Tisèt
Luisella Vaccari
Di Alfredo Pini, conosciuto da tutti come Tisèt, ricordo subito la pelle del viso liscia e lucida senza una ruga, il cappello, il sigaro e la bicicletta, poi, in versione invernale, anche il tabarro.
La cosa che più lo connotava era il suo linguaggio, naturalmente in dialetto, privo di articoli e alquanto approssimativo.
C’erano due cose importanti che lo riguardavano, una cosa la raccontava lui, l‘altra la si poteva toccare con mano.
Raccontava che durante l’ultima guerra era andato a combattere in Afia (Africa) poi era stato fatto prigioniero e l’avevano mandato in “Stralia” ossia in Australia.
L’altra cosa, sotto gli occhi di tutti, era il suo grande affetto per i bambini. Andava davanti al cancelletto dell’asilo e chiedeva loro se avevano mangiato e se volevano delle mentine che offriva loro estraendole dalla tasca dei pantaloni.
Chissà se i bimbi sono tutti sopravvissuti a questo antigienico rituale che se fosse praticato oggi scatenerebbe l’intervento di tutte le ASL del regno?!
Di questa sua predilezione per i bimbi ne approfittava quella “puligana” di Romano il barista che ogni tanto lo metteva alla prova, ottenendo sempre l’effetto desiderato.
Tisèt che abitava a Soliera in via Matteotti, ogni mattina in bicicletta si recava all’Appalto a casa dei nipoti Giovanni e Alfonsino di professione meccanici. Gli abitanti dell’Appalto gli davano qualche incombenza da svolgere a Soliera in cambio di una piccola mancia. Uno di questi incarichi era giocare le schedine del Totocalcio cosa che Tisèt faceva regolarmente al bar Romano mentre andava all’Appalto. Romano qualche volta, volendo dare spettacolo, con aria indifferente annunciava ai presenti “Iv sintu che ‘na machina l’à tirè sòta ‘na ragazola ch’ i l’an duvuda purtèr a l’ospedel?”(Avete sentito che una macchina ha investito una bambina e l'hanno dovuta portare all'ospedale?) Ed era immediato vedere sul viso di Tisèt “il mescolino” e i lacrimoni che scendevano.
A quel punto Romano, compiaciuto della tenerezza scatenata nel suo amico, si inteneriva anche lui, gli andava vicino e lo tranquillizzava “Sé, mo adèsa la ragazola la sta bein!” (Sì, ma adesso la bimba sta bene)
Quando si ricordano queste persone speciali che, collocate in una dimensione diversa dall’usuale, hanno consentito a tutti di osservare la loro particolare natura e di fissarla nella memoria collettiva, è possibile che nel ricordo si incrocino anche fantasie e che dalla pennellata del pensiero escano degli aneddoti, non sempre diamantini di esattezza storica ma sempre carichi di affettuosa simpatia.
Eccone alcuni.
Ricordo che un’amica di mia madre, la signora Ormiste, partecipò insieme al marito a una gita a Roma alla quale era presente, può sembrare strano ma ne sono certa, anche Tisèt. Ne sono certa perché al ritorno la signora Ormiste, ridendo fino alle lacrime raccontava questo episodio.
Al momento del ritrovo per il ritorno manca uno dei partecipanti: il tempo passa, niente cellulari, un po’ di ansia e nervosismo.
Tisèt si avvicina a un vigile e gli fa “Scolta tè, et vést un ed Sulèra cun la camisa bianca e al sinturèin el pèla?” (Senti tu, hai visto uno di Soliera con la camicia bianca e il cinturino di pelle?) Sembra che dopo queste precise indicazioni al vigile romano, il gitante sia comparso.
Nella sala d’aspetto del medico un dimostratore farmaceutico prima di uscire chiede “Per cortesia potete dirmi la strada per andare a Sozzigalli?” E Tisèt con grande disponibilità “Dio ‘t méssa d’un èsen! Tot i caioun i en boun d’andèr a Sant’Antòni!” (Razza di un asino! Tutti i coglioni sono capaci di andare a sant'Antonio)
Questi invece sono ricordi miei, tutti autentici.
Appena sposata abitavo all’Appalto proprio vicino all’officina Pini e avevo spesso occasione di incontrarlo. Mi aveva in simpatia, per fortuna! Se non eri “nel suo libro” ti apostrofava con nomignoli tutt’altro che ortodossi. Io invece gli piacevo perché, diceva lui, ero “una spuslèina pulida sòta e sover”. (una sposina pulita sotto e sopra)
Quando nacque il mio secondo bimbo, un giorno nel negozio del fornaio mi additò a tutti come “una bèla manza ed seconda fatura”. (una bella manza di seconda fattura) Mai complimento mi fu tanto gradito!
