Passeggiata indimenticabile al parco Campori
Marzia Oliani

Bimbi ... stamattina andiamo tutti insieme al parco Campori! Evviva evviva, era una esultanza unanime quando si usciva dal nido per andare tra le vie del paese a farci vedere, ci piaceva pure sentire i commenti dei passanti ...”ooh ma che bé putèin, guèrda, quel lè al g’a la candela, a m’arcmand stè ateinti d’an perdner un quèlchidun aah!!!”  (Oh ma che bei bambini, guarda, quello ha la candela, mi raccomando state attenti a non perderne qualcuno)
ecco le ultime parole famose … ci piaceva portare i bimbi al parco, era un modo per farli correre e divertirsi spensierati, e loro esaudivano le nostre aspettative e le nostre raccomandazioni.
Stiamo parlando degli anni ‘80, gli anni in cui ho iniziato a lavorare di ruolo come educatrice al nido Roncaglia!!
Stare coi bimbi e le famiglie mi ha fatto vivere il tempo in cui ho lavorato, come un tempo di crescita e di gioco pensato per loro e anche per me! Un lavoro straordinario, fatto di coccole quotidiane, di pianti, di sorrisi, di fatica fisica, di confronto, di relazioni, di condivisione, di studio, di formazione , di passione, di coinvolgimento, di competenze, che ogni giorno devono essere coltivate con cura e trasformate in benessere e in talenti nelle future generazioni!
Quella mattina usciamo tutti insieme, mano nella mano per andare al parco Campori, perché al parco della resistenza non c’erano le altalene e la giostra come al parco Campori, per cui era molto più bello giocare lì … ma c’era una cosa che ai bimbi piaceva molto, quella montagnola con quella specie di sotterraneo con i gabinetti incorporati che gli dava la possibilità di nascondersi e poi di farsi ritrovare .

Noi eravamo in due educatrici con 17 bambini di età compresa tra i 20 e i 30 mesi, per cui eravamo sempre in allerta e controllavamo sempre, per non perdere nessuno nel tragitto di andata e ritorno dal nido che distava circa 15 m di strada a piedi dal centro del paese.
Eccoci arrivati a destinazione, chiudiamo il cancello di entrata e “liberiamo” i bambini nella loro corsa e nel loro girovagare alla scoperta del parco, ogni volta per loro era una novità, come se fosse sempre la prima volta, vedevamo sui loro volti, la gioia e la voglia di correre come non mai ... e anche noi eravamo felici di portarli in un luogo diverso, volevamo farli sentire a casa anche fuori dal nido e fargli capire che il paese e il mondo fuori è un luogo di appartenenza, importante per la crescita di ognuno di noi!
Rimaniamo nel parco circa una mezz’ora, avevamo una sezione di bimbi per lo più di sesso maschile, bimbi molto svegli e soprattutto molto energici e “scalmanati” a parte qualcuno più calmo e più in osservazione delle situazioni nuove ... anche le femmine si univano a loro nella corsa e nelle risate, e questo li faceva stare bene insieme!
Andrea infatti era uno di quei bimbi taciturni, tranquilli, insomma un bel “pagnottone” come si diceva tra noi ... anche se era inserito molto bene nel gruppo dei suoi coetanei ...
Facciamo l’appello e tutti ritornano in fila per rientrare, benissimo, partiamo e con calma rientriamo al nido, ma … appena cominciamo a togliere le giacche, mi viene immediatamente un dubbio atroce, non sento la voce di Andrea, non lo vedo, non c’è!! Ma come??? in un attimo la mia mente ripercorre tutti gli ultimi momenti, sono nel panico, ma dov’è andato a finire?? Cerco nel salone di ingresso e nella sezione, pensando che si sia ficcato e nascosto da qualche parte, ma non c‘è!!! Immediatamente mi affiorano alla mente due miliardi di pensieri, tra cui quello ... si sarà perso? Si sarà fatto male, l’hanno investito, l’hanno rapito … insomma ... brutti pensieri mi sfiorano nella mente devastata dalla tragedia di quei momenti!!
Immediatamente corro verso il parco, come? Non lo vedo, continuo a cercarlo e al mio richiamo sento una vocina che dice “ciono qui” non piangeva, era solo disperato perché molto probabilmente non ci aveva più visti...
Lo abbraccio e lo prendo in braccio facendogli un mare di coccole e di carezze, sembrava tranquillo, come è lui ancora oggi, calmo, sereno e sicuro di sé, insomma come si dice “un brev putein “, “un brev om”
Ritorniamo al nido sorridenti, ma col pensiero di doverlo dire alla mamma Annuska che abitava proprio a fianco del nido insieme a tutta la famiglia … mi assumo la responsabilità di andare io stessa a casa per dare la triste notizia alla mamma che di quei tempi era pure assessore nel consiglio comunale! Che figura, proprio lui dovevamo “dimenticare”???
Suono il campanello tremando di paura per la reazione che potesse avere Annuska, invece lei mi sfoggia il suo bel sorriso e mi dice che Andrea si deve fare furbo, vedrai che d’ora in poi non succederà più dalla paura che ha avuto, ma voi non dovete mai più “dimenticare “ nessun bimbo al parco o in qualche altro luogo in cui andate in passeggiata o in gita! E cosi è stato! Mai più,è stata la prima ed unica volta, ma un vero dramma!!


