Valter, le campane, il sax e le stelle
Danilo Beneforti
Fine di luglio afoso e stanco.
Incontro casualmente in chiesa (calda pure quella) un amico di vecchia data.
Abbiamo incrociato gli sguardi e ho capito. Suo padre, l'ultimo “campanaro” di Soliera, ci aveva lasciati per sempre.(una lacrimuccia furtiva scende protetta dagli occhiali da sole).
Ma chi era suo padre? Si chiamava Valter Galavotti ed era stato nel periodo della nostra giovinezza fino al 1987 (anno della morte di don Ugo) l'ultimo sagrestano della nostra parrocchia.
Per intenderci il periodo di Don Ugo, la Velia, Suor Benedetta, Suor M. Modesta, Don Gaetano, la Sonia, Argimiro (lui c'è sempre) ecc.. e Valter.

Quinquennale del 1988 -Galavotti in secondo piano tra il Cardinale Innocenti e Don Franco Borsari . In secondo piano si vede anche Don Ivo storico parroco di Ganaceto.
Per noi che bazzicavamo per le stanze anguste della parrocchia era probabilmente qualcosa in più di un sagrestano. Stanze che risuonavano di partite al biliardino ed al ping-pong, di schitarrate in allegria, discussioni sul vangelo del giorno e sull'articolo da mettere sul giornalino ciclostilato in proprio in parrocchia, l'impianto audio da collegare al campetto sottostante la saletta gialla (l'attuale sagrestia) con il microfono che spesso fischiava e la gomma dell'acqua per annaffiare il campo di gara,la voce tuonante di Suor Benedetta che ammoniva a destra e a manca e quella di Suor Modesta che, quasi in sordina, tirava le redini e teneva sotto controllo la roboante sorella, i campi Emmaus per la raccolta di materiali usati, antesignani delle moderne campagne per la raccolta differenziata, il cappuccino e la pasta con la crema al bar della Sonia,le brontolate di Leo nella sua estemporanea barberia, il torneo di calcio “l'amico”, i recital musicali, ”i pullman”dell'a.c.r., le musiche “lente” e i balli con la morosa ... e lui, con fare tranquillo e sorridente, ascoltava, ci consigliava e ci assecondava.
Era una persona semplice, ironica, che svolgeva il suo servizio con attenzione e scrupolo; con due chiodi ed un fil di ferro era capace di fare qualsiasi struttura e tener su' qualsiasi addobbo; quegli addobbi che nei momenti liturgici importanti dell'anno allora erano veramente imponenti.

E poi, le campane.
Allora le campane si suonavano dal vivo, con le corde, a mano.
Si saliva al primo ripiano del campanile dove arrivavano le quattro corde e lì al santus, via, si suonavano le campane.
Quante volte insieme a lui, a Isauro suo figlio anch'io le ho suonate.
Da allora, quando sento questo suono, mi pare di sentire odore di casa.
E poi la messa alle 7 della domenica mattina celebrata da Don Ugo a tempo di record (30 minuti circa e non mancava nulla di importante) con il profumo del vino bianco da messa che allora non mi diceva nulla (sic) e che regolarmente il don rovesciava completamente dall'ampollina nel calice aggiungendovi una “goccia” di acqua, con Valter che da dietro controllava che svolgessi il ruolo di chierichetto in maniera precisa e corretta.
Confesso però che il primo ricordo di Valter, saputa da Isauro la notizia, è stato quello del sax.
Nella notte di Natale arrivava quasi di soppiatto dietro l'altare dove il coro allora era posizionato; apriva la custodia, estraeva il suo sax lucidato per l'occasione e accompagnava i canti di Natale insieme a noi con il suo strumento del quale era gelosissimo.
Un canto in particolare ricordo, nel quale lui eseguiva una parte solo musicale.
Era “Noel” Natale...noel, noel, le campane nel ciel, cantan liete e festose, è nato Gesù. (un'altra lacrimuccia furtiva scende)
Ciao Valter, grazie per il bene che ci hai voluto e ci hai dimostrato.
Tu che sei nella pace del Signore con il tuo sax, tra suoni di campane ed un mare di stelle.
>>“XXIV Quinquennale 18 settembre 1988”<< nota storica di Argimiro Arletti.
>>“Campanile, campane e campanaro”<< da “Soliera – I segni della memoria” di Azzurro Manicardi.
15 gennaio 2021
Argimiro uomo di Dio
Danilo Beneforti
Già da questo tuo nome particolare, si poteva capire, intuire la tua unicità.
Nasci alla terra il 1 Aprile 1927 e al cielo il 29 gennaio 2020.
Scrivo queste righe per ricordarti e sento nella mente e nel cuore il tuo bonario rimbrotto, ti vedo scuotere la testa; so che non approvi, non ti sono mai piaciuti gli elogi e i riconoscimenti umani; ma ... Gimmi, porta pazienza, ne hai avuta tanta con tanti di noi, pazienta ancora una volta.
Ti sei iscritto all'Azione Cattolica di Soliera nel 1935; quella Azione Cattolica che lo scorso anno ha festeggiato, insieme a te, i suoi 100 anni di presenza in Parrocchia.
Il motto dell’A.c . che ripetevi sempre: preghiera, azione, sacrificio, sostituito nel 2004 da contemplazione comunione missione ti ha accompagnato sempre. Sei stato delegato aspiranti e Terziario francescano per decenni.
Tua moglie Leda e i tuoi figli Pier e Paolo, me lo dicevi spesso, ti sono stati di grande sostegno e conforto. Una presenza costante in parrocchia; eri devoto all'immagine della Madonna delle Grazie e soffrivi un po’ nel vederla ancora in Parrocchia e non nella chiesa di S. Michele, sua casa originaria.
27-6-2004 25° anniversario ACI Soliera presente S.E.Mons.Benito Cocch.
