Mostra di Giuseppe Messerotti Benvenuti
Marzio Govoni
Nel 1998 contattai un soggetto all'epoca assai rilevante, il Fotomuseo Panini di Modena, per mettere a disposizione un archivio fotografico che avevo da pochi anni acquisito alla mia collezione, quello del Tenente Medico modenese Giuseppe Messerotti Benvenuti (Modena 1870-1935). I ragazzi e le ragazze del Fotomuseo si appassionarono a quelle migliaia di lastre e negativi, in particolare alle 400 immagini dalla Cina del 1900-1901, ed iniziarono a lavorare alla loro valorizzazione. Erano tempi fertili per queste cose, e Modena all'epoca era all'avanguardia nella ricerca sulla fotografia storica; nel tempo quel patrimonio di conoscenze e di entusiasmo è stato purtroppo disperso.
L'archivio fotografico di GMB in realtà fu “svelato” qualche tempo prima a Soliera, nel corso di alcune nottate trascorse nel laboratorio del fotografo Roberto Calanca, assieme a Paolo Monti, dove sviluppammo diverse immagini dai negativi, per la prima volta dopo quasi un secolo. E' davvero emozionante vedere apparire nella bacinella degli acidi una immagine inaspettata, esotica, di grande qualità. Perché GMB è stato un grandissimo fotografo amatoriale, ed i suoi scatti non possono essere derubricati come una semplice, per quanto rilevante, documentazione storica. Comunque nel 2000, presso la Galleria Civica, le fotografie dalla Cina di Giuseppe furono esposte assieme a materiali prestati dai familiari, sempre relativi alla Campagna di Cina del 1900-1901, come sculture in bronzo, abiti elaboratissimi, lettere e altro. Alla mostra fu associato un convegno ed un magnifico catalogo in due volumi, con importanti contributi, reperibile anche presso la Biblioteca di Soliera. Ma Giuseppe non ha fotografato solo la Cina. Tra le migliaia di scatti è ben documentata anche la vita attorno alla villa di famiglia. Anche se tecnicamente l'autore era modenese e la villa di famiglia, al passo dell'Uccellino, è per pochi metri in territorio modenese, la famiglia Messerotti Benvenuti è stata la più importante a Soliera per tutto l'ottocento, possedendo oltre 500 ettari di terreno tra Soliera e Bastiglia. Esponenti di quella famiglia sono stati Sindaci, consiglieri comunali ed hanno ricoperto incarichi vari nella comunità. Non a caso in un giornale socialista di fine '800 Soliera viene polemicamente definita “La città dei Benvenuti”. Giuseppe sceglie dopo gli studi di Medicina il percorso militare. Una vita non fortunatissima, la sua; per molti anni sarà affetto da una malattia contratta in Cina nel 1900, che avrà una recrudescenza durante la campagna di Libia, nel 1911.
Nel 2007, dopo che si erano spenti i fasti della mostra di Modena (ma alcune foto erano state esposte in Cina durante una visita ufficiale del Presidente Ciampi) mi venne chiesto di concedere le foto per una mostra a Soliera, in occasione della inaugurazione del Castello Campori restaurato. Da grande sostenitore di quei restauri e della restituzione ai cittadini della nostra unica bellezza architettonica dissi immediatamente di sì. La mostra si sarebbe dovuta concentrare anche sul lavoro fotografico di Giuseppe nel solierese; furono selezionate quindi alcune immagini, tra cui quelle bellissime del Secchia, del passo dell'Uccellino e dell'uomo che ha dato nome a quella località, il minuscolo passatore della chiatta al Ponte Basso, Guido Cavalcanti detto “L'Uslein”. I tempi furono brevi, il lavoro frenetico; Carla Vaccari, con il suo noto piglio militaresco, impegnò me e altri nell'allestimento notturno.
L'inaugurazione avvenne il 21 giugno 2007, all'interno del programma della Fiera. All'ingresso, su mia richiesta, un cartello informava che la mostra era anche dedicata alla memoria di mio padre Emilio e dell'amico Gianni Costi. Troppo breve il tempo della mostra, appena i quattro giorni della Fiera, peraltro con orari poco congrui. Ma comunque fu visitata da molte centinaia di persone, e credo sia stata gradita da tutti coloro che ebbero occasione di vedere il Castello restaurato, e contemporaneamente l'opera fotografica di un (quasi) solierese di un secolo prima. I bei ritratti, le scene di vita familiare, la navigazione del Secchia a fianco delle distruzioni della guerra dei Boxer, delle immagini della Città Proibita, dei crudeli supplizi. Anche sulla vicenda cinese di Giuseppe Messerotti Benvenuti nel tempo sono stati prodotti altri libri. “Gli italiani che invasero la Cina. Cronache di guerra 1900-1901”, edito nel 2008 dalla casa editrice Sugarco e curato dal giornalista Fabio Fattore, quindi un giallo Mondadori dove GMB diventa una sorta di investigatore nella Cina dei Boxer. Più recentemente una fotografia di Giuseppe è sulla copertina di “L'Italia nella Guerra dei Boxer” di Enrico Spiga.
Purtroppo il lavoro di stampa dei negativi e delle lastre di Giuseppe non è mai stato completato. A quasi un quarto di secolo dalle notti trascorse nello Studio Calanca, a ventuno anni dalla mostra di Modena e a quattordici da quella di Soliera, la gran parte delle lastre e dei negativi di Giuseppe Messerotti Benvenuti giace ancora intoccata nei suoi contenitori originali. Ma questa è la storia comune ad una gran parte dei giacimenti culturali del nostro paese, compresi quelli fotografici. Per quel che mi riguarda sono onorato di avere fatto conoscere a tanti un grande fotografo, quasi solierese.
