Dietro le quinte del matrimonio di Enea Pio
Guido Malagoli
Era il 2006 quando, rileggendo una breve annotazione dello storico Don Paolo Guaitoli, mi sovvenne di scrivere un copioncino in merito. Il don affermava che fu celebrato a Soliera il matrimonio tra il duca Enea Pio di Savoia e la nobildonna Laura degli Obizzi da Padova. Era l’anno del Signore 1573, proprio qui, a Soliera, nel castello. E pensare che qualcuno osa dire che a Soliera non succede mai niente! Quel matrimonio fu senza dubbio di grande richiamo per la nobiltà del tempo perché Enea, oltre ad essere Signore di Sassuolo, Consigliere di Stato in Piemonte, Ambasciatore piemontese a Roma, Governatore di Reggio e non so quanti altri titoli avesse, era anche signore di Soliera come tutore del nipote Marco di soli 4 anni (legit-timo erede di Ercole Pio) il quale diventò un adolescente saltafossi di carattere orgoglioso e violento tanto che a soli 17 anni si liberò della tutela dello zio e lo mandò a quel paese.
Sto divagando.
Celebrare un matrimonio rinascimentale a Soliera davanti al castello mi sembrò un’occasione ghiotta e unica. Bastava aggiungere un po’ di fantasia, i soliti luoghi comuni che circolano su castelli, castellane, cortigiani, popolo e nobiltà e il gioco era fatto. Mi pareva anche un’occasione ottima per riciclare alcuni allestimenti scenici costruiti dal professor Canalini e dal suo fido “scudiero” Neri Rino e i 150 costumi cuciti dai genitori della scuola Media in occasione della disfida medievale che si svolse in piazza durante la Fiera del 22 giugno 2001. Decisi di scrivere un copioncino ad hoc, consapevole di commettere un falso storico se avessi calcato troppo la mano vista la pochezza del documento del Guaitoli, perciò misi le mani avanti scrivendo sotto al titolo: Viaggio verosimile e fantasioso di Guido Malagoli in un passato incerto e nebuloso.
Che voleva significare in definitiva: tutto ciò che vedrete e udrete è da gustare senza tirare fuori troppi cavilli storici. Ecco liquidato il problema della verità storica. Per stare dalla parte del frumentone, come suol dirsi, scrissi una sceneggiatura che prevedeva NON il matrimonio dei due nobili sic et simpliciter, ma una “prova generale” dello stesso matrimonio in un contesto di finzione teatrale.
I personaggi principali erano i due giovani sposi, era ovvio; occorreva aggiungere quelli secondari, assegnare le parti alle comparse e creare il contesto. La regia dello spettacolo fu affidata alle mani sicure di Luisella Vaccari perché solo lei era ed è in grado di gestire come si deve decine di comparse e attori indisciplinati e di coordinare varie associazioni del territorio. Neri, il falegname, si diede da fare per costruire due troni per gli illustri nubendi, i cassoni decorati per il corredo e, udite udite, anche la famosa ruota da carro che solo lui - a suo dire - (cfr. testo n.110) era in grado di costruire con la tecnica di una volta e anche se avessimo cercato con il lumicino tra gli artigiani di Soliera non avremmo trovato nessuno.
Pensai a lui quando progettai il gioco dei quattro quartieri, una specie di tiro alla fune tra Soliera, Limidi, Secchia e Sozzigalli. Le funi erano legate ortogonalmente alla ruota e chi gh’aviva bòun doveva tirare per far uscire la ruota dallo spazio delimitato all’inizio del gioco. Neri guardava la sua ruota con i lustrini agli occhi, io guardavo lui e mi compiacevo della mia generosità.
Più complessa fu l’attribuzione delle parti ai comprimari perché si doveva tenere conto del «physique du rôle» cioè dell’aspetto fisico dei protagonisti e del loro regale portamento. Tanti furono i candidati al ruolo di nobile, spinti dal desiderio di assaporare come si stava in quei panni damascati. Devo dire che la scelta della regista fu perfetta: se guardate le foto di quell’evento, scoprirete visi alla Raffaello e posture rinascimentali DOC, da incorniciare, come il viso di Cimo della Malagoliana gente limidese.
I costumi d’epoca delle nobildonne e dei nobiluomini, broccati pizzi e gioielli, furono presi a noleggio nel laboratorio di via della Vite a Modena che ci fornì vestimenti di tale bellezza che gli attori, appena li indossarono, precipitarono psicologicamente indietro di quasi cinque secoli e cominciarono a guardarsi l’un l’altro con l’altezzosità tipica delle persone di rango dal sangue blu.
