini Atlantic, mentre nell’altra vetrina espone le scarpe Valsport appena arrivate che ti venderà anche se non ne hai bisogno.

La pasticceria di Giovannino è ancora chiusa, la Maura è puntuale nel suo Tabacchino.

L’Igea ha in vetrina giochi le cui scatole sono leggermente sbiadite perché non riesce a venderli, ma forse è lei stessa a non volerlo perché quella vetrina è bella così.

L’odore di caffè del Bar Centrale ti mette buonumore, la piazza è pronta per dare vita al paese e aspetta i primi motorini che passeranno proprio di lì.

Poco distante Gabriele canta mentre prepara i pomodori e le patate ad una signora, nella stessa via dal forno Borelli esce un odorino di pizza e di pane caldo che ti invoglia ad entrare.

Il chiosco di Bigarelli è aperto già da un paio d’ore, è uscito il nuovo numero di Alan Ford e dell’Uomo Ragno, mentre su Dolly e Cioè ci sono in regalo gli adesivi di Miguel Bosè.

Primo ci aspetta al Parco Nuovo.

Dal parcheggio del Medusa si sente “Stella stai” di Tozzi … che siano già arrivati i baracconi?

Non resta che aspettare che apra anche Valiero …


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