>>"Giuseppe Messerotti Benvenuti"<< Un fotografo tra Soliera e la Cina.
24 febbraio 2021
Il fondo librario Zucconi
Massimo Valentini
Gli avventori della Biblioteca comunale Campori di Soliera sanno che tra le varie proposte letterarie tra le quali possono scegliere si trova il patrimonio Librario “ Guglielmo Zucconi” giornalista, scrittore, autore teatrale, televisivo e radiofonico di fama nazionale e originario di Modena nonché padre dell’altrettanto noto giornalista Vittorio Zucconi.
Tale patrimonio, provvisto di oltre 4000 volumi e migliaia di documenti e video disponibili alla consultazione, come è arrivato a Soliera ?
Sicuramente determinanti sono state le origini Modenesi della famiglia Zucconi la quale, dopo la scomparsa di Guglielmo, si adoperò per fare in modo che il fondo librario non andasse disperso e che potesse entrate nella disponibilità della comunità Modenese .
Un altro tassello importante nella ricostruzione dei fatti nasce nel 2003, più precisamente nell’ottobre del 2003 quando alla comunità locale solierese venne restituita la disponibilità del Monumento di maggior pregio storico-architettonico completamente ristrutturato: “ Il Castello Campori”.
Nel piano nobile del castello trovò casa la Biblioteca Comunale intitolata ai Marchesi Campori e questa nuova sistemazione di prestigio sarebbe stata poi determinante nella scelta finale del fondo Librario.

Evidenziate le doverose premesse sopra esposte, la memoria corre veloce ai primi mesi dell’anno 2004, quando nell’esercizio delle funzioni di Assessore alla Cultura del Comune di Soliera ricevetti una telefonata da Gianni Cottafavi, già Sindaco di Soliera per tanti anni ed in quel momento assessore alla cultura del Comune di Modena, nel corso della telefonata fui messo al corrente della possibilità di avere a disposizione della Comunità Solierese il fondo Librario Guglielmo Zucconi anche in funzione del prestigio acquisito dalla Biblioteca Campori nella nuova Collocazione.
Tutto ciò che ne seguì fu molto rapido, la decisione a livello politico fu presa senza esitazioni ed iniziarono immediatamente i lavori di raccordo tra i bibliotecari di allora (Marco Dugoni ed Anna Rosa Viscusi ) e Paola Zucconi figlia di Guglielmo.
Il 05 Dicembre 2004 alla presenza di tutta la Famiglia Zucconi presso la sala del cinema Teatro Italia e delle varie Autorità Locali si tenne una cerimonia di inaugurazione del fondo librario durante la quale, inevitabilmente uno dei protagonisti di maggior rilevo fu proprio Vittorio Zucconi, il quale, proprio in funzione della collocazione del fondo librario presso la Biblioteca Campori di Soliera , si troverà a frequentare negli anni a venire la comunità Solierese con una certa familiarità .
Le foto contenute nell'articolo provengono dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera
>>"Fondo Zucconi, C.S. 26/11/2004"<< Comunicato Stampa del 26 novembre 2004.
>> Mail di Paola Zucconi (sorella di Vittorio) << in merito alla giornata dell’inaugurazione del Fondo.
20 febbraio 2021
Uovo o specchio della vita?
Guido Malagoli
“ Per me l’uovo è il simbolo del ritorno alla vita, come a Pasqua, oppure, se vogliamo estendere il concetto, uovo come mito primordiale cosmogonico della creazione dell’universo … Omne vivum ex ovo, dicevano i romani: tutto ciò che è vivente viene dall’uovo. L’uovo come perfezione divina, come quello di struzzo sospeso al centro della Pala di Brera di Piero della Francesca…”
Questo pensavamo e pontificavamo noi tre “sapientoni” mentre andavamo a Pavullo in visita allo scultore Davide Scarabelli.
Erano i primi anni del duemila.
“Troppa roba, ragazzi, vi state allargando troppo. E poi non è mica un uovo quello della mia scultura” ci disse Scarabelli smontando in un attimo le nostre sicurezze.
“Quando ho dato i primi colpi di sgorbia al bozzetto io ho pensato a uno specchio ovale.
La gente che passa davanti alla mia scultura, pensavo, deve vedere le figure e le storie raccontate come se fossero riflesse … cioè la mia scultura deve colpire chi osserva come i raggi della luce colpiscono gli occhi dell’osservatore … dunque le vicende accadute in tempo di guerra devono ritornare a noi riflesse in questo grande specchio”.
Aveva ragione Scarabelli, essendo lui l’artista che ideò la scultura dedicata alla Resistenza e ai fatti di Limidi del 20 novembre 1944. Per lui era uno specchio, era nato come specchio e specchio doveva rimanere. Anche per i sapientoni.
“E mi raccomando, siccome la mia scultura è leggera e il tratto del disegno è post moderno, dunque è realizzato con segni sottili, incisioni e crepe, per favore, date almeno valore alla luna in alto. Lucidatela con la paglietta di ferro perché deve illuminare la scena come un faro. Anche quella specie di biscione sulla destra, che rappresenta il fiume Secchia, lucidatelo! ”
Quel giorno Carla Vaccari, Selmi Enzo ed io restammo affascinati dalle sculture di Scarabelli che prendevano vita nell’ampio giardino della sua casa di Pavullo come totem arrugginiti di ferro. Volevamo sapere da lui la storia del monumento alla Resistenza di Soliera, a chi e perché e come nacque l’idea dell’ovale, quando la realizzò, le difficoltà incontrate, eccetera. Insomma tutto quello che ricordava.