Visto che non pagavo io, mi sono permesso di suggerire in copione la presenza di un gruppo di sbandieratori professionisti per festeggiare il fausto evento. Per restare in tema e dare verosimiglianza alla rievocazione, consultai un sacco di libri per presentare un matrimonio rinascimentale capace di stupire. Inventai molte situazioni sceniche da eseguire coralmente (girotondo intorno al palo con i nastri, danza pavana, musicanti al balconcino …) animando la piazza con danzatrici e tamburini, soldati-scudieri- gendarmi -cannonieri, paggi, damigelle, servitori, popolani e popolane. Il palcoscenico invece era riservato ai personaggi legittimi come il cerimoniere, il prete, il notaio, il ciambellano per non parlare del finto regista e del finto storico. Per il pranzo scomodai nientemeno che un menù storico del grande cuoco messer Cristoforo da Messisbugo da Ferarra, il quale per l’occasione raccontò di un banchetto sontuoso con un’entrata e quattro imbandigioni per un totale di una cinquantina di piatti terminando la festa con libagioni e musiche e steche per anetare li denti. Più di così!
Il difficile fu trovare i nomi e il casato dei nobili che in corteo dovevano dirigersi dignitosamente verso il palco per offrire i loro doni alla giovane regal coppia. In quel tempo si sa che le rivalità tra i nobili, anche quelli confinanti, erano all’ordine del giorno. Le scaramucce prendevano fuoco in un attimo come fiammiferi e ogni pretesto era buono per armarsi e impadronirsi di terre e beni altrui, ma io feci finta di niente e li trattai tutti allo stesso modo, come se fossero amiconi di vecchia data in festa. Qualcuno offrì doni preziosi, altri – più spilorci- meno preziosi, quasi insignificanti, ma che ne sapevo io di come si faceva la lista di nozze a quel tempo? Decisi a sentimento.
Il finale dello spettacolo mi piacque moltissimo, ne fui soddisfatto, lo trovai di levatura felliniana. All’entrata dell’Ape e dello spazzino che allontanò senza indugio la folla plaudente, i nobili attoniti e gli augusti sposi perché doveva ripulire la piazza per il mercato del giorno dopo, mi resi conto che di meglio non potevo fare.
Mi dicono, ma io non l’ho sentito con le mie orecchie, che alcune persone del pubblico abbiano chiesto andandosene: “A che ora fanno domani sera il matrimonio vero?”
Delizioso pubblico.
>>“Inaugurazione castello e matrimonio storico”<< In primo piano – Soliera, Fiera di San Giovanni 2007.
Piazza Sassi n.6
Enrico Poppi, Daniele Zironi, Erik Zombini
Ricordo ancora con tenerezza quel pomeriggio in cui, col mio nonno Osmano detto da tutti “Manin”, sono andato al negozio di Berni, quello che vendeva biciclette nuove e usate, aggiustava quelle vecchie e aveva un deposito per chi andava al cinema o faceva altro. C’era un ritrovo in quella bottega, tutti seduti quei vecchietti ad aspettare chi entrava e magari fare due chiacchiere per consigliare la bicicletta giusta, si , era la mia prima bicicletta, la Shimano viola e nera, bellissima per me!! Guardavo con stupore tutto quello che era appeso dentro, ma soprattutto ero nauseato dalla puzza di grasso che ci avvolgeva appena entrati ... sono uscito trionfante di gioia, insieme alla puzza che mi aveva invaso … avevo circa 10 anni, ma mi sentivo già grande!
(Enrico)
Avevo circa sui 13-14 anni quando iniziai a frequentare la fonoteca, luogo magico e incantato tra musica e giochi di società, l’appuntamento era quasi tutti i pomeriggi al mulino, e lì diventavo quel ragazzo spensierato che ancora oggi ama la musica e la sente vibrare in corpo, che bello amare e poter condividere con i tuoi amici una passione, la mia musica che ancora oggi si amplifica con loro ... quei pomeriggi sono stati indimenticabili!
