Quando la Fiera ... era la Fiera
Luisella Vaccari

Foto:  esposizione e mercato bestiame all'interno della Fiera

Eh sì, la Fiera di Soliera del primo martedì di agosto era una vera Fiera! Parlo della Fiera che si svolgeva nel campo da calcio in via Matteotti, a cavallo del ’40 e ’50 ed io ero bambina.
Una corriera speciale arrivava da Modena alle nove del mattino scaricando in piazza parenti e amici venuti da ogni dove e non c’era famiglia che non avesse a pranzo un bel numero di ospiti.

Era anche tradizione preparare i tortellini che, pensandoci ora, assai poco si accordavano con il clima di quei giorni.
A casa mia veniva da Sorbara la zia Iride e mi piaceva tanto, soprattutto per via della conversazione che sentivo diversa dal solito, non sempre capita ma sempre piacevole, imperniata soprattutto sui ricordi con i relativi aggiornamenti.
“Al saviv ca se sposa l’Amalia del Burtlèin?”
“Mo che Burtlèin éni?”
“Chi Burtlèin chi stèven ind’la cà longa, t’en sè? So pèder l’iva spusè ‘na Murslèina”
“Chi Murslèin chi stèven in d’al sit ed Tagliazucchi?
“Mo no, qui lè in n’en menga i Murslèin. I Murslèin, mo sé te ti arcord, i gh’iven du pòt in cà chi gniven sèmper a la mèssa dagli òndes”
“Bein chi se spusarèv, òna di Murslèin?”
“No, a se sposa òna di Burtlèin, l’è so mèdra cl’è ‘na Murslèina”
E così via …
Dopo il lauto pranzo, nel caldo silente di agosto, si andava a fare il riposino, parola che oggi mi evoca grande piacevolezza e che allora invece sentivo ostile, come un tempo/spazio fatto di nulla se non dell’attesa che finisse presto.
Dopo il riposino, con tempi di preparazione che a me sembravano biblici, ci si disponeva al giro pomeridiano in fiera.
Al pomeriggio non si facevano giri in giostra, rigorosamente riservati alla sera, ma una passeggiata tra le bancarelle con lo sguardo attento a focalizzare i banchetti clou, quelli dei giocattoli dove la zia mi avrebbe comperato qualcosa. Sapevo già che dovevo scegliere una cosa non troppo costosa e non avevo dubbi, avrei scelto una batteria di tegamini: la padella, la pentola, la casseruola, il bricco per il latte con i relativi coperchi, in vero alluminio con i manici e i pomelli in vera bachelite, il tutto legato con il filo a un cartone colorato.
Era questa la prima conquista, dopo la quale avrei dovuto pazientare un po’, prima di raggiungere la seconda.
Man mano si avanzava nel pomeriggio, le persone aumentavano, così come aumentava il vociare indistinto e la musica, anzi le musiche che provenivano dalle varie giostre e baracconi: il calcinculo, la giostrina, l’autopista, il tiro al bersaglio, i vari richiami per le prove di forza e di abilità, la macchina magica dello zucchero filato ed infine, meraviglia delle meraviglie, il carretto del Gàlo con le granatine.
Era questo il secondo dono che mi spettava nella fiera pomeridiana.

Il carretto era munito di un ripiano sul quale troneggiava al centro, deposta su un sacco di iuta, la stecca del ghiaccio. A volte arrivavi che era ancora integra, in tutta la sua diafana e promettente bellezza, a volte la trovavi ridotta ormai a una lastra sottile, dopo le innumerevoli graffianti carezze del Gàlo e della sua scatoletta di metallo: alcune sapienti grattatine, apertura della scatoletta e voilà il ghiaccio tritato.
A quei tempi il ghiaccio non era una cosa così immediata che trovavi aprendo lo sportello del freezer; per recuperare del ghiaccio dovevi andare a Modena in via Gallucci e costava anche parecchio.

 

