Una domenica da signore
Azzurro Manicardi
Nell’estate del 1941 facevo il garzone da barbiere nella bottega di Geminiano Loschi (Picàl), ex Sindaco di Soliera dal 1921, in Via Vicolo di Mezzo. Prendevo servizio il sabato pomeriggio fino a sera tardi e poi la domenica mattina finché c’erano clienti (gli altri giorni della settimana faceva il sarto). La paga per il mio lavoro era, forfettariamente, di una mezza lira, che era sufficiente per l’ingresso al Cinema Italia e un gelato dal gelataio Facchini, o una granita dal Gàlo, o un pezzo di gnocco di castagne dal Sio.
Facchini, il gelataio, si piazzava di fronte al cinema Italia con un carretto a tre ruote smaltato e a forma di gondola, sollevava il coperchio tondo e luccicante dei contenitori e con una paletta estraeva il gelato che con abilità appoggiava sul cono, cercando di non farne entrare troppo per agevolare invece il cumulo ed esaltarne quindi la quantità.
Al Gàlo (Armando Previdi) di professione faceva il muratore. Per arrotondare lo stipendio, nei giorni festivi dell’estate spingeva un carretto con sopra una stecca di ghiaccio che grattava con una specie di pialla metallica. Versato il ghiaccio triturato in un bicchiere, rigorosamente di vetro, aggiungeva un piccolo bicchierino di sciroppo a scelta (amarena, menta, limone, tamarindo) e un cucchiaino, per il prezzo di 20 centesimi.
Al Sio (Enrico Ferrari) girava in bicicletta con un portapacchi su cui appoggiava il contenitore col gnocco di farina di castagne. La scia di profumo che lasciava dietro di sé lungo il percorso era un richiamo magico, invitante, e chi poteva gli correva incontro festoso.
2 febbraio 2021
Passeggiata breve
Emanuela Corradini
In quella pianura graziata da giorni di vento, Lucia stava, assorta. Vedeva intorno a sé figure ferme, in attesa, alcune col naso all'insù a osservare il castello, qualcuna in movimento lungo la via sopra il ponte.
Le strade di ciottoli di fiume, le case gialle e rosse, un rosso-terra su cui rimbalzava la luce, la facevano sentire a casa e contemporaneamente straniera in quel luogo. Era quel cielo di lacca turchina che le entrava prepotente negli occhi e nei sensi, e che le provocava una specie di languido straniamento.
Quel celeste di smalto dei Della Robbia, non poteva essere il cielo emiliano consueto. Il calore del sole, la luce intensa, la trasportavano in un'altra terra, familiare quanto la sua, ma ormai lontana.
Era un pomeriggio d'autunno che pareva una fiaba, in un alternarsi di mutamenti di spazio/tempo, che le dava l'impressione di essere la protagonista di un film, di quei film Neo-realisti che vedeva da bambina, al pidocchietto dei preti, in Sant'Agnese.
Un film incongruamente a colori e non in bianco e nero, e luminoso, di una luce che non temeva neppure i portici, ma li riempiva con grazia, in quella domenica dai negozi chiusi. Le saracinesche erano abbassate come quelle di quando, bambina, percorreva le vecchie strade di Formigine, con sua madre elegante, con i tacchi alti e le scarpe “a coda di rondine”. Nei giorni di festa andavano a trovare nonna e zie, quelle due figure somiglianti; nella bambina, già la donna futura, nella madre, la bambina che era stata.
La piazza Sassi risuonava delle voci di uomini che bevevano il caffè, ai tavoli sotto il portico di un bar. Le loro voci si confondevano con quelle del televisore acceso all'interno. E con esse, il rumore dei cucchiaini che sbatacchiavano, l'abbaiare di un piccolo cane legato col guinzaglio ad una sedia, e gli scoppi potenti delle urla di una telecronaca di partita di calcio.
Di colpo l’odore del pane!
Profumo di pane la domenica pomeriggio? Chissà quali urgenze aveva quel panettiere. O era solo una abitudine di paese. Da secoli forse, la gente di Soliera e dintorni poteva trovare pane fresco anche la domenica, durante il pomeriggio di passeggiate con la famiglia o col moroso, mentre gruppi di ragazzi attraversavano la piazza, veloci, vocianti di risate fresche, anche un po' baldanzose. Quei giovani avrebbero percepito, ora e per sempre, pur non sapendolo, quel profumo antichissimo di storia. Il profumo intenso proveniva da un negozio, il Forno Canaletto, anch'esso con la saracinesca abbassata.
Ci sarebbe stata forse una festa di piazza in quel paese risorto, splendente, avvolto da un’aria così tersa che pareva Provenza, e non Emilia da due anni terremotata.
D'un tratto di fianco a lei si accostò una figura che ogni tanto l'accompagnava, nel tempo, silenziosa e lenta. Svagata pareva camminasse da sola, ma dava il passo a tutt'e due.
Zaino sulle spalle, aria un po’ assente di chi non è mai dove si trova ma da un'altra parte, guardava dritto davanti a sé il viale di platani, in fondo, dove quella prospettiva da città ideale terminava in un orizzonte di strada deserta, strada domenicale.
Senso d’antico, d’infanzia, di paesaggio magico scomparso per sempre, eppure per sempre “replicabile”.
Quella figura ogni tanto giungeva da un punto a lei ignoto … quella volta era giunta alle sue spalle, spostando un po’ l’aria, e facendo vibrare la luce.
Ma era lei che vedeva quelle cose, cose che non esistevano davvero, percezioni sensibili di cui lei mai parlava.
Ciò che esisteva invece erano i begli edifici che davano sulla piazza, il bel castello dei Signori Campori, simbolo del paese a lungo conteso già in tempi molto antichi, che i turisti venivano ad ammirare e a conoscerne la storia.
Lucia si guardò attorno, stupita.
Quello schermo di cinema, in un variare inaspettato, era diventato improvvisamente un teatro, donne belle e uomini con abiti di velluto e spadino al fianco, attraversavano lenti la piazza, questi ultimi col braccio avvolto di pizzo, pronti a sorreggere quelle eleganti signore infiocchettate. Lontano, in fondo alle case dove si trovava il vecchio mulino, passavano carretti, nelle due direzioni. Pieni di legna, masserizie e sacchi di iuta colmi, erano condotti da uomini scuri, severi, in abiti da lavoro che parevan stracci sui corpi magri. Donne sciupate e infelici, seguivano quei carretti, la testa china, e bimbi piccoli e sporchi aggrappati al loro braccio, accompagnavano anch'essi al lavoro quegli uomini e le loro bestie.
La piazza colma di bel mondo, e la strada sterrata solcata da carri e da umanità stanca.
L'odore caldo e morbido del pane continuava a spandersi, quel pane così prezioso e indispensabile, insieme a quella fatica, mortale, per possederlo.
Ma non era quella la commedia che avrebbe voluto guardare Lucia.
Lei era lì per godersi quel giorno così strano, in quel tempo indecifrabile e in quel luogo incerto.
Lei doveva recarsi tra persone amiche, in quel bel pomeriggio dai bagliori lontani di estate, in un luogo preciso, con un nome che esprimeva un lavoro antichissimo, un lavoro di trasformazione dell'elemento fondamentale della vita dell'uomo sulla terra.
In una confortevole e moderna sala, di quello che una volta era un mulino, i volti erano sorridenti, gli occhi avrebbero espresso amicizia e tutti erano, come lei, contenti per quella bella giornata da progettare insieme.
Da poco tempo frequentava quel paese, e per caso vi era giunta accolta da persone del luogo, tra cui una, in particolare, che però se ne sarebbe andata troppo presto. E' andata, è mancata, ci ha lasciato ... così si cerca di evitare, ai nostri tempi, quella parola così inquietante. Morte. L'imprevisto che sempre scompiglia le carte del vivere di ognuno.
Ma in quel pomeriggio di inizio autunno, ancora era il tempo dei sorrisi, delle novità, della scoperta di persone e idee che caricavano di energia la sua vita.

Al Mulino di via Grandi, un pomeriggio di domenica, in un cerchio di sedie, sedevano persone assorte ad ascoltare parole che aprivano mondi, parole di Scrittura.