(Erik)
Come ogni domenica di rito andavamo puntualmente io e i miei genitori a pranzo dai miei nonni a Carpi e di ritorno la fermata era obbligatoria davanti al cinema Italia, dopo tutte le raccomandazioni dei miei, mi trovavo insieme ai miei amici più cari e guardavamo il nostro film di cartoni animati! Una pacchia! Poi finito il film, andavamo a correre in piazza Sassi e nel parco Campori, che domeniche spensierate di felicità assoluta, arrivavamo la sera stanchissimi, ma felici e ci salutavamo per ritornare a casa, i nostri genitori ci davano appuntamento davanti al cancello del parco e noi eravamo puntualissimi e sudati anche d’inverno, ci dispiaceva tornare a casa, ma ormai era sera e ora di rientrare…
(Daniele)
Poi siamo diventati grandi, molto grandi anche di statura!!
e … riflettendo sui nostri ricordi abbiamo pensato che come noi siamo cresciuti dentro al paese era importante creare un luogo in cui non solo i ragazzi, ma diverse generazioni potessero vivere al meglio il centro del paese, ecco il perché della scelta del locale che vogliamo aprire nel centro della piazza! La nostra bella città di Soliera, quella che ci ha visto crescere, quella che ci ha visto correre, litigare, creare gruppo, innamorarci, piangere, scappare, mangiare un panino al volo, ridere a crepapelle … da qui l’idea di ritornare insieme come da ragazzi, noi tre cosi diversi e cosi uniti!
Ci piace credere che insieme alla ristrutturazione del centro, si possa collaborare tutti assieme per l’innovazione di questa antica piazza, per darle prestigio, e per valorizzare uno spazio da troppo tempo dimenticato. Una bella unione tra antico e nuovo per sfoggiare un luogo in cui non ci saranno solo le luci della piazza ad illuminare le persone, ma anche la luminosità e la luce del nostro locale illumineranno i sorrisi.
Sono le idee quelle che migliorano la vita di ognuno di noi, quelle che realizzano i sogni e li proiettano in un futuro ricco !!
In alto i cali ...”cin -cin” alla salute!!
27 febbraio 2021
Una manciata d'anni dopo la guerra
Ruggero Morselli & co.
con il prezioso apporto di Roberto Leoni, Mauro Martinelli e Giancarlo Setti (Pupo)
Nella foto: in basso da sx Ivaldo Pederzoli, Mauro Martinelli, Ermanno Morandi, Giancarlo Arletti - fila di mezzo da sx Giancarlo Setti, Alfonsino Pini (Pirola), Ferdinando Malagoli (Ciba), Romano Molinari, Giuseppe Balestrazzi (Al Cin) - dietro da sx - Mauro Monti, Vanni Bianchini, Luciano Martinelli, Remo Balestrazzi (Pito) Giampaolo Lugli.
Una manciata d’anni dopo la guerra, nella seconda metà degli anni ’50, i paesi erano tutta un’atmosfera di valori, rispetto e soprattutto solidarietà umana e Soliera non era certamente diversa.
Il lavoro, se non c’era, lo inventavi, lo creavi, ti arrangiavi, ti adattavi. Le domande di oggi in un colloquio di assunzione sono “Lo stipendio qual è? Si lavora al sabato? E le ferie?”. Allora niente di tutto questo; con una miseria agghiacciante qualcuno chiedeva se prendevano a lavorare il figlio gratis, in primis per imparare il mestiere poi per evitare che consumasse le scarpe stando in giro.
In questo contesto noi ragazzini, dopo la scuola, inventavamo di tutto per passare il tempo senza spese … non ne avevamo!
Cito alcuni giochi che Mauro Martinelli spiega da vero esperto.
"Lippa e lappa" (lépa làpa) – Era un gioco piuttosto complesso che si giocava in due squadre concorrenti. Gli attrezzi erano un bastone di circa 50/60 centimetri (la lappa) e uno più corto di 15 centimetri con gli estremi appuntiti (la lippa).
La lippa, sistemata in un cerchio segnato sul terreno e battuta in una delle due punte da un giocatore con la lappa, schizzava in aria e veniva percossa al volo. Se il giocatore avversario riusciva ad afferrarla oppure rimandarla con le mani nel cerchio, si aggiudicava il tiro e il battitore veniva eliminato.
Se invece la lippa non entrava nel cerchio, il battitore la colpiva di nuovo per tre volte alla scopo di allontanarla sempre di più dal cerchio e a lui venivano assegnati tanti punti quanti erano i metri di distanza della lippa dal cerchio.
"La pialla" (la piàsterla) – Era un sasso appiattito che veniva lanciato a distanza sui mucchietti di figurini e alla fine dei lanci i concorrenti entravano in possesso dei figurini più vicini alla loro pialla.
"Battimuro" (batmur) – C’erano due versioni che iniziavano entrambe così. Si appoggiava una figurina al muro all’altezza della testa del giocatore e si lasciava cadere a terra. Nella prima versione il concorrente che per primo faceva cadere la figurina, anche parzialmente, su una delle figurine già a terra, le vinceva tutte.
Nella seconda versione lo scontro era frontale tra due giocatori: quando si lasciava cadere la figurina si dichiarava “figura o bianco” e si vinceva o si perdeva a seconda di come cadeva la figurina.