Ci raccontavi spesso le esperienze vissute: l’adunata dei Baschi Verdi della Giac nel 1948 a Roma su invito del Papa; insieme ad altri giovani hai organizzato in parrocchia l'accoglienza e l'alloggio ai profughi del Polesine dopo la rotta del Po nel 1951.
Nel 1952 hai partecipato come delegato diocesano ac al pellegrinaggio nazionale a Lourdes;
Hai costituito con altri un corso per l'alfabetizzazione per i giovani e non nel dopoguerra e successivamente incontri formativi di carattere spirituale e politico (la parrocchia nel dopoguerra era porto franco per varie persone che fuggivano dai rastrellamenti).
Sei stato presidente parrocchiale di a.c. per decenni fino al 1968 ;
Nel periodo del post concilio hai mantenuto la barra dritta soffrendo non poco in quella che fu’ definita la “diaspora cattolica” di quegli anni.
Ti sei impegnato anche in campo politico nella DC sopratutto come “mediatore” di divergenti posizioni interne, esercitando il tuo compito di laico adulto nella fede e interpretando la Politica come amicizia civica.
Sei stato sempre consigliere fidato di tutti i parroci e religiosi/e, con i quali hai collaborato con rispetto e spirito di servizio (Gesu’ Cristo, Maria, il bene della Chiesa e della parrocchia ) ripetevi spesso.
Prima del 2002 (anno di costituzione della Caritas parrocchiale) hai gestito “in proprio” la carità per la parrocchia; fino a poco tempo fa, pur essendo presente il centro di ascolto con vari incaricati, hai continuato a raccogliere offerte da chi si rivolgeva direttamente a te.
Hai seguito personalmente e in maniera continuativa le raccolte fondi a sostegno dei vari missionari solieresi. (In ogni tasca della tua giacca c’era sempre, insieme a qualche offerta economica, un foglio con un pensiero,un nome da ricordare, alcuni appunti dell’omelia che avevi ascoltato alla messa della mattina alla quale non mancavi quasi mai). Dopo anni di sollecitazioni e ricerche nel marzo del 1995 hai “riportato a casa” le spoglie mortali di Augusto Lugli, tuo delegato aspiranti dal 1935 fino all'inizio della guerra, morto in Russia il 9 gennaio del 1942, al quale è intitolata l'Ac di Soliera.

90° Anniv. ACI Soliera con Don Antonio Manfredini e Davide Casarini Presidente ACI Soliera - 2009
Sei stato socio fondatore del Centro Studi Storici Solieresi: responsabile della gestione dell'archivio parrocchiale (unico in paese a causa dell'incendio nel periodo bellico di quello comunale) poi...tanto altro.
Non hai avuto paura del mondo, non hai evaso i problemi e hai continuato a vivere la tua vita cogliendola nella sua ricchezza confidando sempre, dicevi spesso, “nella provvidenza”. Così, fino in fondo ... anzi, fino in cima, fino ad oggi, fino all’incontro con il tuo Signore.
>>“Argimiro Arletti – Scampoli di memoria”<< Trascrizione a cura dell’amico Azzurro Manicardi.
13 gennaio 2021
Argimiro
Graziano Lodi
Quando, qualunque cosa succeda, sai di poter contare su qualcuno, tutto ti sembra più facile, nulla più ti angoscia perché sai quale strada percorrere, perché il confronto ti conforta e trasforma le paure in certezze.
Che cosa è il lavoro; che cosa serve per farlo bene ; quanto ti aiuta chi ,figlio del custode del Municipio, ha potuto lavorare , seppur brevemente, nell’ ufficio annonario comunale e conosce perfettamente la popolazione.
Che cosa è la vita, che senso ha …
che cosa è la famiglia, quanto vale, perché vale;
che valore è l’amicizia ... oltre il denaro, oltre la posizione sociale, oltre il sesso,
oltre il credo politico !
Che cosa è un essere umano oltre l’età, per l’età stessa, per la sua vita, per la sua esistenza, per il suo atteggiamento, per il suo pensiero oltre la salute e la fortuna ;
e penso a Lello, suo sfortunato fratello, di come era contento quando, seppure per brevi periodi, poteva rivivere Soliera ospite di Argimiro.
Perché è bello collaborare, impegnarsi in imprese a volte ingrate; combattere nell’incertezza, contro il sentire comune, dominante e soffocante, forte di una sicurezza che affonda radici nella esperienza di vita di tanti, per tanti anni, per tante tribolazioni,
Il conforto di una fede semplice, spontanea, sincera, quella che ci insegna la mano dei bambini nella mano dei genitori; e allora non serve un perché, è assolutamente inutile, è bello così … perché è bello ... fìdati !
In tanti anni mai una parola astiosa, sempre grande rispetto, che non è accondiscendenza, per tutti e per tutto;
pronto a gioire, a rallegrarsi o a condolersi, sempre sincero mai servile.
Particolari espressioni della sua ironia dialettale:
al cap dla raìsa di lèder (il capo della radice dei ladri)
l’è vecc come la smèlta (è vecchio come il pantano)
al va indré come al cros di pozz (va indietro come le croci dei pozzi)
ignorant come la sònn (ignorante come il sonno)
c’a t’ curéssa adré un leòun ! (che ti corresse dietro un leone!)
>>"Argimiro Arletti – Scampoli di memoria"<< trascrizione a cura dell’amico Azzurro Manicardi.
Nel bel mezzo della pandemia
Ruggero Morselli
Premetto a chi legge che la prendo alla leggera l’opinione sulla tremenda pandemia che stiamo (mi auguro) passando anche se leggera certamente non è, talmente infida, talmente odiata che se la prendo formale, rigida, ufficiale l’angoscia ancor prima di cominciare prende il sopravvento e, come si dice, passa la voglia.
L’età non più giovanissima anzi, nella maggioranza dei casi, un po’ d’esperienza acquisita nel tempo, un po’ il fisico che si lamenta di sforzi e sacrifici se non proprio necessari, ti adatti a fare vacanze più comode e confortevoli evitando giornate piene di camminate, sciate, nottate e tutto ciò che comporta il pieno delle forze che precipitosamente viene meno.