“Il primo contatto lo ebbi con il sindaco Lusvardi. Mi parlò della possibilità di realizzare un’opera pubblica, una grande scultura. Io ero arrivato da poco alla scultura, circa nel 1964-65. Prima, frequentando l’Accademia di Bologna, mi ero dedicato alla pittura che avevo sognato fin dalle scuole medie, e mi cimentai in mostre a Roma in via Margutta insieme a Mafai, Guttuso, Vespignani. Estemporanee e mostre di pittura ne feci tante, ma il mercato non recepiva e del mangiare ne misi insieme poco, tanto è vero che mi infilavo in tutte le manifestazioni, inaugurazioni e matrimoni per mettere qualcosa in pancia e qualcosa nella tasca della giacca.
Quinto Ghermandi, un bravo scultore dell’arte informale, vide i miei dipinti e mi disse di provare con la scultura, non so se lo fece per incoraggiarmi verso un settore nuovo o, al contrario, per dissuadermi con eleganza dal proseguire con i pennelli. Un giorno d’inverno vidi arrivare a casa mia il sindaco Lusvardi conosciuto di vista tramite alcuni amici comuni. Io avevo una trentina d’anni ma fu amicizia istintiva, come istintiva era la sua passione per l’arte. Dopo pochi minuti cementammo amicizia e passione affettando un salame e tirando il collo a una bottiglia di lambrusco. Mi fece la proposta della scultura e mi illustrò a grandi linee il tema da elaborare. Una stretta di mano concluse l’accordo.
Il giorno dopo cominciai a rimescolare qualche chilo di argilla. Un freddo cane nel mio laboratorio, la creta gelava, avevo le dita rigide ma le idee chiare. Ne cavai fuori un bozzetto di una quarantina di centimetri, un ovale con alcune scene appena tratteggiate con un chiodo. Tornò Lusvardi dopo qualche settimana con qualcuno della Giunta. Grandi discussioni: ognuno voleva aggiungere un episodio “… l’è un quèel important o se nò an s capès gninta…” o un personaggio “ ehi.. sa gh’è al tel, bisògna c’agh sia anch al tel éter… “ Se avessi ascoltato tutti i pareri ci voleva una lastra grande come un lenzuolo matrimoniale mica uno specchio. Si accontentarono invece di alcuni suggerimenti e tornarono a valle dopo aver affettato un altro salame col pane buono di Pavullo.
Ritoccai, rimodellai, aggiunsi, tolsi secondo le indicazioni e “secondo me”. Oh insomma, in fin dei conti lo scultore ero io! Tornarono ancora a visionare il bozzetto e già che eravamo entrati in amicizia affettammo subito un salame. Gualdi Ermanno e Lusvardi ebbero qualcosa da dire, le opinioni erano divergenti. Danilo aveva un bel da dare calci sotto il tavolo per zittirlo ma quello continuava ad eccepire. Io volevo aggiungere anche un elemento di drammaticità saldando pezzi di rotaie nella parte inferiore dello specchio per ricordare i viaggi della disperazione da Fossoli verso i lager e i campi di lavoro della Germania. Con questo elemento volevo anche rendere onore a Gualdi, sapendo che era stato rastrellato e forzato dalla Wehrmacht a lavorare per la Todt, invece Gualdi si agitava, si emozionava quando raccontava fatti e aneddoti perché immaginava che tutto si riflettesse sullo specchio. Lui l’aveva capito, ma s’era fissato sul partigiano in primo piano accanto al vescovo, lo voleva col fazzoletto, non un fazzoletto del colore del bronzo, ma rosso vivo come la bandiera, annodato sul davanti, così e così, in posizione dominante.


Nel mio bozzetto i due personaggi avevano la stessa importanza. Lusvardi tagliò, come si dice, la testa al toro. “Ascoltem mè Scarabelli: va pòr avanti in dal tòo lavor ma, per piasèr, arbàsa al capel dal veschev!” Bastarono pochi centimetri di argilla sulla spatola per accontentarlo e la diatriba terminò col solito salame e lambrusco. Abbassai la mitria del vescovo, aggiunsi un berretto di traverso sulla testa del partigiano e tutto finì bene anche se, a lavoro finito, Mario Bisi, che secondo le mie intenzioni rappresentava quel partigiano, quando vide se stesso nella scultura ebbe a dire ridendo: “ Et m’èe mèss in testa ‘na brèta cl’èe piò adata a un picciotto sicilian o a un mafios che a un partigian!”
Dopo tre rifacimenti, le dita congelate e qualche bottiglia vuota, il bozzetto fu terminato. La scultura è roba mia, il racconto è roba collettiva, frutto del confronto politico continuo e animato tra assessori e consiglieri comunali, dunque appartiene alla cittadinanza. Passai alle dimensioni grandi, alla scagliola, al negativo e allo stampo in silicone. Portai tutto in fonderia per la fusione in bronzo, fonderia Brostolin di Verona, ritocchi e velatura di “fegato di zolfo” sul bronzo per annerirlo e dargli una patina anticante, proprio come volevo. Qualche limatina qua e là e il mio specchio era pronto per salire su un piedistallo.
A distanza di tanti anni sono molto soddisfatto di questa opera”. Sorride Scarabelli ripensando alle discussioni e alle bottiglie di lambrusco bevute insieme ai “committenti”. Un brindisi finale con soddisfazione di tutti: lambrusco e salame per essere coerenti.
Sette furono i mesi di lavoro dell’artista ma la storia del monumento non finisce qui. In quegli anni il fare era considerato più importante del progettare e del programmare burocratico visti come orpelli che rallentano l’azione. Meglio poche chiacchiere e tanti fatti. In base a questo principio fondato sul numero e sulla forza elettorale, era sufficiente che la maggioranza annunciasse: “Facciamo un monumento alla Resistenza e ai fatti di Limidi” che si poteva procedere. Infatti, a nostra conoscenza, non esistono agli atti delibere e documenti ufficiali di ratifica. Si faceva, punto. L’unico documento noto è un blocchetto di ricevute della sottoscrizione pubblica per finanziare il monumento. Al termine della sottoscrizione, che andò piuttosto a rilento, mancavano circa 5 milioni per saldare il debito della fonderia.
