Il "mio" terremoto 20/29 maggio 2012
Luciana Ognibene
Io ho una casa strana con le pareti interne fatte per metà di mattoni e per il resto, la parte superiore, di vetro.
Ho i soffitti molto alti con le travi a vista.
La prima scossa, di notte, ci ha svegliati con la sensazione di essere attaccati dagli aerei, bombardati.
I vetri, vibrando, fecero un rumore così forte e particolare che lo ricordo ancora a distanza di tempo.
“Il terremoto!” urlai a mio marito ed avevo già i piedi giù dal letto.
Ho fatto l’unica cosa che non avrei dovuto, sono uscita in terrazzo rischiando, così, di essere colpita da qualche pietra che crollava.
Ci siamo vestiti alla velocità della luce e giù per le scale, in strada.
Era Maggio e non faceva tanto freddo; ci trovammo con un po' di persone che provenivano da varie case intorno a noi, gli sguardi confusi, chi spaventato di più, chi meno, una frase ricorrente :”Speriamo sia finita qui, chissà dov’è l’epicentro”.
Dopo un po’ tornammo in casa, non a letto, e chi poteva dormire?
Ogni tanto ‘tirava’ qualche scossa di assestamento per farci capire che il movimento c’era ancora ma niente di forte.
Ricordo che andammo a pranzo fuori, al “Poggio” un ristorante di amici nella campagna di Carpi, ci sentivamo più sicuri fuori insieme ad altre persone e poi il Poggio era a piano terra…
Superai bene questo evento e piano piano dimenticai l’accaduto senza tanti problemi.
Non era la prima volta che sentivo il terremoto e non mi spavento facilmente, non potevo immaginare che nove giorni dopo sarebbe tornato, ancora più forte e persistente!!!
Questa volta ero in ufficio, erano le nove di mattina e le pareti del capannone si avvicinavano durante le scosse, inclinate, in un movimento innaturale.
La terra, sotto, si muoveva tanto, troppo, in un moto circolare che assomigliava ad un vortice.
Scappai fuori insieme ai miei colleghi ma non riuscimmo più a rientrare se non per prendere, velocemente, le nostre cose e andare a casa.
Casa, per modo di dire, chi aveva il coraggio di rifugiarsi in casa?
Io feci un sopralluogo veloce per controllare che non ci fossero problemi e non ce n’erano, ma era la Paura che governava, paura che arrivasse una scossa più grossa, che crollasse tutto.
Questa incertezza mi fece perdere la fiducia nella mia casa, il mio rifugio sicuro era diventato il mio pericolo e non sapevo cosa fare e dove andare.
In quei momenti ho proprio vissuto l’abbandono, il nulla, ero perduta…
Andai dai miei, stavano bene ed erano tranquilli, tutti meno mio nipote che stava piantando una tenda in giardino.
Mi consultai con mio marito e mio figlio e decidemmo di andare da suo padre, il mio ex marito che abitava in campagna, in una vecchia casa colonica.
Lo trovammo fuori, in cortile, la casa era visibilmente crepata all’interno, non si poteva entrare nella maniera più assoluta.
Lui era solo e nostro figlio, che abitava da solo in un appartamento decise di rimanere lì.
Restammo anche noi, io e mio marito, organizzammo un “campeggio” con tavolo, sedie, fornello, piantammo le tende, avevamo l’acqua e tanta campagna intorno.
Materassini e sacchi a pelo li avevamo, così unimmo le nostre paure che divennero “solidarietà consolatrice”, insieme ci facevamo coraggio.
E così, quella che avrebbe dovuto essere la sistemazione di una notte divenne la nostra abitazione per un mese.
>>“Soliera il 20 e il 29 maggio 2012 – Io c’ero”>> di Azzurro Manicardi.
21 marzo 2021
La Ginevra
Lodovico Arginelli
Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera
La Ginévra lè stèda ‘na vcina
ch’l’andeva radécc, a poti e a rizouni,
la gh’aviva do mani acsè zaclouni
ch’la si puliva cun un lét’r ed benzina.
L’andèva in di prè intorn a Suléra
cun borsa e curtlàs guzè dal mulàtta
la tuliva sò tòtt, cla baiadéra
e la carghèva la so biciclàtta.
Po’ la partiva s’cifland la sò piva
e per el cà la vindiva i sgarbloun
seinza Vanoni, né Ige, né Iva.
Anc cun i nov negozi ed primézi
sèinza Ginévra, curtlàs e pasiòun
an s’magnarà piò rizouni e chersòun.
1967: il primo Campo Emmaus
Gianna Benatti e Sauro Bellodi
Non si sono trovate foto del primo Campo Emmaus. Questa è di un campo successivo (anni '70)
RICORDO SCRITTO A QUATTRO MANI
Poi se ne faranno altri, tanti altri per tanti anni. Ma il primo è il primo!
Non si vuol qui raccontare la rava e la fava, ma per capire da dove si presero le mosse e comprendere quella piccola rivoluzione che avvenne a Soliera fra i giovanissimi ed i giovani di allora, due parole bisogna pur dirle. Intanto, l’allora di cui si parla è il 1967.
Il primo evento dirompente che viene in mente fu il Concilio Vaticano II e la sua apertura Ad Gentes, un decreto sulla vocazione missionaria della Chiesa.
Il secondo, la nascita dei Profeti del volontariato solidale cattolico, per intenderci, quello che oggi viene chiamato Terzo Settore.
Queste “novità” ci fecero aprire gli occhi su un’esperienza missionaria, tardiva in Italia, che in Francia stava dando una straordinaria testimonianza grazie all’impegno di Madeleine Del Brel, di Raoul Follereau e, soprattutto, dell’Abbé Pierre, fondatore di Emmaus.
Emmaus è il nome di quell’antica cittadina della Palestina in cui, come raccontano i Vangeli, Cristo apparve per la prima volta a due suoi discepoli dopo la resurrezione. Quindi, un luogo di incontro. Si aggiunga che il suo nome in arabo significa primavera, e una primavera della vita cristiana ci apparve l’iniziativa dell’Abbé: semplice e “facile” da realizzare, sebbene impegnativa. Così ci buttammo.
In sostanza, si trattava di raccogliere in giro per le case il superfluo da destinare in soccorso ai poveri. Il messaggio per i ricchi, i benestanti, o comunque per chi aveva un di più, era manifesto: l’accaparrare degli uni genera la povertà di altri e il dono di ciò che non serve agli uni può portare sollievo agli altri.
