Immacolata Picone
Luciana Ognibene

Nella foto: Orianna Ognibene con la piccola Immacolata Picone

Sistemando i cassetti a casa di mio padre, come sempre, brontolavo per la quantità di cianfrusaglie che contenevano e la quantità di fotografie, sparse ovunque.
“Ma non si può, una volta per tutte, raccogliere tutte le fotografie e metterle in una scatola?”
Non so quante volte ho pronunciato questa frase. Niente! Foto dappertutto!

Un giorno, brontolando come al solito, trovo questa bella foto, molto grande e colorata che ritrae mia zia Orianna, sorella del babbo, con una bambina per mano lungo una strada ghiaiata di campagna.
Dietro si intravede una vecchia casa colonica e ai lati dei cumuli di neve.
Ho già visto questa foto, ma non ho mai chiesto chi fosse questa bimba, ho sempre pensato ad una di famiglia, figlia di chissà quale zio o prozia.
Quel giorno, invece, l’ho chiesto: “ Babbo, chi è questa bimba?”
“E’ l’Immacolata Picone! “
“E chi sarebbe?” chiedo io.
“Una bimba di Napoli che ha vissuto con noi, dopo la guerra, per qualche anno”
“Ma va! Questa poi è nuova! Dai babbo, raccontami … ti ricordi?”
“Certo, anche se ho quasi novant’anni mi ricordo bene.
Eravamo nel 1947 alla fine o forse agli inizi del 1948 perché io lavoravo alla Corni da poco . (Fonderie Corni di Modena)
Avevo sedici anni e un giorno la “Dirigenza” chiese chi fosse disponibile ad ospitare dei bambini provenienti da Napoli.
Erano bambini poveri e bisognosi di un po’ di tutto dopo la fine della guerra. Io andai a casa e parlai con mia madre e le mie due sorelle (il papà era orfano di padre morto nel 1945 d’infarto) che furono subito entusiaste del progetto.
La mamma lavorava in campagna nel podere degli Adani dalla mattina alla sera e le mie sorelle facevano le magliaie in casa.
Il giorno che arrivarono i bambini da Napoli andai anch’io a riceverli in stazione dei treni a Modena con alcuni dirigenti della Corni.
Da un vagone scese una bambina, bellissima, avrà avuto quattro anni che mi prese per mano e non la lasciò più.
Era Immacolata e la portai a casa.
Immacolata dormiva in camera con le mie sorelle, abitavamo in una casa di campagna in Via Rosa Pelata e si affezionò tantissimo a me e all’Orianna che la lavava, la pettinava e vestiva come una piccola principessa.
Rimase con noi due anni e poi tornò a Napoli.
L’Orianna iniziò una regolare corrispondenza con la madre della bambina e qualche mese dopo andò a riprenderla : avrebbe iniziato la scuola elementare a Soliera.
Rimase ancora tre anni e poi tornò a Napoli definitivamente.
Non l’ho mai dimenticata quella bambina che quando tornavo a casa dal lavoro mi correva incontro e mi buttava le braccia al collo, voleva la tenessi in braccio.
Era bellissima!
E questo è tutto.

13 gennaio 2021


Il cinema Aurora
Giuliano Angelo Loschi

La foto - Interno del cinema in fase di ristrutturazione

Quanti ricordi e quante piacevoli emozioni rievoca questo luogo!  Penso sia una sensazione comune a tanti Solieresi ed ex Solieresi di  una certa età.

La storia infatti  cominciò, per quanto mi ricordi, nel dicembre del 1959 quando la vecchia sala aveva ancora sedie fatiscenti e un’illuminazione da dopoguerra. Il riscaldamento era affidato ad un rugginoso "bidone" pieno di segatura che, una volta acceso e in completa assenza  di norme di sicurezza, diventava incandescente all'esterno. Cuoceva chi era nelle immediate vicinanze ma lasciava di ghiaccio chi si trovava solo poco più distante.

Ma la vecchia sala lasciò il posto a un ambiente completamente rinnovato, il Nuovo Cinema Teatro Aurora.

