Panta rei
Paola Martinelli

Nella foto: la spilla d’oro primo premio.

Panta rei … purtroppo!

Quella spilla d’oro, il premio per l’abito primo classificato alla Veglia delle Rose, era sinonimo di bellezza, grazia, eleganza, giovinezza.
Quella rosa di fine gennaio era l’epilogo di una epopea.
Una epopea organizzativa da parte della famiglia Marverti, sempre impeccabile, con orchestre di prim’ordine, servizio inappuntabile, passaggi sulla stampa.

Un’epopea paesana con una eccitante attesa e un ricco parlare.
“Second te st’an chi ciàpa al prémi? A gh’è un fat muvimèint in gir!”
“A me, quél da l’an pasè an m’era menga tant piasu, l’era trop vistos”
“E la fiola d’la to amiga gh’éla st’an? Bisgnarà c’la faga un poc ed dieta s’la vol fèr bèla figura”

Ma soprattutto un’epopea famigliare. Farsi una toilette per la Veglia delle Rose richiedeva un certo impegno economico: oltre al vestito bisognava comperare le scarpe, la trousse, a volte lo scialle.
I gioielli no, quelli erano merce di scambio.
Il vestito! Mica si andava a comprarlo in negozio! Il vestito era una costruzione che metteva a dura prova i nervi della sarta, della ragazza e spesso anche quelli della madre. Nasceva dapprima nella fantasia e cominciava a materializzarsi sfogliando i “figurini”, quelle bellissime pubblicazioni dalla pesante carta patinata, indice sicuro del prestigio della sarta: più figurini, più prestigio.
Ed ecco che appariva il vestito che avevi sognato, proprio quello, perfetto! Il problema adesso era fronteggiare le obiezioni della sarta e della mamma: troppo qui, poco là, troppo su, poco giù.
Alla fine qualcuno vinceva e si concludeva il primo passo: l’abito era scelto.
Bisognava ora decidere per la stoffa e per la Veglia delle Rose era d’obbligo andare a Modena o a Carpi, non ci si poteva fermare a Soliera. Quindi corriera, filobus con tanto di sarta al seguito perché la questione era di estrema importanza. Le ricerche pazienti e accurate avvenivano in più di un negozio e se poi il modello prevedeva l’applicazione di paillettes e perline la giornata diventava estenuante. La paura di perdere la corriera fugava gli ultimi dubbi e si faceva ritorno al paese con il prezioso bottino.
Dopo una notte di meritato riposo, il giorno successivo si andava dalla sarta a prendere le misure che, insieme al figurino, venivano trasmesse alla modellista per la realizzazione del modello di carta.
Passava almeno una settimana prima che si potesse fare la prima prova in cui la sarta, con la bocca piena di spilli, sistemava le pecche più evidenti. C’era poi la seconda prova e, sempre in omaggio all’importanza dell’evento, anche una terza. Nei casi più gravi, perfino una quarta.

Il cammino era ancora lungo ma alla fine di gennaio la “passarella”, come la chiamava il presentatore ufficiale, era pronta per i passi leggiadri delle concorrenti.
La musica, gli applausi, le fotografie, i sorrisi erano gioia per tutti e ancor di più per la fanciulla che riusciva a cogliere la piccola rosa d’oro che fioriva in gennaio.

Panta rei … purtroppo!

 

>>“Isolda la sarta”<< La Voce – 14 maggio 2003.

 

17 gennaio 2021