La lapide della Vittoria
Guido Malagoli

Ormai le lettere rosa antico, un tempo rosso, sono scolorite come scolorito e opaco si sta facendo  il ricordo di quell’evento.

I sussidiari  della scuola  elementare lo liquidavano in due – tre paginette foto comprese, alle medie (scusate: secondarie di primo grado)  qualcosa in più e alle superiori si obietta che la prima guerra mondiale l’abbiamo già studiata e non si  dà molta importanza alla faccenda e ai protagonisti.

Ragazzi, ma vogliamo parlarne invece  di quella faccenda? La lapide sul muro del Municipio ci sta apposta per risvegliarne il ricordo, non dico tutti i giorni, ma almeno quando siete impegnati a chiudere il lucchetto per legare la bicicletta alla rastrelliera che qualcuno ha avuto il “buon gusto” di posizionare proprio sotto la lapide; almeno in quell’occasione, dicevo, sollevate lo sguardo un attimo e guardatelo quel pezzo di marmo, salutate col pensiero quei poveretti che sono morti sul Monte Grappa, sull’Ortigara, caduti come foglie nelle trincee del Carso e sull’Isonzo. Poveri giovani!  Anche tanti solieresi hanno lasciato la ghirba su quei monti alti fino al cielo che non sapevano nemmeno che esistessero, loro che erano abituati all’orizzonte piatto dove si nascondeva il sole alla fine di una giornata di lavoro sui campi, e neppure  sapevano che c’era un paese di nome Austria da combattere né il motivo di tanto odio verso altri contadini come loro che parlavano una lingua incomprensibile.

Il bollettino della Vittoria firmato Diaz è tutto lì, davanti ai nostri occhi. Tante persone non hanno mai sentito nominare questo Diaz, ma penso che tutto sommato non sia lui la persona più importante di quella storia e di quella vittoria anche se fu lui a firmare il bollettino della fine della guerra e quando un generale firma qualcosa viene ricordato proprio per quella firma che fece il giro del mondo, giunse fino a  New York e  gli valse il titolo di Duca della Vittoria alla fine della grande guerra nel 1918. Voglio riconoscere a Diaz che  quando il re lo convocò  nel  novembre del 1917 per salvare il salvabile gli mise  tra le mani una patata bollente, cioè l’esercito malmesso, disorganizzato e disperato dopo la disfatta di Caporetto (trecentomila furono i prigionieri italiani in quella sola battaglia) dovuta all’ irresponsabilità del  generale Cadorna che trattava gli uomini come carne da macello. Ebbene Diaz accettò ben sapendo  che “l’arma che aveva in mano era spuntata” e, da uomo di poche parole, concluse: “ la rifaremo”.

Diaz va ricordato sulla lapide, ma non possiamo mai, dico mai, dimenticare che gli eroi veri furono i  nostri soldati  che  conobbero la disperazione durante le dodici battaglie dell’Isonzo, i prigionieri e gli sbandati, per non parlare dei nostri inconsapevoli ragazzi del ’99 che facevano fatica anche a capirsi tra di loro per i tanti dialetti differenti che parlavano. Nell’ottobre del 1918 il nostro esercito entrò a Vittorio Veneto e poi a Trento il 3 novembre concludendo così  quella  guerra orribile, atroce come tutte le guerre.  Non possiamo dimenticare i fanti né  gli alpini con i loro muli, i medici, le infermiere, i feriti gravi colpiti da shock da bombardamento, i civili veneti e friulani, gente montanara che patì sotto le cannonate  e non ebbe certamente i riconoscimenti ufficiali come il generale Diaz che si fregiò del titolo di Duca della Vittoria.

Luigi Cadorna e  Armando Diaz vengono spesso confusi nella memoria collettiva degli italiani perché i loro nomi sono affiancati non solo nella narrazione di quella storia ma appartengono anche alla toponomastica  di alcune grandi città dove troviamo strade e piazze con i loro nomi.  E’ un assurdo storico, una contraddizione inspiegabile: due generali di stato maggiore, due comportamenti opposti eppure ricordati alla pari nella stessa città.

L’uno cinico per rigore e pienezza di sé, freddo e  violento,  trattò con disumanità i soldati sostenendo l’attacco frontale a tutti i costi anche sotto la grandine di pallottole delle mitragliatrici  nemiche  mentre l’altro, cioè Diaz, era  capace di dialogo e di umanità, portava rispetto verso il nostro  esercito ridotto allo stremo e cercava con ogni mezzo  di risparmiare vite umane. Ad Armando Diaz è dovuto il rispetto ma, per favore, cerchiamo di non confonderlo mai con Cadorna che non è degno nemmeno di una strada di periferia.

Mi sono dilungato troppo. In sintesi vorrei dire che dietro alle parole scolorite sul marmo dove si parla di “guerra asprissima condotta per 41 mesi”
Io immagino la vita rubata a ciascuno dei nostri seicentomila soldati morti.  La storia, anche quel poco scritto sopra al deposito di  biciclette, deve essere conosciuta. Vittoria c’è stata, ma quanta sofferenza!

 

>>“Il nemico era come noi – Modi di dire”<< Modi di dire che derivano da situazioni ed eventi della Grande Guerra.

>>“Il nemico era come noi – Mitragliatrice”<< Maschinengewehr Patent Schwarzlose M.07/12.

>>“Il nemico era come noi – La Grande Guerra tra le Apli”<< Progetto e presentazione di Guido Malagoli.

 

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