"Al Gàlo" con il suo carretto delle granatine

Ecco perché mi incantavo davanti a quella specie di neve d’agosto che ora il Gàlo faceva scendere nel bicchiere mentre ti guardava in attesa della scelta: che gusto?
Il gusto fresco della menta o quello amabile dell’amarena o piuttosto quello pungente del limone oppure quello intenso del tamarindo? Che decisione difficile!
“Alla menta!” Il dilemma finiva sempre così: alla menta!
Ultimo atto: l’immersione dentro la granita del cucchiaio lungo. Anche quella una rarità che costringeva il Gàlo a un attento monitoraggio intorno al carretto poiché, diceva lui, con tutti i cucchiai che gli avevano rubato si sarebbe comprato un appartamento.
Tornando a casa verso sera, ci si fermava alla baracchina del baffuto e simpatico Baròl a comperare alcune fette di cocomera (fieramente con la “a”), la giusta cena dopo il ricco pasto del mezzogiorno.
Anche qui c’era una scelta ardua da compiere: al garòl o la fetta privata del suo cuore? Il “garòl” era sicuramente più buono ma in me vinceva sempre il fascino della fetta con la sua armonia di forma e di colore.
Questi pomeriggi di fiera erano fonte di duplice gioia, erano festa e al tempo stesso erano attesa di un festa ancor più grande: la sera con i giri sulla giostra.
I giri in giostra che, come tutti sanno, la sera della fiera venivano drasticamente accorciati, finivano presto ed io raggiungevo i miei genitori, seduti ad uno dei tanti tavolini disposti su tutta la piazza dai baristi di allora, Chiletto, la Pia Masserotti (o Messerotti) e Vittorino Silvestri (o Leoni, non ricordo).
Il cono di gelato era l’ultima delizia di una giornata indimenticabile che stava per finire.
Verso mezzanotte la gente pian piano cominciava a sfollare perché il mercoledì era giorno di lavoro e la marea di biciclette che inondava la piazza si andava via via riducendo fino a scomparire.
Dalla piazza ormai deserta salivamo in casa ma stentavo a prendere sonno per le troppe emozioni ancora pulsanti nel mio cuore: che giornata!

Trenino per le vie del paese

Le foto contenute nel racconto provengono dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

 

>>"La Fiera di Soliera"<< da Il castello di Soliera – Uno sguardo dal ponte, di Azzurro Manicardi.

 

22 gennaio 2021


Nasce Arti Vive Festival
Massimo Valentini

Attualmente Arti Vive Festival rappresenta uno degli eventi artistici più interessanti e creativi nell’ambito del panorama culturale emiliano, basti pensare che nel 2019 si è arrivati alla 13 edizione e che solo la Pandemia ne ha impedito, per il momento, il prosieguo.
Calendarizzato fin dalla prima edizione del 2007 nel mese di Giugno nella settimana che anticipa la classica fiera di San Giovanni a Soliera oggi Arti Vive festival si è strutturato, evoluto e sviluppato al punto da risultare un evento atteso ben oltre i confini della realtà locale.
Ricorderemo sicuramente in tanti la ricorrente pacifica e colorata invasione di ragazzi nella settimana di giugno del Festival per le strade del nostro Comune
Alla luce del consolidato successo dell’offerta culturale e della professionalità raggiunta, anche nella struttura organizzativa, può risultare interessante e perché no, anche divertente, sapere come è nata Arti Vive Festival e come si sono realizzate le prime 2 edizioni.
Nel Lontano 2006, quando ero impegnato come Assessore alla cultura per il Nostro comune, mi trovai nella condizione di poter interloquire con una serie di realtà associative culturali particolarmente vivaci e creative operanti sul territorio e tutte composte da ragazze e ragazzi molto giovani, vorrei ricordare gli aspiranti attori dei Pensieri Acrobati, l’associazione delle Mele Bianche, che nel 2006 erano stati gli artefici del programma relativo all’estate Insieme Solierese, i musicisti in erba delle sale Prove Decibel e gli organizzatori di concerti musicali dell’Arci Dude .
Nello stesso periodo in cui si intrecciavano relazioni con le sopra citate associazioni ci si stava interrogando a tutti i livelli (da quello politico a quello associativo) sulla gestione economica e sulla conduzione del Cinema Teatro Italia.
L’idea condivisa da molti soggetti era quella di utilizzare la Sala del Cinema Teatro Italia per dare casa alle associazioni culturali del territorio Solierese in una gestione partecipata dei servizi culturali caratterizzandone la proposta stessa per creatività e sperimentazione
In parole semplici non aveva più molto senso una proposta culturale teatrale e cinematografica pur di alto livello ma similare a quelle dei territori più importanti a noi vicini come Modena e Carpi: era arrivato il momento di investire sulle nuove generazioni.
Ricordo con piacere che tale proposta fu sempre supportata dall’intero Consiglio Comunale ed in questo senso la partenza fu emotivamente molto sentita anche se dal punto di vista organizzativo lo start up iniziale fu a dir poco avventuroso dovendosi avvalere anche dell’ausilio di tanti singoli tra i quali ricordo Tiziana Balestri, allora Caposettore dei servizi alla persona, Roberto Solomita che in quel periodo era capo di gabinetto del Sindaco e Stefano Cenci dei Pensieri Acrobati che di lì a poco sarebbe stato investito del fondamentale ruolo di direttore Artistico .
Trovate le risorse economiche, anche con il contributo importante dell’allora Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi, partimmo ad organizzare in fretta e furia la prima edizione che si tenne dal 02 al 10 giugno 2007 negli spazi del centro Storico di Soliera con molta improvvisazione ed una voglia di partecipazione che ci permise di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Ho ancora stampato nella memoria l’arrivo di Tonino Carotone, uno degli artisti di punta della prima edizione, con un pulmino identico a quello della Famiglia Bradford, utilizzare le stanze del Centro Culturale il Mulino per cambiarsi e lo spettacolo concerto della Compagnia della Fortezza con attori detenuti a conclusione della rassegna alla domenica sera con una affluenza di pubblico superiore ad ogni più rosea aspettativa .