La nuova realizzazione, che ne faceva la sala più moderna e meglio attrezzata della zona come cinema-teatro, si presentava già molto accogliente e accattivante per i suoi avventori. Aveva un ingresso curato, la biglietteria sulla destra e un dipinto stilizzato sulla sinistra che voleva rappresentare  la nascita del cinema realizzato dal pittore Mario Adani di Soliera. Al centro c’era una bella scala di marmo che portava al bancone della direzione sistemato sulla destra. Qui spesso sostavano don Ugo e il geometra De Pietri. Infine si raggiungevano le pretenziose tende in velluto rosso che aprivano alla sala di proiezione.

Sala tra le più moderne e ricercate, dotata di aria condizionata, luci di emergenza, comode poltrone sistemate a decrescere che offrivano una comoda visione dello schermo, dove le più moderne tecniche di proiezione permettevano di vedere il nuovo  cinemascope. Era visibile anche un palcoscenico, allestito alla necessità, davanti allo schermo.

Altra finezza, che penso debba essere menzionata, era la presenza di un’apertura nel muro del cinema che permetteva al vecchio arciprete don Cavazzuti di seguire le proiezioni e la sala, direttamente dalla cucina della canonica, tanto da permettergli di  sentirsi tranquillo perché la situazione poteva essere sempre sotto controllo (con queste modernità, era meglio essere previdenti!!)

All’interno di questa moderna sala, era importante quanto veniva proiettato ma, chi ha vissuto i pomeriggi dei giorni festivi dalle 14 alle 18, ben ricorda che si teneva un’ attività che non era solo di proiezione cinematografica ma anche di custodia e intrattenimento per i ragazzi di Soliera.

Qui, queste “truppe di assalto”, come le chiamavano Nino e l’Oscarina, coadiuvati  dal geometra De Pietri e dall’immancabile collaboratore “Sceriffo”, costituivano  una folla esuberante e chiassosa che aveva regole ben precise: all'ingresso si poteva fare solo il biglietto di accesso e successivamente si poteva fare scorta di noccioline, caramelle, liquirizia e leccornie varie con le quali si passava il tempo della proiezione. I genitori affidavano fiduciosi i loro figli e nipoti a quel passatempo divenuto una istituzione dei pomeriggi dei dì di festa. I ragazzi sostavano nel cinema anche per tutto il pomeriggio perché, oltre alla programmazione che vedeva spesso il doppio programma, nessuno si preoccupava di vuotare la sala alla fine della proiezione. Anzi ,si andava a far scorta di cibarie e si poteva stare al cinema altre due ore in tutta tranquillità. Vi lascio immaginare la condizione della sala alla fine della giornata con la presenza di questi “Barbari” : si camminava letteralmente sopra un ammasso di carte, cartine, gusci di noccioline e quant'altro veniva messo a disposizione; la sala assomigliava ben poco al pretenzioso cinema che si era voluto realizzare, ma andava bene così, gli avventori andavano a casa soddisfatti e anche “nutriti e sfamati”.

Nella sala, come detto, era anche possibile installare un palco sul quale mettere in scena sia spettacoli musicali dei bambini e giovani solieresi sia le commedie della compagnia del Turtel, che ha visto il proprio battesimo proprio in questa sala. Entrambi questi avvenimenti avevano una attrazione particolare su tutti i Solieresi e il tutto esaurito era garantito. Occasionalmente veniva ospitato anche un numero di attrazione o  magia o capitava anche che ci fossero i burattini sempre per offrire qualcosa di interessante anche ai più piccoli o più curiosi.

Don Ugo era particolarmente affezionato all’idea di seguire così la propria Comunità, offrendole l’opportunità di ritrovarsi per guardare lo spettacolo dei suoi bambini e giovani o anche per assaporare il piacere delle battute spiritose ed esilaranti del nostro dialetto solierese, portato in scena da bravi attori nostrani, quanto mai apprezzati.

E nel tempo di massimo fulgore dello spettacolo TV di “Lascia o Raddoppia”, si  interrompeva letteralmente la proiezione e si installava una TV al centro della sala. Finita  la puntata televisiva, si riprendeva la visione del film: che bella attenzione!

Don Ugo che per tanti anni è stato l'anima di questa attività, ne curava anche la programmazione cinematografica, ben attento alle esigenze delle famiglie e della propria comunità. Certi film messi in circolazione negli anni difficili trascorsi, se  c’erano momenti o argomenti di tensione politica o sociale, erano sempre o evitati o gestiti con dibattito successivo per un giusto equilibrio e nel rispetto dei valori professati.