Ciò premesso in pieno inverno, da pensionati non avendo particolari impegni, a metà gennaio, sperimentato il clima primaverile delle isole Canarie, da ben tre anni con la mia signora avevamo preso la bella abitudine del soggiorno quindicinale a Tenerife, nà meraviglia, luogo di frequentazione internazionale con gestione in negozi e alberghi in maggioranza italiani pur essendo in spagna, ti ritrovi perfetto anonimo sborone a rilassarti per i cazzacci tuoi senza che nessuno rompa.
Gennaio 2020 a metà mese prenotata e prevista partenza ma a capodanno cominciano a circolare voci dalla Cina e precisamente da Wuhan importante città con altrettanti importanti impianti e laboratori di ricerca dove si rileva, non proprio brillantemente nonostante l’alta professionalità dei ricercatori, un principio di epidemia di cui si fanno supposizioni che a oggi risultano ridicole se ancora di certo abbiamo il nulla, fuga di laboratorio? Pipistrelli? Epidemia da animali? Ma come? Gli animali da quando mondo è mondo sono sempre esistiti, hanno sempre accompagnato l’uomo e che salta fuori solo ora? e perché proprio in Cina? E chi se ne frega tanto sono là, dispiace ma si arrangeranno!
Tranquillamente spaparazzato a lucertola in spiaggia sotto un sole gradevolmente caldo alla fine di gennaio a Tenerife, contornato da varietà di europei di ogni, col rimpianto di aver smesso la bella abitudine del fumo sennò oltre al costume multicolore conforme anche per le Hawaii, certamente deliziavo la curiosità dell’invidioso di turno con un bel sigarone cubano quando arriva telefonata solita di prassi di figlia.
Solita un c… di prassi non se ne parla , papà qua si comincia a parlare di restrizioni può essere che al rientro siate in qualche modo controllati, voi state bene vero? Li come va?.... Ma che stai dicendo? Controllati perché? Mai stati meglio, anzi sai che ti dico se ci isolano non è che permanenza forzata alle Canarie sia poi così male, ci siamo adattati così bene!
Si arriva, con rammarico, vicini al ritorno, mancano due giorni al quattro febbraio data del rientro quando dalla Gomera, isoletta minore posta a fronte della nostra, giunge notizia di focolaio su nave da crociera inglese, tutti bloccati, quarantena e divieto assoluto di sbarco, sono a una decina di Km. da noi, se trovo chi ha detto ‘la Cina è vicina’, incredibile, cervello tempestato da mille pensieri, buon senso vuole di aspettare telefonata solita da casa per non allarmare e infatti il giorno dopo figlia avverte i primi casi in Europa, Italia compresa, aggiungendo che probabilmente in aeroporto saremmo sottoposti a controllo della temperatura.
Nonostante le prime avvisaglie nessun problema alla partenza, ancora meno in aereo col tutto esaurito e nessuna mascherina presente, all’arrivo a Bologna nonostante l’orario ancora abbordabile essendo le 21, nessuno, ma proprio nessuno, la maggioranza dei servizi di ristorazione chiusi e nemmeno l’ombra di personale di controllo, clima totalmente lontano e impreparato a quel di venire.
Stesso periodo a commentare di non essere al punto di prima? no no, peggio, forzatamente elusa la bella abitudine del soggiorno, carogna di un coronavirus mi fai saltare periodi belli gli ultimi anni che forza e volontà, dettate e sostenute chiaramente da giusta salute, mi permettevano di viaggiare? E me li fai saltare con che prospettiva? A quando impronta di vita assumerà parvenza di normalità? Che fai mi illudi come lo scorso anno? Sembrava il tutto dovesse scomparire invece squallidamente covavi sotto aspettando il freddo per ripresentarti con ritrovata energia, addirittura accompagnato da infide varianti, bravo bella fantasia, in tempi moderni sei riuscito a paragonarti alle disastrose epidemie che credevamo scomparse come il vaiolo il tifo la peste la rabbia o la lebbra con le colleghe similari, tante troppe che credevamo impossibili da riprodursi.
La modernità ci aveva illuso con comportamenti di igiene, di progresso, di studi avanzati di prevenzione, che non dovesse mai più succedere o almeno non di questa dimensione, in altre occasione tentativo di isolamento ha avuto successo, ora è il pianeta tutto a subire col bel risultato, senza assolutamente dimenticare le tante vittime, di retrocedere con lo sviluppo e il progresso del tenore di vita globale che tradotto comporta meno lavoro, più miseria, tanta ma tanta fame nel mondo.
Era mia intenzione un’opinione sull’allegro ci ricasco col serio, ho cominciato con vacanze per alleggerire ma solidarietà impone rispetto a troppi che questa pandemia ha stravolto la vita in negativo, impossibile da parte mia e certamente non all’altezza per elencare quanti sono disperati perché privati del lavoro, è parolone ma reale, siamo tesi, chi più chi meno ma nervosismo e inquietudine prevalgono, lamentarsi delle ossa arrugginite per mancanza di palestra o lievitazione di pancetta per aumento di peso causa costrizioni non mi sembra giusto al confronto di chi ha subito la camera intensiva, lamentarsi perché costretto in casa in alternativa all’escursione solita al lago o mare o dove vuole non mi sembra giusto rispetto a chi dopo 12-14 ore d’ospedale accudendo la sofferenza con dedizione, finalmente a casa, capita che venga richiamato e ricominci senza ombra di riposo per sopraggiunti ricoveri o personale insufficiente rimandando a chissà quando piaceri e doveri famigliari.
Raccomandare prudenza e comportamento consono alla realtà sembra superfluo, a quanto succede giornalmente invece di superfluo non vi è nulla, a mio parere posti di responsabilità per drastiche decisioni da imporre come in questo frangente non deve essere affatto facile, rimane invece incomprensibile richiamare la legge o la costituzione alla voce libertà di movimento, capisco chi di lavoro vive e gli viene impedito ma facciamo sforzo anche di comprenderne i motivi, difficile invece essere altrettanto solidali al rifiuto di portare una mascherina e affermare che questa epidemia è soltanto una banale influenza ottima considerazione per contribuire ad allontanare il ritorno alla normalità.