Incoraggiati e rafforzati dalla esaltante prima esperienza arrivammo a bissare la rassegna nel 2008 con 10 giorni di rock indipendente e teatro d’innovazione, ma intanto eravamo cresciuti ed anche la struttura organizzativa era diventata meno precaria. Di quella fortunata seconda edizione ricordo un particolare molto divertente: il Venerdì 13 giugno 2008 alle sera nella Piazza Lusvardi era in programma il concerto di Bugo, lo stralunato Rocker novarese, senonché alle 22.00 ora di inizio del concerto iniziò a piovere in modo piuttosto consistente obbligando l’organizzazione a posticipare l’inizio al termine del temporale per motivi di sicurezza, tutto ciò avvenne verso le 23.00. Ovviamente iniziando in ritardo il concerto non riuscì a concludersi entro le 24.00 orario previsto dal regolamento acustico comunale, tanto che intervenne la polizia municipale a sanzionare il ritardo ed a far cessare il concerto. La sanzione venne comminata ai ragazzi di Decibel che gestivano il server e che mi ritrovai il giorno dopo in ufficio con la richiesta all’assessorato alla cultura di far fronte alla sanzione, insomma una situazione veramente surreale, da un certo punto di vista ci eravamo auto sanzionati, l’episodio era di per se grottesco rientrava perfettamente nel clima culturale sperimentale delle iniziative del tempo di Arti Vive Festiva. (A dire il vero, quest’ultimo evento, alcuni dei partecipanti all’iniziativa da me consultati lo collocano al Venerdì sera, altri al sabato sera, ma poco importa )
Con quest’ultimo episodio chiudo il racconto sulla Nascita di Arti Vive festival per il quale mi sono affidato prevalentemente alla memoria che a volte con l’incedere del tempo può risultare particolarmente lacunosa scusandomi anticipatamente nel caso mi sia dimenticato di citare qualche soggetto o qualche singolo .
22 gennaio 2021


Mano nella mano
Luisella Vaccari

Nella foto: Carla Vaccari (prima a dx) con un gruppo di alluvionati del Polesine (anno 1951)

Era una sera di novembre del 1951 quando arrivò in piazza a Soliera, fuori orario, una corriera piena di persone.

Cominciarono a scendere uomini e soprattutto donne e bambini, sconosciuti: erano gli alluvionati del polesine.

Furono fatti salire al secondo piano del castello, vennero rifocillati e lì si misero in attesa della loro sorte.

Alcuni uomini che si trovavano al bar Chiletto, tra cui mio padre e mio zio, salirono al castello per vedere i nuovi arrivati, per rendersi conto e dare, se possibile, una mano.

Mio zio vide una bimba dell’età della sua, con le treccine proprio come lei.

Non ci pensò neanche un attimo, la prese per mano e le disse “Vieni con me, ho una bimba come te, vedrai che starete bene insieme”.

Neanche un attimo pensò che sua moglie o sua figlia potevano non accettarla, neanche un attimo pensò che la loro casa era molto piccola, neanche un attimo pensò che una bocca in più poteva essere un problema. Neanche un attimo! Prese per mano la bimba e la portò a casa.

Lui e la zia spostarono nel letto matrimoniale la figlia che dormiva nel suo lettino e lì sistemarono la bimba nuova. La zia non fece una piega e nemmeno mia cugina che al mattino si svegliò trovando un’altra bimba che dormiva al suo posto.

Questa si chiama “accoglienza”.

Anche mio padre era andato al castello e anche lui avrebbe voluto portare a casa una bimba ma sapeva che non poteva farlo.

Mia madre era una persona molto generosa, sono certa che provò solidarietà e compassione per quelle persone in difficoltà, sono certa che partecipò largamente con un contributo in denaro, ma mai e poi mai avrebbe accettato in casa un’altra persona.

Questa si chiama “solidarietà e generosità”: sentimenti nobili e preziosi.