Come figure che hanno fatto il cinema Aurora, oltre a don Ugo a Nino, l’Oscarina e il geometra De Pietri, va ricordato Carlo Salvaterra, in arte “Sceriffo”: nella sua bontà e semplicità gestiva, a modo suo , le scomposte truppe d’assalto bambinesche e la cabina di proiezione buscandosi, spesso non colpevole, le urla che salivano dalla sala quando l'immagine appariva sfuocata o fuori quadro: "Sceriffo, bestia, met à post".

Ma il cinema era anche luogo di trasgressione: si poteva liberamente fumare … e ho ancora davanti agli occhi la densa nuvola di fumo che saliva dalla sala e si poteva ben vedere dallo spioncino della cabina di proiezione e si aveva l’impressione, non tanto immaginaria, di essere immersi nella più fitta nebbia della nostra pianura Padana. Ma andava bene così. Si tollerava anche che la prima fila  fosse ambita dai neo fumatori che in quella posizione riservata solo ai più piccoli potevano liberamente cimentarsi con le prime occasionali sigarette. Ma si poteva incorrere nella visita non preventivata di un genitore o di un controllore, chiunque  fosse, che veniva a riprendere quella attività non gradita e senz'altro nociva stante la giovane età degli sperimentatori.

E come ultima nota, quanto mai piacevole, il cinema Aurora è anche stato luogo di qualche innocua  “trasgressione”: qui sono nati almeno tre “amori” andati a buon fine, per quanto ci è dato sapere di queste vicende amorose: il buio della proiezione ha sempre avuto il fascino delle cose “ardite” (come tenersi per mano)  ed è stato senz’altro promotore involontario di incontri particolari. Penso che i diretti interessati, se leggeranno queste righe, ricorderanno con piacere le occasioni d'incontro, il batticuore degli avvicinamenti con la persona a cui si era interessati nel buio della sala. Penso di poter dire, senza offendere nessuno, che almeno 3 famiglie sono iniziate al cinema Aurora, sala che ha sempre voluto essere come una vera educatrice premurosa della propria Comunità, e penso proprio ci sia riuscita.

13 gennaio 2021

 

 

 

 

 

Spettacolo bimbi dell’Asilo primi anni ‘50 Forse Cenerentola?

 

 

 

 

 

>>“Il Cinema – I nostri cinema”<< Soliera, 18 ottobre 2014.

>>"Cinema Aurora, 1959"<< volantino pubblicitario per acquisto proiettore.

>>"Cinema Aurora, 1982"<< locandina concerto.

>>"Cinema Aurora, 1959"<< pianta sistemazione sedili.

>>"Cinema Aurora, 1959"<< volantino per acquisto sedili.

>>"Cinema Aurora, 1959"<< scritto ristrutturazione del 1959

>>"Cinema Aurora, 1908"<<  ricevuta acconto per la costruzione del teatro.


2012 - Il terremoto
Franca Giovanardi

Quando nel 2012 arrivò la prima scossa ero nel sud della Spagna, a Siviglia, con un gruppo di amici.
Una telefonata di Francesca alle quattro e mezzo del mattino ci fece rientrare col primo aereo disponibile. Appena arrivati, decidemmo di entrare in casa ma ci volle molto coraggio perché continuavamo a sentire piccole scosse e la paura di una scossa più forte era grande. La nostra casa era fortunatamente ancora in piedi: dall’esterno non c’erano tracce, crepe, calcinacci che facessero presagire qualcosa all’interno.
Salimmo e cercammo di entrare nel nostro appartamento ma la porta non si apriva. Spingemmo con forza: il pavimento dell’ingresso era pieno di schegge di vetro, di ceramica, di bicchieri e bottiglie caduti a terra in seguito all’apertura, provocata dalla scossa, delle ante dell’armadio che conteneva stoviglie. Cercammo di farci largo verso lo studio dove la visione fu impressionante. Dalla libreria, che ricopriva un’intera parete, si erano staccati tre grandi scaffali. C’erano libri dovunque, ammonticchiati l’uno sull’altro a formare una vera e propria montagna di carta. Guardai col cuore sospeso i nostri libri, senza far nulla, non un movimento, un gesto, una parola. Niente, ero immobile. Ho capito che è vero: la paura può immobilizzare. Il resto della casa, la cucina, il soggiorno e le stanze da letto avevano tenuto: qualche spostamento di sedie, una lampada, alcuni quadri caduti a terra ma poco altro. Tutto sommato eravamo stati fortunati.