“Non è un problema” sembrò pensare tra sé Lusvardi. Secondo la narrazione popolare, convocò in ufficio i signori Regnani Gianfranco, industriale, e Bisi Mario, commerciante in petrolio nonché primo attore della Resistenza e del monumento, cioè i due personaggi più ricchi di Soliera. Gli mostrò la foto del monumento: “Al monumeint l’è fat. A sam restèe fòra ed zinc milion. Dùu e mèz pr’oun vàni bein?” Domanda chiara e sbrigativa. Il monumento fu pagato.
Ecco, questa è la storia del nostro specchio della vita giunto nella sede definitiva (così pare) su una collinetta erbosa accanto al cinema teatro Italia dopo aver peregrinato dalla sua sede iniziale nel parco di fronte al Municipio dove venne inaugurato nel 1970.
Il giorno della inaugurazione, anzi la sera, c’era tutta Soliera davanti al Municipio con gonfaloni e stendardi. Presenziarono insieme al sindaco Lusvardi Danilo, il senatore Franco Antonicelli, Rubes Triva sindaco di Modena, Don Sesto e altre autorità. Era il 20 settembre 1970, in ricordo del 25° anniversario della Liberazione.


La scultura in bronzo dello "Specchio della vita" è sostenuta da una specie di vela curva in cemento sulla quale sono scolpite le parole dettate dal senatore Franco Antonicelli che riporto affinché vengano lette, ogni tanto.
Noi di questo paese
vogliamo ricordare
che tutti nella riscossa della Resistenza
fummo una sola famiglia
con un'arma o l'altra tutti combattemmo
e abbiamo avuto i nostri lutti e le nostre glorie
che il seme dell'antifascismo fruttificò tra noi
ed è nata una pianta che vogliamo robusta e frondosa
ma il ricordo della nostra comune passione
non è uno sterile vanto
è una forza con la quale ammoniamo
che il mondo con tutte le sue cose più care
le oneste tradizioni gli sproni ideali
non è salvato da un uomo solo
ma da tutti gli uomini insieme
obbedienti alla ragione fratelli nella sventura
fedeli nell'amore
10 gennaio 2021
I quattro venuti da lontano
Carla Montanari
Nei primi anni ’80 arrivarono a Soliera, come sbucati dal nulla, quattro giovani uomini che nessuno aveva mai visto.
Se era particolare ed inaspettata la modalità d’ingresso, ancor di più lo era l’immagine e la sensazione che queste quattro persone trasmettevano.
Ci spiegarono poi che essi provenivano dall’Ospedale Psichiatrico di San Giovanni in Persiceto e, in conformità alla Legge Basaglia che prevedeva la chiusura di queste strutture, erano stati accolti dall’Amministrazione Comunale affinché venissero inseriti nella comunità solierese.
Non so se inizialmente qualcuno abbia avuto paura e in cuor suo sia stato contrario a questo inserimento. Forse è vero, forse qualcuno c’è stato, è normale temere ciò che non si conosce, ma è altrettanto vero che proprio la conoscenza di queste quattro persone ha abbattuto ogni dubbio e ogni reticenza: ben presto sono stati accolti a pieno titolo nella nostra comunità. Essi vennero alloggiati in due mini appartamenti di proprietà del Comune, Dino insieme a Dario e Albano insieme ad Artemio.


Le foto di Artemio e Albano. Non abbiamo trovato foto di Dino e Dario ma li ricordiamo bene e con affetto
Artemio, detto Temio, era il più giovane, taciturno, piuttosto cupo, inseparabile dal suo borsello e dalla macchina fotografica. Aveva un grandissimo interesse per i meccanismi e i motori, si incantava a guardare quelli che ci lavoravano e, pieno di curiosità, chiedeva spiegazioni.
Diventò “l’uomo di fiducia” di Giuliano, il fotografo, che gli affidava diversi lavoretti, come vuotare le taniche di chimica esausta o caricare i rulli nella stampatrice, gestire la raccolta differenziata o alzare e abbassare il tendone. Aveva una paghetta fissa settimanale di dieci euro che potevano anche aumentare in relazione al lavoro svolto e che prevedeva degli extra a scadenze fisse come il Natale e il compleanno. Questa familiarità con Giuliano, e successivamente con il figlio Lorenzo, lo aiutò moltissimo, divenne più aperto e comunicativo, a tratti perfino allegro.
Dino era malato, una sindrome progressiva che l’ha portato ben presto su una carrozzina. Quando è arrivato camminava già malissimo e si doveva appoggiare ad Albano che non lo abbandonava mai. A causa della malattia faceva sempre più fatica a parlare però le assistenti che lo seguivano da vicino dicono che a livello cognitivo era lucido e presente.
Dario, dal bel passo deciso e dall’approccio pressoché temerario, ostentava con fierezza nel taschino della giacca una superba esposizione di penne biro multicolori, anche sei o sette, fin che ce ne stavano! Girava con un sacchetto di plastica nel quale infilava tutto ciò che raccoglieva da terra, cartacce, cicche perché non sopportava di vederle in giro: un ecologista ante litteram!
Quando passava davanti a un giardino chiedeva se gli potevano dare qualche fiore o qualche ramo di erbe odorose (amava in particolare l’alloro) che poi, proseguendo nel cammino, donava a suo piacimento: una specie di “passator cortese”.