Ma “l’accoglienza” è qualcosa in più; l’accoglienza è la mano dello zio stretta alla piccola mano della bimba spaurita in una notte di novembre del 1951.

 

P.S. La loro casa era composta da una piccola cucina che fungeva anche da soggiorno e bagno, con un tavolo addossato al muro che, volendo pranzare in quattro, si doveva spostare; c’era poi la camera matrimoniale e una stanzetta di passaggio in cui stava a malapena un letto singolo. Loro gliene fecero stare due.

Lucia rimase fino alla fine delle scuole in giugno. I suoi famigliari, ospiti di altre famiglie di Soliera rientrarono a casa molto prima ma per Lucia si decise che era meglio se finiva qui l’anno scolastico e lei rimase volentieri.

Ancora oggi si scrivono.

 

21 gennaio 2021


Il Luppolo
Lisetta Po

È il 23 ottobre 1983. Sono le tre e mezza del pomeriggio e Tiziano (per tutti Wolly) e Vanni guardano con ansia all’esterno del locale. Non si vede nessuno, eppure l’inaugurazione è fissata per le quattro.
«E se abbiamo fatto un buco nell’acqua? E se a nessuno interessa una birreria a Soliera?»
I dubbi, per fortuna, durano poco. Il parcheggio inizia a riempirsi di gruppi di persone che si avvicinano sempre più numerosi.
Alle quattro del pomeriggio la porta si apre e giovani solieresi di tutte le età entrano per la prima volta nel locale. È così diverso da quelli che già esistevano … Dalle casse esce musica rock, rigorosamente scelta da Wolly, le luci sono calde, i tavoli di legno. Si può stare seduti al bancone mentre si scelgono le birre alla spina, e ce ne sono tante! Si possono mangiare patatine e panini e tutto il locale odora di felicità. I gestori sono felici per i complimenti che arrivano numerosi e tra i clienti aleggia un sentimento di appartenenza. Stava nascendo IL locale dei ragazzi solieresi.

Passano i giorni, i mesi e gli anni e il Luppolo è ormai un punto di ritrovo quotidiano per tanti ragazzi. Nel menu si sono aggiunti pizzette e tegamini con salsiccia piccante, da tutti chiamata diavola. La signora Ida, mamma di Tiziano prepara la zuppa inglese e altri dolci e io divento sempre più abile nel preparare hot dog.
Dietro al bancone si sono aggiunti William, fratello di Vanni, e Angela. Uno staff di tutto rispetto.
L’atmosfera del locale è allegra. Il Luppolo è quello che i gestori avevano immaginato: un locale dove i ragazzini possono stare insieme a giovani più maturi, dove le ragazze possono sentirsi al sicuro e dove le mamme possono mandare i propri figli con tranquillità. Mai una volta sono dovute intervenire le forze dell’ordine per sedare chissà quale rissa. Il bello del Luppolo è vedere persone che fino a qualche tempo prima nemmeno si conoscevano, diventare amici, qualche coppia si è formata tra quelle mura e qualche altra si è lasciata, insomma è un locale vivo e vivace.
Nel fine settimana arrivano camerieri, ragazzi che guadagnano qualcosa per contribuire alle spese dell’università e come non ricordare la Mors, Frac, l’Ariò, la Paola e tanti altri
Dopo circa quattro anni dall’inaugurazione, il due maggio del 1987, il Luppolo trema. A mezzanotte una scossa di terremoto fa vibrare le pareti, le botti vuote sopra le mensole cadono a terra e io non sono riuscita ad uscire insieme agli altri. Per fortuna niente danni alle persone o agli edifici, ma quel terremoto ha fatto colorare di rosa la birreria. Il mattino dopo io e Vanni siamo diventati genitori. Nei mesi precedenti i clienti avevano scritto i nomi e tra tutti era stato scelto Arianna
Gestire una birreria non è una passeggiata, lavorare di sera e finire a notte tarda significa non avere più una vita “normale”. Si dorme fino a tardi e nel primo pomeriggio bisogna iniziare a riempire i frigoriferi, portare alle giuste temperature le attrezzature della cucina, pulire. Le relazioni sociali sono molto limitate e un solo giorno libero la settimana impedisce di fare molte cose. Noi eravamo giovani e forse questo ha inciso nella decisione di riprendere un po' di socialità e abbandonare il lavoro serale.