I vigili del fuoco mettono in sicurezza il castello

Ma la paura era tanta che decidemmo di dormire in garage. Stendemmo a terra grandi teli su cui appoggiare materassi, materassini da campeggio e coperte. Mia nipote andò a dormire in una tenda da campeggio allestita dagli amici e vicini di casa nel loro giardino e mi disse che era stato bello. Ha vissuto quella notte come un’avventura straordinaria. Con mia grande sorpresa anch’io riuscii a dormire alcune ore.
Il giorno dopo era una bella giornata di maggio piena di sole. Piccole scosse di assestamento ci tennero compagnia per tutta la mattinata e decidemmo di pranzare fuori, in giardino. Forse saremmo stati più tranquilli. Invece no, all’ora di pranzo il mio giardino diventò un mare in tempesta: la terra ondeggiava e nel suo movimento faceva alzare ed abbassare il grande tiglio, sorpreso anch’esso da ciò che stava succedendo. Martha si mise ad urlare e mi volò in braccio, aggrappandosi a me. Era stata la scossa più forte che io avessi mai sentito, il mio cuore batteva all’impazzata. Spontaneamente mi gettai a terra quasi a cercare sicurezza, trascinando Martha con me ma la terra continuava a muoversi. Non era una terra amica, lo ridivenne nei giorni che seguirono. E’ terribile non poter contare sul suolo come luogo accogliente e solido quando tutto il resto si muove!

 

>>“Soliera il 20 e il 29 maggio 2012 – Io c’ero”>> di Azzurro Manicardi.

 

13 gennaio 2021

 


La conca verde
Luisella Vaccari

Nella foto - Silva ed Ermanno Morandi alla Conca Verde primi classificati in una gara di rock and roll

“Conca” perché era sotto al livello stradale, “verde” perché era ricoperta da un folto soffitto di glicini: era il ballo all’aperto.
Quando ero piccola abitavo di fronte e dalla strada vedevo solo la fresca distesa verde ma, con una paziente e scrupolosa ricerca, potevo trovare dalla rete di recinzione il buchetto giusto per sbirciare dentro, laddove poteva entrare solo la fantasia.
La domenica nel tardo pomeriggio, i musicisti che si sarebbero esibiti in serata facevano le prove, inondando la strada con la loro musica a volte incerta e un po’ stonata che però mi metteva addosso una smaniosa allegria: era festa e dopo cena sarei uscita per comperare un gelato da gustare pian piano, seduta davanti a casa, ascoltando la musica.

Il glicine fiorì e sfiorì diverse volte fino a quando nell’estate dei sedici anni andai a ballare “di persona personalmente” alla Conca Verde.
Quella sera c’era anche l’elezione di “Miss nonsocosa” e gli organizzatori che passavano tra i tavoli osservando le ragazze da proporre, diedero anche a me un numero di partecipazione: probabilmente ne avevano a iosa!
Non venni eletta miss ma l’aria dolce di inizio estate, la bibita gassata servita dal dinamico cameriere soprannominato Veloce e il ciuffo biondo di uno sconosciuto ballerino resero la serata indimenticabile.

Il glicine fiorì e sfiorì ancora, fino a quando un brutto giorno non venne divelto. Sparì il glicine, sparì la pista che negli ultimi anni era diventata anche una pista di pattinaggio a rotelle, sparirono la nicchia dell’orchestra, i tavolini, la musica e Veloce il cameriere, sparì tutto e lì sorse un grande palazzo di otto piani: il Palazzone.
Anch’io per alcuni anni abitai nel palazzone e credo che avrei dovuto provare qualche senso di colpa nei confronti della Conca Verde, vittima sacrificata all’avanguardia urbanistica solierese.
E invece non ci pensai nemmeno un istante: l’appartamento nel palazzone era la mia casa di giovane sposa innamorata.

