Il ponte c’era o non c’era?
Guido Malagoli
Una cartolina seppiata e ingiallita d’inizio novecento. Si notano distintamente i tre archi del ponte d’ingresso al castello annerito dal tempo, racchiuso dai bastioni all’interno della fossa castellana dove crescevano alberi e granoturco.
Nel 1967 quando venni ad abitare a Soliera questi archi non c’erano. Il ponte non c’era. Si arrivava diritti come fusi da via Roma, si passava sotto il voltone ed eri dentro al borgo. Le fosse castellane, ben visibili nella foto antica, erano sparite anch’esse. Il terreno antistante il castello, colmato nel 1931, aveva subito varie trasformazioni nel corso degli anni.
Quando mi trasferii a Soliera, di fronte al Municipio c’erano aiuole con piccole siepi di bosso e un parcheggio mentre la parte a Sud e a Est del castello era occupata dal nuovo parco Campori con giochi per bambini, pista di pattinaggio, pista per piccole biciclette, montagnola e vasca con i pesci rossi.
La breve strada d’ingresso al castello era fiancheggiata da due semplici filari di tuie al posto delle “ali” del ponte di un tempo sulle quali sedevano i nostri bisnonni bambini.
Non so quali motivi validi spinsero gli amministratori, negli anni che vanno dal 1927 al 1931, a interrare il ponte e la fossa – forse la precarietà del ponte, forse il bisogno di modernità, forse la necessità di dare lavoro a numerosi braccianti e birocciai disoccupati- ma fu merito della lungimiranza di altri amministratori (siamo nell’anno 2000) i quali vollero restituire l’antica bellezza al borgo e iniziarono i lavori per ripristinare lo statu quo, cioè riportare alla luce la fossa castellana, ricostruire le mura davanti al Municipio e restituire all’ingresso del castello un ideale legame storico con l’antichissimo ponte levatoio in legno rimosso all’inizio dell’ottocento.
Sorse un problema: c’era ancora il ponte sotto terra o era crollato per vetustà? Dopo un’indagine esplorativa risultò che i tre archi erano ancora in discrete condizioni. Bisognosi di restauri, ma erano salvi. Lavorarono di ruspa per togliere tutta la terra, fu una “esumazione” in piena regola che restituì alla loro bellezza le residue tracce della storia.
Nel 2002 il ponte emerse dal lungo sonno, la luce del sole passò nuovamente sotto le arcate formando ombre antiche e suggestive sul prato della fossa.
Il mio ricordo legato al ponte va a un giorno particolare, quando la Cumpagnia dal Turtèl pensò di restituire vita e anima agli arconi in occasione della Fiera del 2008.
Fu scelto l’angolo a ridosso del primo arco, nel punto in cui si congiunge al bastione, per allestire la scena e fare rivivere la più antica delle tradizioni popolari, andér a vegg a la sira. Per la scenografia non fu necessario fare nulla. Andava bene proprio quello spazio, quel fondale di pietre antiche che la luce dei lampioni rese ancor più suggestivo.

Bastò appoggiare una scala di legno al muro, una fascina di legno e due attrezzi da lavoro, qualche balla di paglia qua e là, alcune cassette di legno, quelle pesanti da uva, le sedie impagliate, un fiasco

di vino e pareva di entrare in una stalla a cielo aperto verso la quale sopraggiunsero alla spicciolata uomini e donne, gente di campagna con cappelli e scialletti, per la veglia serale, come usava dalle nostre parti nei lunghi inverni. L’arco si trasformò in soffitto della stalla, la fossa castellana piena di gente seduta sull’erba diventò aia e cortile, ma anche arena, anfiteatro, scalinata, argine del fiume … La magia del teatro fece il resto.
>>“Le mura castellane e la fossa” << nota storica di Azzurro Manicardi.
>>“Canti di terra parole di stalla” << La Cumpagnia dal Turtel. Soliera, Fiera di San Giovanni 2017.
>>“Canti di terra parole di stalla” << copione.
5 dicembre 2020