13 aprile 2021
La lapide della Vittoria
Guido Malagoli
Ormai le lettere rosa antico, un tempo rosso, sono scolorite come scolorito e opaco si sta facendo il ricordo di quell’evento.
I sussidiari della scuola elementare lo liquidavano in due - tre paginette foto comprese, alle medie (scusate: secondarie di primo grado) qualcosa in più e alle superiori si obietta che la prima guerra mondiale l’abbiamo già studiata e non si dà molta importanza alla faccenda e ai protagonisti.
Ragazzi, ma vogliamo parlarne invece di quella faccenda? La lapide sul muro del Municipio ci sta apposta per risvegliarne il ricordo, non dico tutti i giorni, ma almeno quando siete impegnati a chiudere il lucchetto per legare la bicicletta alla rastrelliera che qualcuno ha avuto il “buon gusto” di posizionare proprio sotto la lapide; almeno in quell’occasione, dicevo, sollevate lo sguardo un attimo e guardatelo quel pezzo di marmo, salutate col pensiero quei poveretti che sono morti sul Monte Grappa, sull’Ortigara, caduti come foglie nelle trincee del Carso e sull’Isonzo. Poveri giovani! Anche tanti solieresi hanno lasciato la ghirba su quei monti alti fino al cielo che non sapevano nemmeno che esistessero, loro che erano abituati all’orizzonte piatto dove si nascondeva il sole alla fine di una giornata di lavoro sui campi, e neppure sapevano che c’era un paese di nome Austria da combattere né il motivo di tanto odio verso altri contadini come loro che parlavano una lingua incomprensibile.
Il bollettino della Vittoria firmato Diaz è tutto lì, davanti ai nostri occhi. Tante persone non hanno mai sentito nominare questo Diaz, ma penso che tutto sommato non sia lui la persona più importante di quella storia e di quella vittoria anche se fu lui a firmare il bollettino della fine della guerra e quando un generale firma qualcosa viene ricordato proprio per quella firma che fece il giro del mondo, giunse fino a New York e gli valse il titolo di Duca della Vittoria alla fine della grande guerra nel 1918. Voglio riconoscere a Diaz che quando il re lo convocò nel novembre del 1917 per salvare il salvabile gli mise tra le mani una patata bollente, cioè l’esercito malmesso, disorganizzato e disperato dopo la disfatta di Caporetto (trecentomila furono i prigionieri italiani in quella sola battaglia) dovuta all’ irresponsabilità del generale Cadorna che trattava gli uomini come carne da macello. Ebbene Diaz accettò ben sapendo che “l’arma che aveva in mano era spuntata” e, da uomo di poche parole, concluse: “ la rifaremo”.
Diaz va ricordato sulla lapide, ma non possiamo mai, dico mai, dimenticare che gli eroi veri furono i nostri soldati che conobbero la disperazione durante le dodici battaglie dell’Isonzo, i prigionieri e gli sbandati, per non parlare dei nostri inconsapevoli ragazzi del ’99 che facevano fatica anche a capirsi tra di loro per i tanti dialetti differenti che parlavano. Nell’ottobre del 1918 il nostro esercito entrò a Vittorio Veneto e poi a Trento il 3 novembre concludendo così quella guerra orribile, atroce come tutte le guerre. Non possiamo dimenticare i fanti né gli alpini con i loro muli, i medici, le infermiere, i feriti gravi colpiti da shock da bombardamento, i civili veneti e friulani, gente montanara che patì sotto le cannonate e non ebbe certamente i riconoscimenti ufficiali come il generale Diaz che si fregiò del titolo di Duca della Vittoria.
Luigi Cadorna e Armando Diaz vengono spesso confusi nella memoria collettiva degli italiani perché i loro nomi sono affiancati non solo nella narrazione di quella storia ma appartengono anche alla toponomastica di alcune grandi città dove troviamo strade e piazze con i loro nomi. E’ un assurdo storico, una contraddizione inspiegabile: due generali di stato maggiore, due comportamenti opposti eppure ricordati alla pari nella stessa città.
L’uno cinico per rigore e pienezza di sé, freddo e violento, trattò con disumanità i soldati sostenendo l’attacco frontale a tutti i costi anche sotto la grandine di pallottole delle mitragliatrici nemiche mentre l’altro, cioè Diaz, era capace di dialogo e di umanità, portava rispetto verso il nostro esercito ridotto allo stremo e cercava con ogni mezzo di risparmiare vite umane. Ad Armando Diaz è dovuto il rispetto ma, per favore, cerchiamo di non confonderlo mai con Cadorna che non è degno nemmeno di una strada di periferia.
Mi sono dilungato troppo. In sintesi vorrei dire che dietro alle parole scolorite sul marmo dove si parla di “guerra asprissima condotta per 41 mesi”
Io immagino la vita rubata a ciascuno dei nostri seicentomila soldati morti. La storia, anche quel poco scritto sopra al deposito di biciclette, deve essere conosciuta. Vittoria c’è stata, ma quanta sofferenza!
>>“Il nemico era come noi – Modi di dire”<< Modi di dire che derivano da situazioni ed eventi della Grande Guerra.
>>“Il nemico era come noi – Mitragliatrice”<< Maschinengewehr Patent Schwarzlose M.07/12.
>>“Il nemico era come noi – La Grande Guerra tra le Apli”<< Progetto e presentazione di Guido Malagoli.
