Al marangoun e al professor
Guido Malagoli

Nella foto: al marangoun Rino Neri e al profesor Costantino Canalini

Per lui dire falegnam era parola troppo moderna, riduttiva, perché faceva venire alla mente il mobiliere, per non parlare dell’Ikea, orrore nordico, mentre marangòun, essendo parola antica, faceva pensare ai maestri d’ascia dell’arte navale veneziana e agli artigiani carradori padani che riparavano i carri agricoli ornati da intarsi di draghi e altri simboli propiziatori. Sono arrivato al nocciolo del problema. Neri Rino ci teneva a dire di essere un marangoun, antigh come el mescli ed legn nonostante fosse socio della Grufase, mostra vendita e riparazione di mobili moderni fatti in serie.

Lo conobbi quando andai da lui su consiglio di amici per chiedergli tre mensoline di legno di ciliegio chiaro. Nessun problema. Le ritirai puntualmente e gli feci i miei complimenti per l’accuratezza del lavoro. “Per un lavursein acsè…” si schernì indifferente vista l’esiguità dell’opera. Gli commissionai due copritermo color noce con un bel ripiano dagli spigoli arrotondati e tante stecche longitudinali. Qui si dimostrò più soddisfatto. Parlammo di cose terrene, di virtù e immoralità umana, di giustizia e ingiustizia, società, politica e persone. Eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Entrammo in confidenza e per dimostrargli la mia affinità, mi azzardai a chiedergli alcuni ritagli di compensato per far lavorare i bambini della mia classe quinta con il traforo.
Và a razer in dal càsoun e porta via tòt al compensèe te vòo. Vòt anch di rigòt? ”
“ Perché no, così faccio anche un telaio per rilegare i libri”. Apprezzò. Diventammo amici immediatamente e passammo al tu. Per completare l’ingresso del mio nuovo appartamento, mi presentai nella sua bottega con un disegno di Cattinari, arredatore di Modena.
“Rino, questo è un lavoro difficile perché, vedi, c’è una curva alta fino al soffitto e dietro ci sarà il posto per il ripostiglio-attaccapanni…”
A i ho bèle capì” disse dopo uno sguardo. Prese un compensato bianco e con la matitona rossa a punta rettangolare cominciò a tracciare linee e curve, praticamente la chiglia di una nave con tante centine a distanza regolare.
“A i ho bèle capìi” ripetè a se stesso. Fece un lavoro con i fiocchi, sembrava davvero l’ossatura della chiglia di una nave, peccato che dovetti rivestire la sua opera-scultura con una moquette verdescuro per attenermi al progetto dell’architetto. Di nuovo mi complimentai per la bellezza del manufatto e per la sua abilità artigianale nel lavoro.
Sa vòt c’at dèga, Malagòo, a mè i lavor facil in m’en mai piasù”. Cominciò a raccontarmi la sua vita lavorativa: “Fin da cèch a i ho lavurèe da marangoun … peinsa ca sun l’unic a Sulèra ca sia ancàra boun ed fer ‘na roda da car!”