Quell’estate in parrocchia noi giovani ci sentivamo più insofferenti del solito per quel nostro andazzo; taluni si mostravano anche un po’ “facinorosi”, soprattutto dopo che Sergio Luppi, seminarista di ritorno da campi Emmaus realizzati a Milano e a Parma, ci raccontò quelle esperienze. L’impazienza saliva e si cominciava a rumoreggiare per il desiderio di attività, di testimonianza attiva, in un paese ancora diviso in due, alla maniera di Guareschi.
Infatti, Soliera allora sembrava una piccola Brescello, sebbene qualcuno cercasse di trovare punti comuni d’azione per lavorare insieme: era possibile essere solidali, cittadini del mondo senza etichette, lottare uniti per una giustizia sociale generalizzata ed universale?
Evidentemente anche in noi le utopie del ’68 andavano affacciandosi timidamente e, nello stesso tempo, prepotentemente.
Insomma, decidemmo di provare.
Inizialmente l’idea non piacque tanto ai “grandi”, che obiettarono un sacco di difficoltà, e sarà solo a cose fatte che le critiche si sarebbero spente. Noi, guidati da Sergio, iniziammo fin dal mese di giugno a propagandare l’iniziativa, e le nostre serate erano al ciclostile per sfornare volantini su volantini in cui si spiegava il perché e il percome sotto lo slogan “Ciò che non ti serve sfama un povero”; il giorno dopo, via per via, casa per casa, a distribuirli.
Le impressioni raccolte in questa fase preliminare erano incoraggianti: la gente, tra stupore e meraviglia, chiedeva cosa alla fin fine ci aspettassimo e noi raccomandavamo di guardare nelle cantine, nei solai, nelle rimesse: tutto ciò che stava tra i piedi ce lo saremmo andati a prendere e lo avremmo portato via. Passammo anche per i tantissimi cantieri edili, allora disseminati come funghi, chiedendo di accantonare per noi scarti di ogni genere: gli avremmo dato vita nuova.
In quel primo Campo non ci ponemmo limiti, prendevamo di tutto, anche i mobili che ci venivano offerti, perché ogni cosa riciclata ai nostri occhi assumeva valore e dignità.
Qualcuno riuscì a trovare in prestito i trattori, i carri e i camioncini che occorrevano, grazie alla generosa disponibilità di famiglie contadine come i Rossetto, i Tessari, i Goldoni e certamente anche altre che non tornano alla memoria.
Alcuni, seppur neopatentati, si improvvisarono alla guida, ma ebbero subito problemi con 007, un micidiale vigile urbano, alto magro rossiccio di pelo, che sbucava da tutte le parti nei momenti più inaspettati e per noi meno opportuni. Pertanto, fermati ed appiedati da 007, toccò agli stessi proprietari dei mezzi fare da autisti.
A dare una mano vennero pure un gruppo scout di Modena, condotto da alcune ragazze Feltri, e suor Mafalda, una religiosa mitica che si autoproclamò infermiera tuttofare, pronta ad intervenire con alcool e cerotti per le minime graffiature.
Don Ugo ci concesse il campo da pallone come centro di raccolta unico, anche se gli ammassi si facevano per genere.
Negli anni successivi la raccolta divenne mirata e l’organizzazione quasi scientifica: piantine stradali per le zone e i quartieri da “battere”, luoghi di ammasso diversi per ciascun genere di materiale (carta, vestiti, scarpe, metalli, vetro), squadre dedite esclusivamente alla selezione, una logistica che dettava e contingentava i tempi, la ristorazione assicurata da signore che servivano paste asciutte fumanti nel salone parrocchiale.
Noi si andava a panini e una organizzazione del genere neppure ce la sognavamo: ognuno faceva di tutto, o almeno ciò che poteva, e la nostra competenza era tale che capitava di mettere nel rame ciò che un altro poco dopo spostava nel ferro!
Per due settimane, le prime due di settembre, lavorammo da mattina a sera in giro per il paese, ovunque - quasi ovunque - accolti con simpatia e generosità. Vittorio Gozzi ci chiamò anche a svuotare uno scantinato del castello ricolmo dei ritagli del suo maglificio, la ditta Stella: se ne riempì un carretto.
Solo qualche mamma, forse preoccupata per la promiscuità maschi e femmine, continuava a prendersela con don Ugo per aver permesso tanto. Una, la signora Giuliana, venne addirittura a riprendersi la figlia: un giorno, poco dopo mezzogiorno, ce la trovammo all’incrocio tra via Grandi e XXV Aprile, fermò trattore e carro, fece scendere la ragazza nonostante le nostre proteste e se la riportò a casa. Mezz’ora dopo lei (le altre due mani che han dato vita a questo testo) con occhi ancor lucidi di pianto era di nuovo con noi a scaricare e a mettere il ferro nel rame e il rame nel ferro!
Il momento più atteso era all’imbrunire, quando, stanchi sudati e sporchi come clochard, ci si ritrovava tutti al Bar della Sonia per una spuma o una gazzosa, e ci si raccontava avventure e si rideva dei casi curiosi e ci si prendeva in giro e si stava bene insieme.
Naturalmente alla fine vendemmo tutto. Alcuni compratori erano gli stessi dei Campi Emmaus cui Sergio aveva partecipato, altri furono trovati in zona. Per esempio, il ferro e il rame ce li comprò Claudio Arletti e la carta la ritirò un tale di Carpi, o forse di Modena; ma i mobili andarono a Bologna ad una cooperativa di solidarietà e gli stracci finirono in Toscana, vicino a Prato.
Magari da qualche parte ci sarà pure scritto quanto ricavammo dalla vendita. A noi sembrò molto, e ne fummo soddisfatti. Certo che nemmeno ci avvicinammo agli introiti dei Campi successivi, che realizzarono cifre importanti, vicine ai 20 milioni di lire. Ma mentre quei Campi finanziavano le opere parrocchiali, quel nostro primo Campo Emmaus fu devoluto direttamente ai poveri. Sergio e qualcun altro andarono a versare tutto il ricavato nelle mani dell’Abbé Pierre, occasionalmente a Bologna.
La sagra di Settembre mise il suggello finale: la tradizionale processione per le strade del paese venne aperta da Sergio, che teneva la croce, seguito da tutti noi, partecipanti al Campo, che sfilammo con giusto orgoglio.
