Quando la Fiera … era la Fiera
Luisella Vaccari

Foto:  esposizione e mercato bestiame all’interno della Fiera

Eh sì, la Fiera di Soliera del primo martedì di agosto era una vera Fiera! Parlo della Fiera che si svolgeva nel campo da calcio in via Matteotti, a cavallo del ’40 e ’50 ed io ero bambina.
Una corriera speciale arrivava da Modena alle nove del mattino scaricando in piazza parenti e amici venuti da ogni dove e non c’era famiglia che non avesse a pranzo un bel numero di ospiti.

Era anche tradizione preparare i tortellini che, pensandoci ora, assai poco si accordavano con il clima di quei giorni.
A casa mia veniva da Sorbara la zia Iride e mi piaceva tanto, soprattutto per via della conversazione che sentivo diversa dal solito, non sempre capita ma sempre piacevole, imperniata soprattutto sui ricordi con i relativi aggiornamenti.
“Al saviv ca se sposa l’Amalia del Burtlèin?”
“Mo che Burtlèin éni?”
“Chi Burtlèin chi stèven ind’la cà longa, t’en sè? So pèder l’iva spusè ‘na Murslèina”
“Chi Murslèin chi stèven in d’al sit ed Tagliazucchi?
“Mo no, qui lè in n’en menga i Murslèin. I Murslèin, mo sé te ti arcord, i gh’iven du pòt in cà chi gniven sèmper a la mèssa dagli òndes”
“Bein chi se spusarèv, òna di Murslèin?”
“No, a se sposa òna di Burtlèin, l’è so mèdra cl’è ‘na Murslèina”
E così via …
Dopo il lauto pranzo, nel caldo silente di agosto, si andava a fare il riposino, parola che oggi mi evoca grande piacevolezza e che allora invece sentivo ostile, come un tempo/spazio fatto di nulla se non dell’attesa che finisse presto.
Dopo il riposino, con tempi di preparazione che a me sembravano biblici, ci si disponeva al giro pomeridiano in fiera.
Al pomeriggio non si facevano giri in giostra, rigorosamente riservati alla sera, ma una passeggiata tra le bancarelle con lo sguardo attento a focalizzare i banchetti clou, quelli dei giocattoli dove la zia mi avrebbe comperato qualcosa. Sapevo già che dovevo scegliere una cosa non troppo costosa e non avevo dubbi, avrei scelto una batteria di tegamini: la padella, la pentola, la casseruola, il bricco per il latte con i relativi coperchi, in vero alluminio con i manici e i pomelli in vera bachelite, il tutto legato con il filo a un cartone colorato.
Era questa la prima conquista, dopo la quale avrei dovuto pazientare un po’, prima di raggiungere la seconda.
Man mano si avanzava nel pomeriggio, le persone aumentavano, così come aumentava il vociare indistinto e la musica, anzi le musiche che provenivano dalle varie giostre e baracconi: il calcinculo, la giostrina, l’autopista, il tiro al bersaglio, i vari richiami per le prove di forza e di abilità, la macchina magica dello zucchero filato ed infine, meraviglia delle meraviglie, il carretto del Gàlo con le granatine.
Era questo il secondo dono che mi spettava nella fiera pomeridiana.

Il carretto era munito di un ripiano sul quale troneggiava al centro, deposta su un sacco di iuta, la stecca del ghiaccio. A volte arrivavi che era ancora integra, in tutta la sua diafana e promettente bellezza, a volte la trovavi ridotta ormai a una lastra sottile, dopo le innumerevoli graffianti carezze del Gàlo e della sua scatoletta di metallo: alcune sapienti grattatine, apertura della scatoletta e voilà il ghiaccio tritato.
A quei tempi il ghiaccio non era una cosa così immediata che trovavi aprendo lo sportello del freezer; per recuperare del ghiaccio dovevi andare a Modena in via Gallucci e costava anche parecchio.

 

“Al Gàlo” con il suo carretto delle granatine

Ecco perché mi incantavo davanti a quella specie di neve d’agosto che ora il Gàlo faceva scendere nel bicchiere mentre ti guardava in attesa della scelta: che gusto?
Il gusto fresco della menta o quello amabile dell’amarena o piuttosto quello pungente del limone oppure quello intenso del tamarindo? Che decisione difficile!
“Alla menta!” Il dilemma finiva sempre così: alla menta!
Ultimo atto: l’immersione dentro la granita del cucchiaio lungo. Anche quella una rarità che costringeva il Gàlo a un attento monitoraggio intorno al carretto poiché, diceva lui, con tutti i cucchiai che gli avevano rubato si sarebbe comprato un appartamento.
Tornando a casa verso sera, ci si fermava alla baracchina del baffuto e simpatico Baròl a comperare alcune fette di cocomera (fieramente con la “a”), la giusta cena dopo il ricco pasto del mezzogiorno.
Anche qui c’era una scelta ardua da compiere: al garòl o la fetta privata del suo cuore? Il “garòl” era sicuramente più buono ma in me vinceva sempre il fascino della fetta con la sua armonia di forma e di colore.
Questi pomeriggi di fiera erano fonte di duplice gioia, erano festa e al tempo stesso erano attesa di un festa ancor più grande: la sera con i giri sulla giostra.
I giri in giostra che, come tutti sanno, la sera della fiera venivano drasticamente accorciati, finivano presto ed io raggiungevo i miei genitori, seduti ad uno dei tanti tavolini disposti su tutta la piazza dai baristi di allora, Chiletto, la Pia Masserotti (o Messerotti) e Vittorino Silvestri (o Leoni, non ricordo).
Il cono di gelato era l’ultima delizia di una giornata indimenticabile che stava per finire.
Verso mezzanotte la gente pian piano cominciava a sfollare perché il mercoledì era giorno di lavoro e la marea di biciclette che inondava la piazza si andava via via riducendo fino a scomparire.
Dalla piazza ormai deserta salivamo in casa ma stentavo a prendere sonno per le troppe emozioni ancora pulsanti nel mio cuore: che giornata!

Trenino per le vie del paese

Le foto contenute nel racconto provengono dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

 

>>“La Fiera di Soliera”<< da Il castello di Soliera – Uno sguardo dal ponte, di Azzurro Manicardi.

 

22 gennaio 2021

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