5 gennaio 2021


Un nuovo inizio
Gabriella Malavasi

Era arrivata da poco in quella casa, su un barroccio con reti, materassi, mobilia varia. Adesso era proprio tutto nuovo: la sua e le altre case intorno, il cortile coi suoi abitanti e i suoi animali.
La madre in ansia per trovare lavoro quale bracciante. L’affitto era alto e le braccia per lavorare in campagna erano troppe; inoltre, anche se avesse trovato qualcosa da fare, rimaneva il problema della figlia, che aveva poco più di quattro anni e da sola in casa ancora non poteva stare.
Girò voce che a Secchia mamma Nina stava aprendo un asilo usando le sue ragazze, cosi i bambini, per lo più figli di braccianti e contadini, sarebbero stati accuditi per poche lire, trovando anche un pasto a mezzogiorno.
All’asilo, il clima era piacevole, le ragazze facevano cantare o giocare a nascondino e girotondo, nessuno si lamentava che non c’erano giochi, perché tanto nessuno li conosceva. Dopo il pranzo poi, si faceva un sonnellino appoggiando la testa sulle braccia posate una sull’altra sul tavolo. Spesso si riusciva a dormire, svegliati a volte da un amichetto che si faceva scivolare sotto il tavolo e veniva a solleticare le ginocchia.
Le ragazze parlavano di mamma Nina ma lei non ricorda di averla mai vista, anche se un giorno avrebbe potuto succedere. Quel giorno le ragazze erano particolarmente euforiche e gioiose: mamma Nina sarebbe arrivata in visita ed avrebbe pranzato con loro.
Il padre l’andava a prendere con un sorriso che lei ricambiava, con affetto e gratitudine, quindi la caricava sulla canna della bici ed a volte, oltre lei, caricava Remo, il suo amico del cortile. Il padre faceva sedere lei vicino al manubrio e Remo, che era un po’ più grande, dietro, vicino alla sella; una sera il padre cambiò questa posizione e mise lei dietro a Remo. A casa lei ne chiese il motivo e il padre spiegò che quella era una sera fresca, con un po’ di vento e lei sarebbe stata più riparata dietro al suo amico.
In bici, il padre fischiettava ‘Vola colomba’, ‘E’ primavera’, ’Fiorin fiorello’: quel clima le procurava un brivido piacevole, le veniva da sorridere e si sentiva bene. Non aveva idea di futuro, ma si sentiva a casa.

 