C’era infine Albano, detto Bano, ben messo, col sorriso stampato sul volto, un grande orsacchiotto che sprigionava tenerezza e allegria.
Lui e Temio vennero occupati per un certo periodo nel servizio di manutenzione del Comune e siccome io all’epoca facevo la stradina eravamo colleghi. Bano riteneva di dovermi proteggere in mezzo a tanti maschi perché, come diceva lui, ero una “signorina”.
Ci fu una volta in cui, stranamente, non si presentò al lavoro sicché il giorno dopo gli chiesi “Bano, aier te n’è menga gnu a lavurèr. Perché?” (Bano, ieri non sei venuto a lavorare. Perché) E lui con grande tranquillità “A gh’éra tanta fumana! Sol mat i van a lavurèr!” (C'era tanta nebbia, solo i matti vanno a lavorare)
Confesso che mi è venuto qualche dubbio esistenziale!
Qualche sera veniva al Cinema Aurora alle prove della Cumpagnia dal Turtèl, “A vag a vèder i buratèin” (vado a vedere i burattini) diceva. Una volta io e Claudio, dovendo fare la scena di due innamorati, ci abbracciammo e lui si arrabbiò minacciando di dire tutto a mio marito!
Il dottor Basaglia con la sua “legge di civiltà” aveva visto giusto, almeno per quanto riguarda la nostra esperienza solierese: tutti hanno voluto bene ai quattro venuti “da lontano”.
Quando Artemio andava in vacanza, con le strutture assistenziali, scriveva sempre una cartolina al Fotostudio Solierese, come fa ogni bravo dipendente con il proprio datore di lavoro! E' sorprendente che Artemio riuscisse a scrivere una cartolina con tanta cura ed è ancor più sorprendente, osservando l'indirizzo, che questa cartolina sia arrivata destinazione! Altri tempi!
>>“I dimessi dell’ospedale psichiatrico”<<
3 dicembre 2020
Eterna primavera
Chiara Fiorani
Correva l’anno 2008, il mio primo incontro con Soliera. Avevo 22 anni; una ragazzina romana arrivata da tre mesi in Emilia. Non conoscevo nessuno, non avevo nessuno con me, non sapevo nulla di quella terra. Era il giorno di San Valentino; un giorno piuttosto freddo e grigio, che non avrei mai immaginato sarebbe potuto diventare tanto luminoso. Ero stata ingaggiata per un concerto lirico presso “Il Mulino”.
In ogni prova, pre esibizione, cerco di trovare ispirazione dall’energia che proviene dal luogo in cui mi trovo: colori, rumori, sapori, sguardi, storia..
Una signora anziana entra in sala e mi guarda; pensando che fossi un’emiliana doc, si avvicina dicendo una frase in dialetto. All’epoca, come anche un po’ adesso, non capivo una parola!
Ma il suo sguardo è dolce e gentile.
Mi porge un vassoietto delicatamente incartato in una velina rossa. Apro e trovo delle mezzelune fritte che, quel giorno, ho scoperto essere i famosi tortelli modenesi!
Assaggio e ringrazio la signora. Inizio la prova e canto “Son pochi fiori” da L'Amico Fritz.
Nel brano c’è un punto che dice:“
Il ciel vi possa dar
Tutto quel bene che si può sperar.
Ed il mio cor aggiunge una parola
Modesta, ma sincera:
Eterna Primavera
La vostra vita sia, ch'altri consola...
Deh, vogliate gradir
Quanto vi posso offrir!”
Quel gesto, quello sguardo e la semplicità con la quale la signora venne verso di me mi fece sentire accolta e accarezzata. Mi fece vivere esattamente l’emozione che stavo per cantare!
Da quel giorno “la signora dei tortelli” mi accompagna in ogni esibizione dell’Amico Fritz.
Lei non lo sa! Non l’ho mai più vista!
Ma quando canto quella frase mi ricordo di lei per far rivivere quel luminosissimo momento, vissuto in un giorno normale, in un’apparente grigia e fredda Soliera.
>>"Il Mulino"<< nota storica di Azzurro Manicardi.
14 febbraio 2021
Luigin e Pavloun
Azzurro Manicardi
Una "memoria senza tempo" - Fra fantasia e verità.
La piazza è deserta durante il pomeriggio di una calda giornata estiva, col sole che picchia perpendicolare sui tetti infuocati delle case e dove la gente è rintanata senza il conforto del condizionatore. I bottegai e i gestori delle osterie, all'ombra dei portici, protetti a loro volta dai tendoni di tela rosso mattone, sonnecchiano seduti davanti alle loro vetrine.
Luigìn Vaccari è solo nella sua osteria deserta data l'ora pomeridiana, e Pavlòun Campagnoli, il macellaio, con la bottega di fronte, senza la protezione del portico, attraversa la piazza con in mano un cartoccio: "Ciao Luigi, ecco il chilo di carne che mi hai chiesto, non ti scomodare per pagare, perché l'ho già annotato nel libro, intanto dammi una bottiglia di lambrusco, ma di quello che bevi tu. Con ‘sto caldo infernale non ne posso più, e notala sul mio conto assieme alle altre".
Quattro chiacchiere sulle cose passate, un paio di “sbraghirate” locali, e Pavlòun torna nella sua bottega. Fra l'annoiato e il pensieroso gli sorge un dubbio: "E se Luigìn aggiunge alla nota una bottiglia in più? Aspetta, aspetta un po' che io, per sicurezza, aggiungo un chilo di carne”.
Lo stesso dubbio, sembra, fosse venuto anche a Luigìn che fece la stessa operazione nella nota delle bottiglie.