Parole come memoria, ricordi, narrazione, cammino.
Anche la figura che le si avvicinava silenziosa, ogni tanto, in un vibrare di luce, anche il corteo di carri e di umanità stanca, e quelle belle dame e cavalieri nella piazza Sassi, dunque, assumevano un senso. Erano giunti da lontano, come echi di Storia, e lei li aveva accolti.
Erano gli elementi di un Racconto.
Chissà se l'avrebbe mai scritto, si domandò Lucia.
5 gennaio 2021
Botteghe , bottegai e varia umanità
Claudio Codeluppi
Dalla finestra della mia casa, con un giro d’occhi, si vede tutta la piazza, dal voltone fino alle alberature di via Pietro Nenni. Potrei raccontare vita morte e miracoli di ciò che vi è accaduto a partire dagli anni ’50 a oggi perché lì, sull’acciottolato di sassi di fiume della piazza, ho trascorso la mia infanzia e gran parte della mia vita privata e lavorativa.
Per non rincorrere i passaggi di proprietà delle varie botteghe dicendo prima c’era … poi è arrivato il tale … dopo si è spostato … è subentrato il tal altro … preferisco raccontare la vita della piazza dal 1950 al 1960/65 per evitare confusione in chi legge e per non nominare troppe persone.
Iniziamo dal Castello. Ricordo che all’interno c’era la Cassa di Risparmio al 1° piano, piano nobile dove oggi c’è la biblioteca, prima che subentrasse il maglificio Stella che fu l’ultimo ad andarsene prima del restauro. Nella stanza a metà dello scalone o al piano di sopra abitava un certo Prandini, l’uomo del fattore, poi la maestra Gatti, molto nota e famosa nelle scuole di Soliera. Nella torre, invece, c’era il laboratorio del falegname Silvestri Renzo che occupava anche altri locali con la madre Corradi Italina detta La Biànda, quattro figli maschi: Ermes, Renzo, Cesare e Danilo più le mogli, più i figli … più la sorella Igea ... diciamo una famiglia di almeno una quindicina di persone, forse anche di più.
Nelle stanze del castello vennero ospitati anche gli alluvionati del Polesine (1951), poi ci fu la ditta FG (cioè Ferrari e Gozzi) abbigliamento e maglieria che in seguito diventò Confezioni Erica e infine si trasferì a Modena …. Scusatemi, non volevo cadere nel tranello del dopo, e poi, ecc, ma mi accorgo che è un terreno molto insidioso e ci scivolo dentro a piedi pari senza accorgermene.
Mia madre, come tanti che abitavano in piazza, andava a prendere l’acqua da bere alla fontana vicina all’ultimo arco del castello e pompava finché non usciva fresca e ne riempiva un secchio (caldaréin). Quando passavano sotto al voltone i carri che arrivavano dalla campagna carichi di legna e di sacchi di frumento, facevano un gran fracasso a causa dei cerchioni di ferro sull’acciottolato che rimbombava in tutta la piazza.
Molti carri si fermavano davanti alla casa del fattore Silvio Lancellotti, un uomo severo di poche parole (ma se uno metteva la bicicletta davanti al suo portone ne sentiva delle belle) che controllava la sua roba e quella del padrone, non si sa mai, assistito da Prandini, il suo
La casa del fattore e la fontana tra le due auto uomo di fatica. Il fattore Lancellotti allevava per conto proprio qualche gallina, benché fosse proibito in centro paese, e nel pollaio aveva anche un gallo terribile che all’alba, alle quattro, svegliava tutta la piazza cantando come un ossesso.
Quando abbatterono la casa del fattore - erano le vecchie scuderie del castello - e iniziarono i lavori per la nuova costruzione, vidi più di una volta il Marchese Campori con la sua signora presenziare all’abbattimento e alla ricostruzione dell’edificio. Lui, da vero gentiluomo, magro e piccoletto, col sigaro in bocca, sempre elegante, dava l’impressione dell’uomo di vecchio stampo, lei altrettanto elegante al suo fianco.
Dimenticavo di dire che nel cortiletto quadrato del castello c’erano alcune viti d’uva buona - io lo so perché la moglie del fattore, la signora Valentina, qualche grappolino me lo dava - che s’allungavano verso l’alto fino a creare un fresco pergolato.
Dopo la casa del fattore, se giravi a destra, andavi verso le mura che allora sembravano molto più alte per la presenza della fossa profonda: lì c’era un casotto fatiscente di pietra forata dove lavorava Sciflein, un calzolaio simpatico, amico di tutti. Ricordo che lo guardavo mentre batteva il cuoio (il corame, si diceva) su un sasso di fiume piatto e nero, e per riconoscenza quando andavo in colonia gli mandavo una cartolina con questo indirizzo: Al calzolaio Scifolino - Soliera.
Prima di procedere, diamo un’occhiata sotto al voltone dove c’era la falegnameria del signor Artioli Carlo: è un locale piccolo, com’erano piccole tante botteghe artigiane di allora.
Suo suocero Remigio era un omone grande e grosso, dicevano che fosse sempre affamato o forse lo tenevano a stecchetto tanto è vero che di lui si ricordava questo detto che ripeteva spesso: “ S’agh fòsa ‘na taiadela longa da Sulera a Modna e un màt cun un palòt pin ed furmài da stremnèregh insèma …! (Se ci fosse una tagliatella lunga da Soliera a Modena e un matto con una pala piena di formaggio da metterci sopra...) Evidentemente la fame non gli dava tregua e sognava ad occhi aperti!
Spostiamoci verso il cinema Aurora, un locale rustico con l’entrata sullo slargo laterale, con i sedili di legno compensato cigolanti e qualche panca in prima fila dove alla domenica pomeriggio ci radunavamo noi bambini, stretti come sardine con il naso all’insù, disposti a guardare per qualche ora il telone sul quale magicamente comparivano inseguimenti di cow boy e indiani, Ombre rosse, le comiche di Stanlio e Ollio, Tarzan e Cita, tutti in bianco e nero. Partecipavamo alle azioni del film rumoreggiando e gridando: “Quadro! Bestia, quadro!” all’indirizzo dell’operatore, il famoso “Sceriffo”, quando la pellicola saltava e l’audio si perdeva perché dovete sapere che come operatore era scarso e se la pellicola si strappava, sai le urla che si sentivano! Ma se perdevamo qualche inquadratura non ne facevamo un dramma perché spesso guardavamo il film due volte così stavamo fuori dai piedi dei genitori. Se veniva un bisogno urgente era sufficiente correre dietro al cinema dove c’era il gabinetto.
Al centro del cinema c’era una stufona a segatura (stòva a bòla) e, sotto al telone dello schermo, un palco sul quale debuttai quando andavo all’asilo, nel 1953, con qualche storiella in dialetto che mi insegnò Suor Benedetta, detta il Suoro per il vocione, i modi spicci e mascolini.
Erano brevi scenette inventate dalla suora per prendere in giro alcune persone del paese con battute comiche come: “la Clara ed Ziroun cla gh’iva ‘na leinta scura sira e mateina” per dire che portava sempre occhiali scuri.
Ricordo una scenetta: io ero seduto al bar Sport e dicevo: “ Iside, Iside! Dù bicèr! “.
All’inizio del portico lungo c’era il negozio di Ferrari, il padre di Carlo, detto Patachéina senza offesa, perché era un ometto rotondetto. Io non l’ho conosciuto. Di lui mi raccontava mia madre che una volta espose in vetrina un cartello: “Baci senza traccia - Lire 2” per pubblicizzare un nuovo rossetto indelebile. I vecchi ricordano altri suoi cartelli simpatici: “Calze per donne nere” “Calze per donne traforate”
A seguire la barberia di Avertano, gran suonatore di mandolino, di Elis e di Oscar, Jon come garzone. Direte: tante persone in un'unica bottega? Proprio così e c’era sempre gente anche se lavoravano senza orario, fino alle 11 di sera del sabato e la domenica fino all’una o alle due di pomeriggio. Qualcuno andava là per farsi tosare e qualcun altro per imparare qualche maldicenza sugli uomini e le donne del paese. Non è che ci fossero solo loro di barbieri a Soliera, c’era anche Eusonio e, nel castel-lo, Grulli Erio.