Dopo sette anni la gestione iniziale del Luppolo lascia, anche se è rimasta quasi uguale perché William continua altri due anni quell’avventura iniziata con tante domande.
Adesso a Soliera non c’è un locale così. Chissà se qualche giovane ha gli stessi interessi che avevamo noi allora, se pensa che sarebbe bello uscire a piedi la sera per trovare gli amici, per bere qualcosa in compagnia o anche solo muoversi da casa per non sentirsi troppo solo. Beh se qualcuno decidesse di rifare un locale simile i miei auguri sono di intraprendere una strada come è stata la nostra, ricca di emozioni e di soddisfazioni e che anche a distanza di tanti anni ci fa ancora sorridere con nostalgia.

21 gennaio 2021


Il Mulino e l'integrazione
Guido Malagoli

Non l’ho mai visto in funzione il mulino Bernini di via Grandi e mi dispiace. A chi non sarebbe piaciuto sentire il rumore delle ruote di pietra che frangono il grano e lo trasformano in farina? Chi non vorrebbe gettare uno sguardo all’indietro, per vedere il vecchio Bernini nel 1906 o il figlio Sandrino nel 1929 mentre caricano i sacchi gonfi sul barroccio dei contadini in attesa sotto il portico e intuire l’odore del pane che di lì a poco sarebbe uscito dai forni di campagna?


Io ho fatto in tempo a vedere la struttura del mulino pressochè integra prima che venisse riqualificato completamente nel 1980 negli spazi e nel design per diventare un’altra cosa, il Centro Servizi Polivalente, cioè praticamente quello che è oggi: salone con palco, uffici, biblioteca-ludoteca e spazio giovani. Volendo forzare l’analogia e il contrappasso posso affermare che non è cambiata la destinazione d’uso: come il vecchio mulino macinava i cereali grezzi per trasformarli in raffinata farina, così il nuovo mulino, macinando cultura e istruzione, raffina gli intelletti e i comportamenti. Ci sta.
Nei primi anni del duemila Annuska Raimondi ed io, moderni mugnai del sapere, decidemmo di organizzare un corso di alfabetizzazione per una trentina di donne extracomunitarie le quali, non svolgendo attività lavorativa, avevano relazioni soltanto con le amiche del loro paese e, di conseguenza, il loro inserimento nella società solierese era quasi inesistente. Si era saputo infatti che molte signore quando andavano dal dottore tenevano a casa da scuola il figlioletto, anche di sei- sette anni, per tradurre le parole del medico. Non ci sembrava giusto che queste donne, in gran parte di lingua araba, non fossero in grado di comprendere almeno un centinaio di parole indispensabili per la comunicazione di base.
“Formiamo due gruppi. Io seguo il corso avanzato” disse Annuska “ e tu quello inizia-le”
Iniziale voleva dire rivolto a donne che non conoscevano una parola di italiano. Gli incontri, promossi dall’Università della libera età Natalia Ginzburg di Soliera e dall’Assessorato alla cultura, si svolsero proprio al Mulino, nel salone o nell’auletta piccola. Concordammo con le signore l’orario più comodo, evitando così ogni pretesto per non iscriversi al corso. Fu scelto l’orario dalle 14 alle 16. Corso gratuito, beninteso, compresa la fornitura di quaderni, biro, fotocopie. Il mio corso era certamente il più difficile per il semplice fatto … che io sono uomo. Le allieve, durante l’inverno, si presentavano in classe con pesanti giacche a vento e restavano imbacuccate per due ore nonostante il caldo. Quando facevo qualche domanda, rispondevano a occhi bassi, alcune si vergognavano della loro “ignoranza” e di rado face-vano domande, a differenza delle signore cinesi, pakistane, o provenienti dall’Est molto più sicure di sé.
Un giorno una signora si presentò con un neonato in carrozzina: “Bambino … .” . Che potevo fare? Si passarono voce. Spesso arrivavano a lezione con il figlio piccolo in carrozzina o con figlio più grandicello per mano al quale fornivo fogli e pennarelli per passare il tempo. Il mio programma di alfabetizzazione, a differenza di quello serale che feci a Limidi destinato solo agli uomini, iniziava dai suoni, dalla nomenclatura, il nome delle cose, la pronuncia. Niente grammatica, solo imitazione e ripetizione insieme, frasi convenzionali consuete, il saluto, chi sei? chiedere qualcosa, definire le persone, la strada, il cibo e la spesa, scuole e uffici. Spesso mimavo le azioni, mangiare, camminare, dormire: “ Dormire … capito? io dormo” e fingevo di russare. Qualcuna sorrideva.
Un capitolo a parte, molto delicato ma necessario, fu quello sulla conoscenza del corpo umano.” Prestami una bambola, la più grande che hai. Mi serve in classe” dissi a mia nipote che mi guardò come se fossi impazzito. Portai il famoso Ciccio Bello, asessuato ovviamente, nominai le parti del corpo, insegnai il nome delle medicine e delle cure: il cerotto, la febbre, il termometro, le gocce e le pastiglie, la pomata, il gel … poi le malattie: raffreddore, dolore alla schiena, mal di pancia, di testa e avanti così. Loro, a occhi bassi, ma molto interessate, prendevano nota, tranne una, analfabeta, che faceva piccoli disegni sul foglio come pro memoria. Capivo che un po’ si vergognava. Le dicevo: “Va bene, va bene così, brava”. Copriva il foglio con la mano e le scappava un sorrisetto che copriva con l’altra mano .
Frequentarono il corso fino al termine e ciò era un buon segno, infatti tornarono anche gli anni seguenti accompagnate da qualche amica (e qualche figlio nuovo) aumentando così la scolaresca. Per una decina di anni i nostri corsi continuarono con buona partecipazione. Sempre al Mulino.
La professoressa Annuska ebbe risultati più soddisfacenti dei miei. In sua presenza le signore non solo si toglievano la giacca a vento ma guardavano negli occhi la “maestra”, e siccome conoscevano già diverse parole, si sforzavano di esprimersi con frasi compiute, soggetto - verbo - complemento, e cominciavano anche a scrivere. Bravissime. Tra donne si comprendevano, c’era feeling, tanto che a fine corso si scambiarono torte e ricette, fecero anche una festicciola con gesti di simpatia e di affetto. Di questa esperienza di gruppo, per la privacy, non resta nessuna fotografia.
Per dieci anni fummo “mugnai” e macinammo più grano possibile allo scopo di raffinare l’integrazione delle nostre signore straniere in giacca a vento e bambini al seguito.
Che cosa macineremo negli anni a venire?