LE FOTO CHE SEGUONO DI RIFERISCONO AI CAMPI EMMAUS SUCCESSIVI - ANNI '70



28 febbraio 2021
Il doposcuola nella comunità parrocchiale
Edera Vaccari ed Elisa Borsari
Nel 2001 per volere del Consiglio Pastorale parrocchiale di Soliera con parroco Don Antonio Manfredini, nasce il doposcuola ‘Il Vulcano’ rivolto a ragazzi e ragazze della scuola secondaria di primo grado, affidato in gestione all’Associazione Animatamente di Modena
Questo spazio ha lo scopo di lavorare con i ragazzi nei compiti pomeridiani, dando loro strumenti per eseguirli con più autonomia. Si crede nelle potenzialità di ciascun ragazzo / ragazza cercando il modo di farle emergere ed aiutarli nel loro cammino di crescita.
Poi nel gennaio del 2009 nasce il doposcuola ‘I Lapilli’ per accogliere i bambini e le bambine frequentanti la scuola primaria del nostro Comune. Lo scopo anche qui è quello di iniziare ad aiutare e sostenere i bambini e le bambine nei compiti scolastici già nella scuola primaria, trovando le modalità più opportune per ogni situazione, tenendo conto della famiglia di origine, delle fatiche educative che devono sostenere i genitori qualora per vari motivi siano in una situazione di difficoltà culturale, economica, sociale o affettiva.
Nel corso degli anni il lavoro educativo è stato svolto da educatrici preparate, affiancate da volontari di varie età provenienti dall’ambiente della Parrocchia, in particolare gli Scout, l’Azione Cattolica e insegnanti in pensione.
In collaborazione con il Centro del volontariato di Modena, la Caritas Diocesana di Modena, al doposcuola sono venuti vari studenti delle superiori per fare un tirocinio formativo.
Nel corso di questi venti anni il doposcuola ha creato una rete di rapporti con: la Caritas parrocchiale di Soliera che ha fornito con continuità e costanza: merende, libri, quaderni e colori; con i Servizi Sociali del Comune di Soliera per la gestione di progetti individuali nei casi più delicati, con i catechisti e la Corale della Madonna delle Grazie al fine di conoscere attività presenti in parrocchia.
Con le agenzie educative del territorio: Scuola primaria e secondaria di primo grado, lo Spazio Giovani del Comune , il doposcuola dell’Arci, i vigili del comune si sono tenuti incontri periodici come gruppo tecnico allargato per condividere situazioni specifiche.

Attualmente a gestire il doposcuola Vulcano e Lapilli è la cooperativa sociale La Porta Bella di Modena sempre all’interno degli spazi parrocchiali.
Nel novembre 2020 il doposcuola ha deciso di porre attenzione alle mamme dei bambini /ragazzi che frequentano questo ambiente al fine di aiutarle nel conoscere la lingua italiana e dall’altro lato nel dare loro la possibilità di avere uno spazio per farsi conoscere come persone rispetto alle loro possibili competenze manuali, le loro tradizioni culturali rispetto i loro paesi di provenienza.
Infatti , queste mamme sono magrebine, nigeriane ... e vogliono migliorare le loro conoscenze per poter aiutare meglio i loro bambini e la loro famiglia .
Nel corso degli anni accanto ai compiti si è cercato di avere momenti di attivita’ ricreative all’interno del doposcuola come corsi di cucina, di bricolage, pittura, musica, realizzazione di biglietti natalizi per dar modo di porre attenzione al momento creativo. Il creare , il tenere attiva la fantasia e l’inventiva sono modi per andare ad attingere da proprie risorse personali quel qualcosa che permette all’essere umano di trasformare dolore, solitudini, vuoti , mancanze in qualcosa che si puo’ rappresentare e di cui si può parlare per prendere spunti di riflessione, forza, coraggio per andare avanti nel vivere quotidiano.
28 febbraio 2021
Solidarietà internazionale a Soliera
Massimo Valentini
All’inizio degli anni 90 contestualmente alla dissoluzione della Jugoslavia iniziarono una serie di atroci conflitti dall’altra parte dell’Adriatico con drammatiche conseguenze sulle persone della penisola balcanica.
Di fronte a tanta tragedia anche la Comunità Solierese inizio ad attivarsi attraverso la Croce Blu locale e l’ANPAS regionale per cercare di alleviare le sofferenze indotte da questa immane tragedia .
I primi viaggi con aiuti umanitari oltre Adriatico furono organizzati a partire dal 1994 e videro l’impegno dei volontari sulle coste della Croazia dove in quel periodo vi erano molti profughi provenienti da Vukovar (ma non solo), in particolare portavamo aiuti in un istituto per anziani a Vodice ed in un orfanatrofio a Sibenik.
Durante uno di questi viaggi, nell’isoletta sull’Adriatico di Prvic Luka in una struttura per rifugiati ci incontrammo con un ragazzino di 14 anni senza un braccio e senza una gamba persi sotto i fili dell’alta tensione durante un bombardamento.
Questo ragazzino si chiamava Semir originario della Bosnia Occidentale e la comunità Solierese avrebbe poi avuto la possibilità di conoscerlo ed apprezzarlo direttamente a più riprese durante i suoi soggiorni nella nostra provincia.
Nacque infatti in quel momento l’idea di organizzare interventi sanitari rivolti ai ragazzi rimasti vittime della guerra ed una serie di comuni, tra i quali Soliera, Modena Castelfranco Emilia , Formigine si attivarono di concerto con le varie associazioni lo-cali delle Pubbliche assistenze per organizzare delle realizzazioni di protesi, tutto questo avvenne prevalentemente presso il centro Protesi Inail di Vigorso di Budrio nel Bolognese .
Il primo dei ragazzi a cui vennero realizzate le Protesi fu proprio Semir, il quale si trovò così a frequentare la comunità Solierese già a far tempo dalla fine del 1995 (gli accordi di Dayton per la fine del conflitto nella ex Yugoslavia erano appena stati siglati).
Semir tornò a Soliera più volte per la revisione delle protesi, nel 2000 e nel 2005 (quando attraverso il Gruppo genitori figli Con handicap prestò la propria attività a favore delle biblioteca comunale ) lasciando un ricordo di umanità e simpatia tuttora vivo nei ricordi dei tanti Solieresi che ebbero la fortuna di conoscerlo.
27 febbraio 2021
Quando Soliera incontrò Guccini
Odo Semellini
Il 9 luglio del 1990 segna una data importante nella mia vita: è in quel giorno, infatti, che iniziai a lavorare come operatore culturale presso il Comune di Soliera.
Al mio arrivo, oltre a rivedere Tina Colarusso – la memoria storica del servizio Cultura e Scuola, già incontrata nel corso del mio servizio civile in Biblioteca nel 1984 – feci la conoscenza di quella che, per 5 anni, fu la squadra di cui ho fatto parte: gli assessori Annuska Raimondi (Scuola e Cultura) e Arcangelo Lo Savio (Politiche giovanili) e la caposettore Cristina Dainese.