Nella piazzetta del Municipio dove oggi c’è il bar con dehor, c’era l’ufficio postale. Non pensate che fosse un granché: c’era ancora il telegrafo di ottone, vecchio tipo, con il rotolo della cartina che scorreva per scrivere i telegrammi.
Si sentiva dire che se qualcuno metteva sul davanzale delle finestre del primo piano il pitale usato durante la notte per evitare cattivi odori oppure per paura di andare al gabinetto al buio, rischiava che qualche ragazzotto, passando da quelle parti la mattina seguente, spingesse con un bastone (una pèrdga) il pitale verso l’interno della stanza con effetti che si possono immaginare, per divertirsi e fare qualche becera risata con i compagni. Succedeva, dicono che succedeva. Una scena degna del Decameron di Boccaccio.
Veniamo al negozio di mio padre, Codeluppi Aladino. A partire dal 1940, mio padre aprì quel negozio di meccanico per biciclette, il veicolo più usato in quegli anni, con riparazione e noleggio di motorini. Vicino alla colonna del negozio c’era anche la pompa per la benzina e la miscela che restò in funzione fino a quando non venne escluso il transito dei veicoli nella piazza anche se non si verificò mai nessun incidente. Soliera si andava lentamente motorizzando.
Mio padre era un bravo meccanico, ma non lavorava da solo nel negozio.
Aveva dei garzoni, Lodi Gilio, Corradi Remo e un altro ragazzotto di nome Regnani Gianfranco che diventò poi il “signor Regnani” e qualche anno dopo, insieme a Rossi mise in piedi nientemeno che l’Areilos, una fabbrica di 400 operai. Gilio era un apprendista, dava una mano a riparare i motorini ma non sapeva neppure guidarli. Gli disse un giorno mio padre con l’affanno: “Dai, muoviti, svelto, prendi la Lambretta e corri a Sozzigalli a chiamare l’ostetrica che mia moglie sta per partorire”. Lui, incosciente partì, caricò l’ostetrica sulla Lambretta e come poté, sbandata più o sbandata meno, la portò a casa Codeluppi, in piazza. La donna scese dal motorino con i capelli diritti e gli occhi spiritati per la paura. Fece ugualmente il suo lavoro come si deve e quella volta nacqui io. Era mezzogiorno e l’anno era il 1948, il giorno: 12 aprile.
Un certo Minèla entrava spesso nel nostro negozio per scaldarsi. Gli fecero uno scherzo visto che era un sempliciotto tanto che dicevano c’a s supieva al nes cun dòo prèdi: misero una candela accesa dentro alla stufa spenta e lo invitarono a scaldarsi. Si avvicinò alla stufa, vide il bagliore della fiammella, pensò che la stufa fosse accesa, si sfregò le mani e disse che faceva proprio un bel caldino quella stufa Becchi.
Quante biciclette c’erano a Soliera in quegli anni! Durante la “fiera di Merci e bestiame” d’agosto nella quale si decideva anche il prezzo del fieno, la piazza si riempiva di biciclette, stracolma addirittura, e il nostro negozio restava aperto tutto il giorno per le riparazioni e il deposito. Chiamavamo tutti i parenti disponibili per darci una mano nella sistemazione delle biciclette. Si lavorava proprio bene.
Proseguendo sotto il portico si incontravano altri negozi: c’era Ciccio (ferramenta) che sul banco aveva una cassettiera ordinatissima piena di chiodi di varia lunghezza che vendeva a peso raccogliendoli con la punta delle dita, con eleganza, meglio di un farmacista, e li avvolgeva in una cartina vecchia della Sisal formando un cartoccino perfetto;
C’era Radio Vaccari, vendita e riparazione di radio a valvole naturalmente, che quando mise in vetrina il primo televisore mia madre mi disse: “Corri da Vaccari a vedere, c’è una scatola che si vedono dentro le figure che si muovono”;
c’era il negozio di tessuti e confezioni di Andreoli Rino, padre di Lucio e Lia; c’era il negozio di Negri Mario barbiere e assicuratore e perché no: intrallazzatore generico dalla chiacchiera facile; a seguire una vecchia casa di Lodi che fu abbattuta nel 1962 e subito ricostruita più moderna, dove c’era una tabaccheria (gestita dal Bisòun) poi il sarto Pacchioni (al Sartein) e la macelleria bovina prima di Silvestri poi di Amos Vaccari infine di Vincenzi. Di fianco c’era il bar di Vittorino Silvestri che diventò in seguito Bar Leoni con i tavolini fuori dal portico, sopra ad un pavimento di legno, quasi un moderno dehor, dove si giocava a briscola, c’era anche il biliardo, e dove mio nonno andava a comperare dei magnifici confettoni con ripieno di liquore. Proseguendo si incontrava la Cooperativa di consumo: cassiere Po Flavio, dipendenti Silvestri Danilo, Colombini e Bassoli detto Rosina. Sotto quel portico, anni dopo, Losi aprì anche un negozio di piante, fiori e sementi.
Sotto lo stesso portico c’era anche il negozio di salumeria-drogheria di Vittorugo, il papà di Luisella, il quale, guarda caso, aveva un fratello daziere molto ligio alle regole tanto che non transigeva di una virgola neppure col fratello, anzi pare che una volta abbia multato anche la madre. Si racconta che un giorno Vittorugo comprò da un contadino diverse casse di vino e le ricoprì con mele campanine nel caso i dazieri l’avessero fermato durante il trasporto illegale. Giunto a casa doveva sistemare le casse in granaio. Passava da quelle parti suo fratello Gilio, il daziere ligio e intransigente, e Vittorugo gli chiese se gli dava una mano. Gilio, disponibile come sempre, aiutò a trasportare le casse. Mentre saliva le scale si lamentava che quelle mele erano davvero molto pesanti, ma non sospettò nulla. E così, a sua insaputa, fu complice, ahimè, dell’evasione del dazio!
Dopo Vittorugo c’era il Bar Sport. Proseguendo dopo l’angolo si arriva al blocco di case detto San Roc ( San Rocco) - non è tanto importante che io ne specifichi la posizione esatta quanto sapere quali erano le attività commerciali e artigianali nel centro storico - ci imbattiamo nei meccanici Berni, poi nel Pastificio Casati, pasta all’uovo e di semola con tanto di marchio, che una volta andò a fuoco per un incendio dell’essiccatoio; la bottega del sellaio Vaccari, un artigiano artista di alto livello capace di costruire e ricamare selle e finimenti che oggi chissà quanto varrebbero;
poi c’era un porticato dove lavorava al fradòr, il maniscalco signor Marchesi Oreste, esperto nella ferratura di cavalli e affini che, a quel tempo, erano tanto numerosi che anche lo spazzino girava per Soliera con un barroccio trainato da un somaro; di fronte al maniscalco c’era il gabbiotto della pesa pubblica dove la signora Ada dal frador pesava la legna, i carri, le merci varie.
Prima della chiesa non dimenticherò mai il centralino telefonico di Erminio Gozzi - dove potevi telefonare, comperare un cappello o una macchina per cucire - gestito dalle figlie Maria e Merope che indossava il cappotto di lana e innumerevoli sciarpe anche d’agosto; accanto ricordo con emozione la drogheria – gelateria della famiglia Lugli detto Bataglina con Remo, Norma e Bruno Lugli, il direttore della banda, che mi prendeva in braccio e mi regalava, non so per quale motivo, dei fogli e dei libri di musica; dopo la chiesa c’era la macelleria di Campagnoli Paolo (detto Pavloun) e del figlio Renato, gran suonatore a orecchio di grancassa e piatti nella banda; il bar Chiletto, locale rumoroso, fumoso quanto basta per il persistente odore di sigari, col biliardo e il “sottomarino”, una saletta appartata, di cui si dicevano maliziosamente un sacco di cose che nessuno doveva sapere per non fare danno ma che tutti sapevano; l’Assunta Bigi, lì accanto, vendeva gnocco di castagne, verdure e fave; c’era anche la bottega di un altro meccanico per biciclette, Paradisi Sisto, così i meccanici a Soliera in quegli anni erano tre, ognuno con i propri clienti: Codeluppi, Sisto e Berni che aveva negozio di fianco al bar Sport.