 

>>“Il Mulino”<< nota storica di Azzurro Manicardi.

 

20 dicembre 2020


Il rampicante che non c'è
Guido Malagoli

Guarda che combinazione! Capitai da quelle parti proprio il giorno del fatto. Il giorno e l’ora esatta del fatto. Alcuni operai appollaiati su un castello di ferro stavano segando il rampicante che da sempre, per quanto mi ricordo, saliva indisturbato sulla parete del castello. Esci dal voltone, giri a sinistra per andare in municipio e lo vedi (lo vedevi) quel serpentone nero che parte aggrovigliato, grosso come un braccio d’uomo e poi va su … su … su fino a toccare il cielo. Quella fu la sua disgrazia. I suoi artigli legnosi forti come l’acciaio lacerarono le pietre del muro, sollevarono il tetto e le tegole per farsi spazio.
E’ troppo alto, così non può andare, dobbiamo eliminarlo, dissero.
Al momento della sua nascita, quando spuntò dal terreno la prima fogliolina sempreverde nell’aiuola ai piedi della scaletta di marmo, forse fu preso dalla smania di arrivare fin lassù e, stagione dopo stagione, foglia dopo foglia, si arrampicò con l’abilità di un alpinista allargandosi sullo spigolo del castello come un mantello verde. Dal tetto poteva osservare l’orizzonte del paese, il palazzone là in fondo, la piazza in basso, la gente che passava nei giorni di mercato, i rondoni che si rincorrevano in cielo. Il rampicante non sapeva di nuocere all’edificio e, d’altra parte, non poteva neppure arrestare la salita della linfa vitale che pompava energia nel suo fusto che raggiunse i dieci o dodici metri di altezza. Il primo germoglio capì subito di trovarsi in una posizione privilegiata, al riparo dal vento di tramontana dell’inverno e dai raggi diretti del sole in estate.
Crebbe vigoroso pensando che era bello vivere da quelle parti dove tutti lo conoscevano, i passanti lo guardavano con ammirazione e dicevano vacca s’è grosso anche se nessuno sapeva se era un’edera o qualcos’altro.
Gli operai, il giorno del fatto, tagliarono a pezzi il serpentone e lo ammucchiarono a terra. Faceva compassione, poveretto, come se avessero amputato l’arteria vegetale del castello che ora offriva alla vista tutta la sua ruvida nudità.


Del mantello - rampicante è rimasta una fossetta rettangolare sotto alla cassetta delle lettere, incorniciata da un cordolino bianco che assomiglia a un... a una … lasciamo perdere!