"Biglie o palline" (al bucini) - La palline inizialmente erano di terracotta; arrivarono poi quelle di vetro, che erano molto ambite ma che in pochi potevano comperare perché costavano molto, salvo trovarle nelle bottiglie della “gazzosa”.
Il campo preferito per il gioco era il prato di fronte al municipio.
I giochi che si potevano fare col bucini erano diversi ma il più comune era quello “della piramide” (la pilòta).Consisteva nel costruire una piramide con le palline ammonticchiate che ciascun concorrente voleva mettere in gioco. Tracciata a terra la linea di lancio, ogni giocatore lanciava la sua pallina cercando di colpire la pilotta. Le palline che fallivano il bersaglio restavano al banco mentre vinceva tutte le palline della pilotta chi la colpiva facendone cadere anche una sola.
C’erano poi i luoghi che, sempre a costo zero, erano fonte di grande divertimento.
"La montagnola" - Nel parco davanti al Cinema all’aperto c’era una montagnola contornata da due stradine, una da un lato una dall’altro che conducevano al pianoro in alto, affiancate da una bassa siepe di bosso. Sull’anello formato dalle due stradine facevamo delle gare di resistenza alla corsa fissando, per esempio 100 giri (che non erano pochi!). Chi ne faceva di più era il vincitore del giorno!
"Il bagno nel canale" – La nostra piscina di allora era il canale di via Palazzina e di via Gambisa. Il bagno nel canale era una pratica tanto in uso che il comune aveva allestito dei pannelli, fissati come spogliatoi, in modo che gli operai quando verso sera tornavano dal lavoro, potevano fermarsi a fare il bagno. Noi ragazzi abbiamo imparato a nuotare proprio lì: ci buttavamo dentro, incuranti della nostra imperizia, tanto c’era sempre qualcuno che veniva a salvarci e ce la cavavamo con qualche bevuta!
"La blésga" – Che nevicate a quei tempi! La neve veniva rimossa dalla puiàna che passando nella strada, la spostava ai lati lasciando però sul fondo uno strato di circa cinque centimetri, ed era quella la pista che ci consentiva di fare la blésga.
La più praticata in centro a Soliera era quella di via IV Novembre che, essendo in discesa, consentiva una bellissima scivolata fino all’incrocio di via Matteotti.
Un altro luogo per fare la blésga era al Busoun dove c’erano ampie buche create dagli scavi di terra per fare le pietre della fornace. In queste buche, il grande freddo creava uno spesso strato di ghiaccio giusto giusto per le nostre divertenti scivolate.
In piena estate, con le giornate di sole infinite, in gruppo, al pomeriggio il passatempo preferito era girovagare nei campi attigui al castello; anche per chi abitava in centro, intorno dominava la campagna. L’arma di cui eravamo dotati era la mitica fionda (la sfròmbla) e non succedeva mai di essere sprovvisti di proiettili: i sassi. L’allenamento continuo portava a delle precisioni incredibili tanto che i poveri passerotti erano costretti a fughe precipitose, lasciando sul campo i più lenti. Diverso era invece il destino dei bicchierini di ceramica dei pali della luce che con la loro fissità, al pari delle lampadine o dei vetri incustoditi, non avevano scampo.
A questo proposito ricevo una testimonianza diretta di un vero campione della fionda, un vivace ragazzino di allora, Giancarlo Setti, conosciuto da tutti come “Pupo”.
Mi auguro che suo nipote non legga mai questo scritto che potrebbe in qualche modo scalfire l’irreprensibile immagine che egli ha di suo nonno.
“Un pomeriggio sul tardi, tornavo a casa dopo essere stato in compagnia dei soliti amici, munito dell’inseparabile fionda, arma di mia costruzione, ricavata da un ramo biforcuto adattato a cavalletto e due pezzi di elastici che terminavano con una toppa di gomma proveniente da una camera d’aria da ruota di bicicletta.
Passando davanti al municipio vidi il sindaco Roncaglia affacciato a una delle finestre appoggiato con i gomiti al davanzale. Io vedevo che lui mi stava osservando, soprattutto all’altezza della tasca dalla quale fuoriusciva un pezzo di fionda.
Improvvisamente mi rivolse la parola “Non avrai il coraggio di darmi una fiondata!”
Che provocazione! Senza pensarci un attimo ho armato la fionda con un sasso che avevo in tasca e, presa la mira, ho lanciato una fiondata verso la finestra che è andata in frantumi. Il Sindaco si ritirò in un lampo e fece chiudere tutte le imposte e a me pentito (con moderazione) fece un bonario rimprovero.