Abboccai subito. “Come si fa una ruota da carro?”
Non aspettava altro. Quella mattina tra schizzi a matita sul compensato, esemplificazioni con pezzi di legno per capire come i raggi di quercia o di rubinia c’le piò dura si incastrano nel mozzo e si collegano alle quattro mezze lune di legno d’olmo o‘d nosa bein stagiunèda o se no … che formano la ruota vera e propria …, tra chiacchiere varie venne mezzogiorno. “Et capìi, mester?” Capito avevo capito, ma non bastava. Adesso c’era la verifica. “ E secand tè, come a-s fà a mèter al zerciòun ed fèr c’an gh’è gnanc ‘na vida?” Già, mancava il cerchione che salvava la ruota dall’usura causata dal rotolamento sulle strade ghiaiate di allora, tutte buche. Feci qualche tentativo imbarazzato. Lui mi osservava con gli occhi socchiusi e l’aria astuta della volpe in attesa di svelare il mistero. Non vorrei dilungarmi sulla spiegazione a meno che non faccia piacere a qualcuno sapere come si fa. Lo dico ugualmente. Si prende la misura esatta del diametro della ruota di legno e la si consegna a un fabbro che costruirà un cerchione di ferro rotondo ma un po’ più stretto della ruota oppure, se non ne ha voglia e vuole semplificare, può fare quattro segmenti circolari uguali.
Meglio il primo modo. “Al dèv strichèr, capeset?” Certamente. Il cerchione però non può contenere la ruota di legno, come un dito non può entrare in un anello troppo stretto, dunque che si fa? “Bisògna scalder al zercioun inzema a la fuseina acsè al dveinta ròss e al se slonga…” Capito tutto, merito del fuoco. Poi si mette la ruota di legno dentro al cerchione di ferro che si è dilatato, e dunque ci passa, si getta una secchiata d’acqua per raffreddare il metallo e domarlo in modo tale che abbracci forte il legno così resteranno incatenati insieme per tutta la vita. “Et capìi, la ròda dal car?” Era trionfante.
Giunto all’età della pensione pensò e ripensò: “A chi lascio la mia attrezzatura?” Cercò qualche giovane di buona volontà che desiderasse ereditare la sua arte. “ A sun dispost a insgneregh e a gh làs tòta la butèga. An vòi gnanch un quatrèin!” Nessuno si fece avanti. Passarono alcuni anni. Era il momento di lasciare tutto e godersi la pensione.
Entrò in contatto con il professor Canalini Costantino detto Tino, insegnante di educazione tecnica della scuola media “A. Sassi” il quale, come me, ogni tanto andava da lui a piatonare (da piatuner cioè importunare/elemosinare) i ritagli di compensato e altri scarti di lavorazione perché non aveva il coraggio di tornare a mendicare per l’ennesima volta il legno inutilizzato alla Cooperativa falegnami di Modena.
I due, Rino e Tino, diventarono un’anima sola. Uno pensava e proponeva, l’altro eseguiva e modificava a modo suo. Il primo professore, il secondo collaboratore e maestro. Maestro per esperienza e manualità. Cominciarono a ideare qualche progetto adatto ai programmi della scuola. Tino diceva: “ Facciamo questo e quello. Facciamo così … ” e Rino: “Profesòr al marangoun a sun mè. A fam come a degh mè” . Che due personaggi, ragazzi!


Gli studenti della scuola media li amavano perché dalle loro mani uscivano oggetti mai visti in una scuola della Repubblica, del regno non so. Armadi, scrivanie, tavoli lunghi fuori misura, sgabelli … Bastava che Tino dicesse: “Facciamo una meridiana di legno, anche se c’è una parte curva, molto complicata” che l’altro suggerisse: ” A fàm tòt el meridiani c’al vòl. Am fàga al disègn, lò clèe boun!”