Poiché, amichevolmente scherzando, espressero i dubbi che erano sorti a entrambi, giunsero ad un amichevole compromesso: "Cancelliamo tutto e ripartiamo da zero pagando di volta in volta". Una stretta di mano suggellò il nuovo accordo, con dichiarazione di reciproca stima, fiducia e rinnovata lunga amicizia. Così si viveva la piazza tanti anni fa.
17 gennaio 2021
Al marangoun e al professor
Guido Malagoli
Nella foto: al marangoun Rino Neri e al profesor Costantino Canalini
Per lui dire falegnam era parola troppo moderna, riduttiva, perché faceva venire alla mente il mobiliere, per non parlare dell’Ikea, orrore nordico, mentre marangòun, essendo parola antica, faceva pensare ai maestri d’ascia dell’arte navale veneziana e agli artigiani carradori padani che riparavano i carri agricoli ornati da intarsi di draghi e altri simboli propiziatori. Sono arrivato al nocciolo del problema. Neri Rino ci teneva a dire di essere un marangoun, antigh come el mescli ed legn nonostante fosse socio della Grufase, mostra vendita e riparazione di mobili moderni fatti in serie.
Lo conobbi quando andai da lui su consiglio di amici per chiedergli tre mensoline di legno di ciliegio chiaro. Nessun problema. Le ritirai puntualmente e gli feci i miei complimenti per l’accuratezza del lavoro. “Per un lavursein acsè…” si schernì indifferente vista l’esiguità dell’opera. Gli commissionai due copritermo color noce con un bel ripiano dagli spigoli arrotondati e tante stecche longitudinali. Qui si dimostrò più soddisfatto. Parlammo di cose terrene, di virtù e immoralità umana, di giustizia e ingiustizia, società, politica e persone. Eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Entrammo in confidenza e per dimostrargli la mia affinità, mi azzardai a chiedergli alcuni ritagli di compensato per far lavorare i bambini della mia classe quinta con il traforo.
“ Và a razer in dal càsoun e porta via tòt al compensèe te vòo. Vòt anch di rigòt? ”
“ Perché no, così faccio anche un telaio per rilegare i libri”. Apprezzò. Diventammo amici immediatamente e passammo al tu. Per completare l’ingresso del mio nuovo appartamento, mi presentai nella sua bottega con un disegno di Cattinari, arredatore di Modena.
“Rino, questo è un lavoro difficile perché, vedi, c’è una curva alta fino al soffitto e dietro ci sarà il posto per il ripostiglio-attaccapanni…”
“ A i ho bèle capì” disse dopo uno sguardo. Prese un compensato bianco e con la matitona rossa a punta rettangolare cominciò a tracciare linee e curve, praticamente la chiglia di una nave con tante centine a distanza regolare.
“A i ho bèle capìi” ripetè a se stesso. Fece un lavoro con i fiocchi, sembrava davvero l’ossatura della chiglia di una nave, peccato che dovetti rivestire la sua opera-scultura con una moquette verdescuro per attenermi al progetto dell’architetto. Di nuovo mi complimentai per la bellezza del manufatto e per la sua abilità artigianale nel lavoro.
“Sa vòt c’at dèga, Malagòo, a mè i lavor facil in m’en mai piasù”. Cominciò a raccontarmi la sua vita lavorativa: “Fin da cèch a i ho lavurèe da marangoun … peinsa ca sun l’unic a Sulèra ca sia ancàra boun ed fer ‘na roda da car!”
Abboccai subito. “Come si fa una ruota da carro?”
Non aspettava altro. Quella mattina tra schizzi a matita sul compensato, esemplificazioni con pezzi di legno per capire come i raggi di quercia o di rubinia c’le piò dura si incastrano nel mozzo e si collegano alle quattro mezze lune di legno d’olmo o‘d nosa bein stagiunèda o se no … che formano la ruota vera e propria …, tra chiacchiere varie venne mezzogiorno. “Et capìi, mester?” Capito avevo capito, ma non bastava. Adesso c’era la verifica. “ E secand tè, come a-s fà a mèter al zerciòun ed fèr c’an gh’è gnanc ‘na vida?” Già, mancava il cerchione che salvava la ruota dall’usura causata dal rotolamento sulle strade ghiaiate di allora, tutte buche. Feci qualche tentativo imbarazzato. Lui mi osservava con gli occhi socchiusi e l’aria astuta della volpe in attesa di svelare il mistero. Non vorrei dilungarmi sulla spiegazione a meno che non faccia piacere a qualcuno sapere come si fa. Lo dico ugualmente. Si prende la misura esatta del diametro della ruota di legno e la si consegna a un fabbro che costruirà un cerchione di ferro rotondo ma un po’ più stretto della ruota oppure, se non ne ha voglia e vuole semplificare, può fare quattro segmenti circolari uguali.
Meglio il primo modo. “Al dèv strichèr, capeset?” Certamente. Il cerchione però non può contenere la ruota di legno, come un dito non può entrare in un anello troppo stretto, dunque che si fa? “Bisògna scalder al zercioun inzema a la fuseina acsè al dveinta ròss e al se slonga…” Capito tutto, merito del fuoco. Poi si mette la ruota di legno dentro al cerchione di ferro che si è dilatato, e dunque ci passa, si getta una secchiata d’acqua per raffreddare il metallo e domarlo in modo tale che abbracci forte il legno così resteranno incatenati insieme per tutta la vita. “Et capìi, la ròda dal car?” Era trionfante.
Giunto all’età della pensione pensò e ripensò: “A chi lascio la mia attrezzatura?” Cercò qualche giovane di buona volontà che desiderasse ereditare la sua arte. “ A sun dispost a insgneregh e a gh làs tòta la butèga. An vòi gnanch un quatrèin!” Nessuno si fece avanti. Passarono alcuni anni. Era il momento di lasciare tutto e godersi la pensione.