Si sa che la fama va di pari passo con l’invidia e la mia fama di infallibile tiratore mi portò all’apice della cronaca anche quando la signora Laura, che gestiva il negozietto di frutta e verdura sotto al voltone del castello, trovando un vetro rotto incolpò il solito “Pupo”. Peccato che in quel periodo io fossi al mare alla colonia Adriatica, celebre casa di vacanza per noi piccoli dei comuni di Carpi e Soliera, 170 km. di distanza, troppi per spaccare un vetro a Soliera, troppi anche per un “tiratore scelto” come me!”
Poi i ragazzini sono cresciuti, hanno attaccato al chiodo la fionda e hanno rivolto le loro attenzioni alla Conca Verde.
Roberto Leoni ricorda che la Conca Verde era il ballo all’aperto del paese ed occupava una stupenda aerea che vista dalla piazza sembrava in una buca (forse per questo venne chiamata “conca”). Dall’ingresso posto in via Nenni si scendeva tramite due scalette ai lati della cassa e si entrava in un perimetro contornato da glicini sopra i tavolini, portatori di profumo in primavera alla fioritura con tanta ombra nelle afose estati.
Giancarlo Setti (Pupo) e Maria Grazia Ganzerla in una gara di Rock and Rol
La pista in mattonelle circondata da tubi di ferro era diventata col tempo una pista di pattinaggio a rotelle che, da ritrovo e divertimento, si trasformò in uno sport competitivo. Ma di questo parleremo più avanti.
Ricordo le signore anziane che dalla rete metallica cercavano uno spazio fra il folto dei glicini per poter guardare i giovani che ballavano con le inevitabili “sbraghirèdi” che ne seguivano.
Di fianco al ballo c’era una fontanella (al pumpèin o funtanèin) dal quale sgorgava un’acqua ferruginosa che tutto il paese andava ad attingere formando lunghe file e ricevendo infine il dono di un’acqua tanto fresca che formava la brina tutt’intorno alla bottiglia.
Oggi al posto della Conca Verde e della fontanella si erge il Palazzone.
Appuntamento importante per il ballo la domenica sera, la Conca Verde negli anni del dopo-guerra ebbe tale successo che furono invitati cantanti di spessore fra gli altri Nilla Pizzi e Achille Togliani. Curioso l’episodio che, poco più che bambino ricordo come fosse ora a dimostrazione dell’atmosfera dei tempi; a differenza del Medusa con gestione privata il Conca Verde era di proprietà della comunità quindi giudicato “popolare”, per sovrastare la concorrenza i responsabili della Conca Verde chiamarono con notevole sforzo l’allora personaggio al culmine del successo Luciano Taioli campione melodico di musica leggera, al chè Bagigi, proprietario del Medusa, rispose con Little Tony rock-star emergente e molto apprezzato dalla fascia più giovane. Il paese e la provincia tutta, sbalorditi come in una unica serata partecipassero ben due star nazionali in una comunità così piccola, non ricordo chi ci rimise e chi guadagnò ma la serata sì! Mai assistito in centro a un movimento simile; erano tempi in cui non tutti entravano e pagavano, la maggioranza era ai bordi dei locali soddisfatti del canto dei suoi beniamini che fuoriusciva con poca spesa.
Il ballo della comunità, con la sua pista di mattonelle ci permetteva di andare a scattinare coi pattini a rotelle che, come ricorda Mauro, costituivano una interessante attrattiva anche per il gonnellino (inedito a quei tempi) indossato dalle ragazze pattinatrici.
Da puro passatempo si trasformò, come accennato prima, in sport di velocità su strada orgoglio del paese allora per i risultati ottenuti. Con l’affiliazione U.I.S.P. io e Roberto Leoni da adolescenti arrivammo primo e secondo ai campionati Italiani a Modena ma non ricordo se eravamo solo noi due o max in quattro o cinque.
I più grandi però costituirono una bella squadra, vedi nella foto da sx Ivaldo Pederzoli di Limidi (fratello di Ornello partigiano a cui Limidi ha titolato il Centro Sociale), Giancarlo Setti (Pupo), Mauro Martinelli, Alfonsino Pini e Ermanno Morandi.
Parteciparono a campionati e gare in tutta la provincia e oltre, e l’ultimo anno campionato Italiano a Prato sempre U.I.S.P. dei cui risultati purtroppo sono all’oscuro.
Un piccolo cammeo nei ricordi di Mauro Martinelli “Non avendo sponsorizzazioni, noi ci dovevamo arrangiare in qualsiasi modo per trovare i soldi che servivano per acquistare le ruote di ricambio dei pattini che, allenandoci su strada, avevano un’usura notevole. Una fonte di approvvigionamento era “lo strillonaggio” delle paste dolci. Compravamo una certa quantità di paste e andavamo a venderle porta a porta.”