Facciamo un dinosauro alto due metri … facciamo un tempio greco con le colonne rotonde incollando un listello dopo l’altro … facciamo qualche giocattolo grande per i bambini della scuola materna … facciamo delle automobiline di compensato per l’educazione stradale dei bimbi piccoli … facciamo le cornici nuove della “Via crucis” in chiesa chè le vecchie sono troppo rovinate dai tarli? Le facciamo uguali uguali, com’erano. Sì … sì … sempre sì, anche Neri che non era un frequentatore abituale della chiesa. Presero le misure, lavorarono di precisione, infaticabili.
Una sintonia incredibile. Andavano avanti a testa bassa, diritti come il treno, due compagni di viaggio. Il laboratorio di educazione tecnica installato nella scuola me-dia diventò “laboratorio di falegnameria”, con gli utensili che Rino recuperò dalla sua bottega. Tutte le mattine, al suono della campanella, Neri entrava puntualmente nel laboratorio e cominciava a riordinare in attesa che arrivasse Canalini con i ragazzi che ascoltavano entrambi perché, per loro, erano una persona unica, anche se uno era il prof e parlava in italiano e l’altro era Rino, il marangone volontario, che parla-va dialetto con qualche fioritura e faceva ridere come, ad esempio, quando spiegava come si piantano i chiodi: “ I ciold i van piantèe in pisèr ed vèdva” senza esplicitare il significato anatomo-filosofico della frase che subito il professore traduceva: “Pianta-te i chiodi con una inclinazione di circa 15 gradi così fanno presa”. Parole diverse, uguale significato.
Neri insegnava com’era fatto il legno, l’anima del legno, l’andamento delle fibre, i legni duri e i legni dolci e mostrava la sua collezione di rotelle, spiegava come si usa-no le attrezzature, non quelle elettriche che potevano essere pericolose, risvegliando i rudimenti del mestiere antico che si svolgeva sul suo vecchio banco di lavoro. Si sega con la sega a mano o segaccio, si usa carta vetrata e sugo di gomito, si fanno i fori con la gàliga (trapano a manovella) , si pialla con la pialla e se taglia poco si affila il taglio sulla pietra smeriglio, ma la sua specialità erano gli incastri semplici: “maschio e femmina”, che – volendo – si poteva presentare sommariamente con analogie anatomiche, e incastri più complessi ma meno eccitanti “a coda di rondine”.
Ecco quest l’è l’incaster piò adat per fèr un casèt. Al dura ‘na vèta. Ai mèe teimp a druveven anche i ciold ed legn, el cavèci, ch’el tinen piò di ciold ed fèr”. Vero: i grandi marangoni del passato usavano cavicchi di legno e schernivano quelli che usavano i chiodi di ferro.


I ragazzi della scuola imparavano l’arte, la poesia del marangoun e il suo dialetto fiorito, tre cose in una volta sola. Il prof traduceva, esemplificava, conteneva le esuberanze. Neri accoglieva volentieri nel “suo” laboratorio i ragazzi più problematici, quelli che disturbavano in classe per apatia o disinteresse.
“Vin mò chè e taca a sgher c’al rigòt chè ca fòm un banchèt. Sò mo da bravein” e quelli segavano incollavano, inchiodavano come se niente fosse. Fascino del grembiule del marangoun o del suo sguardo volpino dietro le lenti eternamente impolverate?
Quanti oggetti siano usciti da quel laboratorio, non so neppure io.

Siccome il professore era innamorato del Medioevo e del Rinascimento, gli venne il ghiribizzo di arredare tutto il castello, dato che

i mobili antichi originali erano andati perduti. L’impresa non andò a buon fine ma i nostri due irremovibili, insieme ai genitori della scuola, realizzarono gli abiti d’epoca e gli stendardi da appendere alle finestre del castello, costruirono armi, alabarde picche e scudi e cannoni e si avventurarono nell’organizzazione di un corteo in costume medioevale con danze e musiche durante la Fiera del giugno 2003. Ebbe un grande successo. Ora erano pronti a ripetere l’esperienza ancora più in grande insieme a tutto il paese. Il prof Tino, con grande dolore di tutti, fu stroncato in un amen l’anno seguente, non fece in tempo a realizzare il suo sogno di vedere Soliera trasformarsi in un borgo medievale con figuranti e nobili al passo lento della pavana.
Ci tengo a precisare che il professor Canalini, pur essendo di Modena, si sentiva solierese nell’anima. Lo vidi ogni giorno scendere dalla corriera per arrivare puntuale alla scuola “Sassi” ove insegnò per oltre vent’anni. Per il suo amore alla nostra città e la sua dedizione all’insegnamento, il sindaco Baruffi gli conferì le chiavi della città il 22 maggio 2004.