So che potrei dimenticare qualche nome e qualche bottega importante e qualcuno potrebbe aversene a male, perciò faccio uno sforzo di memoria e sintetizzo: dietro alla piazzetta, cioè di fianco al municipio dove oggi c’è la sede del PD per intenderci, nei primi anni sessanta c’era un fabbro, un certo Tonello, che lavorava la lamiera per farne mobiletti da cucina; più avanti c’era il forno di Borelli e nella stessa contrada c’era anche il mulino di Rumlèin che macinava il grano nella casa dove, in seguito , Gabriele, ex campanaro e sagrestano per tradizione aprì il suo negozietto di frutta e verdura. Ecco ora ricordo: in via Don Minzoni c’era la sartoria da uomo di Bigi Albano e dove oggi c’è la Mediolanum, c’era il negozio di Battistini, generi alimentari e subito dopo, attraversata la strada, c’era una piccola edicola gestita da Ascari mentre l’altra edicola del paese, una specie di gabbiotto quadrato, era situata dopo il meccanico Sisto, verso la casa della Camera del Lavoro, e apparteneva a Nocetti.
Credo, spero, di non aver dimenticato nessuno. La memoria talvolta fa brutti scherzi, dovrei andare al cimitero per controllare i nomi su qualche lapide …
Non c’entra niente con le botteghe e i bottegai, ma mi piace ricordare che esattamente al posto all’odierno Palazzone c’era il ballo Conca Verde, con alberi e glicini rampicanti e una pista di mattonelle abbastanza grande sulle quali imparai a schettinare perché al pomeriggio nessuno proibiva ai bambini di fare le prime evoluzioni di fronte a due bravi schettinatori, già grandi, Ermanno Morandi e Pirola dell’Appalto.
PERSONAGGI IN PIAZZA
Il centro di Soliera era sempre molto animato in quegli anni cinquanta-sessanta, pieno di gente nei giorni di mercato e durante le festività. Oltre allo spazzino, ricordo alcuni personaggi tipici come il signor Fiorigi della Corte, che spingendo una specie di sidecar a pedali portava alla sua affezionata clientela i sacchi di carbonella che veniva usata per cucinare: un bel colpo di vintaròla e il carbone sprigionava tutto il suo calore.
A Soliera, non si crederà, ma veniva anche un pescivendolo (c’è chi dice che si chiamasse Pirein dal pàss) che arrivava in piazza pilotando una moto Guzzi, rossa, la metteva sul cavalletto e apriva i due portapacchi laterali che contenevano pesci gat-to, i più pregiati, pesci sughero, qualche anguilla e pesci anonimi di fiume e di canale. Vendeva quel che vendeva, poi richiudeva i sacchi e ripartiva per continuare la vendita di pesci nelle case di campagna. D’inverno, quando nevicava forte, allora venivano dei mezzi metri di neve alla volta, arrivava in piazza la puiàna (spartineve) spinta da un trattore. Sulla parte anteriore, di legno fatta a V, sedevano alcune persone che funzionavano da zavorra, cioè appesantivano la puiana, rendendo più efficace e veloce lo sgombro della neve. La gente si affacciava alla finestra, uscivano dalle osterie: meno male cha gh’è la puiana - dicevano, e allungavano da bere a questi lavoratori che si riscaldavano sia per i complimenti che per i bicchierini di grappa.
Mi capitava spesso di incontrare in piazza il sindaco Roncaglia. Era un uomo buono, una gran bella persona, semplice e alla buona, ironico, una parola per tutti anche con i bambini. Era il sindaco in mezzo alla gente, sempre in “servizio”. Durante il suo mandato, desideroso di lasciare un mondo migliore, fece asfaltare anche la piazza che, essendo lastricata con sassi di fiume un po’ sconnessi, era poco percorribile. Di lui mi raccontavano un aneddoto molto scherzoso. Gli operai del Comune dovevano pareggiare un terreno o non so che altro e gli chiesero:
“ Séndeg, dove mitòmia tòta ‘sta tèra chè?” (Sindaco, dove mettiamo tutta questa terra?)
“ L’è facil: fèe mò ‘na bèla bùsa fànda e po’ a gl’a mitìi deinter!” (Facile, fate una buca bella fonda e mettetegliela dentro) Gli operai diedero due sbadilate poi si fermarono interdetti.
Nei giorni di mercato arrivava a Soliera un certo Boldrini e prendeva posizione sempre nello stesso posto di fronte alla lapide dei caduti della grande guerra. Era un cantastorie. Attaccava a cantare storie e zirudelle con l’accompagnamento della fisarmonica, proprio come faceva a Modena il famoso Piazza Marino, poeta contadino. Di tanto in tanto si fermava per esibire al pubblico il sapone da barba, la pietra emostatica e le famose lamette da barba Solingen, puro acciaio tedesco. Riattaccava a cantare zirudelle comiche, talune con doppi sensi per dare un po’ di mordente al pubblico adulto maschile, sperando nella vendita delle lamette, e talvolta cantava insieme alla figlia mentre un suo nanetto, reduce da un circo, si scatenava in una raspa messicana travolgente per fare ridere. Alla fine, un po’ con le lamette, un po’ con le offerte in cambio di un foglietto con la zirudella stampata, facevano giornata e se ne andavano tutti e tre lasciando libera la piazza ai mediatori di vacche, alle chiacchiere sul tempo, sui lavori di campagna, sul prezzo del frumento e del frumentone oltre a qualche malignità sulla vita del paese.
In piazza ho visto anche un omino che suonava l’organetto girando la manovella e guardava in alto con la speranza che qualcuno gettasse una monetina.
EVENTI IN PIAZZA
I comizi elettorali
Dalla finestra assistevo ai comizi elettorali che allora erano frequenti e, diciamo, vivaci come quello del 1958, se ricordo bene. Un rappresentante del Movimento sociale giunse in piazza una domenica pomeriggio su una topolino, salì sul palco e cominciò il suo discorso elettorale con parole molto pesanti. Quella volta i miei genitori fecero in fretta a prendermi per un braccio e portarmi a casa. Dal pubblico partirono parole, parolacce e insulti. La gente presente, praticamente tutti antifascisti e di sinistra, padri che aveva perduto il figlio in guerra, gente che aveva patito, poco alla volta si scaldarono e dovette intervenire la celere, cioè la polizia di Modena, per calmare gli animi che si acquietarono definitivamente poco dopo quando, per par condicio, iniziò il comizio del Partito Comunista, applauditissimo. Erano anni caldi, di febbre elettorale. Soliera era piena di manifesti elettorali, vota questo, vota quello, striscioni lunghi da una parte all’altra della piazza, una grande partecipazione.
I Maggio
Grande festa il I Maggio, festa dei lavoratori. Al suono di trombe e di grancassa arrivava in piazza un camion carico di … banda. I suonatori in piedi attaccavano le musiche di circostanza, marce e inni, la gente accorreva e applaudiva. Ivano Brausi, dava spettacolo a modo suo, gli altri suonatori si davano da fare a soffiare negli strumenti ma non c’era pericolo che gli venisse sete, perché la gente offriva vino in abbondanza. Ciuldéin era trionfante e spingeva a tutto fiato nella tromba che “aveva suonato in tutto il mondo, anche in Grecia durante la guerra”. Dopo qualche suonata e qualche bevuta, il camion ripartiva per portare musica e allegria nelle altre strade e in campagna. Altro vino, altri applausi. Una grande festa.
In balera
Uno dei pochi divertimenti dei giovanotti di allora era la balèra. A Soliera l’attrazione fatale erano la Conca Verde all’aperto e il Medusa in attività anche d’inverno. La sera del sabato o della domenica, d’estate, vedevo comparire da lontano tante luci traballanti che bucavano il buio della notte. Arrivavano da Via Roma ondeggiando come uno sciame di lucciole in volo. Arrivate sotto al voltone si spegnevano. Uno spettacolo poetico che non dimentico. Erano i ragazzi e le ragazze che, arrivati al nostro deposito di biciclette che per l’occasione restava aperto fino all’una di notte, lasciavano la bici e si avviavano a piedi vociando verso il locale per trascorrere la serata dopo una settimana di lavoro.