Ti ricordiamo tutti Tisèt, col tuo sigaro, la tua bicicletta e il tuo grande cuore!
17 gennaio 2021
Giuliano il fotografo
Guido Malagoli
Dove oggi c’è il kebabbaro, in via Don Minzoni, fino a qualche anno fa c’era il negozio-laboratorio fotografico di Giuliano, dove lavorò fin che visse.
Nacque subito un feeling tra noi due fin dal primo giorno che lo conobbi perché, in fondo, avevamo vissuto due vite con molti punti di contatto. Mi spiego. Alla morte di mia madre, era appena terminata la guerra, prima che mio padre tornasse dalla prigionia in Jugoslavia, il mio destino e quello di mia sorella era segnato.
Mio nonno materno disse: “Io non posso tenerli. Chi dùu ragazòo chè a i tgni ueter o se no i van in coleg, (questi due bimbi li tenete voi altrimenti vanno in collegio) al Patronato figli del Popolo”. La Marietta, mia nonna paterna che faceva la lavandaia e in casa c’era poco da correre con i chiari di luna di quegli anni, ci prese per mano, disse poche parole, quelle necessarie che contano: “Un piat de mnestra al catam anch per chi dùu ragazòo chè” (un piatto di minestra lo troviamo anche per questi due bimbi) e ci accolse in casa senza un saluto per il vecchio nonno.
Mi schivai il collegio, ma una quindicina di anni dopo, eccomi al Patronato Figli del popolo come istitutore, lo stesso collegio dove il bambino Giuliano aveva trascorso parte della sua infanzia che non fu certo allietata dalle gioie della famiglia. Di quel collegio parlavamo ogni volta che andavo in negozio a sviluppare le fotografie. I collegi, come tante istituzioni, sono immutabili negli anni: stesse persone, stesso custode, stesso calzolaio interno all’Istituto che cuciva gli scarponcini neri con le borchette che venivano indossati dai patronatini quando andavano in fila dietro ai funerali con finto dolore, avvolti nelle mantelline nere, preceduti, a volte, dalla piccola banda del Patronato che suonava marce funebri sotto la guida del maestro di clarinetto, il signor Boni.
Di questo si parlava con Giuliano e ci sembrava di rivedere il Patronato per i figli del Popolo che aveva sede nel palazzo Santa Margherita di Modena, un bell’edificio ma pieno di tristezza e di drammi umani. Dai nostri ricordi affiorava come in un sogno il cortile con il porticato intorno, le camerate piene di bambini, Suor Pasqua e il refettorio alla fine del corridoio; rievocavamo com’era dura la disciplina e le punizioni quasi da riformatorio, ma anche le belle amicizie che nascevano tra bambini vissuti nella povertà, privi di affetti. Io credo che la sua umanità risalisse a quel tempo vissuto da “bernardino” e alla fatica di vivere nei momenti più difficili. Una volta, da adulto, vide un barbone, un poveraccio che rovistava nel cassonetto delle immondizie per recuperare qualcosa da mangiare. Lo fermò e gli allungò diecimila lire. Il suo cuore non poteva sopportare di vedere la fame e la sofferenza della gente senza compiere un gesto generoso.
Giuliano divenne fotografo, un ottimo fotografo. Venne a Soliera all’inizio degli anni sessanta. Da ragazzo aveva fatto il suo bravo tirocinio presso lo studio Frassoldati e s’era fatto le ossa, tanto che Botti e Pincelli, qualche anno dopo, gli aprirono il negozio a Soliera e glielo affidarono. Mise radici come fa una pianta e non se ne andò più. Si fece una famiglia, una bella famiglia con la Tina e due bravi figlioli. Per anni lo trovavi sempre là, nel laboratorio, a lavorare, ritoccare, stampare, tagliare, con una velocità impressionante.
Anche nella mia famiglia c’erano diversi fotografi che Giuliano conosceva bene. Facevamo qualche considerazione sul carattere del mio secondo cugino, Malagoli Nino, un vero originale, l’unico credo che a Modena comperò una macchinetta grande come una scatola di sardine dal nome Isetta. A quel tempo aveva il laboratorio fotografico in piazza Mazzini ed esponeva in vetrina la foto di un uovo su un piatto bianco convinto che fosse un capolavoro. Ricordavamo mio zio Runchèta che lavorava da Barbieri in via Farini, le sue unghie completamente nerastre per l’acido dello sviluppo e il suo pallore da malato perché passò tutta la vita in camera oscura; parlavamo di Canèta, un altro dipendente di Barbieri, lungo e magro come la fame e di mia zia Lauretta che nel laboratorio di Barbieri si era specializzata nella coloritura a mano delle fotografie e sputacchiava su una tavoletta di china nera per ritoccare con un pennellino i difetti in quelle in bianco e nero.