Entrò in contatto con il professor Canalini Costantino detto Tino, insegnante di educazione tecnica della scuola media “A. Sassi” il quale, come me, ogni tanto andava da lui a piatonare (da piatuner cioè importunare/elemosinare) i ritagli di compensato e altri scarti di lavorazione perché non aveva il coraggio di tornare a mendicare per l’ennesima volta il legno inutilizzato alla Cooperativa falegnami di Modena.
I due, Rino e Tino, diventarono un’anima sola. Uno pensava e proponeva, l’altro eseguiva e modificava a modo suo. Il primo professore, il secondo collaboratore e maestro. Maestro per esperienza e manualità. Cominciarono a ideare qualche progetto adatto ai programmi della scuola. Tino diceva: “ Facciamo questo e quello. Facciamo così … ” e Rino: “Profesòr al marangoun a sun mè. A fam come a degh mè” . Che due personaggi, ragazzi!

Gli studenti della scuola media li amavano perché dalle loro mani uscivano oggetti mai visti in una scuola della Repubblica, del regno non so. Armadi, scrivanie, tavoli lunghi fuori misura, sgabelli ... Bastava che Tino dicesse: “Facciamo una meridiana di legno, anche se c’è una parte curva, molto complicata” che l’altro suggerisse: ” A fàm tòt el meridiani c’al vòl. Am fàga al disègn, lò clèe boun!”
Facciamo un dinosauro alto due metri … facciamo un tempio greco con le colonne rotonde incollando un listello dopo l’altro … facciamo qualche giocattolo grande per i bambini della scuola materna … facciamo delle automobiline di compensato per l’educazione stradale dei bimbi piccoli … facciamo le cornici nuove della “Via crucis” in chiesa chè le vecchie sono troppo rovinate dai tarli? Le facciamo uguali uguali, com’erano. Sì … sì … sempre sì, anche Neri che non era un frequentatore abituale della chiesa. Presero le misure, lavorarono di precisione, infaticabili.
Una sintonia incredibile. Andavano avanti a testa bassa, diritti come il treno, due compagni di viaggio. Il laboratorio di educazione tecnica installato nella scuola me-dia diventò “laboratorio di falegnameria”, con gli utensili che Rino recuperò dalla sua bottega. Tutte le mattine, al suono della campanella, Neri entrava puntualmente nel laboratorio e cominciava a riordinare in attesa che arrivasse Canalini con i ragazzi che ascoltavano entrambi perché, per loro, erano una persona unica, anche se uno era il prof e parlava in italiano e l’altro era Rino, il marangone volontario, che parla-va dialetto con qualche fioritura e faceva ridere come, ad esempio, quando spiegava come si piantano i chiodi: “ I ciold i van piantèe in pisèr ed vèdva” senza esplicitare il significato anatomo-filosofico della frase che subito il professore traduceva: “Pianta-te i chiodi con una inclinazione di circa 15 gradi così fanno presa”. Parole diverse, uguale significato.
Neri insegnava com’era fatto il legno, l’anima del legno, l’andamento delle fibre, i legni duri e i legni dolci e mostrava la sua collezione di rotelle, spiegava come si usa-no le attrezzature, non quelle elettriche che potevano essere pericolose, risvegliando i rudimenti del mestiere antico che si svolgeva sul suo vecchio banco di lavoro. Si sega con la sega a mano o segaccio, si usa carta vetrata e sugo di gomito, si fanno i fori con la gàliga (trapano a manovella) , si pialla con la pialla e se taglia poco si affila il taglio sulla pietra smeriglio, ma la sua specialità erano gli incastri semplici: “maschio e femmina”, che - volendo - si poteva presentare sommariamente con analogie anatomiche, e incastri più complessi ma meno eccitanti “a coda di rondine”.
“Ecco quest l’è l’incaster piò adat per fèr un casèt. Al dura ‘na vèta. Ai mèe teimp a druveven anche i ciold ed legn, el cavèci, ch’el tinen piò di ciold ed fèr”. Vero: i grandi marangoni del passato usavano cavicchi di legno e schernivano quelli che usavano i chiodi di ferro.

I ragazzi della scuola imparavano l’arte, la poesia del marangoun e il suo dialetto fiorito, tre cose in una volta sola. Il prof traduceva, esemplificava, conteneva le esuberanze. Neri accoglieva volentieri nel “suo” laboratorio i ragazzi più problematici, quelli che disturbavano in classe per apatia o disinteresse.
“Vin mò chè e taca a sgher c’al rigòt chè ca fòm un banchèt. Sò mo da bravein” e quelli segavano incollavano, inchiodavano come se niente fosse. Fascino del grembiule del marangoun o del suo sguardo volpino dietro le lenti eternamente impolverate?
Quanti oggetti siano usciti da quel laboratorio, non so neppure io.
Siccome il professore era innamorato del Medioevo e del Rinascimento, gli venne il ghiribizzo di arredare tutto il castello, dato che
i mobili antichi originali erano andati perduti. L’impresa non andò a buon fine ma i nostri due irremovibili, insieme ai genitori della scuola, realizzarono gli abiti d’epoca e gli stendardi da appendere alle finestre del castello, costruirono armi, alabarde picche e scudi e cannoni e si avventurarono nell’organizzazione di un corteo in costume medioevale con danze e musiche durante la Fiera del giugno 2003. Ebbe un grande successo. Ora erano pronti a ripetere l’esperienza ancora più in grande insieme a tutto il paese. Il prof Tino, con grande dolore di tutti, fu stroncato in un amen l’anno seguente, non fece in tempo a realizzare il suo sogno di vedere Soliera trasformarsi in un borgo medievale con figuranti e nobili al passo lento della pavana.