La lapide dei caduti della Grande Guerra
Guido Malagoli
È sulla destra, appena entri nella piazza dopo il voltone, sotto il portico, dietro alla rastrelliera delle biciclette. Il marmo è rosso veronese con qualche fregio liberty intorno e foglie di alloro. Nomi scolpiti, tanti, troppi, in ordine alfabetico. Chi va in biblioteca punta deciso verso la scala che porta dentro il castello e difficilmente il suo sguardo cadrà sulla grande lapide che è li da sempre, fa parte della parete come la rastrelliera delle biciclette e non ci fai caso come ai quadri di casa tua che sembrano fatti apposta per stare dove stanno e ti accorgi di loro soltanto quando sono storti e senti il dovere di raddrizzarli. Sulla grande lapide che si fa più rosa quando la nebbia lava la patina del tempo ci sono i nomi dei solieresi caduti durante la Grande Guerra. Li ho letti tutti, uno ad uno, quei nomi e non soltanto il 4 di novembre e il 25 aprile quando un cesto di fiori con una fascia tricolore commemora tutti i caduti delle due guerre del secolo breve. I primi erano ragazzi nati nell’ottocento, padri dei bisnonni dei nostri ragazzi di oggi, per lo più contadini che nel 1915 videro il treno e le Alpi per la prima volta nella loro breve vita e lassù videro annegare i loro sogni. Indifesi e ubriachi di fatica subirono la violenza del fuoco nemico, i gas, gli scoppi delle granate, brancolarono nelle trincee umide di fango e di sangue. Videro le acque dell’Isonzo sconvolto dalle bombe e il loro pensiero andò al fiume di casa, così tranquillo, così lontano. Qualcuno disse a quei ragazzi di vent’anni che era dolce e onorevole morire per la patria: “Dulce et decorum est pro patria mori” ma loro comprendevano soltanto le parole della terra e la fatica della vanga che dava da mangiare alle famiglie.
Una dea della Vittoria alata allarga le sue braccia sull’archivolto per proteggere i suoi figli caduti. Quattro lunghe file di nomi e cognomi, uno sopra l’altro, senza date. Ragazzi e padri di famiglia non nati, non morti. Presenti. Quasi tutti nati a Soliera, lo capisci dai loro cognomi che esistono ancora nella nostra comunità ma poi non sai nient’altro di loro, né il mestiere, né chi li pianse, né che faccia avessero. Solo la patria lo sa. Centottantuno nomi, un’intera generazione, senza contare i mutilati, i malati che morirono qualche mese dopo il loro ritorno, senza contare i sogni angosciosi che torturarono le notti di chi sopravvisse. Ogni famiglia versò, in un modo o nell’altro, lacrime.
La biblioteca è a pochi passi, la gente si affretta. La lapide non parla. Se potesse, ricorderebbe il 4 Novembre 1921, terzo anniversario di Vittorio Veneto, quando a Roma la salma del milite ignoto venne tumulata sull’altare della patria e lo stesso giorno la piazza di Soliera si riempì all’inverosimile di persone per la sua solenne inaugurazione. Un baldacchino enorme fu ornato di bandiere fiori e corone, si distesero drappi alle finestre e bandiere sotto gli archi del portico del castello, tendaggi a lutto incorniciarono la grande lapide. Fu esposto davanti a tutti un crocifisso enorme come enorme fu la commozione dei presenti. La guerra era terminata da tre anni appena, le ferite sanguinavano come il primo giorno di guerra, quel 24 maggio che pareva una giornata indimenticabile. L’appello ufficiale rivolto ai cittadini parlò di “marmo eterno e di eterna gloria, di sacrificio dei figli della nostra terra, di inchini riverenti “. Cittadini, diceva, “rechiamo fiori e fiori, simboli d’amore e di pietà”.
E lì portarono i fiori e le preghiere.

La piazza si vuotò ogni anno di più. Il maestro Rubboli, credo, fu l’ultimo a ricordarsi della lapide. Fino agli anni settanta-ottanta accompagnava la sua classe silenziosa a visitare tutte le lapidi commemorative. Tre squilli di tromba di Ciuldèin, in rappresentanza della banda, mettevano sull’attenti gli scolari e i passanti curiosi. Riposo. In silenzio la scolaresca tornava a scuola. Oggi, in classe, si parla soltanto della grande storia e talvolta nemmeno di quella perciò non fa meraviglia che gli studenti facciano un guazzabuglio mescolando Garibaldi e Napoleone, Ciro Menotti e la Grande guerra, fascisti, partigiani, lapidi e cippi locali. Chiedo venia per avere pensato male.
Capitai in piazza il 4 novembre di un anno qualsiasi. Nessuno, la piazza era desolatamente vuota. Da una finestra udii la voce del giornalista della televisione che descriveva la posa della corona d’alloro davanti alla tomba del milite ignoto a Roma mentre saettavano in cielo le frecce tricolori. Mi confortai pensando che quella co-rona valeva per tutti gli italiani, anche per noi che abbiamo dimenticato i 181 ragazzi che non tornarono più alle loro case. Il tempo che passa è meraviglioso e terribile al tempo stesso. Cancella i grandi dolori ma cancella anche i ricordi, smorza i sentimenti fino a farli scomparire. E’ nell’ordine delle cose, nel giro lento delle stelle. Solo un ingenuo può pensare che un giovane possa, oggi, provare emozione quando passa davanti alla lapide mentre s’affretta in biblioteca per cambiare un libro o collegarsi ad internet. I nostri bisnonni si toglievano il cappello quando passavano da quelle parti come al passaggio di un funerale, perché la lapide era sacra come i sassi del monte Sabotino, come l’affresco della Madonna sotto al voltone.
Nel nostro mondo i riti e i cerimoniali sono di altro genere. Nessuna eccezione.
Se una persona - rifletto - non sa riconoscere i segni della nostra piccola storia, vuol dire che quella storia, per lui, non esiste ma è soltanto una lastra di marmo rosa di Verona, una specie di stele di Rosetta che pochi sanno tradurre. Eppure quella pietra muta ne avrebbe da raccontare! Tocca a coloro che sono in grado di leggere le tracce chiamare a sé i giovani e regalargli quella storia. Se non lo fanno il dono svanirà con la prima nebbia.