Fiera d’Agosto
Ricordo con precisione il nome di questo evento epocale per i solieresi: “Fiera di merci e bestiame - Fiera di artigianato e commercio”. L’esposizione di animali avveniva nei pressi della scuola, mentre nel campo sportivo dietro alla scuola elementare arrivavano i baracconi, l’autopista, il tiro al bersaglio e altre novità ; per l’esposizione dell’artigianato tessile e commercio si utilizzava il teatrino della scuola “G. Garibaldi”.
Pasqua
Nel periodo pasquale le due macellerie di Soliera, Vincenzi e Campagnoli, di comune accordo sfilavano per la piazza e per il mercato con un paio di buoi tirati a lucido per l’occasione, veri campioni romagnoli di bellezza e portamento, perché la gente potesse vedere e apprezzare con i propri occhi la carne che avrebbero comperato in macelleria. I commenti erano positivi sia per le bestie belle grosse, sia per l’iniziativa. Sfilata pubblicitaria promozionale, diremmo oggi, per incentivare gli acquisti.
Gli aiuti americani.
Intorno al 1954-55 quando andavo in parrocchia alla domenica insieme agli altri bambini del paese, veniva distribuito a tutti, indistintamente, un pacchetto che conteneva gallette, cioccolata e, forse, qualcos’altro. Ci dicevano che era un dono del popolo americano. La galletta non era niente di speciale, ma la cioccolata avvolta nella stagnola dorata quella sì che la ricordo ancora tanto era buona. Grazie americani!
>> "La piaza dal paes" << di Lodovico Arginelli
>> "Acqua da tre pozzi" << nota storica di Azzurro Manicardi
>>"Le mura castellane e la fossa" << nota storica di Azzurro Manicardi
21 febbraio 2021
Una serata estiva di nobiltà
Franca Giovanardi
Correva l’anno 2007. A Soliera, in una splendida serata estiva, con tutte le stelle necessarie a rendere bella una serata estiva, la luna che stava sorgendo e il cielo che dalla luce del tramonto stava declinando verso la notte, mi trovai a vivere una vita non mia, la vita di una nobildonna che, insieme al marito conte Calcagnini, feudatario di Formigine, partecipava alle “prove generali” di un matrimonio di rango che avrebbe dovuto avere luogo il giorno dopo.
Si trattava delle nozze di Enea Pio di Savoia, signore di Sassuolo e di Soliera, Consigliere di stato in Piemonte, Ambasciatore, Cavaliere, Governatore non ricordo più di cosa con Laura Degli Obizzi, figlia del Marchese di Orciano e di Beatrice Pio di Savoia dei signori di Carpi che avvennero nel 1573 o forse 74 (qui la storia è un po’ lacunosa). L’idea della serata era di Guido Malagoli che scrisse la divertente sceneggiatura e la regia di Luisella Vaccari.
Gli attori: la “Cumpagnìa dal Turtèl” quasi al completo e decine e decine di solieresi di ogni età nei ruoli previsti dal copione: dagli sposi ai nobili e meno nobili invitati, dalle danzatrici ai monsignori, dai ciambellani ai musici, dal servidorame al popolo. Dall’estero, forse da Bomporto o Bastiglia, venne anche un gruppo di sbandieratori. Insomma, un casino di gente.
Una delle idee vincenti che resero indimenticabile la serata fu di affidare il “corteo dei nobili” a personaggi molto noti: l’allora Sindaco Baruffi, Assessori, il presidente del consiglio comunale e altri consiglieri. Fui cooptata come nobildonna insieme a mio marito, che non era molto felice all’idea di partecipare quando scoprì che il suo costume prevedeva una calzamaglia molto aderente che sottolineava la forma delle gambe. Aveva infatti ereditato dalla sua famiglia un paio di gambe decisamente storte, rinvenibili anche in alcuni dei suoi numerosi nipoti. Quando però - in Via della vite a Modena, dove andammo a scegliere e provare i costumi di scena tra risate e commenti vari - si vide allo specchio nello splendido vestimento cinquecentesco azzurro come i suoi occhi, cedette e accettò di sfilare sotto gli occhi dell’intero paese.
Io naturalmente ero la Contessa maritata col Calcagnini, con un meraviglioso abito che faceva pendant con quello del signor conte. Era di broccato azzurro intenso con riflessi viola e ricchi inserimenti di un tessuto quasi rosato bordato di pizzi e pietre preziose di ogni forma e grandezza. I miei capelli, a quell’epoca biondi e corti, erano stati tirati allo spasimo da una bravissima parrucchiera che era riuscita, con mille forcine, spillette, pettinini a dare l’idea che fossero lunghi. Aveva fatto un miracolo! Il costume prevedeva che l’acconciatura fosse ornata da una specie di fascia, dello stesso tessuto del vestito, tempestata di fiori-gioiello con pietre preziose. Il tutto era montato su un “cerchietto” di normalissima plastica che mi stringeva la testa provocandomi dolore. In alcune foto della serata le mie pose da Contessa di sangue blu vengono visibilmente turbate dai miei tentativi di togliere qualche spilla, senza grande successo.
Anche mio marito aveva in testa, e debbo ammettere che lo portava con estrema noncuranza, un cappello piumato. Sembrava che avesse portato da sempre cappelli piumati! Così conciati partecipammo al corteo dei nobili che, uscendo dall’ingresso principale della rocca, sfilava tra il pubblico e raggiungeva il luogo della cerimonia. Riuscimmo a sorridere per tutto il percorso. Non inciampammo, facemmo gli inchini dovuti quando arrivammo davanti alla coppia di nubendi, salimmo la scala che portava sul palco con una certa grazia (ci tenevamo ben stretti l’un l’altro), ci sedemmo dove dovevamo sederci: insomma credo che l’Autore della performance e la regista abbiano apprezzato la nostra partecipazione. Per noi fu una serata nobilissima e molto divertente.
>>“Inaugurazione castello e matrimonio storico”<< In primo piano – Soliera, Fiera di San Giovanni 2007.
20 maggio 2021
La valigia di Paoluzzi
Isa Bignardi
Ero una giovane insegnante negli anni settanta.
La mia scuola era a Modena, ma abitavo a Carpi. Nel tornare a casa, la mia tappa d’obbligo era fermarmi a Soliera. Nel paese c’era un negozio che non potevo trovare in nessun altro posto al mondo, solo lì c’era ciò che cercavo.
Arrivavo nelle sere nebbiose in cui non si vedeva a un palmo e si provava soltanto il desiderio di arrivare al caldo di casa. Eppure quella fermata sulla Nazionale per Carpi era per me un’attrazione fatale. All’Appalto la macchina sterzava da sé, presto avrei parcheggiato la Bianchina davanti al negozietto del mio cuore.
Finalmente entravo nell’antro magico. No, tranquilli, niente di esoterico! Ma il profumo della carta e dell’inchiostro mi inebriava più di ogni altra pozione misteriosa.
- Buonasera, Sig. Paoluzzi, cerco una carta che sembri un velluto.
- Cosa deve farne?
- Con i miei alunni devo realizzare una composizione tattile, sa, siamo in una scuola sperimentale. Devo sviluppare il laboratorio di arte.
E ci mettevamo a chiacchierare nel negozietto un po’ buio sul far della sera, quando gli studenti erano già usciti da scuola e passati da lui per un qualche acquisto di libri o cancelleria.
Speravo sempre che entrasse qualche altro cliente, così potevo sostare in quel luogo che era una pura suggestione dei sensi. Il mio sguardo era attratto da tutto e solo per buona educazione tenevo ferme le mani. Carpivo a pieni occhi: ogni oggetto mi faceva balenare un’idea nuova ed io non volevo altro.
- Cos’è questo? Quello stiletto come si usa? Come potrei fare ad inchiostrare il limografo senza troppo sporcare?