Anche Giuliano era bravo a ritoccare: “Aspetta un momento” diceva e con un pennellino identico a quello della zia ritoccava velocemente le foto prima di consegnarmele e intanto mi parlava di mille cose anche se due erano i suoi argomenti prediletti : la pesca e l’Egitto.
Raccontava i suoi viaggi in Canada con tanto entusiasmo che mi sembrava di vedere i grandi fiumi dove saltavano i salmoni per risalire la corrente; parlava delle sue “pescate” favolose mentre osservava gli orsi in caccia dall’altra parte del fiume che unghiavano grossi salmoni e se li portavano nel bosco. Uno spettacolo entusiasmante come nella natura incontaminata dell’ Eden.
E poi l’Egitto. Conoscendo il mio desiderio di visitare l’Egitto, affascinato dai grandi monumenti di quella millenaria e straordinaria civiltà, mi diceva: “Se ti serve un indirizzo e vuoi organizzare il tuo viaggio, dì pure a me: conosco quella terra come le mie tasche, ho molti amici, ormai potrei fare la guida turistica”. Era vero, snocciolava nomi, persone, località, monumenti, curiosità, abitudini locali. L’Egitto era per lui una grande passione maturata chissà quando, forse al tempo dei Patronatini mentre guardava le figure sul libro sussidiario e sognava il futuro.
“Aspetta un momento, consegno le foto tessera a questo cliente poi finiamo il discorso!” diceva con gli occhi vivaci e il viso sorridente. Per ritirare una busta di fotografie non impiegavo meno di mezz’ora e ridevamo ricordando anche le sue corse su e giù per la montagna, appollaiato su una roccia per fotografare da un punto di vista panoramico noi amici della Cumpagnìa del Turtèl, inesperti scalatori ma discreti mangiatori. Noi salivamo lentamente in gruppo, lui saliva davanti a tutti, poi scendeva e risaliva nuovamente più volte per fare foto e filmine con nuove inquadrature. Alla sera in rifugio era stanco morto, non cenava nemmeno. S’addormentava come un ghiro, felice perché amava il suo lavoro come pochi.
28 dicembre 2020
Leo e l'Afra
Luisella Vaccari
Nella foto: Afra Gavioli ed Igeo Loschi in abiti di scena (Materiale Fotografico del Comune di Soliera)
“Leo alzati … il sole è già alto!” la voce da soprano dell’Afra risuonava in tutta la piazzetta campanaria; la sentiva la Giocasta che, con le finestre aperte, stava friggendo il baccalà da portare in trattoria e anche Chiletto immerso nel suo immancabile concerto mattutino di chitarra.
L’Afra aveva un passato artistico nella Compagnia musicale diretta da Bruno Lugli negli anni’30. Era stata soubrette in diverse operette come Zurika e Fior di Siviglia e si racconta che, da brava prima donna, a volte facesse i capricci: quando stava per iniziare lo spettacolo scatenava il panico generale inscenando un impedimento alle corde vocali e accasciata su una sedia sussurrava: “Un latte caldo, un latte caldo, altrimenti questa sera non canto!”
I fratelli Leo e Afra Gavioli avevano il duplice incarico comunale di custodi dei bagni pubblici e addetti alle affissioni.
Osservarli mentre attaccavano i manifesti era uno spettacolo. L‘Afra dirigeva le operazioni e indietreggiando di qualche passo osservava con occhio clinico la superficie da ricoprire poi dava le istruzioni a Leo che, munito di secchio e pennello, eseguiva … non sempre alla perfezione però, se si doveva giudicare dai rimbrotti della sorella.
I bagni pubblici erano stati fatti costruire dal sindaco Roncaglia negli anni ’50 per sostituire il pisciatoio, una orribile struttura che era stata spostata più volte senza trovare un posto adeguatamente riservato.
Ricordo che era di cemento grigio e che io avevo ricevuto l’ordine tassativo di girarci alla larga.
Mi sembra di ricordare, ma non ne sono certa, che inizialmente la custode dei bagni fosse una signora che a me sembrava vecchia (ma chissà, forse aveva solo cinquant’anni!) sempre vestita di nero, di nome Santa.
Leo e l’Afra invece sono storia!

“Leo alzati … il solo è già alto” ripeteva il canto e Leo, sempre docile nei confronti del “capo”, iniziava la sua attività di custode con la preparazione della carta per i gabinetti, foglietti di giornale 20 X 15.
E se capitavi là dovevi sperare di non avere Saturno contro perché poteva toccarti la carta patinata lucida e allora … erano guai!
I bagni pubblici furono demoliti dopo il 1990 e la splendida balconata sul campo del Prete diventò la mitica “curva Leo” … ma questa è tutta un’altra storia!
Foto di William Cavani
>>"I bagni pubblici"<< nota storica di Azzurro Manicardi.
5 dicembre 2020