Abbiamo detto molto ma ancora tanto ci sarebbe da dire: i ricordi sono come le ciliegie, uno tira l’altro, soprattutto quando i ricordi sono belli e gioiosi come quelli della nostra giovinezza.

In basso nella foto Mauro Martinelli e Ivaldo Pederzoli
in alto John Cavani e Giancarlo Setti in trasferta a Vignola per una gara.
14 febbraio 2021
La volpe dagli occhi di vetro
Guido Malagoli
No, non potevo credere che fosse vero! Il cartello era chiaro: Ci siamo trasferiti al n.15. Com’è possibile che la storica bottega di merceria dei Ferrari, antica di ben centoquindici anni, si sia trasferita?
Dal tempo dei tempi quel negozio d’angolo ha condiviso la sua sorte con quella dei solieresi, incurante delle mode e dei supermercati nascenti con luci a led e altre diavolerie del genere.
“Buongiorno signor Carlo, come sta?” “Bene, grazie, e lei? Buongiorno signor maestro!”
Anche i nostri saluti erano immutabili, tradizionali, garbati come usava tra persone che si rispettano e si danno del “signore”. E ora mi tocca leggere che il negozio si è trasferito più avanti, al numero 15! Non riesco a capacitarmi. Il negozio sotto i primi due occhi del portico più elegante della piazza aveva il sapore della storia e quando entravo sentivo l’abbraccio del tempo indefinito, quasi un sentore di cipria evanescente nel pulviscolo atmosferico, dove bastava domandare per trovare i mutandoni felpati del nonno, uno scialletto ricamato per la nonna, la spagnoletta che s’intonava a questa cerniera e il mezzo metro di elastico alto un po’ meno di due dita. Col garbo dei commercianti d’una volta il signor Carlo, l’Osanna e le figliole mi accoglievano con un sorriso e due chiacchiere, anche più di due, e mi sembrava di essere in famiglia.
L’arredamento del negozio era essenziale, basico si dice oggi, diciamo pure modesto, diciamo pure vintage, in datato”. Il bancone era frusto agli spigoli per l’uso, gli scaffali li ho visti lentamente ingrigire, l’illuminazione traballante al neon, non aggressiva, e i bussolotti stinti con le maglie piegate come si deve suggerivano l’atmosfera dei bei tempi andati. Per provare un capo venivo talvolta ospitato nella saletta spogliatoio colma di scatoloni e mi sentivo protetto come un privilegiato. Se non fosse stato per il registratore di cassa, potevo pensare di vivere negli anni 60 quando i bottegai tenevano la matita copiativa sull’orecchio e facevano due più due su un foglietto volante. Bèh, questa immagine da bottega alimentare calza poco con quella dei Ferrari, ma è l’unica che viene in mente in questo momento.
Le vetrine dei Ferrari e le bacheche sulle colonne dirimpetto, hanno sempre colpito la mia attenzione per l’essenziale presentazione della merce posata qua e là con la leggerezza della massaia che distende con cura gli indumenti appena stirati. Uno spillo qua, uno là, qualche simmetria, attenzione ai colori, alle forme e alle dimensioni degli indumenti in cadenza come quando si stende nel cortile e la gente che passa può criticare.
Non serviva un vetrinista professionale perché il signor Carlo provvedeva personalmente, data la sua lunga esperienza, a dare un tocco personale alla merce e, ispirato esteticamente dalla stagione, inseriva qualche elemento che affascinasse e prendesse per mano il probabile acquirente invitandolo ad entrare. Ogni commerciante sa che la roba in vetrina è mezza venduta. Per la stagione estiva il signor Carlo disponeva in bell’ordine secchiello e paletta, un po’ di sabbia, una reticella da pesci, qualche conchiglia, due stelle marine di plastica (tutta robetta non dico riciclata ma che risaliva con buona probabilità al tempo delle sue vacanze a Pesaro con le figliolette e Marco) e il gioco era fatto: voilà, ecco la voglia di mare in primo piano per vendere costumini e cappellini. Un aspetto originale del suo estro creativo si manifestava a Natale. Oltre ai consueti oggetti regalo tipo tovagliette ricamate tirolesi, mutandine rosse, guanti col pon pon e calzerotti, ecco comparire in primo piano, per guadagnare la fiducia dei clienti, qualche pallina colorata, quattro lucine in croce, un festone d’argento sbiadito scovato chissà dove e, udite- udite! una volpe imbalsamata
che osservava i passanti con gli occhi di vetro che lanciavano messaggi subliminali. Volpe vera, carina la prima volta che la vidi, un po’ spelacchiata dopo numerose esposizioni al pubblico, mi perdoni signor Carlo. Si sa che la tassidermia e il pelo patiscono l’ingiuria del tempo, ma è il significato quello che conta. Una volta, se non ricordo male, fu sostituita da uno scoiattolo arrampicato su un tronchetto. Imbalsamato. Lo scoiattolo, intendo, ma non reggeva il confronto con la volpe che, nella simbologia del vetrinista, prefigurava la pace del Natale nel gelo della tundra artica.