- Usi questo rullo, sa , lo passi bene sulla retina e stamperà senza problemi. E’ meglio che i bambini non vadano a casa con tante macchie, se no i genitori brontolano.
- Eh, con queste nuove tecniche possiamo stampare un “Giornalino scolastico” al mese, i genitori sono contenti.
- Non sarebbe meglio il ciclostile? E’ più rapido, si stampano tante pagine al minuto.
Io gli chiedevo spiegazioni, lui mi informava volentieri la funzione dei vari oggetti. Partivamo sempre da lì: dal mio racconto di vita scolastica che lui ascoltava per dedurre cosa andare a cercare.
- Venga pure, mi segua – e mi invitava nel retrobottega.
Il suo paradiso era anche il mio.
Altissimi scaffali tutt’intorno allo sgabuzzino straripavano di ogni cosa che riguardasse il fare con la carta, il disegno, l’arte.
-Mi ha chiesto una carta speciale; guardi qua: questi paginoni sono di un velluto perfetto. Li sfiori.
Erano i suoi tesori tutti quei fogli di carta diversa e quei materiali impilati l’uno sopra all’altro, fino a toccare il soffitto. Erano le sue rimanenze storiche, proprio quelle che lui amava di più, in barba alle mode del momento che non seguiva affatto.
Sebbene fosse molto alto, prendeva la scala e tirava giù anche un solo cartoncino. Rovistava nel mucchio e trovava la tonalità perfetta. A volte nel tramestio si spiegazzava un piccolo angolo, ma noi c’intendevamo: a me non importava e lui lasciava andare qualche sconticino. Dava l’impressione di amare molto il suo lavoro.
Mi chiedevo sempre come un negozio piccolo così potesse contenere tutto quel bendiddio. Ciò che poteva servirti era lì, nella “Cartolibreria Paoluzzi”, quella di fronte alle Elementari di Via Roma.
Al Sig. Giannino piaceva chiacchierare e restare informato. Così noi parlavamo di storia, attualità, soprattutto di didattica. Erano gli anni di inizio del “Tempo Pieno” con le importanti trasformazioni che ne conseguirono. Insegnanti, alunni e genitori sperimentavano nuove strade e si avvertiva il bisogno di un continuo confronto.
Da quelle conversazioni sono nate alcune mie idee di maestra curiosa e credo che lui fosse contento quando gli riferivo di qualche risultato ottenuto. Era una forma di scambio.
In quella bottega di paese non trovavi luci e colori sfavillanti che ti invitassero a comprare, o grandi scaffali con oggetti firmati. Era un ambiente all’antica: l’insieme creava lo stesso piacevole disordine che suscitano le cose vissute. Per me era un mondo di senso, senza tempo, senza fretta.
Il Sig. Gianni Paoluzzi, cartolaio in Soliera, in realtà era un maestro elementare che aveva scelto di aprire un negozio, ma l’universo della scuola e della cultura erano il suo diletto, così come il mio.
Conservo ancora gelosamente molti oggetti acquistati da lui, insieme a tanti fogli grandi della sua carta vellutina. Non ho mai osato consumarla, pensavo di non poterne trovare più. Ancora mi parla di quegli anni. Se la prendo tra le mani, l’annuso e sfioro sotto le dita il puro velluto, mi ritorna intatto il profumo inebriante di quella magica bottega di paese.
Ed immagino lui, Giannino, con una valigia piena di carte e di idee condivise attraverso le nostre parole.
Ecco l’inventario approssimativo degli oggetti conservati nella
Mitica Valigia di Paoluzzi

1) n° 11 fogli grandi di carta vellutata (chiamata vellutina da Paoluzzi e da me) di
tutti i colori, toccare per credere , proprio come il velluto, morbida e
perfetta per fare i prati o le nuvole. E’ la mia preferita.
2) n° 5 grandi fogli di carta patinata, lucida, rigida, crepitante sotto le
dita, liscia come l’olio, con colori brillanti adatti a far risaltare
particolari, come una finestra illuminata nella notte.
3) n° 37 fogli di carta grandi e piccoli da origami, come era in uso proporre a
scuola questa attività che sembra facile, ma non lo è!
Peggio della matematica.
4) n° 18 rotoli di carta crespa multicolore, piacevole per la sua malleabilità e
disponibilità ad essere aperta in corolle… per questo ancora usata dai fiorai.
5°) n° 35 fogli di carta velina in ogni più piccola sfumatura di colore; leggera come un
soffio, sgualcibile al tatto, delicata e trasparente, sovrapponibile, vuole
essere trattata bene e ti darà meravigliosi risultati in arte.
6) n° 45 fogli di carta da collage, da ritagliare, punteggiare, strappare, ridurre
in quadrettini per ottenere effetti artistici che vanno dal mosaico alla pop
art … ricerca sempre interessante.
7) n° 22 fogli di carta di riso: trame ruvide che puoi seguire sotto le dita, colori da
sogno, puoi strapparla con le mani in modo delicato per ottenere oggetti
decorati da regalare alla mamma per la sua festa… felicità!
8) n ° 53 fogli di cartoncino colorato, la base per ogni lavoro realizzato in classe, così
ci aveva detto un pittore invitato in classe.
9) n° 3 fogli di carta assorbente e di carta carbone, oggi poco usate, a causa
della pratica dimenticata di usare penne e pennini ad inchiostro; ci si
sporcava le dita ma che soddisfazione non fare macchie!
10) n° 4 grandi fogli di semplice carta da pacco color avana, carta tuttofare, molto
utile, riciclabile, la puoi usare di qua e di là, da scrivere , da appendere, per
avvolgere o usare come passe-partout e o segnalibro originale.
Fino a quando ce n’è un pezzo la si consuma.
L’ inventario procederà ora in fretta con un elenco di oggetti molto in uso nelle scuole degli anni ‘70:
- penne stilografiche con cartucce ;
- matite senza gingilli, pastelli semplici per colorare; i pennarelli no,
allora erano vietatissimi a scuola, bucavano i quaderni e non addestravano
la mano! Da usarsi con parsimonia su fogli bianchi.
- reparto gomme: gomma da matita, gomma per inchiostro , gommapane;
- pennini per china, pennelli per acquerelli, gessi e gessetti, pastelli a cera…
tutto per dipingere e inventarsi idee colorate;
- oggetti utili per stampare gli immancabili “Giornalini di classe”: matrice per
ciclostile, correttore in liquido rosso, stiletto per incidere la matrice,
punteruolo, spazzolino per macchine da scrivere, timbri e tampone,
normografo, lettere e numeri trasferibili.
E i temperini, gli astucci, i righelli?
L’elenco potrebbe continuare. Quanto è profonda la valigia!
Ma mille altri dettagli non aggiungerebbero granché.
Meglio andar di fantasia. E’ lei che fa volare le nostre parole.
24 marzo 2021
Quel filo invisibile
Morena Delucchi
Eccomi qui e come tutte le mattine mi sveglio prestissimo.
Sono un datato palazzo municipale con problemi di insonnia ...
Quante storie, quanti sentimenti, sguardi e voci ho assorbito, visto e ascoltato attraverso le mie pareti. Dolore, gioia, rabbia, lotta, speranza, desideri...
Quanti segreti ancora custodisco, alcuni mi fanno sorridere ed altri ancora patire.
Finalmente ora viviamo un periodo di pace. La mia Soliera è cresciuta e con le nuove industrie e i tanti nuovi servizi per la cittadinanza vive una lunga primavera.
Guardo intorno, controllo che sia tutto in ordine: il castello al mio fianco, affaticato dagli anni, si gusta il garrire delle rondini.
Di fronte a me, la villetta dal grande terrazzo, apre ora le imposte ancora assonnate.
Sull'altro mio fianco, sento qualcuno fischiettare e a passi lenti avvicinarsi al portone. La voce maschile saluta con un bel buongiorno e prosegue allontanandosi.
Clik-clak...
Il portone si apre: e' la signora Carmela M., donna fidata e preziosa che ravviverà d'aria fresca ogni mio angolo. Si prende cura degli spazi e di ogni pianticella bisognosa d'attenzione.