>>"Le ragazze di Mamma Nina"<<

5 gennaio 2021


Il Mulino Centro Culturale Polivalente
Marisa Zanini

Al Mulino incontrai Annuska Raimondi. Una signora con una grande chioma di ricci biondi,le guance paffute e rosa come le labbra sempre atteggiate al sorriso.
Era la segretaria dell’associazione culturale Natalia Ginzburg di Soliera, da anni grande fautrice delle attività pubbliche a scopo culturale nel paese. Avevo letto un volantino e qualcuno mi aveva parlato di un corso di scrittura. Il corso era appena iniziato,ma lei si fece portavoce con la tutor e riuscì a farmi partecipare anche a corso iniziato,il costo era proprio irrisorio, ero curiosa e attratta da questa nuova esperienza. La sede era a piano terra, la grande entrata spoglia introduceva a un locale con una scrivania e tante sedie, un ripiano calpestabile a cui si accedeva con tre gradini ospitava un vero pianoforte nero. Ero stata in quelle stanze qualche anno prima quando mio figlio aveva circa dieci anni, lo avevo iscritto a un corso di chitarra sperando di appassionarlo alla musica. Non ero più entrata da allora e non capivo l’attinenza del nome “il mulino” col luogo. Nello spazio antistante c’era un pozzo chiuso, forse ornamentale, ma del tutto simile a uno vero, sicuramente non utilizzato come tale che non suggeriva alcun indizio della antica presenza di un mulino nell’edificio precedente.
Ho frequentato quel corso di autobiografia in un momento molto travagliato della mia esistenza. Ebbi la fortuna di conoscere Daniela, la docente del laboratorio,ma anche di incontrare le altre corsiste: Marzia, Susy, Morena, Angela, Annarita, Luciana, Franca e Caterina e successivamente Luisella . Insieme a loro ho trovato beneficio al mio malessere superando meglio quel periodo e trovando accoglienza nel gruppo. Via via da quel laboratorio è nato un gruppo affiatato che condivide amicizia, collaborazione e condivisione, scambiandosi una sensazione di caldo buono che nasce dal comune entusiasmo per creare occasioni di scrittura, spettacoli di lettura e musica rivolte ad un pubblico paesano e molto altro.
Il nostro faro è stato per anni Annuska,ma anche tutte le altre hanno portato nel gruppo i loro talenti e siamo diventate “le ragazze del semicerchio”, le RDS. Durante i laboratori eravamo sedute in semicerchio attorno alla nostra tutor per sentirci più coinvolte e poterci vedere in viso oltre che ascoltare meglio i nostri pensieri scritti e condivisi. Col tempo è nato anche un logo che ci definisce ancora meglio “Scrivere sull’argine”riferito al nostro territorio che introduce e presenta ogni anno il suo ricco programma di laboratori di scrittura autobiografica, narrativa e poetica. Tutti i laboratori sono tenuti da insegnanti diplomati alla LUA ( libera università dell’autobiografia di Anghiari) rivolti dapprima alla cittadinanza solierese e poi allargati all’interesse dei comuni limitrofi con grande e crescente interesse.
Nel 2016 con la magistrale regia di Luisella e il faticoso lavoro di Daniela sui testi, siamo riuscite a portare sul palco del mulino ben quattro spettacoli che avevamo inaugurato al teatro cinema Italia negli anni precedenti. Tutti gli spettacoli sono ricavati dagli scritti autobiografici delle partecipanti ai corsi.
I titoli erano :”Perché non resti un’idea”,”Tutti gli uomini di Gemma”, “Gemma e il suo viaggio”,” I colori delle parole” realizzati in collaborazione con la scuola di pittura di Soliera ,musica e riproduzioni fotografiche. Ricordo con tenerezza che durante gli spettacoli scorreva adrenalina pura per l’ansia della prestazione a cui non eravamo abituate. Tutte volevamo fare bella figura e dare il meglio,nessuna di noi era attrice o lettrice di professione e nemmeno per diletto.
Grazie alla nostra Luisella è andato sempre tutto bene; i tempi rispettati, le pause musicali, le proiezioni di filmati e foto sullo sfondo preparati da altre figure non marginali. Alla fine delle rappresentazioni c’era sempre il nostro momento di gloria con il saluto dei presenti nel pubblico e, nelle retrovie, si svolgeva il festeggiamento con un brindisi e torte preparate da qualcuno di noi accompagnate da foto e abbracci e un omaggio floreale da portare a casa come ricordo della nostra esuberante partecipazione. Nel backstage si creava sempre uno spirito solidale di gruppo che ci teneva unite, ognuna col suo compito e il suo ruolo, ognuna dava il suo contributo per la riuscita del progetto. Anche il buffet offerto al pubblico alla fine era preparato da noi e ci consentiva di sentire l’umore, sapere come eravamo andate, fra le chiacchiere, una fetta di torta, un salatino e un bicchiere di vino .
Nella stessa sede si sono aggiunti col tempo altri relatori e corsisti, come Ivana Palmieri, Emanuela Corradini , il prof Todesco, il prof Zulato durante le cerimonie di apertura e chiusura dell’anno accademico della Natalia Ginzgurg.
Per alcuni anni in quelle stanze si sono svolti interessanti corsi di storia dell’arte tanto cari ad Annuska e le sue lezioni di Filosofia.
Ogni anno le stanze attrezzate ospitano anche la mostra della scuola di pittura di Soliera durante i giorni della fiera di San Giovanni il 24 giugno, mentre al piano di sopra con entrata laterale indipendente c’è uno spazio dedicato ai giovani che ho sentito varie volte scorrazzare per le scale e nei corridoi interrompendo l’atmosfera silenzio-sa e assorta dei nostri laboratori come un risveglio alla realtà.

 

>>"Il Mulino"<< nota storica di Azzurro Manicardi.

>>"Gemma e il suo viaggio"<< Le ragazze del semicerchio - 17 marzo 2013.

>>"Tutti gli uomini di Gemma"<< Le ragazze del semicerchio - 16 marzo 2014.

>>"Laboratorio di scrittura autobiografica"<< Università Libera Età Natalia Ginzburg.

>>"Io e le altre"<< percorso di scrittura “Dall’autobiografia al racconto”.

>>"Scrivere sull'Argine"<< percorsi di formazione basati sulla scrittura nei Comuni delle Terre d’Argine.