Al numero 15, cari miei, tutt’ altro look. Luci a led bianchissime, arredamento chiaro, luminoso, moderno, elegante. Stelle di Natale e festoni scintillanti intorno alla porta d’ingresso, luci ammiccanti invitano ad entrare nel negozio dell’intimo accolti dagli stessi sorrisi di allora. Oggi si fanno le cose in grande, si sente che il futuro avanza a grandi passi non solo nella piazza. Le gentili signore Ferrari dello storico negozio hanno il coraggio e la fantasia della gioventù, beate loro. Ora so per certo che non vedrò mai più la volpe imbalsamata dagli occhi di vetro. Trasferita anch’essa.
17 dicembre 2020
Effluvio
Luisella Vaccari
Soliera è un paese dove un mese all’anno cammini su un tappeto dorato, come dorata è la pioggia.
E senti il profumo di allora, di dolci sere d’inizio estate quando, indossati gli abiti più leggeri, camminavi in compagnia.
In compagnia di un gelato o di qualcun altro che entrava con te nell’amato effluvio, fino allo stordimento.
Sono i tigli di via Garibaldi che con rinnovato splendido fiore, ogni anno regalano a qualcuno che è lì per accoglierlo, il profumo della giovinezza.
19 marzo 2021
Il balcone
Guido Malagoli
La bandiera inglese è davvero improponibile, una specie di croce sbilenca cucita a mano, senza garbo però necessaria. Quella russa e quella americana sono vicine, inconsapevoli della guerra fredda che di lì a poco le terrà distanti e nemiche. Poi quella tricolore dove, guarda caso, manca già lo stemma dei Savoia. La gente. Ma quanta gente c’è su quel balcone che pare debba cadere e schiantarsi sulla piazza da un momento all’altro? Gente affacciata pericolosamente che ride, sguardi che abbracciano la moltitudine di compaesani in piazza che fa onda come il mare. E il rumore, le voci, chi le sente? Esclamazioni, urla di gioia, parole fitte come le rondini intorno al campanile. Nella piazza che si riempie come il fiume in piena, quante manate amiche sulle spalle per salutare chi si conosce e chi non si conosce, vanno bene tutti, chi se ne importa, oggi. Qualcuno parlerà tra poco e dirà parole da tenere in mente per il futuro, da raccontare a casa ai vecchi con le ginocchia rotte dagli anni e alla sera a tutti i bambini intorno al focolare o nella stalla perché ci sarà un futuro per loro, adesso. Una foto in bianco e nero. Questa foto fissa in uno scatto memorabile una giornata d’aprile, il 22 aprile del 1945. Raccontano gli anziani che il vento soffiava gagliardo sulle bandiere e il cielo era senza nuvole. Che giornata, ragazzi! Che si voleva di più? Era domenica e Mandrìn, il campanaro, aveva suonato a festa con tutta la forza, dai e dai a tirare le corde! Ogni volta che lascio l’ombra del voltone del castello ed entro in piazza, il mio sguardo vola lassù a mezza altezza, sopra l’occhio di portico, e si ferma sul balcone.

E’ esattamente lo stesso balcone di quel giorno. Certo, oggi è ridipinto e ridipinta è la parete che guarda il castello sulla quale, fino a qualche anno fa, si intravedevano appena alcune parole scolorite, ma ancora leggibili: “Nel nome del Littorio abbiamo vinto, nel nome del Littorio vinceremo” patetiche quanto inutili oggi, piene di orgoglio fascista e di superbia imperialista ieri, con tanto di M maiuscolo alla fine. Le stesse parole che i bambini imparavano a memoria e recitavano sull’attenti in divisa da Balilla e da Piccola Italiana davanti al Podestà.