La sede dei nostri assessorati era presso il Centro culturale “Il Mulino”, inaugurato poco tempo prima: a pian terreno c’era una sala con un palco, che ben si prestava a concerti, mostre, assemblee e pure a riunioni più raccolte. Il primo piano era occupato dalla Biblioteca, mentre all’ultimo vi erano i nostri uffici e uno spazio non ancora sfruttato a dovere, se non per sporadiche riunioni.
Fin dai primi tempi vi fu un buon affiatamento tra di noi e, nel giro di un anno o due, oltre a consolidare iniziative già in essere come “E…state insieme” e i corsi culturali del Mulino (tra cui il corso di pittura, nato da un’idea dell’assessore Raimondi, e tuttora operante come scuola vera e propria), si misero in moto alcune iniziative nuove, come le mostre di artisti locali e le rassegne musicali di “Soliera in concerto”, con la collaborazione della scuola di musica dell’ARCI per la parte classica e delle band giovanili per la parte rock.
L’iniziativa più importante o, almeno, quella che io ricordo più volentieri è stata l’inaugurazione della Fonoteca nel giugno del 1992. L’idea nacque dai colloqui tra noi operatori e l’assessore Lo Savio, e subito organizzammo degli incontri con alcuni colleghi di Correggio, Carpi e Nonantola, i cui Comuni avevano già istituito da diverso tempo il servizio di fonoteca. Era importante, infatti, conoscere le esperienze sul campo, sia per valutare costi e benefici, sia per evitare eventuali errori di percorso e, non ultimo, orientare la scelta del Comune di Soliera sul tipo di pubblico che si voleva raggiungere. Arrivammo quindi a stabilire che si sarebbe posta l’attenzione su un’utenza giovanile, allora non sufficientemente coperta dai servizi dell’Ente pubblico, soprattutto per quanto riguardava gli spazi di ritrovo e aggregazione.
Una volta individuata la sede nel locale sottoutilizzato al secondo piano del Mulino e programmati gli acquisti di attrezzature, arredi e compact disc sulle disponibilità di bilancio, iniziammo a interrogarci su come lanciare il servizio: l’idea era quella di creare un evento che portasse molte persone all’inaugurazione e, al tempo stesso, che restasse nella memoria della cittadinanza solierese. Ci dicemmo che avrebbe fatto al caso nostro un artista musicale di richiamo, disposto a colloquiare con il pubblico senza eccessive formalità. E così la scelta cadde su Francesco Guccini e, per condurre la chiacchierata, venne chiamato il professor Brunetto Salvarani, che dell’autore emiliano era (ed è) un profondo conoscitore.
Per preparare la serata, con Lo Savio e Salvarani mi recai nella casa di via Paolo Fabbri 43, a Bologna, dove Guccini ci accolse amichevolmente, fra l’altro deliziandoci con due anteprime: la lettura del sesto capitolo del libro Vacca d’un cane, non ancora edito, e l’esecuzione alla chitarra di Acque, canzone poi incisa nel disco Parnassius Guccinii del 1993. Gli accordi con il suo agente di allora, il compianto Renzo Fantini, prevedevano due regole semplici semplici: Francesco non avrebbe dovuto suonare, guai se fosse comparsa come per magìa una chitarra durante l’incontro; inoltre, non si sarebbe dovuta promuovere la sua presenza attraverso giornali, radio, stampati pubblicitari.
Accettammo di buon grado le indicazioni di Fantini. Pur restando fedeli alle richieste rivolteci, la promozione dell’inaugurazione non fu un certo un problema: anche se all’epoca internet praticamente non esisteva, in una realtà come la Soliera di 30 anni fa la rete era il passaparola. Come cantava un illustre collega di Guccini “una notizia un po’ originale/non ha bisogno di alcun giornale/come una freccia dall’arco scocca/ vola veloce di bocca in bocca”. Così bastò spargere la voce in qualche bar e qualche salone di parrucchiera per ottenere l’effetto voluto: all’inaugurazione avemmo la soddisfazione di vedere il Mulino “gremito ai limiti della capienza in ogni ordine di posti”, da piano terra all’ultimo dove, sulla terrazza, si tenne il dialogo tra Guccini e Salvarani, documentato dagli scatti del fotografo Giuliano Teritti. Fu una serata molto intensa: Francesco, con il suo carattere ben lontano dai modelli dello star system, si mostrò particolarmente in forma e ben disponibile a raccontare aneddoti e storie e a sottoporsi al fuoco di fila delle domande del pubblico.

Insomma, l’obiettivo era raggiunto: contammo almeno 500 persone ad affollare i locali del Mulino e, con Guccini, ad apprezzare l’apertura della Fonoteca. Da lì, nel giro di qualche anno, come naturale sviluppo del servizio, nacque lo Spazio Giovani di Soliera, da cui presero esempio altri Comuni, come Carpi con lo Spazio Giovani Mac’é!.
Il fatto che quel servizio sia ancora attivo, a quasi trent’anni dalla sua inaugurazione, un po’ mi inorgoglisce: perché la sua ideazione e la successiva realizzazione avevano radici robuste; e chi vi ha lavorato, dopo che il sottoscritto ha salutato il Comune di Soliera alla fine del 1995, ha pure migliorato le opportunità fornite dallo Spazio Giovani.
Ci sarebbero altre cose da raccontare: 5 anni a Soliera sono stati un’esperienza importante per la mia vita professionale, che non s’esaurisce nella pur trionfale serata gucciniana; e, pure, un’occasione di crescita umana di quelle che non si dimenticano. Per questo qui voglio abbracciare idealmente tre persone con le quali, purtroppo, non ci sarà più il piacere di trovarsi per ricordare quel periodo. Sto parlando di Annuska Raimondi, Cristina Dainese e della carissima amica Tina Colarusso: tre donne intelligenti, caparbie e capaci, che se ne sono andate via troppo presto, lasciandomi da solo a raccontare delle cose che abbiamo fatto insieme. È anche merito loro se Soliera ha conosciuto uno sviluppo culturale che, tre decenni fa, sembrava un sogno folle … che a poco a poco, grazie alla loro bravura, è diventato realtà.
Le foto contenute nel racconto provengono dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera
19 febbraio 2021
Noi di questo paese
Ruggero Toni
Era l’Autunno del 1943. Dopo l’otto settembre i tedeschi erano dappertutto, anche a Soliera, e procedevano ai “rastrellamenti”: cercavano uomini che poi deportavano in Germania nei “campi di lavoro” e nelle loro fabbriche, per sostituire i loro uomini che erano al fronte.