 

8 gennaio 2021


La mia piazza Sassi
Susanna Casari

Ho cominciato a frequentare Soliera nell’estate del ‘69, ma i ricordi di piazza Sassi e immediati dintorni sono molto vaghi: il forno, il bar “chiletto”, quello della Sonia, la “Colonna Infame”… Eh sì, perché il compagno di studi che ci ospitava nella sua casa di famiglia per preparare gli esami delle sessioni estive, Soliera la conosceva bene, e una sosta lì davanti la faceva sempre.
Il primo vero ricordo risale agli inizi della mia residenza solierese: una mia amica, la prima amica che ho avuto a Soliera, era la moglie di un attore della compagnia teatrale del Tortello, molto popolare in paese e, avrei scoperto qualche tempo dopo, molto nota ed importante nel mondo del teatro dialettale e non solo nell’ambito della provincia. Da spettatrice l’avevo conosciuta anche negli anni precedenti, e mi affascinava parecchio.


Una sera in cui la compagnia debuttava a Soliera con una nuova commedia, lei mi disse: “Vieni con me dietro le quinte: sono ragazzi simpatici e accoglienti, ti troverai bene, vedrai che ti diverti”. Così feci, e ancora non lo sapevo, ma fu l’inizio di quella che successivamente sarebbe diventata una lunga collaborazione.
Le rappresentazioni della “Cumpagnìa dal turtèl” allora si svolgevano nel teatro Aurora della parrocchia, in piazza Sassi, perché il cinema-teatro Italia era stato dismesso, e io non ricordo neanche più bene dove avevo visto le prime commedie: se al cinema Italia o già al teatro parrocchiale. Per moltissimi anni, comunque, continuarono al cinema teatro Aurora, proprio quello della parrocchia: prove, debutti, repliche … con tante risate, qualche “scazzo”, sempre e comunque emozioni. Quelle serate per me sono il primo ricordo partecipe della vita a Soliera: perché a dire il vero, io lavoravo a Modena o in altri paesi della provincia, e a Soliera praticamente ci stavo solo la sera e nei fine settimana, che allora cominciavano il sabato pomeriggio, per cui non conoscevo nemmeno il mercato. Ma piazza Sassi sì, la conoscevo, ed era un centro nevralgico, soprattutto se rivista con gli occhi di oggi, in cui l’aggregazione sembra un mito irraggiungibile: la parrocchia, il teatro, all’occorrenza anche cinema, i bar, i negozi Ferrari e Codeluppi, rispettivamente merceria e casalinghi all’epoca, ma in realtà antesignani dei moderni centri commerciali.

 

>>"’na fòla bèla, longa, colorèda…"<< ricordi, aneddoti, fotografie, dicerie e malinconie della Cumpagnia dal Turtèl, di Guido Malagoli.

 

1 gennaio 2021


Scuola di arte pittorica "Annuska Raimondi"
Paola Reverberi

Con la collaborazione di Enrica Melotti

Siamo nel 2021 e sono già trascorsi 25 anni da quel lontano ottobre del 1995, quando mi sono presentata al Corso della Scuola d’Arte Pittorica munita di un blocco da disegno, alcune matite, una gomma, un temperino e tanta emozione.
La mia avventura iniziò disegnando un vecchio impolverato tegamino e alcune mele campanine.
All’inizio mi sembrò tutto molto difficile ma la passione e la bravura del mio Maestro d’Arte Enrica Melotti mi spronò a proseguire e mi insegnò a guardare con occhi diversi gli oggetti da ritrarre.
Grazie a questi insegnamenti e all’armonia dell’ambiente che siamo riusciti a creare, sono ancora qui con tele, colori, pastelli e tanta voglia di esprimere tutta me stessa.