>>“Il nemico era come noi – Modi di dire”<< Modi di dire che derivano da situazioni ed eventi della Grande Guerra.
>>“Il nemico era come noi – Mitragliatrice”<< Maschinengewehr Patent Schwarzlose M.07/12.
>>“Il nemico era come noi – La Grande Guerra tra le Apli”<< Progetto e presentazione di Guido Malagoli.
18 novembre 2020
Quattordici anni di cultura a Soliera
Mauro Arletti
Premessa.
Storicamente, negli ultimi quattro decenni, l'Ufficio è stato oggetto di una complessa evoluzione, cambiando più volte la sua connotazione.
Negli anni '80 era un tutt'uno con l'Ufficio Servizi Sociali e con l'Ufficio Pubblica Istruzione, e poteva contare su un organico molto ridotto, un dirigente (il Dr. Quinto Battista Borghi e Concetta (Tina) Colarusso.
Dagli anni '90 in poi ha invece potuto concentrare le proprie funzioni intorno alle pur vaste tematiche riportate nel titolo, contando su un organico più significativo, con l'alternarsi di diversi dirigenti, Cristina Dainese e Marisa Piccioli, e poi Tiziana Balestri e Ramona Vai, e di diversi operatori, Odoardo (Odo) Semellini, il sottoscritto Mauro Arletti, Daniele Righi, Nadia De Giuli. Diversi collaboratori hanno affiancato il personale dell’ufficio dagli anni duemila in poi, alcuni con funzioni molto significative: Elisa Leoni, Sandra Capozzi, Enrico Selmi, Marco Palladino, Serena Bellodi, Claudio Scarabelli, Giulia Muzzarelli, Emilio Bisi e altri, in misura minore.
Numerosi giovani hanno prestato il proprio Servizio Civile Sostitutivo, poi diventato Servizio Civile, presso l'Ufficio Cultura, lo Spazio Giovani, la Biblioteca e la Biblioteca - Ludoteca. Tutti hanno svolto un servizio importantissimo per le nostre attività, mettendosi a disposizione ben oltre il dovuto e aggiungendo un enorme valore sia sul piano contenutistico e organizzativo delle attività sia su quello relazionale per noi operatori del Comune.
Dalla fine degli anni '10 e fino al completamento del processo, negli anni successivi, le funzioni dell'Ufficio Cultura sono state conferite alla Fondazione Campori.
Il punto di riferimento più importante, l'anima e la forza determinanti di tutto il lavoro svolto dall'inizio degli anni '80 alla metà degli anni '10, è certamente stata Tina Colarusso, trasferita all'Ufficio contratti dopo il consolidamento del passaggio delle funzioni dell'ufficio alla Fondazione Campori.
Importante, per l'evoluzione dell'Ufficio Cultura, è anche la sua ubicazione in luoghi dal diverso significato istituzionale e culturale: nel Municipio fino all'inizio degli anni '90, al secondo piano del Centro Culturale "Il Mulino" e poi al piano terra, dall'inizio degli anni 2000; al piano nobile del Castello Campori da fine anni 2000 a inizio anni '10, poi, durante il passaggio alla Fondazione Campori si è trasferito al primo piano dell'edificio di Via Garibaldi.
In queste mie note mi soffermerò a descrivere i diversi ambiti di lavoro dell'Ufficio Cultura facendo riferimento prioritariamente agli assessorati coinvolti, alle attività e ai progetti più significativi per il periodo di mia permanenza a Soliera, in qualità di Operatore dello Spazio Giovani nel 1996, di Istruttore Culturale e poi Istruttore Culturale Direttivo dal 1997 a tutto il 2009; per due periodi di circa un anno ho svolto funzioni di dirigente, ad interim, tra un dirigente e quello successivo nel 2005 e nel 2008.
In queste mie note tratterò quindi del periodo di 14 anni che va dal 1996 al 2009.
Non tratterò della Biblioteca Campori, della Biennale d'Arte, del Centro Studi Storici di Soliera e di ArtiViveFestival, della Fiera di San Giovanni e delle attività del gruppo solierese della Consorteria dell’Aceto Balsamico; tralascerò anche di parlare delle politiche sportive, le quali non hanno sostanzialmente mai coinvolto in modo significativo il nostro ufficio. Lo stesso vale per quanto riguarda le politiche di Pari Opportunità, Memoria e Solidarietà, in quanto ritengo più efficace fare riferimento ai sindaci e assessori che si sono susseguiti.
Tratterò solo marginalmente del Nuovo Cinema Teatro Italia e della Scuola di Pittura di Melotti e Cova, in quanto ritengo che altri abbiano più elementi per delinearne le caratteristiche e l'evoluzione.
Politiche Culturali
In tutto il periodo che tratto, le Politiche Culturali del Comune di Soliera hanno mantenuto caratteristiche omogenee, essendosi consolidate negli anni '80 e '90 sul modello delle estati culturali che si andavano moltiplicando in quegli anni e di una programmazione ampia anche durante le stagioni non estive.
“E…state Insieme”
L'estate solierese, denominata “E…state Insieme”, ha sempre costituito una parte rilevante della programmazione, anche per la possibilità di coniugare efficacemente l'esigenza di uno sviluppo culturale della comunità con l'opportunità di fruire delle risorse del territorio, degli spazi urbani del centro storico e delle aree verdi, anche nelle frazioni di Limidi e Sozzigalli. L'attiva e sempre ampia presenza dei solieresi ne ha certamente confermato l'importanza e la validità.
La programmazione si è arricchita nel tempo assumendo via via nuovi filoni di proposte culturali che, dapprima sperimentali, si sono consolidate diventando attività attese dalla cittadinanza.
- "Cinema sotto le stelle". l'arena cinematografica estiva è stata una presenza costante. Settimanalmente venivano proposti un film rivolto a ragazzi e ragazze e uno per tutti, per un paio di mesi. Sempre tutto esaurito.