La mia famiglia abitava in una casa di campagna non lontana dal paese e i soldati tedeschi spesso venivano a fare controlli. Mia madre allora, non appena li vedeva arrivare dallo stradello, ci spingeva fuori e ci metteva tutti in fila, dalla più grande a me, che ero il più piccolo, davanti al portone di casa spalancato. Secondo mia madre quel portone spalancato significava che non avevamo niente da nascondere. Io avevo quattro anni e una gran paura, per fortuna mia madre chiudeva la fila mettendosi vicino a me e ponendomi una mano sulla spalla. Le mie sorelle, Anna, Oscarina, Celsina e Osanna, ragazze dai 17 ai 10 anni, restavano mute, in un silenzio pieno d’ansia. Solo mia madre parlava, spiegando al militare tedesco che comandava il gruppo che i suoi uomini con i fucili spianati avevano di fronte tutta la famiglia. Aggiungeva che mio padre era fuori per i suoi commerci e li rassicurava dicendo che non c’erano altri uomini in casa. Di solito, dopo aver guardato un po’ in giro, se ne andavano.
Se avessero saputo … Anna, la mia sorella più grande, una ragazza alta, statuaria, occhi chiari in un bel viso sorridente, collaborava con i partigiani, portando notizie e a volte qualche pistola. Aveva un nome di battaglia conosciuto solo dal comandante partigiano e da pochi altri: “Manon”. Penso che non lo sapesse nemmeno mia madre. Certamente lo ignorava anche mio padre perché, protettivo e geloso delle sue figlie com’era, avrebbe temuto che Anna venisse scoperta, catturata e forse torturata.
Ma anche mio padre, quasi cinquantenne, a suo modo lottava. In combutta con il dottor Vallisnieri, il veterinario del paese, cercava di fornire carne ai compaesani, quasi affamati, sotto l’etichetta di carne di bassa macelleria sacrificando qualche manza fintamente o realmente ammalata, ma non in modo pericoloso.
E anche mia madre a modo suo lottava. Nascondeva infatti, in tunnel scavati nel fienile collocato sopra la stalla, due solieresi renitenti alla leva e talvolta, di notte, due comandanti partigiani venivano a dormire in solaio nel ballatoio murato della scala all’ultimo piano. L’angusto spazio era nascosto e protetto da un quadro della Sacra Famiglia. I due erano comunisti e mangiapreti. Che dire allora di mia madre, vessillifera dell’enorme bandiera della compagnia dell’Addolorata, che volentieri li nascondeva, impassibile e indifferente! Non si fece mancare neanche un architetto ebreo che nell’estate del ’45 stava tentando di tornare a Roma. Anche lui finì in granaio e rimase con noi alcuni giorni. Forse era uscito da un campo di concentramento. Aveva fame e fu sfamato poi riprese la sua strada. Mia madre lo chiamava “Romanello”: ricevette da Roma, dopo un anno, alcune cartoline. Solo “grazie” c’era scritto. Mio padre era al corrente di tutto, taciturno, consenziente e consapevole.
Quando a Soliera fu inaugurato il monumento che ricordava i terribili giorni della guerra e della Resistenza, sulla pietra di forma ovale fu composta la frase: ” Noi di questo paese vogliamo ricordare che tutti, nella riscossa della resistenza fummo una sola famiglia, con un’arma o l’altra tutti combattemmo … ” Io pensai a mia madre, a mia sorella, a mio padre, coraggiosi eroi di battaglie quotidiane.
Ora il monumento bronzeo si erge solitario sul suo piedistallo nel “parco vecchio”, quello con la montagnola, dove qualche anziano trascorre un momento di riposo volgendo le spalle a via Garibaldi. Dell’eroe dei due mondi tutti si ricordano. Degli eroi sconosciuti che hanno lottato e rischiato la vita in quei giorni terribili del ’43 pochi Solieresi hanno memoria.
21 febbraio 2021
Andiamo a vedere la mostra al castello?
Franca Giovanardi
Esistono luoghi al mondo che invitano alla bellezza, alla storia, alla musica, all’incontro con gli altri proprio per quel che sono, per la loro ubicazione, la loro forma architettonica, la loro età, gli eventi di cui sono stati testimoni.
Il Castello di Soliera - Castrum Soleriae - è uno di questi luoghi. Nella sua lunga vita deve averne viste di tutti i colori passando di mano in mano agli Estensi, alla contessa Matilde di Canossa, al Bonacolsi signore di Mantova, ai Pio di Carpi poi di Sassuolo, a Papi, Re, vicari Imperiali, fino ad arrivare al 1636 quando divenne Marchesato e fu concesso ai Campori fino alla fine del 1700. Il Castello che vediamo noi oggi è il frutto degli interventi di tutta questa folla di proprietari che si sono succeduti nel tempo, di terremoti e di restauri.
Quando nel 1990 la proprietà del Castello passò dalla Parrocchia di Soliera al Comune di Soliera, ebbero inizio i lavori di restauro dell’edificio che durarono più di dieci anni e vennero eseguiti in due stralci: il primo riguardò il piano nobile. I locali ripresero l’antica eleganza mettendo in luce il valore artistico dell’edificio con le sue ampie sale tinteggiate in calce come quelle originali, i pavimenti settecenteschi alla veneziana, gli stucchi e la famosa statua in gesso del mitico Ercole sullo scalone. Nell’ottobre del 2003, al piano nobile, trovò giusta collocazione la Biblioteca comunale Campori e il 18 ottobre dello stesso anno vennero inaugurati i locali. Intanto proseguivano i lavori previsti dal secondo stralcio, riguardanti il primo piano dell’edificio.
L’inaugurazione vera e propria del Castello avvenne il 21 giugno del 2007 ma i festeggiamenti si prolungarono fino al 23 giugno e coinvolsero diverse realtà del paese. Il “taglio del nastro”, alla presenza del sindaco Baruffi, delle altre autorità cittadine, del corpo bandistico “ B. Lugli” e persino di un vice-ministro, Mariangela Bastico, ebbe luogo all’ingresso del castello e fu seguito, nella Sala delle cerimonie, da un concerto per flauto e pianoforte, con Pietro Rustichelli e Paolo Andreoli.