Tra poco, vedrò arrivare i miei inquilini al servizio della cittadinanza.
Ecco il sindaco Angelo F. negli ultimi mesi di mandato.
Quanti importantissimi progetti e interventi nati con il sindaco Danilo L. sono stati da lui proseguiti e altri promossi dalla sua giunta, composta anche di parecchie donne; gli subentrerà nell'amministrazione Gianni C., anche lui molto preparato nonostante i suoi 22 anni: il sindaco più giovane d'Italia!!!
Oggi che giorno è?? mmmm... Lunedì 13 aprile 1987 fresco e sereno !
Siamo nella settimana pasquale.
Alcuni dei dipendenti comunali sono in ferie con la famiglia e si preparano alle festività Pasquali.
"E questa qui, da dove viene? ... È una nuova impiegata, ma il suo viso non mi è del tutto nuovo ... ahhh ora ricordo, l'è na carpsana ... !!!"
"Inizi a lavorare il giorno 13 ?? Perchè non chiedi di spostare la data al 14?"
Così mi consiglia Lorena, una mia carissima amica in pieno attacco di scaramanzia.
Me lo dice prima di salutarmi e continuare la sua strada verso il profumo del forno Borelli, posto di fianco al municipio. Lei è già in pensione e aiuta una zia molto anziana.
Io però, sono così entusiasta e non vedo l'ora di conoscere il mio nuovo posto di lavoro: ufficio gas del comune di Soliera.
Mi fermo un attimo davanti al palazzo municipale: come sei bello nonostante l'età!!
Avresti bisogno di un ritocchino, ma sei sempre in formissima. Sei distinto, senza fronzoli, ed insieme allo stupendo castello Campori, in mezzo al verde, magnifichi Soliera!
Ti conosco molto bene mio caro palazzo perchè da bambina con il mio papà, di domenica arrivavamo da Carpi nel piccolo centro solierese. Si iniziava con una gioiosa passeggiata sotto al portico, un lento passaggio davanti al municipio, momento in cui il babbo ricordava i partigiani e la loro lotta per una Italia migliore.
Poi partiva la storia di un misterioso sotterraneo scavato, si raccontava, dal castello sin sotto le fondamenta del casino dei Vecchi ...
E per finire, si sceglieva il film proposto dal cinema Italia o dal cinema parrocchiale !!!
Ora sono di nuovo qui. Varco il portone e salgo le antiche scale.
Non mi importa se percorrendo il corridoio del palazzo, la pavimentazione a mattoni rossi, in alcuni punti, sobbalza. Cric ... trac ... procedo imperterrita con il sorriso dentro al cuore.
La prima persona che mi accoglie in segreteria è Loredana S., una bella signora bionda, minuta ben proporzionata, elegante, dal dolce sorriso. Con lei lavora Carlina M., simpatica e velocissima in dattilografia.
Si congratulano con me e Loredana chiama la responsabile Ivana V., che solo dopo qualche minuto arriva e mi fa strada nei meandri dell'edificio.
Ivana, dagli occhi neri, al primo impatto, mi fa un pochino soggezione, il suo sguardo è diretto, serio, profondo. Poi, è e sarà facile ammirarla e volerle molto bene.
Incontro Silvia T., una ragazza sensibile e nello stesso tempo energica, dai bellissimi grandi occhi a mandorla.
Arriviamo all'ufficio Gas: un vero bugigattolo ... Giungi a lui attraverso un'anticamera e a un'apertura strettissima. Chiamarla porta mi costa un prodigioso atto di coraggio.
Tutto cigola, ma il sorriso luminoso di Nadia V., la mia futura collega, annulla immediatamente l'incognita sulla sicurezza dell'edificio.
Con Nadia condividerò non solo ore lavorative, ma tante passioni e una bella, importante amicizia perenne.
Ivana e Nadia insieme a Vigilio C., il tecnico dell'ufficio Acqua-Gas, preparatissimi, con pazienza e soddisfazione mi formano sull'attività di sportello, l'utilizzo dei programmi per la fatturazione dei consumi di acqua e gas, delle opere di allacciamento/ riparazione gas e acqua. Le centinaia di fatture elaborate a cadenza trimestrale vengono imbustate a mano con tanta pazienza e l'aiuto dei colleghi di altri uffici, soprattutto durante la fase del conguaglio.
Inoltre, il nostro ufficio segue i solleciti di pagamento, le chiusure dei servizi per morosità ...
Mi presentano la squadra del servizio acqua-gas, addetta agli interventi, composta da: Vainer M., Roberto G., Giorgio B., Franco M., Armando A. Veri professionisti.
La squadra migliore !!! Affiatata e simpatica.
Trovo un bell'ambiente sereno e attivo.
Vigilio, con i suoi baffi alla via col vento, il suo vocione e un cuore grande, tiene aggiornatissimo e con sapienza l'archivio delle opere effettuate sull'acquedotto e sul gasdotto solierese. I disegni e tutti i documenti sono conservati come gioielli .
Attivissimo nel volontariato. Salvò la vita di un compagno, fulminato da una scarica di corrente elettrica. Con un cacciavite gli aprì la bocca rimasta serrata senza speranza. Gli fece saltare un dente, ma riuscì nella respirazione bocca a bocca e con il massaggio cardiaco a riportarlo tra i vivi.
Poi, conosco il capo ragioneria, Loredana L., dalla voce decisa, forte e dal rossetto brillante. E' tra i comandanti più importanti della nave comunale solierese.
Nello stesso settore, incontro Maurizio G. spiritosissimo e uno dei miei miti: Marisa C., calma, sempre gentile. Ti spiega tutto di una operazione e condivide la sua conoscenza con gioia materna.
All'ufficio tecnico mi presentano il responsabile Sandrino S., serio e silenzioso.
Il geom. Oscar L., solare, con un bel modo di esprimersi e di coinvolgere nei progetti i colleghi e la squadra della manutenzione.
Grazia G, dell'ufficio ambiente, bionda, alta, molto preparata.
All'anagrafe incontro Nicoletta P., Mara R., Irene B., colonne portanti della storia anagrafica dei cittadini solieresi.
Con loro c'è anche Corradini, un gentiluomo d'altri tempi che da Carpi, tutti i giorni arriva in bicicletta nella tranquilla Soliera.
Domani conoscerò i colleghi vigili, i servizi sociali ...
Una lunga primavera di collaborazione e stima.
Tling .............Tling...........................................................Tling
"Ecco i miei protetti timbrano il cartellino e si allontanano da me..."
"Raggiungono i loro cari e proseguono la loro vita.
Passato, presente e futuro sempre uniti da un filo invisibile.
Sono le prime ore del dopopranzo e tutto tace nella luce calda di questo lunedì.