Io non c’ero lassù, sul balcone, confuso tra le persone stipate come sardine. Avrei voluto esserci per godere la gioia collettiva che montava nei cuori dopo anni di rabbia, di fame, fatica, umiliazioni e violenza. In quegli anni abbiamo avuto i nostri morti, le loro foto sono incorniciate sotto la grande lapide che ricorda i caduti della grande Guerra. Gli occhi di quei ragazzi guardano avanti verso di me mentre io guardo il balcone. E’ un balcone normale con la ringhiera di ferro battuto, elegante nel suo genere, che abbraccia le due pareti d’angolo. Con me ha confidenza, gli strizzo l’occhio e mi parla da tanti anni quando entro in piazza. I figli dei figli delle centinaia di persone della fotografia in bianco e nero, quando arrivano in piazza per andare al mercato, mica guardano in su a mezza altezza, non gliene faccio certo una colpa, ma se gli scappa un’occhiata distratta vedono soltanto un balcone normale dipinto di fresco con l’inferriata normale, il muro normale, senza nessuno che si affaccia e si sbraccia per salutare.
Quel giorno d’Aprile c’era tanta gente , tutto pieno come un uovo, uomini e donne che sorridevano guardando il balcone e il fotografo. Io non conosco nessuno ma posso decidere di far succedere qualcosa, di entrare nei loro pensieri quando e come voglio, come in un sogno. C’è chi ride e chi piange perché ha incontrato un amico dopo tanto tempo, chi sta a bocca aperta con gli occhi sbalorditi, chi maledice i partigiani e gli americani nel suo cuore nero ma fa finta di niente e applaude perché nel mucchio tutte le mele sembrano uguali, invece quello accanto tira fuori dalla tasca il fazzoletto rosso e se lo annoda al collo con la dignità di chi indossa un mantello regale. Sulle spalle vedo fucili e mitra e fiori infilati nelle canne. Ragazze partigiane, ragazze di paese col vestitino nuovo. C’è anche un cane nella fotografia? C’era, io dico che c’era, anche se nessuno lo vede. Gironzola qua e là, attento a non farsi pestare le zampe tanta è la gente. Capisce che quello non è il suo posto, esce di corsa dal voltone, corre in cerca di altri cani solitari che abbaiano dietro il ferro delle cancellate.
Gli uomini e le donne della foto in bianco e nero temo che siano tutti morti, son passati 75 anni ormai, ma il mio ricordo va a loro e li voglio ricordare vivi. C’è chi ha morsicato con rabbia una bomba a mano; chi ha sparato con le mani dure di paura per non piangere perché capiva che il nemico era gente come lui ma andava fatto… Ehi, tu col berretto floscio di lana, hai odiato, tu hai sperato; tu dalla giacca militare hai dormito al freddo in un fienile e indossi ancora gli stivali sporchi di fango; a te giovane donna che mi guardi hanno proibito di seppellire tuo fratello trovato disteso in un fosso; tu - sì tu che guardi in basso con un mezzo sorriso - so che sei stufo di pensare a quello che è successo, pensi al frumento che ha già la spiga gonfia e ti aggrappi inconsapevolmente al mondo che verrà. Oggi è il mese di Aprile ed esplode la festa. Il vento porta via, per una volta, anche le paure.
>> "Il balcone di Casa Lugli" << nota storica di Azzurro Manicardi
18 novembre 2020
Pagare a credito (a spèta)
Azzurro Manicardi
Anche a Soliera il ritorno delle mondine dal Piemonte era atteso dalle famiglie e dagli esercenti dei negozi alimentari, perché col denaro guadagnato si provvedeva a saldare il debito contratto nei mesi invernali e annotato nei “libretti” di credito.
Fare la spesa col libretto (a spèta - cioè aspettando di pagare) era una pratica molto diffusa prima e durante la guerra. Nei mesi invernali, quando il capofamiglia non poteva lavorare per motivi climatici o per disoccupazione, la famiglia si trovava senza reddito e per mangiare bisognava instaurare una economia familiare contando sul credito del bottegaio più vicino, il quale, conoscendola, poteva concedere fiducia.

Sul libretto giornaliero veniva registrato a matita copiativa l’importo della spesa (non esisteva la penna biro e la penna con l’inchiostro era troppo ingombrante e laboriosa).
Un secondo libretto, identico, era tenuto dal cliente.
I debiti venivano poi pagati ratealmente a partire dalla primavera e saldati verso l’autunno successivo, quando stava per cominciare il nuovo ciclo a credito.
Nel 1949 le mondine di Soliera, che partivano a gruppi organizzati dal Sindacato per il Piemonte, partendo con autocorriere dalla piazza, furono protagoniste, come comparse, nella produzione del film “Riso amaro” del regista Giuseppe De Santis, tanto che la prima proiezione nazionale avvenne al Cinema Italia di Soliera con la presenza di Carlo Lizzani, aiuto regista.
2 febbraio 2021