- Festival Mundus e Festival del Frignano (dedicato alla danza popolare e folcloristica da tutto il mondo) hanno visto per molti anni l'adesione del Comune di Soliera, che ha consentito di portare nelle nostre piazze, e a costi contenuti, artisti molto apprezzati a livello internazionale. Musiche affascinanti e gruppi di danzatori molto numerosi e colorati, provenienti spesso da culture molto diverse, dall'Asia, dall'Africa o dalle Americhe, oltre che dal nostro continente. L'appassionato apprezzamento dei solieresi ci ha spinto, all'inizio degli anni 2000 a proporre anche "Ritmiche Trasmigrazioni" - nome coniato da Annuska Raimondi la quale è sempre stata un importante riferimento per noi, con la quale ci siamo sempre confrontati - , una rassegna di gruppi di musiche e danze etniche portate da musicisti locali, o meglio, migrati nel nostro territorio portando con sé il loro ricco bagaglio di espressioni culturali e musicali. Siamo convinti che questo abbia contribuito ad affermare nella coscienza dei nostri concittadini una cultura della tolleranza, dell'accoglienza e dell'apprezzamento delle culture altre, portate dai migranti che in questi anni si sono stabiliti da noi.
- Concerti musicali e danza proposti nell'ambito di quello che negli ultumi anni si è consolidato come Artinscena Festival, a carattere itinerante provinciale, proposto da Andrea Candeli. Per diversi anni nella programmazione estiva sono stati inseriti concerti, spesso accompagnti da una/o o più danzatori, che proponevano generi musicali popolari ma poco conosciuti, dal flamenco alla bossa nova, dal gipsy alla musica classica.
- Special Guest Jazz Festival. Dal 2007 al 2009 sono state proposte nell'ambito dell'estate culturale rassegne di tre - quattro concerti di musica jazz, per la direzione artistica di Rodrigo Vacchi dell’Associazione Fazz Club, con musicisti emergenti a livello nazionale ed europeo. Anche queste rassegne hanno avuto un grande apprezzamento da parte del pubblico.
Corsi Culturali
I Corsi Culturali hanno rappresentato un altro dei filoni di attività consolidati e imprescindibili.
Si sono avvalsi di numerosissime collaborazioni, sia individuali, di esperti e docenti di comprovata competenza, sia da parte di associazioni ed associazioni, istituzioni formative solieresi e del territorio provinciale e regionale, risorse culturali che rappresentano un’importante opportunità per la nostra comunità. Dal 2005 l’Università della Libera Età “Natalia Ginzburg”, con un proprio gruppo di attività Solierese, ha assunto la gestione diretta dei corsi culturali, rimanendo comunque sempre in strettissima collaborazione con l’Ufficio Cultura e in presa diretta con le indicazioni e le proposte dall'Amministrazione Comunale.
In modo più chiaro che nel passato sono stati distinti corsi culturali che prevedono una quota d’iscrizione e cicli di conferenze ad accesso gratuito proposti da cittadini solieresi, che prestano la propria collaborazione a titolo di volontariato, con l'obiettivo di valorizzare competenze di singole persone e di gruppi associativi locali, favorendone la condivisione e la divulgazione.
Gli argomenti proposti con i corsi e le conferenze, nel corso degli anni sono stati veramente tanti. Vale la pena di tentarne un’elencazione, per dare il senso della vastità di temi trattati, rischiando ovviamente di dimenticarne.
- Filosofia, Memoria storica, Storia locale, Scrittura creativa e autobiografica, Religioni e rapporti interreligiosi, Diritto, Psicologia.
- Storia dell’Arte, Archeologia Storica e Ambientale del territorio, Visita di gruppo con guida a città d’arte e a musei.
- Avviamento all’ascolto della musica e del canto opertistico, associato a esibizioni musicali e concerti.
- Lingue Inglese, Francese, Tedesca e Spagnola, per principianti, intermedi e avanzati, Viaggi all’estero con insegnante di lingua. Corsi di Italiano per stranieri (sempre gratuiti).
- Informatica, corsi generali e specifici, di base e avanzati.
- Disegno e Pittura, con la Scuola di Alberto Cova e Enrica Melotti, consolidata da molti anni.
Poi Scultura, Acquerelli, Ceramica, Batik, Serigrafia artistica, Decorazione e Design, Fotografia di base e avanzato, Restauro. - Teatro, Narrazione teatrale, Danze Etniche, Danza Orientale.
- Media e linguaggi della televisione, Cinema, linguaggio e generi e cinematografici,
- Benessere e salute, Alimentazione naturale, Cure naturali, Naturopatia, Omeopatia e fitoterapia.
- Sport e benessere, Sicurezza personale.
- Cucina, Giardinaggio, Attività creative manuali, Intaglio della frutta e verdura
Soliera in Concerto.
Dal 1998 al 2004 si sono svolte Rassegne di concerti di musica classica, opera, bel canto, jazz, brasiliana, …, che si sono svolti per molti anni presso la sala palco del Centro Culturale Il Mulino, poi dopo la riapertura, si sono trasferiti sul palco del Nuovo Cinema Teatro Italia, in collaborazione con Claudio Rastelli (ora direttore dell'Associazione Amici della Musica di Modena), con la Scuola di Musica del Circolo Arci Polivalente di Soliera, Corpo bandistico Città’ di Soliera “B. Lugli”, con la Cooperativa Culturale Edoardosecondo Teatro prima e successivamente con Arci Nuova Associazione (provinciale e di Soliera) e Emilia Romagna Teatro.
Nel 2004 si è svolta una rassegna di tre serate denominata "Ragazzi e Genitori a Concerto", realizzata in collaborazione con i docenti della Scuola Media dell'IC di Soliera, tre concerti di grande coinvolgimento della comunità, con l'esibizione di alcuni musicisti e cantanti lirici sul palco del N.C.T. Italia.
Presso il CentroCulturale il Mulino, sono state programmate rassegne di concerti in collaborazione con la Scuola di Musica dell’Arci di Soliera “Al Mulino sotto sera”,
Natale.