 

 

 

 

 

 

 

3 dicembre 2020


Il rampicante è tornato!
Guido Malagoli

Roba da non credere!   Oggi, addì 10 giugno 2021, butto un’occhiata alla base del castello e l’ho  proprio visto con questi occhi. Nella buca, fino a qualche mese fa, non c’era traccia di vita, soltanto qualche cicca abbandonata dalle solite persone che non riconoscono un posacenere da un’aiuola o da un marciapiede.  Ho visto il rampicante spuntare  dal terreno con una corona di foglie verde scuro da far voglia per la freschezza. Pianta neonata dal cuore antico dopo un lungo sonno. Se ne sta accucciata in attesa di un raggio di  sole.  Lo capisci subito che sotto, nel profondo della terra, la radice spinge a tutta forza desiderosa com’é di rivedere il sole  lassù  oltre le tegole. Mi dicono che è una vite americana - per i botanici partenocisso rampicante della famiglia delle Vitaceae -  ma per me, amante dell’essenziale, è semplicemente il rampicante del castello al quale mi sono affezionato e non so perché.

O meglio, io so il perché.

Perché una pianta che si arrampica giorno dopo giorno aggrappandosi con tenacia alle pietre sconnesse, alle fenditure  del muro con le unghie e con i denti -verrebbe da dire - merita il mio immenso rispetto. Quella pianta è la metafora della vita di tutti coloro che, come me, iniziarono il loro viaggio terrestre piuttosto male durante la guerra, ancor peggio nel primo dopoguerra per le privazioni e la povertà, ma hanno salito la scala della vita  gradino dopo gradino con costanza, senza lamentarsi, prendendo il poco e il bello che offriva, mettendo a frutto i suoi doni che esistono anche quando sembra avara e matrigna. Per salire lassù dove l’uomo trova la sua dignità.

Adesso che sono entrato in confidenza posso dire che ammiravo il mio rampicante quando abbracciava il castello avvolgendolo nel suo mantello verde d’estate, rossastro in autunno. Ora assisto alla sua rinascita coraggiosa dopo l’ingiuria della demolizione. Come dire: un paio d’anni fa tagliarono il suo tronco con indifferenza però le sue radici continuarono a succhiare linfa  nel profondo ed ora, con un elan vital sorprendente,  slancio creativo della vita, quasi una resurrezione di primavera, è di nuovo lì a sfidare la sorte. So che ce la farà, salirà con la speranza nel cuore ripercorrendo gli stessi sentieri della madre e del padre, ma so anche che presto qualcuno reciderà i suoi rami dicendo che è infestante e staccherà con un colpo secco le foglie e i piccoli artigli che invano s’aggrapperanno al muro in cerca di aiuto. Ridotto ad  un mucchietto di sfalci lo getteranno nel sacco nero. Non può finire così questa storia ma neppure continuare all’infinito e rinascere all’infinito. Però …

Domani, 11 giugno, quando la piazzetta sarà deserta, mi guarderò intorno e strapperò una gemma dal viticcio.

La  pianterò ai piedi di un alto palo di cemento che l’Enel innalzò nel mio giardino e aspetterò. Sarò felice quando vedrò la pianticella salire in alto e sarò soddisfatto quando fruttificherà regalando qualche bacca dolce agli uccelli di passaggio. La sua vita, come quella di tanti come me, è giusto che continui fino a quando farà felice qualcuno.

 


La biennale di pittura
Carla Vaccari e Margareth Baraldi

Ogni volta che si pensa alla "Biennale Nazionale di Pittura Città di Soliera", viene alla mente il racconto del primo incontro nell'ufficio dell'allora Sindaco Danilo Lusvardi con un gruppo di amici, mossi dai medesimi interessi, era il 1968. Proprio da quell'incontro si concretizzò l'idea, di partire nella primavera del '69 con la prima edizione del Premio Città di Soliera a carattere estemporaneo.
A quella prima edizione parteciparono oltre 500 pittori, provenienti da tutta Italia.
Gli Organizzatori, il Sindaco, il Direttore Artistico Umberto Zaccaria alla vista di quella pacifica invasione di pittori, si riempirono di gioia e di orgoglio, e furono tutti sorpresi dalla curiosità con cui i cittadini di Soliera, accolsero i pittori e la mostra, mettendo in evidenza un inaspettato entusiasmo.
Immediatamente si iniziò a preparare la seconda edizione con sostanziali modifiche, si passò dal carattere estemporaneo, ad opere di studio ed anche questa edizione ebbe un ottimo successo.
E così per la terza e per la quarta, poi divenne biennale.
Il concorso aumentava la qualità pittorica e diventava sempre più noto e considerato in campo nazionale, si arrivò alla settima edizione era il 1979, e come tutte le cose che godono di buona considerazione, richiamò l'attenzione di alcuni cervellotici critici, scrittori d'arte di quel genere disfattista tanto di moda in quegli anni, che con le loro utopistiche idee interruppero una strada senza indicarne una valida in alternativa. E qualcuno li ascoltò.
Il concorso venne ripreso con il Sindaco Gianni Cottafavi (8° Biennale Nazionale di Pittura "Comune di Soliera") nel 1989 ripresentandosi come mostra importante e riconfermando ancora una volta la validità di certe iniziative che nascono ai margini delle grandi città, ma che incidono profondamente sul gusto estetico e sulla cultura della gente.
Sono passati più di 50 anni da quel lontano 1969. La manifestazione è via via cresciuta ed ha acquistato un respiro sempre più ampio tale da divenire un punto di riferimento preciso per tanti pittori italiani. L'Amministrazione Comunale di Soliera, l’Associazione “Amici dell’Arte” e la Fondazione Campori non possono quindi che rallegrarsi nel vedere premiati i propri sforzi e sacrifici, quella che poteva allora apparire una meta ambiziosissima, quasi irraggiungibile, oggi è diventata una realtà.
In questi anni la partecipazione è sempre stata numerosa, ed il livello qualitativo si è sempre mantenuto alto. Accanto ad una buona parte degli artisti, provenienti da ogni Regione, di chiara fama e con una lunga carriera ed una vasta esperienza artistica consolidata da importanti mostre, è utile segnalare forze nuove, più o meno giovani, coraggiose e vive che hanno aperto prospettive diversissime nel vasto panorama della pittura moderna e che hanno visto nella Biennale Città di Soliera un momento di incontro, di confronto con i maestri, di riflessione e di valorizzazione dei loro sforzi, in un panorama composto dalle più svariate scuole e tendenze. La Biennale è senz'altro quindi una rassegna importante, dove i grandi e i debuttanti, i noti e gli anonimi, si confrontano in una delle manifestazioni più significative ed attese nel suo genere in Italia.


