I quattro venuti da lontano
Carla Montanari

Nei primi anni ’80 arrivarono a Soliera, come sbucati dal nulla, quattro giovani uomini che nessuno aveva mai visto.
Se era particolare ed inaspettata la modalità d’ingresso, ancor di più lo era l’immagine e la sensazione che queste quattro persone trasmettevano.
Ci spiegarono poi che essi provenivano dall’Ospedale Psichiatrico di San Giovanni in Persiceto e, in conformità alla Legge Basaglia che prevedeva la chiusura di queste strutture, erano stati accolti dall’Amministrazione Comunale affinché venissero inseriti nella comunità solierese.
Non so se inizialmente qualcuno abbia avuto paura e in cuor suo sia stato contrario a questo inserimento. Forse è vero, forse qualcuno c’è stato, è normale temere ciò che non si conosce, ma è altrettanto vero che proprio la conoscenza di queste quattro persone ha abbattuto ogni dubbio e ogni reticenza: ben presto sono stati accolti a pieno titolo nella nostra comunità. Essi vennero alloggiati in due mini appartamenti di proprietà del Comune, Dino insieme a Dario e Albano insieme ad Artemio.

Le foto di Artemio e Albano. Non abbiamo trovato foto di Dino e Dario ma li ricordiamo bene e con affetto

Artemio, detto Temio, era il più giovane, taciturno, piuttosto cupo, inseparabile dal suo borsello e dalla macchina fotografica. Aveva un grandissimo interesse per i meccanismi e i motori, si incantava a guardare quelli che ci lavoravano e, pieno di curiosità, chiedeva spiegazioni.
Diventò “l’uomo di fiducia” di Giuliano, il fotografo, che gli affidava diversi lavoretti, come vuotare le taniche di chimica esausta o caricare i rulli nella stampatrice, gestire la raccolta differenziata o alzare e abbassare il tendone. Aveva una paghetta fissa settimanale di dieci euro che potevano anche aumentare in relazione al lavoro svolto e che prevedeva degli extra a scadenze fisse come il Natale e il compleanno. Questa familiarità con Giuliano, e successivamente con il figlio Lorenzo, lo aiutò moltissimo, divenne più aperto e comunicativo, a tratti perfino allegro.

Dino era malato, una sindrome progressiva che l’ha portato ben presto su una carrozzina. Quando è arrivato camminava già malissimo e si doveva appoggiare ad Albano che non lo abbandonava mai. A causa della malattia faceva sempre più fatica a parlare però le assistenti che lo seguivano da vicino dicono che a livello cognitivo era lucido e presente.

Dario, dal bel passo deciso e dall’approccio pressoché temerario, ostentava con fierezza nel taschino della giacca una superba esposizione di penne biro multicolori, anche sei o sette, fin che ce ne stavano! Girava con un sacchetto di plastica nel quale infilava tutto ciò che raccoglieva da terra, cartacce, cicche perché non sopportava di vederle in giro: un ecologista ante litteram!
Quando passava davanti a un giardino chiedeva se gli potevano dare qualche fiore o qualche ramo di erbe odorose (amava in particolare l’alloro) che poi, proseguendo nel cammino, donava a suo piacimento: una specie di “passator cortese”.

C’era infine Albano, detto Bano, ben messo, col sorriso stampato sul volto, un grande orsacchiotto che sprigionava tenerezza e allegria.
Lui e Temio vennero occupati per un certo periodo nel servizio di manutenzione del Comune e siccome io all’epoca facevo la stradina eravamo colleghi. Bano riteneva di dovermi proteggere in mezzo a tanti maschi perché, come diceva lui, ero una “signorina”.
Ci fu una volta in cui, stranamente, non si presentò al lavoro sicché il giorno dopo gli chiesi “Bano, aier te n’è menga gnu a lavurèr. Perché?” (Bano, ieri non sei venuto a lavorare. Perché) E lui con grande tranquillità “A gh’éra tanta fumana! Sol mat i van a lavurèr!” (C’era tanta nebbia, solo i matti vanno a lavorare)
Confesso che mi è venuto qualche dubbio esistenziale!
Qualche sera veniva al Cinema Aurora alle prove della Cumpagnia dal Turtèl, “A vag a vèder i buratèin”  (vado a vedere i burattini) diceva. Una volta io e Claudio, dovendo fare la scena di due innamorati, ci abbracciammo e lui si arrabbiò minacciando di dire tutto a mio marito!

Il dottor Basaglia con la sua “legge di civiltà” aveva visto giusto, almeno per quanto riguarda la nostra esperienza solierese: tutti hanno voluto bene ai quattro venuti “da lontano”.

 

Quando Artemio andava in vacanza, con le strutture assistenziali, scriveva sempre una cartolina al Fotostudio Solierese, come fa ogni bravo dipendente con il proprio datore di lavoro! E’ sorprendente che Artemio riuscisse a scrivere una cartolina con tanta cura ed è ancor più sorprendente, osservando l’indirizzo, che questa cartolina sia arrivata  destinazione! Altri tempi!

 

>>“I dimessi dell’ospedale psichiatrico”<<

 

3 dicembre 2020