Nel periodo natalizio, da metà dicembre all’Epifania, l’Ufficio Cultura ha sempre coordinato un ricco programma di iniziative avvalendosi della collaborazione dell’associazionismo, in primis il Comitato Fiera e Comunità dell’Aceto balsamico, l’Arci e la Parrocchia di Soliera, la Croce Blu, il Corpo bandistico Città’ di Soliera “B. Lugli”, la Polisportiva Solierese, il Circolo Polivalente di Limidi, il Ritrovo Sportivo di Sozzigalli e diversi altri soggetti.
Le attività si sono svolte nelle piazze e nelle vie del centro storico e delle frazioni, nel centro culturale Il Mulino, nella Biblioteca Campori e presso il Centro Polifunzionale per ragazzi Mulino, nel Nuovo Cinema teatro Italia, nelle sedi dell’Arci, delle Parrocchie, delle Polisportive.
Le attività sono state di vario tipo: Animazione di Strada, Teatro di Piazza, Musicisti di strada, Clownerie, Giocoleria e Saltimbanchi, Babbo Natale e Befana, … all’aperto.
Concerti della banda, di gruppi musicali giovanili, di musica classica e operistica, corali, gospel, teatro e dialettale, letture, narrazioni, reading musicali, presentazioni di libri, burattini.
A fine 2007 il programma si è svolto nella Tenda di Natale, una tensostruttura riscaldata allestita in Piazza Lusvardi.
Nuovo Cinema Teatro Italia
Fino alla stagione teatrale 1998/1999 l'Ufficio Cultura dei Soliera ha proposto ai solieresi pacchetti abbonamento agli spettacoli di prosa, di opera o a concerti del Teatro Storchi e del Teatro comunale di Modena. Veniva organizzato anche il trasporto gratuito con pullman a noleggio. L'iniziativa è sempre stata apprezzata e ampiamente fruita.
Il 15 dicembre del 1997, con lo spettacolo “Una giornata in piazza” della Cumpagnia dal Turtel, e con la proiezione di film per tutti e per ragazzi, è stato inaugurato il Nuovo Cinema Teatro Italia, costruito ex-novo come sala cinema - teatro di 200 posti nello stesso luogo in cui fino ad una decina di anni prima era in funzione il vecchio cinema Italia.
La gestione del cinema teatro è stata affidata fin dall’inizio, tramite bando, a un soggetto esterno, mantenendo sempre uno stretto rapporto e di collaborazione e di controllo come Amministrazione comunale e Ufficio Cultura. La convenzione ha previsto un significativo contributo economico annuale per le funzioni attribuite al gestore, lasciando allo stesso gli introiti della vendita di biglietti e abbonamenti ed il relativo rischio d’impresa.
Sono state affidate sia la conduzione e manutenzione dell’edificio, della promozione e del rapporto con il pubblico, sia la programmazione cinematografica, teatrale, musicale e di altro genere. Nel primo anno la gestione è stata affidata alla Cooperativa culturale Edoardosecondo Teatro di Modena, la quale ha proposto una programmazione cinematografica e un primo cartellone di spettacoli teatrali e di teatro ragazzi rivolto alle scuole che hanno ottenuto una soddisfacente risposta da parte del pubblico, in considerazione delle comprensibili difficoltà di riavvio delle attività.
Dalla stagione 1999 – 2000, dopo la rinuncia da parte del primo aggiudicatario dovuta a proprie difficoltà interne, la gestione è stata affidata ad un’associazione d’impresa tra Arci Nuova Associazione di Modena e Emilia Romagna Teatro , le quali si sono divise le diverse funzioni: la gestione organizzativa e la programmazione cinematografica all’Arci, la programmazione teatrale all’ERT.
Non mi soffermo qui sul tipo di programmazione proposta e sulle valutazioni circa l’efficacia ed il gradimento da parte della cittadinanza, consolidatisi questi ultimi su un livello di soddisfazione sempre buono e crescente.
Altre iniziative , ne ricordo solo alcune, a mio avviso rimaste più significative.
Febbraio - Marzo 2001. Segni De André, iniziativa promossa dagli Assessorati alle Politiche culturali e Giovani dei Comuni di Carpi e di Soliera e da Radio Bruno, col patrocinio dell’Associazione culturale “Fabrizio De André”. In programma a Soliera la proiezione di un film e di un documentario, nonché una conferenza spettacolo presso il NCT Italia.
Marzo 2002. Concerto – Laboratorio proposto dal gruppo musicale “ I delfini” costituito da giovani disabili, nato all’interno di una attività del tempo libero organizzata dal Comune di Modena. Alla creazione di questo prodotto musicale hanno collaborato operatori sociali, il musicista Giorgio Buttazzo, che ne ha curato la produzione artistica e l’ANFFAS ONLUS sez. di Modena, il gruppo dei Bermuda Acoustic Trio.
Luglio 1996. Iniziative in collaborazione con l’Associazione di Solidarietà Bologna-Guatemala (Alessandra Vecchi, Fernanda Morosini, e Sesil de Léon), in collegamento con Fundamaya, AGAAI (Pablo Ceto), Sololà, Majawil Q’ij - Defensorìa de la Mujer Indigena, Defensora, cuidadora y protectora de nuestros Derechos de la Aldea Chaquijyà (Amalia Mercedes Chiyal Saloj). Ha prodotto diverse iniziative: incontri istituzionali con l’Amministrazione comunale, un’iniziativa pubblica, un’intervista radiofonica con traduzione simultanea nell’ambito del laboratorio radiofonico dello Spazio Giovani in collaborazione con Radio Azzurra di Carpi, un laboratorio teatrale autogestito, realizzato insieme alle ospiti maya, con la realizzazione di una rappresentazione da parte dei ragazzi e delle ragazze del Centro Estivo dello Spazio Giovani presso il palco del Centro Culturale Il Mulino.
12 aprile 2021