11^ Biennale 1995 – Il tavolo della premiazione


5^ Biennale 1973 – Il Sindaco Danilo Lusvardi e il Direttore Artistico Umberto Zaccaria premiano la pittrice Rita Chincarini

L'intera collettività solierese, privati, ditte ed associazioni, viene chiamata a collaborare soprattutto attraverso l'adesione al premio acquisto. Soliera può vantare di avere tante case ed uffici arredate con tanti quadri importanti che sicuramente arricchiscono culturalmente la città.
Il 28 ottobre 1992 è nata l'Associazione Amici dell'Arte che, in collaborazione con l'Amministrazione Comunale e successivamente anche in convenzione con la Fondazione Campori di Soliera, ha continuato a gestire la Biennale stessa e le varie iniziative che hanno orbitato intorno a questa: il Concorso Comunale di Pittura Estemporanea per Ragazzi, i Quadri in Piazza di grandi dimensioni - di proprietà del Comune di Soliera come tutti i primi premi delle varie edizioni - il Miniquadro ad invito, iniziativa dominante dell'anno in cui non si svolge la Biennale, Gite, Incontri, Conferenze...

Negli ultimi anni il gruppo si è purtroppo privato di importanti collaboratori quali: il Sindaco Danilo Lusvardi, il dott. Aristide Gilioli, Renzo Vecchi, Antenore Righi, Floriano Innarella, Alessandro Ricolli, Franco Cavallini, Ivaldo Baraldi, Fabrizio Righi, Umberto Zaccaria, Annuska Raimondi; ma si è arricchito di nuove presenze giovani e non, quali: Grulli Sandro, Selmi Enzo, Margareth Baraldi, Marco Cavallini, Alessia Tangerini, Giulia Francia, Augusta Sabatini, Luigi Contini, Fausto Francia, Reverberi Paola, Giovanni Marverti, Zaccaria Manuela e Oscar Lolli. La porta è aperta a tutti, volontari ed appassionati.
Tutte queste persone sono state importantissime ma fra tutti vorremmo in particolare ricordare e ringraziare: il Sindaco Danilo Lusvardi promotore di questa manifestazione che tanto ha dato alla nostra città e il pittore e critico d’arte Umberto Zaccaria, direttore artistico della Mostra senza il quale la Biennale non sarebbe mai potuta esistere.
Il gruppo “Amici dell’Arte” ha voluto nel tempo mantenere viva questa manifestazione grazie all’amore e al desiderio di prolungare un sogno iniziato da persone care che, tanto tempo fa, hanno creduto all’idea di portare nella nostra piccola città la cultura per la pittura e alla possibilità di far arrivare un po’ di questi colori anche nelle nostre case. Nel nostro animo continuiamo a sperare e a credere che questa passione possa proseguire ad avere un futuro nella nostra città.

Le foto contenute nell'articolo provengono dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

 

>> Associazione Amici dell'Arte <<

 


Progetto finanziato nell’ambito del Bando progetti eventi ed attività culturali promosso da Fondazione Campori
con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
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