Ci tengo a precisare che il professor Canalini, pur essendo di Modena, si sentiva solierese nell’anima. Lo vidi ogni giorno scendere dalla corriera per arrivare puntuale alla scuola “Sassi” ove insegnò per oltre vent’anni. Per il suo amore alla nostra città e la sua dedizione all’insegnamento, il sindaco Baruffi gli conferì le chiavi della città il 22 maggio 2004.

Rino invece partecipò alla realizzazione della scenografia del grandioso spettacolo presentato alla popolazione per la Fiera di Giugno del 2007 intitolato: “Matrimonio rinascimentale di Enea Pio e Laura Obizzi – 1573 a.D” Non si limitò a costruire i due troni per i nobili sposi con braccioli, ornamenti dorati e gemme preziose, il cassone dipinto per contenere i doni degli ospiti, costruì anche sgabelli, scranni e sedie decorate, lucidò per bene i due cannoni (di legno naturalmente, che il professore avrebbe voluto vedere in funzione almeno una volta con un tiro a salve) per accogliere il corteo nuziale della nobiltà giunta per l’occasione nel piccolo feudo; ideò una grande ruota da carro (finalmente poteva esibire la sua specialità coram populo) con quattro tiranti per rendere omaggio alle quattro squadre di baldi atleti dei quattro “quartieri” che si sfidarono in una specie di tiro alla fune: Soliera, Limidi, Sozzigalli, Secchia. Non so quante altre cose fece seguendo pazientemente i consigli dell’autore del testo teatrale che, in quella occasione, fui io stesso, e di Luisella Vaccari, regista dell’evento.

Lo spettacolo fu grandioso e vuoto allo stesso tempo per l’assenza prematura di uno dei suoi sognatori. Durante lo spettacolo il marangone preferì restare solo, in lontananza, quasi in colpa.
Da allora il laboratorio di falegnameria perse la sua forza. Gli attrezzi restarono allineati sul bancone, sul pavimento neppure un ricciolo di legno, la morsa con le ganasce chiuse non aveva nulla da stringere, i ragazzi neppure sapevano che ci fosse un laboratorio perché i nuovi professori di educazione tecnica preferivano mostrare sul libro le figure degli incastri a coda di rondine e le vene del legno. Un gran silenzio. Neri continuò a indossare ogni mattina il suo camice marrone e aspettava nonostante sapesse che sui libri non c’era scritto come si piantava un chiodo ma la cosa non interessava più a nessuno. Poi venne il terremoto e tutto finì anche per lui.
Ho un bellissimo ricordo dell’ultimo lavoro che fece per me.
Chiesi a Neri se mi faceva un banco di scuola come quelli di una volta, a due posti, col leggio che si ribaltava per usarlo in uno spettacolino che avevo scritto sulla scuola al tempo dei bisnonni, “La scuola dei figli della lupa”. “Pòrtem el misuri.
“E se andassimo al museo della cultura contadina di Bastiglia?” Partimmo. C’erano due banchi d’epoca un po’ malmessi ma originali. Rino tirò fuori il metro, quattro scarabocchi su un foglietto. “Andam, a i ho vest abasta, i en cumpagn a qui di mèe teimp”. Mentre tornavamo a casa: “Quant banch vòt per al tòo spetacol?” “ Uno … due “ azzardai pensando anche alla spesa del legno e, per cambiare discorso, gli raccontai la trama dello spettacolo.
Passammo davanti alla vetreria di Sarti, entrò. “ Dman a vegn a tòr soquant pallets ed legn che lor i droven per l’imbalag di vèder. Fra soquant dè a imbastès un banch, vin a vedrel” disse all’uscita. Così fece, così feci. Altro che uno! Ne aveva imbastito due e aveva già schiodato i pallet e ammonticchiato le assi per farne altri due.
“Quattro?”
“ Ehi, acsè t’egh mèt a seder i tòo ragazòo”. Guai contraddirlo, benedetto uomo!
A lavoro finito, erano ancora freschi di vernice nera, mi chiamò per una supervisione. Fantastici, veramente belli. Scherzando dissi: “ Ai nostri tempi i banchi erano intagliati dai coltellini dei bambini, c’erano le firme, viva questo e viva quello, e i tuoi invece sono nuovi di zecca … non c’è nemmeno il segno di usura degli scarponcini sull’appoggiapiedi …” “ Oh mèster, I van bein acsè, al marangoun a sun mè” .
Chiuso l’argomento tra ringraziamenti ed elogi.
Quando andai a ritirarli c’erano segnacci storicizzati per il lungo e per traverso, iniziali e scritte varie sul leggio e l’appoggiapiedi era stato limato allo stesso modo delle suole delle scarpe dei nostri nonni. Limature autentiche ereditate dal ricordo del suo passato. Grande Rino Neri, l’ultem marangoun ed Sulèra!
>>“Inaugurazione castello e matrimonio storico”<< In primo piano – Soliera, Fiera di San Giovanni 2007.
17 gennaio 2021
Mandrìn il campanaro e la tarantèla
Azzurro Manicardi
Durante le “Quarant’ore” del periodo quaresimale non venivano suonate le campane perché venivano legate (lighèr el campani).
Non potendo annunciare il mezzogiorno alla gente col suono delle campane, il campanaro Mandrìn (Brausi) girava per le vie del centro di Soliera sbattendo il caratteristico “crepitacolo” (tarantèla) che annunciava il mezzogiorno.
La “tarantèla” era una tavoletta in legno con applicati sui lati due ferri a C (come le maniglie di un vecchio comò) che, scuotendola ritmicamente con il movimento del polso della mano, sbattevano contro la tavola in legno emettendo un suono (crepitìo) come i tamburelli delle tarantelle.
2 febbraio 2021