Paola Reverberi

I COLORI DELLE PASSIONI

Le passioni sono il motore che fa vivere il mondo.
Forse è questo il motivo per cui, da trent’anni il corso di Arte pittorica continua ad esistere con la Scuola d’ Arte Pittorica “Annuska Raimondi” di Soliera.
In questo luogo ci si aiuta e consiglia,si scambiano pareri e critiche, si ironizza sulla genialità individuale e del gruppo.
Questa Scuola è così diventata un occasione importantissima di apprendimento di tecniche ma anche e soprattutto un modo per ritrovarsi a lavorare e parlare d’Arte e varia umanità.
“Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione” scrive Friedrich Hegel in lezioni sulla filosofia e sulla storia….
In una società alla costante ricerca di passioni che aiutino a vivere meglio, credo si dovrebbe guardare con attenzione ad una realtà che di passione ne ha da vendere.
L’augurio che ci facciamo è che questo luogo non solo continui ad esistere ma cresca e costituisca il punto di riferimento per chi, nel suo percorso di vita, desideri mettersi alla prova su questo piano per poi scoprire la passione, questo stato di grazia che dà colore alla vita. E’ per ciò che ci auguriamo che la nostra avventura continui a vivere e crescere per aggiungersi alla tradizione culturale e sociale di Soliera.

Maestro d’Arte Enrica Melotti

CENNI STORICI
La scuola d’Arte Pittorica nasce a Soliera nel 1991 per la volontà dell’allora Sindaco Danilo Lusvardi, appassionato d’arte e pittore dilettante.


Fin da allora la Scuola si avvalse degli insegnamenti del Maestro d’Arte Enrica Melotti, dal 1994 al 2001 visto l’aumento del numero degli allievi (oltre 50 persone), si rese necessario l’affiancamento del Maestro d’Arte Alberto Cova.
Per i primi 3-4 anni la Scuola non ebbe una sede fissa, nel 1995 il comune destinò una nuova sede in via Verdi 9 fino al 2016 e dal 2017 la sede attuale è presso il Centro Culturale “Il Mulino” in via A. Grandi,204.


Dal 2003 l’Associazione Università per la Libera Età “Natalia Ginzburg”APS, comitato di Soliera, in collaborazione con l’assessorato alla cultura del comune di Soliera, cura l’attuazione del corso di Disegno e Pittura.
L’attività fondamentale del corso come base all’apprendimento è il disegno che è la base di apprendimento per l’utilizzo di tutte le tecniche pittoriche e plastiche: disegno dal vero di oggetti e nature morte, studio del ritratto e della figura umana con matita, carboncino, pastelli, inchiostri e colori a olio ecc. Alla fine di ogni anno accademico viene realizzata una mostra di alcune opere degli allievi in occasione della Fiera del patrono di Soliera San Giovanni il 24 Giugno.
Nel 2012 (dopo il terremoto) alcuni allievi sono stati invitati dal Comune di Bagnacavallo a partecipare ad una collettiva di artisti “Arte in Europa” progetto finanziato con il sostegno della Comunità Europea.

Scuola A. Raimondi

“Ho assistito con meraviglia alla graduale rivelazione del mondo interiore, dei pensieri e dei sogni più reconditi di questi pittori neofiti, alla loro incessante ricerca di un espressione originale, all’ammirevole sforzo di uscire da schemi prettamente didattici per avviarsi lungo il cammino dell’interpretazione personale della realtà: una meta raggiunta da chi è Artista veramente.”

1996 – Annuska Raimondi

 

"Lunga e prospera vita alle scuole d’arte, dove si insegnano (cioè si trasmettono) cose stravaganti quali l’uso della tavolozza e di una stecca per modellare; il senso delle pro-porzioni e l’armonia compositiva; quant’è suggestivo un paesaggio che a poco a poco, segno dopo segno, comincia a riflettersi dentro alla tela, e perché sono emozionanti il profumo della carta ed il sentore dell’olio di lino; le rugosità del legno e la fredda lucentezza del marmo.
A scuola (almeno lì), tra banchi e cavalletti, montagnette di creta umida e tubetti stropicciati sopravvive (e per ciò si salva) un patrimonio di inestimabile valore fatto di gestualità che sanno di rito e di pratiche misteriose; di trasalimenti e vibrazioni, scoperte e dubbi, di sentimenti che anziché rimanere sospesi in un mondo virtuale prendono corpo,anima e sostanza durante quel gioco meraviglioso e affascinante che l’uomo ha in- ventato per non scordarsi della bellezza e dei suoi piaceri”.

2003 – Carlo Federico Teodoro (elogio del cavalletto)

30 dicembre 2020

 


Progetto finanziato nell’ambito del Bando progetti eventi ed attività culturali promosso da Fondazione Campori
con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
Università libera età Natalia Ginzburg a.p.s. · Comitato di Soliera · via Berlinguer 201 · 41019 · Soliera (MO) C.F. 94064020368
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