Nella foto: Il sindaco Davide Baruffi, la vice-ministra Mariangela Bastico e il parroco, Don Antonio - Materiale Fotografico del Comune di Soliera
Eravamo agli inizi di un percorso, un percorso importante, che si è snodato negli anni fino ad oggi e ha dato vita e slancio alla cultura a Soliera. Purtroppo con due grandi Stop dovuti al terremoto del 2012 e alla Pandemia che stiamo vivendo.
Nei giorni dell’inaugurazione del 2007 furono allestite due mostre fotografiche che attrassero un folto pubblico.
La prima: “Giuseppe Messerotti Benvenuti, un fotografo tra Soliera e la Cina” .
L’altra mostra, “Giuliano racconta Soliera”, era dedicata a Giuliano Teritti, un fotografo speciale, un amico per molti solieresi. Era un uomo provvisto di un’umanità e di una generosità straordinarie, con occhi vivissimi in un viso aperto e sorridente. Dopo un tirocinio nello studio Frassoldati di Modena, venne a Soliera nel 1960 e qui restò per tutta la vita. Il suo laboratorio fotografico era molto frequentato perché Giuliano era veramente bravo e dava ai suoi clienti buoni consigli sulle loro produzioni, incoraggiandoli e sostenendoli.
La mostra era costruita su foto in bianco e nero e a colori che il figlio Lorenzo aveva trovato in vecchi e polverosi cartoni pieni di negativi che, dopo la morte del padre, non aveva mai degnato di uno sguardo. Quando li aprì si rese conto di avere tra le mani un patrimonio di fotografie di storie e di eventi che suo padre aveva documentato negli anni con grande passione.


Foto Fotostudio Solierese
Scrive Lorenzo: ”Con questa mostra vorrei restituire alla memoria di tutti, immagini di spaccati quotidiani degli ultimi quarant’anni di Soliera, dimenticando per una volta Il lato “tecnico della foto in sé”, preoccupandomi solo di raccontare”. E ci è riuscito bene perché la mostra fu un successo: le persone guardavano le foto, si cercavano nelle immagini e a volte si ritrovavano, rievocando avvenimenti e situazioni vissute.
Nella serata del 21 giugno il popolo solierese poté assistere ad una “Rievocazione storica rinascimentale” il cui testo era di Guido Malagoli e la regia di Luisella Vaccari. Era una narrazione-rappresentazione della sontuosa festa organizzata nel 1573 per le nozze del duca Enea Pio di Savoia, Signore di Soliera, con la nobildonna Laura Obizzi da Padova. I festeggiamenti per l’inaugurazione del Castello terminarono il giorno dopo, nella sala delle cerimonie, con un incontro curato dal Centro studi storici solieresi sul tema “La notte di San Giovanni” condotto da Matteo Al Kalak e un Concerto del Modern free Trio, “Armonie jazz in stile classico” con Andrea Candeli alla chitarra, Michele Serafini al flauto e Marcello Davoli alle percussioni.
Negli anni seguenti, le sale del Castello furono animate da serate musicali, presentazioni di libri scritti anche da solieresi, narrazioni, piccoli eventi, conferenze, letture, recital.
Mi piace ricordare tra questi, una “Serata al castello - Letture dai Laboratori di scrittura autobiografica” condotti da Daniela Stefani. Le lettrici che si alternavano al microfono, emozionatissime, erano le stesse autrici dei brani autobiografici presentati. Sul fondo apparivano bellissimi disegni di Anna Trazzi che rappresentavano qualcosa di ogni lettrice; il tutto era accompagnato dal sax e dalle tastiere di Mario e Maria Pia Donati e dagli applausi di un pubblico caldo e generoso
Il terremoto del 2012, di cui tutti serbiamo un ricordo incancellabile, interruppe ogni attività perché il Castello non era più un luogo sicuro; così come le chiese, le scuole, altri edifici pubblici e privati. Occorsero tre anni e nuovi lavori di restauro e di messa in sicurezza per poter riaprire il Castello al pubblico.
Finalmente, dal 23 aprile al 1 maggio 2017 il Castello riaprì le sue porte per ospitare la “21^ BIENNALE NAZIONALE DI PITTURA CITTA’ DI SOLIERA” che richiamò come sempre artisti e visitatori da ogni parte d’Italia.
L’anno seguente, dal 25 Aprile al 1 Maggio 2018 ebbe luogo, negli spazi espositivi del Castello, la “12^ Edizione del MINIQUADRO CITTA’ DI SOLIERA”, una rassegna d’arte pittorica organizzata dall’Associazione “Amici dell’arte” in collaborazione con la Fondazione Campori e il Comune di Soliera.
Il “Miniquadro” era nato da un’idea del direttore artistico Umberto Zaccaria; gli Amici dell’arte l’accolsero senza esitazioni e la realizzarono con entusiasmo. La Prima edizione avvenne nel 1998 ma in realtà era la seconda, perché alcuni anni prima era stata già organizzata una mostra simile che terminò con una gran cena dei pittori partecipanti in un salone in cui erano esposti i loro quadri. Cenarono circondati dai loro quadri: dicono sia stata una cena memorabile!
Il miniquadro si dimostrò un’idea vincente sia per l’adesione degli artisti sia per l’affluenza di pubblico che per i numerosi compratori. Era importante per Soliera che, per dare un’idea di continuità, ci fosse qualcosa tra una “Biennale” e l’altra. Il gruppo “Amici dell’arte” adottò un percorso organizzativo particolare. Invitò una trentina di affermati pittori scegliendoli dal lungo elenco dei partecipanti alle biennali precedenti o allargando gli inviti anche ad altri artisti e chiese loro di presentare tre piccoli quadri, tutti delle stesse dimensioni (cm. 30 X cm. 40) che il pubblico avrebbe potuto acquistare: tutti i quadri avevano lo stesso prezzo. Raramente ne rimase uno invenduto!
Nell’edizione del 2018 furono esposte le opere di 32 affermati pittori italiani noti al pubblico anche per la partecipazione a passate edizioni della “Biennale” e per i riconoscimenti ottenuti. Tra loro ricordiamo: Erani, Bedeschi, Chiarani, Marini, Rassatti, Scola, Maltoni e Gueggia. La giuria assegnò il primo premio a Silla Davoli con la seguente motivazione “per la capacità di esprimere una sintesi originale e di alto livello delle correnti artistiche che hanno animato il Novecento”.
1° Premio a Silla Davoli - Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera
La “22^ BIENNALE NAZIONALE DI PITTURA CITTA’ DI SOLIERA” si svolse dal 25 aprile al 1 maggio 2019.