Un pisolino pomeridiano ci sta: è stata una mattinata intensissima!!! "
13 aprile 2021
Terremoto 2012
Marisa Zanini
Maggio 2012, a Soliera la terra trema. E’ notte, all’alba devo partire per raggiungere le amiche del gruppo scrittura della Ginzburg ad Anghiari assieme a Morena, ma il botto è così potente che ha squassato il letto costringendomi ad alzarmi. Mi trovo nel corridoio con mio figlio, anche lui assonnato, ci scambiamo solo due parole, controlliamo che nulla sia caduto in terra, in giro per casa e decidiamo di tornare sotto le lenzuola. Arriva una seconda scossa, ci rialziamo, stavolta il sonno è perduto e mio figlio mi indica la strada dalla finestra, i nostri vicini sono tutti fuori vestiti o in pigiama nella penombra delle prime luci dell’alba. Mio figlio è raggiunto da una telefonata, è il suo amico Vincenzo che sta arrivando sotto casa per stare con lui all’aperto, anch’io mi decido a chiamare Morena al telefono anche lei sveglia per la scossa e decidiamo di partire in anticipo, ormai non si dorme più. Quando arriviamo in Toscana tre ore dopo mentre sorseggiamo il primo caffè in un bar di Anghiari appena aperto apprendiamo dalla tv accesa che a San Felice, un comune della bassa modenese, ci sono state numerose scosse di terremoto e diversi morti sotto i capannoni crollati. Telefono a casa, mio figlio è sempre in compagnia di Vincenzo, gli dico di non rientrare a casa che per ora non è sicuro. Dopo pochi giorni inizia la fase più grave del terremoto che ha danneggiato diverse case del centro di Soliera, la chiesa parrocchiale, aziende agricole con grossi disagi. Lo sciame sismico non accennava a finire. Ricordo le notti passate fra la tenda montata nel giardino dell’amico Vincenzo e il sedile posteriore della mia auto trasformata in letto per le notti ancora fredde e piene di sgomento e paura, tutti eravamo increduli ,sbigottiti e inermi. Ogni attività era interrotta. Lo scossone più grosso ci ha costretti fuori di casa. In casa le ante dell’armadio si erano aperte lasciando cadere a terra le mie preziose boccette di aceto balsamico e l’oro nero si era sparso sul pavimento fra i frammenti di vetro, perdute per sempre anche le ceramiche e i ricordi di viaggio accumulati nel tempo. Il momento peggiore fu un pomeriggio alle 14 quando ero rientrata in casa a prendere alcune cose e mi trovai sul pianerottolo al secondo piano mentre c’era una potente scossa con movimento sia sussultorio che ondulatorio che aumentavano la potenza del sisma, la scossa durò parecchi secondi e la sensazione di terrore provato in quel momento fu terribile, iniziai a pensare che quella volta non ce l’avrei fatta che sarei morta sotto le macerie della casa,ma dopo un attimo cessò e feci la scala di corsa. Mio figlio, allora adolescente, mi chiese perché fossimo andati ad abitare in un posto a rischio sismico, non sapendo che infatti la nostra pianura di solito era considerata non a rischio. Solo diversi mesi dopo abbiamo fatto la conta dei danni, crepe e distacco di intonaco su muri e pavimenti, ma almeno la nostra casa ha retto alla furia distruttiva che finora non si è più ripetuta.
>>“Soliera il 20 e il 29 maggio 2012 – Io c’ero”>> di Azzurro Manicardi.
26 marzo 2021
Quanto freddo e quanta neve ...
Vincenzo Apparuti
Nella foto - via IV Novembre (Fotostudio Vaccari)
L’anno 1985 era incominciato secondo quanto previsto dai maggiori meteorologi del tempo, i “lunari” AL BARNARDON ed IL PESCATORE REGGIANO: inverno freddo con vento, pioggia, neve, insomma tutto nella norma. Poi arrivò il vento di tramontana, “la buriana” (strana assonanza con il vento siberiano che i russi chiamano burian) e le temperature precipitarono:
A Modena città la notte di domenica 6, giorno della befana, si registrò una temperatura minima di - 11,2°, cui seguirono punte di -13° il lunedì, di -16° il venerdì, di -13,2° la domenica successiva.
Nella bassa modenese le cose andarono molto peggio: nelle campagne di Carpi la temperatura minima raggiunse i -28°, nel Mirandolese -22°, a San Prospero – 25°. I dati sono certi perché ricavati dagli archivi storici delle temperature del periodo nella nostra provincia. Personalmente ricordo che il lunedì mattina, appena uscito in bicicletta da casa alle 8, le mucose del naso diventarono secche, la pelle tirata e non si riusciva a pedalare tanta era la neve caduta. Arrivato nel deposito di carburanti dove lavoravo, controllai il termometro che segnava -23°.
Oltre all’abbondante nevicata della notte del 6, ne seguirono altre due a poca distanza l’una dall’altra. Complessivamente i arrivò a quasi un metro di neve. Ed il vento siberiano continuava a sferzare.
Temperature così basse impedirono fin dall’inizio uno sgombero delle strade. Si formò infatti un notevole strato di neve ghiacciata, il transito degli automezzi causò profondi solchi che rendevano molto difficoltosa la guida, oltre che estremamente lenta. Questo per la prima settimana, poi nei giorni successivi le temperature incominciarono a salire e, anche se molto lentamente, il ghiaccio incominciò a sciogliersi.
La mattina del 7 il quadro era impressionante. Le autocisterne uscite dalle rimesse si fermavano quasi subito perché la bassa temperatura faceva solidificare la paraffina, che normalmente è presente nel gasolio, con la conseguenza che si intasavano i filtri bloccando il flusso del carburante.
I telefoni squillavano in continuazione e tutti volevano il gasolio immediatamente, come di solito succedeva la prima volta che la brina faceva la sua apparizione. La situazione era però evidentemente diversa.
Dalla Raffineria di Cremona comunicarono che le consegne di prodotti erano state sospese causa la chiusura della autostrada Fiorenzuola/Brescia per impraticabilità delle carreggiate.
A questo punto, considerato che avevamo le normali scorte operative per una decina di giorni e senza la certezza dello sblocco dell’autostrada, l’obiettivo era quello di non lasciare al freddo nessuno consegnando un quantitativo ridotto, commisurato ai ritiri fatti dal cliente negli anni precedenti, con ’intento di accontentarne il maggior numero possibile.
La prima necessità era di attrezzare ogni automezzo con qualche cosa che scaldasse il gasolio nei serbatoi, per consentire ai camion di funzionare (e si fece ricorso ai fornellini da campeggio). Bisognava però tenere conto che lo stato delle strade consentiva velocità ridotte, che bisognava scavalcare cumuli di neve per arrivare alle cisterne dei clienti, che anziché servire uno o due clienti, con il frazionamento delle consegne per accontentare più utenti Il tempo impiegato era enorme.
Ed i telefoni continuavano a squillare sia per sollecitare l’evasione degli ordini che per farne di nuovi.
Per chi stava in ufficio ma, soprattutto, per chi guidava su quelle strade ghiacciate è stata una fatica ed una tensione nervosa che nessuno ha dimenticato. Voglio ricordare che si trasportavano prodotti infiammabili ed un “fuori strada” poteva avere conseguenze disastrose. E in ufficio arrivavano telefonate di ogni tipo.
Da lunedì 14 le temperature cominciarono a salire. Quando ormai i serbatoi del deposito erano quasi vuoti arrivò finalmente la notizia che l’autostrada Fiorenzuola/Brescia era stata riaperta e che la Raffineria riprendeva a consegnare.
Domenica 20 gennaio, dalle otto di mattina fino alle tredici arrivarono ventidue autotreni e finalmente tutto tornò alla normalità.

Via Matteotti (Fotostudio Vaccari)

Piazza f.lli Sassi (Fotostudio Vaccari)
Naturalmente l’eccezionale fenomeno interessò tutte le attività produttive e di servizi perché la difficoltà di transito sulle strade comportò un notevole rallentamento nel ricevere le materie prime e nella distribuzione dei prodotti finiti.
Andarono in difficoltà anche le scuole perché gli autobus e le vetture non avevano tempi di percorrenza certi, l’affluenza era ridotta, non sempre gli insegnanti che venivano da fuori arrivavano in tempo per completare l’orario di lezione.
L’agricoltura subì ingenti danni perché, persistendo per vari giorni le basse temperature, le piante, e soprattutto la vite, dovettero essere tagliate al suolo, sperando che le radici non fossero compromesse e consentissero una ripartenza per avere il raccolto l’anno successivo.
Fu una ecatombe anche per le piante ed i cespugli ornamentali dei giardini, in particolari per i bellissimi e maestosi “deodara”. Non se ne salvò uno!
A causa del terreno ghiacciato vi furono numerosi incidenti fra i pedoni, con conseguenti fratture di vario genere.
Finalmente la vita tornò alla normalità. Restava il problema della neve che aveva invaso il paese.

Via Don Minzoni (Fotostudio Vaccari)
"Spetàmia ca vegna loi o ciamàmia Loi ca’l vegna cun la ròspa?"
Si decise di portarla nel parcheggio di via Mazzini, nella zona Fiera e, senza aspettare luglio a fine marzo era tutto finito in acqua.
Resta il ricordo di chi aveva messo fuori dalla finestra una pentola di acqua bollente che, per il gran freddo, fece così presto a gelare che il ghiaccio era ancora caldo.
25 marzo 2021