Rino invece partecipò alla realizzazione della scenografia del grandioso spettacolo presentato alla popolazione per la Fiera di Giugno del 2007 intitolato: “Matrimonio rinascimentale di Enea Pio e Laura Obizzi – 1573 a.D” Non si limitò a costruire i due troni per i nobili sposi con braccioli, ornamenti dorati e gemme preziose, il cassone dipinto per contenere i doni degli ospiti, costruì anche sgabelli, scranni e sedie decorate, lucidò per bene i due cannoni (di legno naturalmente, che il professore avrebbe voluto vedere in funzione almeno una volta con un tiro a salve) per accogliere il corteo nuziale della nobiltà giunta per l’occasione nel piccolo feudo; ideò una grande ruota da carro (finalmente poteva esibire la sua specialità coram populo) con quattro tiranti per rendere omaggio alle quattro squadre di baldi atleti dei quattro “quartieri” che si sfidarono in una specie di tiro alla fune: Soliera, Limidi, Sozzigalli, Secchia. Non so quante altre cose fece seguendo pazientemente i consigli dell’autore del testo teatrale che, in quella occasione, fui io stesso, e di Luisella Vaccari, regista dell’evento.


Lo spettacolo fu grandioso e vuoto allo stesso tempo per l’assenza prematura di uno dei suoi sognatori. Durante lo spettacolo il marangone preferì restare solo, in lontananza, quasi in colpa.

Da allora il laboratorio di falegnameria perse la sua forza. Gli attrezzi restarono allineati sul bancone, sul pavimento neppure un ricciolo di legno, la morsa con le ganasce chiuse non aveva nulla da stringere, i ragazzi neppure sapevano che ci fosse un laboratorio perché i nuovi professori di educazione tecnica preferivano mostrare sul libro le figure degli incastri a coda di rondine e le vene del legno. Un gran silenzio. Neri continuò a indossare ogni mattina il suo camice marrone e aspettava nonostante sapesse che sui libri non c’era scritto come si piantava un chiodo ma la cosa non interessava più a nessuno. Poi venne il terremoto e tutto finì anche per lui.
Ho un bellissimo ricordo dell’ultimo lavoro che fece per me.
Chiesi a Neri se mi faceva un banco di scuola come quelli di una volta, a due posti, col leggio che si ribaltava per usarlo in uno spettacolino che avevo scritto sulla scuola al tempo dei bisnonni, “La scuola dei figli della lupa”. “Pòrtem el misuri.
“E se andassimo al museo della cultura contadina di Bastiglia?” Partimmo. C’erano due banchi d’epoca un po’ malmessi ma originali. Rino tirò fuori il metro, quattro scarabocchi su un foglietto. “Andam, a i ho vest abasta, i en cumpagn a qui di mèe teimp”. Mentre tornavamo a casa: “Quant banch vòt per al tòo spetacol?” “ Uno … due “ azzardai pensando anche alla spesa del legno e, per cambiare discorso, gli raccontai la trama dello spettacolo.
Passammo davanti alla vetreria di Sarti, entrò. “ Dman a vegn a tòr soquant pallets ed legn che lor i droven per l’imbalag di vèder. Fra soquant dè a imbastès un banch, vin a vedrel” disse all’uscita. Così fece, così feci. Altro che uno! Ne aveva imbastito due e aveva già schiodato i pallet e ammonticchiato le assi per farne altri due.
“Quattro?”
Ehi, acsè t’egh mèt a seder i tòo ragazòo”. Guai contraddirlo, benedetto uomo!
A lavoro finito, erano ancora freschi di vernice nera, mi chiamò per una supervisione. Fantastici, veramente belli. Scherzando dissi: “ Ai nostri tempi i banchi erano intagliati dai coltellini dei bambini, c’erano le firme, viva questo e viva quello, e i tuoi invece sono nuovi di zecca … non c’è nemmeno il segno di usura degli scarponcini sull’appoggiapiedi …” “ Oh mèster, I van bein acsè, al marangoun a sun mè” .
Chiuso l’argomento tra ringraziamenti ed elogi.
Quando andai a ritirarli c’erano segnacci storicizzati per il lungo e per traverso, iniziali e scritte varie sul leggio e l’appoggiapiedi era stato limato allo stesso modo delle suole delle scarpe dei nostri nonni. Limature autentiche ereditate dal ricordo del suo passato. Grande Rino Neri, l’ultem marangoun ed Sulèra!

 

>>“Inaugurazione castello e matrimonio storico”<< In primo piano – Soliera, Fiera di San Giovanni 2007.

 

17 gennaio 2021