Uno splendido catalogo introduce e testimonia la mostra ”INTRA MOENIA” - COLLEZIONI CATTELANI” che le sale del Castello Campori ospitarono dal 6 ottobre 2018 al 13 gennaio 2019. Le opere presenti in mostra erano una selezione delle opere provenienti dalle Collezioni Cattelani di Modena, nate dalla passione per l’arte di Carlo Cattelani, un collezionista raffinato di arte sacra e arte moderna, e della sua famiglia. Erano esposte circa 80 opere tra sculture, dipinti, disegni, installazioni e fotografie realizzate da 60 artisti affermati a livello nazionale ed internazionale, come Karin Andersen, Francis Bacon, Gunter Brus, Giuseppe Chiari, Sol Lewitt, Renato Mambor, Larry Miller, Herman Nitsch, Vettor Pisani, Nam Jun Paik, Franco Vaccari e Ben Vautrier.
Il Sindaco Roberto Solomita ha scritto, nel Catalogo dedicato alla mostra: “Soliera conserva gelosamente le proprie radici identitarie, tuttavia sempre mantenendo uno sguardo proiettato verso l’esterno, perché solo coltivando una curiosità profonda una comunità può crescere e arricchirsi costruendo gli strumenti per affrontare il futuro. In questo senso, la mostra Intra moenia offre un’ulteriore chiave d’accesso - ancora vibrante e interrogante - alla contemporaneità. Le opere esposte sembrano trasmettere l’urgenza di una riflessione sul sacro, con un taglio che interroga profondamente l’umanità di noi tutti, chiamando in causa la comunità civile e quella religiosa unite da una comune tensione etica. (…) con questa mostra vogliamo intraprendere un percorso strutturato che renda la nostra città attrattiva anche dal punto di vista espositivo, innovando le esperienze della nostra tradizione nelle arti figurative di cui la biennale di pittura è l’espressione più conosciuta e prestigiosa.”

Promossa dal comune di Soliera e dalla Fondazione Campori, la mostra è stata prodotta da All Around Art con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi e della Diocesi. Il titolo della mostra - Intra Moenia - allude al luogo in cui è stata allestita: le mura protettive del Castello. Una piccola parte della mostra è stata dedicata ai bambini. Nei giorni di apertura, sono stati coinvolti più di 500 bambini delle scuole di Soliera e anche provenienti da fuori, con attività didattiche organizzate dalla Ludoteca Il Mulino” di Soliera: visite guidate, laboratori artistici ispirati alla mostra e letture animate. Una parte della mostra è stata allestita in un altro spazio, la chiesa di San Pietro in Vincoli a Limidi di Soliera, seguendo il calendario liturgico indicato dal Parroco Don Antonio Dotti.
INTRA MOENIA ebbe un notevole successo di pubblico: 4.500 visitatori con un’affluenza media giornaliera di 150 persone. Per Soliera era stato veramente un evento molto importante.
A novembre del 2018, centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, le sale del Castello ospitarono una Mostra particolare, non una mostra di pittura, fotografia o scultura ma un’esposizione di oggetti risalenti alla Prima guerra mondiale (1915 - 1918). Il titolo: “Il nemico era come noi” - 23, 24, 25 novembre 2018.
Gli oggetti esposti appartengono ad un grande collezionista di Bibiano (Reggio E.), Luigi James Garimberti che dal 1985 ha raccolto testimonianze e reperti della Grande Guerra, una guerra che ha coinvolto eserciti di molte Nazioni (italiani, austriaci, tedeschi, inglesi e francesi). I reperti raccolti - dalle attrezzature alle armi, agli equipaggiamenti, agli oggetti del quotidiano (pentole, gavette, lettere, cartoline) dimostrano come soldati di diverse nazionalità – su fronti contrapposti - conducessero una vita molto simile. Da qui il titolo della Mostra: “Il nemico era come noi”. Simili nella sofferenza, simili nell’orrore di questa guerra terribile.

La mostra organizzata a Soliera si deve al rapporto di amicizia di Garimberti con due solieresi (Franco Zibordi e Guido Malagoli) che, dopo aver visitato il grande “Museo” di Garimberti a Bibiano che contiene quattromila “pezzi”, proposero al Sindaco di Soliera di portarlo in parte anche qui, affinché non si perdesse la memoria di ciò che la guerra è realmente stata e si tenesse sempre ben presente che la guerra non è la soluzione per i mali del mondo.
Il comune accettò e con la grande disponibilità del collezionista, le sale del castello si riempirono degli oggetti che segnarono la vita di milioni di soldati: attrezzature belliche, armamenti, equipaggiamenti, oggetti di vita quotidiana, attrezzature mediche, corrispondenza, oggetti ricavati da altri oggetti, costruiti dai soldati nelle lunghe ore trascorse in trincea. Nelle tre giornate della Mostra furono effettuate visite libere e visite guidate, con la presenza autorevole e competente dello stesso Garimberti. La sera del sabato, il reading “In trincea”, con le voci di Guido Malagoli (l’autore) e Franca Giovanardi portarono un’ulteriore testimonianza. Durante l’esposizione una sola classe delle Scuole medie la visitò ma poi successe una cosa inaspettata e molto positiva, dovuta all’interesse che la mostra aveva suscitato nei ragazzi: la Scuola chiese agli organizzatori di poter portare altre classi il lunedì mattina.
23 MARZO - 14 APRILE 2019 –
Il Castello ospita “ATTENTI AL LUPO”,
FOTOGRAFIE DI OSCAR LOLLI
Sulla copertina del libro che accompagnava la Mostra fotografica di Oscar Lolli, c’è il disegno di un bambino che ha vissuto in prima persona il trauma del terremoto del maggio 2012. Le forti scosse resero inagibile la Scuola elementare “G. Garibaldi”, costruita nel 1927. Era la Scuola storica del paese, dove sono passate generazioni di Solieresi, compreso l’autore. L’edificio era ed è dotato di spazi ampi per le aule, grandi corridoi, locali per la direzione e la segreteria. Con una larga scala dalla ringhiera in ferro battuto si saliva al primo piano dove, oltre alle aule, c’era anche un teatrino provvisto di palcoscenico. Per sette anni in quella grande scuola silenziosa non entrò quasi nessuno.
