Valter, le campane, il sax e le stelle
Danilo Beneforti

Fine di luglio afoso e stanco.
Incontro casualmente in chiesa (calda pure quella) un amico di vecchia data.
Abbiamo incrociato gli sguardi e ho capito. Suo padre, l’ultimo “campanaro” di Soliera, ci aveva lasciati per sempre.(una lacrimuccia furtiva scende protetta dagli occhiali da sole).
Ma chi era suo padre? Si chiamava Valter Galavotti ed era stato nel periodo della nostra giovinezza fino al 1987 (anno della morte di don Ugo) l’ultimo sagrestano della nostra parrocchia.
Per intenderci il periodo di Don Ugo, la Velia, Suor Benedetta, Suor M. Modesta, Don Gaetano, la Sonia, Argimiro (lui c’è sempre) ecc.. e Valter.


Quinquennale del 1988 -Galavotti in secondo piano tra il Cardinale Innocenti e Don Franco Borsari . In secondo piano si vede anche Don Ivo storico parroco di Ganaceto.

Per noi che bazzicavamo per le stanze anguste della parrocchia era probabilmente qualcosa in più di un sagrestano. Stanze che risuonavano di partite al biliardino ed al ping-pong, di schitarrate in allegria, discussioni sul vangelo del giorno e sull’articolo da mettere sul giornalino ciclostilato in proprio in parrocchia, l’impianto audio da collegare al campetto sottostante la saletta gialla (l’attuale sagrestia) con il microfono che spesso fischiava e la gomma dell’acqua per annaffiare il campo di gara,la voce tuonante di Suor Benedetta che ammoniva a destra e a manca e quella di Suor Modesta che, quasi in sordina, tirava le redini e teneva sotto controllo la roboante sorella, i campi Emmaus per la raccolta di materiali usati, antesignani delle moderne campagne per la raccolta differenziata, il cappuccino e la pasta con la crema al bar della Sonia,le brontolate di Leo nella sua estemporanea barberia, il torneo di calcio “l’amico”, i recital musicali, ”i pullman”dell’a.c.r., le musiche “lente” e i balli con la morosa … e lui, con fare tranquillo e sorridente, ascoltava, ci consigliava e ci assecondava.
Era una persona semplice, ironica, che svolgeva il suo servizio con attenzione e scrupolo; con due chiodi ed un fil di ferro era capace di fare qualsiasi struttura e tener su’ qualsiasi addobbo; quegli addobbi che nei momenti liturgici importanti dell’anno allora erano veramente imponenti.

E poi, le campane.
Allora le campane si suonavano dal vivo, con le corde, a mano.
Si saliva al primo ripiano del campanile dove arrivavano le quattro corde e lì al santus, via, si suonavano le campane.

Quante volte insieme a lui, a Isauro suo figlio anch’io le ho suonate.
Da allora, quando sento questo suono, mi pare di sentire odore di casa.
E poi la messa alle 7 della domenica mattina celebrata da Don Ugo a tempo di record (30 minuti circa e non mancava nulla di importante) con il profumo del vino bianco da messa che allora non mi diceva nulla (sic) e che regolarmente il don rovesciava completamente dall’ampollina nel calice aggiungendovi una “goccia” di acqua, con Valter che da dietro controllava che svolgessi il ruolo di chierichetto in maniera precisa e corretta.
Confesso però che il primo ricordo di Valter, saputa da Isauro la notizia, è stato quello del sax.
Nella notte di Natale arrivava quasi di soppiatto dietro l’altare dove il coro allora era posizionato; apriva la custodia, estraeva il suo sax lucidato per l’occasione e accompagnava i canti di Natale insieme a noi con il suo strumento del quale era gelosissimo.
Un canto in particolare ricordo, nel quale lui eseguiva una parte solo musicale.
Era “Noel” Natale…noel, noel, le campane nel ciel, cantan liete e festose, è nato Gesù. (un’altra lacrimuccia furtiva scende)
Ciao Valter, grazie per il bene che ci hai voluto e ci hai dimostrato.
Tu che sei nella pace del Signore con il tuo sax, tra suoni di campane ed un mare di stelle.

 

>>“XXIV Quinquennale 18 settembre 1988”<< nota storica di Argimiro Arletti.

>>“Campanile, campane e campanaro”<< da “Soliera – I segni della memoria” di Azzurro Manicardi.

 

15 gennaio 2021