Oscar Lolli, affermato artista solierese, che da bambino aveva frequentato le elementari alle “G. Garibaldi”, entrò in quella scuola chiusa da tanto tempo con la sua macchina fotografica, ma non fu attratto dai grandi spazi abbandonati e polverosi, bensì dagli oggetti “addormentati” là, dov’erano al momento del terremoto, sospesi in quell’aria antica: rugose carte geografiche, calcinacci che formano dipinti, chiavi colorate appese al muro, uccelli imbalsamati in parte adagiati sul fianco dall’onda sismica, geometriche simmetrie, abiti lasciati appesi agli attaccapanni nella fretta della fuga, disegni dei bambini appesi al muro. Sono davvero “scatti d’autore” quelli di Lolli e testimoniano la capacità di meravigliarsi di un adulto e, allo stesso tempo, di vedere la realtà con occhi infantili pieni di tenerezza. Penso sia proprio questa “qualità” d’immagini che ha determinato il successo della mostra, sollevando nei visitatori ondate di ricordi.
A Novembre del 2019 fu aperta al Castello una mostra fotografica, abbastanza insolita ma molto interessante, dal titolo
“UN PAESE CI VUOLE – Fotografie tra luoghi e persone del nostro territorio” che restò aperta fino all’otto marzo 2020. La mostra, fino a quel giorno, aveva accolto 2.500 visitatori ma purtroppo dovette chiudere con due week-end di anticipo sulla data prevista a causa dell’emergenza sanitaria Covid 19.

Il progetto è ispirato ad una esperienza fotografica svoltasi a Luzzara (Reggio E.) negli anni Cinquanta, voluta da Cesare Zavattini, realizzata da Paul Strand e documentata nel libro “Un paese”. Altri fotografi eccellenti, come Luigi Ghirri e Olivo Barbieri raccontarono il territorio traendo spunto dallo stesso lavoro. Anche il Comune di Soliera, con la collaborazione attiva della Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi, del Politecnico di Milano e della fondazione Campori, decise di realizzare un progetto analogo, affidandosi alla competenza e all’esperienza di Terra Project. Così come è importante per una persona ricevere dei “rinvii” dagli altri per conoscersi meglio, altrettanto importante è, per un territorio, guardarsi da fuori attraverso occhi nuovi, occhi che per la prima volta vedono una realtà e la restituiscono agli abitanti attraverso i loro scatti.
Il progetto ebbe un titolo: ”Raccontare luoghi, raccontare storie. Soliera e il suo territorio”. Vennero ospitati a Soliera dieci giovani fotografi, scelti con un bando pubblico, che rimasero per una settimana e ai quali fu proposto di realizzare “un’esperienza di esplorazione e narrazione collettiva del tessuto sociale, culturale e produttivo del comune di Soliera e dei comuni limitrofi dell’Unione delle Terre d’argine, allo scopo di favorire la conoscenza del territorio e al tempo stesso di creare un archivio di immagini”
Durante i giorni della Mostra, oltre a una decina di visite guidate e atélier creativi per le scuole di Soliera, sono state organizzate diverse attività collaterali in collaborazione con le Associazioni del territorio. Ne cito alcune:
-"Le città invisibili" reading di Roberta Biagiarelli con proiezioni di Luigi Ottani
-Concerti del cantautore Nicolò Carnesi
-Workshop di scrittura con Davide Bregola
-Concerto per pianoforte con Alessandro Pivetti
-Concerto disegnato dal vivo con il fumettista Marino Neri
-Concerto del cantautore Bernardo Levi
-Degustazioni a cura della Compagnia Balsamica
-Presentazione del programma annuale del centro Studi Storici Solieresi
-Iniziative fotografiche a cura del Circolo Fotografico il Mulino di Soliera

Al workshop con Davide Bregola, organizzato da “Scrivere sull’argine” e collegato alla mostra “Un paese ci vuole”, parteciparono una trentina di persone che furono invitate a visitare la Mostra, a scegliere una fotografia che le aveva colpite e a scrivere un racconto su di essa. I racconti furono raccolti in un fascicolo insieme alle foto da cui erano stati ispirati. Così alle immagini si aggiunsero le parole.
Arnaldo Pomodoro {sur}-face 17 ottobre 2020 - 10 gennaio 2021
Che stupore e che meraviglia andare in piazza e trovarsi davanti un obelisco! Ma chi se lo aspettava un obelisco a Soliera? Eppure c’è e l’Autore, Arnaldo Pomodoro, permette che resti qui per tre anni in comodato d’uso al Comune di Soliera. Avremo perciò tutto il tempo per ammirarlo da diverse angolature, sullo sfondo del Castello Campori, degli alberi verdi del Parco, di scorcio sulla lunga via Roma che, ogni volta che la percorro in direzione Castello, mi fa venire in mente la strada d’accesso a una reggia. Ho pensato con gran piacere che il nostro Comune continua a non perdere di vista l’obiettivo di fare di Soliera una “città della cultura”, confermando anche la propria inclinazione al contemporaneo. Lo dimostra l’esposizione di cui stiamo parlando, organizzata in collaborazione con la fondazione Arnaldo Pomodoro e curata da Lorenzo Respi, che “racconta la personalità di un artista visionario che ha segnato profondamente la seconda metà del Novecento italiano”. (Respi)

Arnaldo Pomodoro progettò la macchina scenica dell’obelisco per “La passione di Cleopatra” per l’opera di Ahmad Shawqi, drammaturgo egiziano. Si tratta di una struttura monumentale alta quattordici metri in acciaio corten con inserti in bronzo che ricordano gli antichi geroglifici egizi. L’Obelisco per Cleopatra accompagna, insieme alla scultura di Emilio Isgrò esposta negli spazi della Sala consiliare, la mostra {sur}-face situata nelle sale del Castello, tutta da vedere. Speriamo che dopo la lunga interruzione obbligatoria per la Pandemia, si possa presto tornare a dare un’occhiata. La data di chiusura era infatti prevista per il 27 giugno del 2021. Collegate alla mostra sono state e saranno organizzate una serie di iniziative didattiche e un percorso dedicato ai bambini perché, come dice il nostro sindaco Solomita, “con l’arte si cresce”.
“Allora, andiamo a vedere la mostra al castello?”
>>"Inaugurazione castello e matrimonio storico"<< In primo piano - Soliera, Fiera di San Giovanni 2007.
>>“Matrimonio del Duca Enea Pio Savoia”<< Viaggio verosimile e fantasioso di Guido Malagoli in un passato incerto e nebuloso.
>>“Il nemico era come noi - Modi di dire”<< Modi di dire che derivano da situazioni ed eventi della Grande Guerra.
>>“Il nemico era come noi - Mitragliatrice”<< Maschinengewehr Patent Schwarzlose M.07/12.
>>“Il nemico era come noi - La Grande Guerra tra le Apli”<< Progetto e presentazione di Guido Malagoli.
>>“Un paese ci vuole - I racconti”<< A cura di Davide Bregola.
19 febbraio 2021