Quel n.2 appuntato sull'abito
Luciana Bonacini

Mia zia Nella ha trovato due fotografie grigie, sbiadite dal tempo e a stento si riconosce in quel viso di adolescente. Le fissa con stupore per coglierne i particolari che le riaccendano la memoria. Siamo entrambe sedute su un grande divano davanti al camino acceso di casa sua. Senza volere ho occupato il posto di Scooby. Il cagnolino perciò si è seduto composto davanti a me e mi fissa già da un po’, aspetta che io me ne vada, lui deve mettersi vicino alla sua padrona, “Cosa sei venuta a fare?”, pare che dica. Capisco il messaggio, mi sposto, così anche lui può acciambellarsi accanto a Nella.
Cerchiamo di far parlare le due fotografie in bianco e nero di quel lontano 1958.
Escono i primi ricordi e quelle emozioni solo assopite, ma mai dimenticate.
Si sa che ogni emozione non vissuta o dimenticata è un attimo di vita perso, ma per Nella è proprio l’emozione di quel tempo che la fa sorridere oggi.
Ora, qui davanti a me e mio zio, le si illuminano gli occhi mentre ripercorre i suoi ricordi, quelli di una ragazzina appena sedicenne, tutti fissati in quegli scatti in bianco e nero. Nella cerca tra quei grigi sbiaditi la sua bellezza, la sua giovinezza, l’allegria e il colore della stoffa leggera di questo abito. Mi fa subito notare la sciarpa di tulle intorno al collo, lunga come il vestito che le dà quel magnifico tocco di eleganza insieme ai guanti bianchi.
Racconta che a quei tempi non poteva permettersi abiti di sartoria e per andare a ballare usava sempre la stessa gonna e la stessa maglietta che le aveva prestato la signora Silvestri, la sua padrona di casa quando abitava vicino alla “Conca Verde” di Soliera, il noto ballo all’aperto di quegli anni. I ricordi diventano sempre più nitidi e dopo un lungo silenzio, ancora prima di parlare, Nella si protende in avanti, allunga la mano destra verso il braccio di Bruno e gli dice : “ Ti ricordi? La stoffa di questo abito me l’hai regalata tu!” Nello stesso istante leggo nei loro volti quella complicità che li ha uniti per tutto il tempo di una vita.


E’ stato proprio in quell’occasione che ha realizzato un grande sogno di adolescente; la sarta le ha confezionato il primo abito di tulle, arancione, leggero, vaporoso con la gonna a ruota, proprio come piaceva a lei. Al ballo Medusa, ogni anno premiavano l’abito più bello durante la “Veglia delle rose”, Nella ha partecipato e ha sfilato accanto a tante altre ragazze di Soliera. Era molto emozionata, ma anche tanto fiera di sé: finalmente aveva anche lei un abito alla moda, un abito di sartoria con gli accessori che lo rendevano ancora più completo ed elegante.
In quegli anni cinquanta la silhouette a clessidra era la nuova moda in voga e i cartamodelli da ricopiare si trovavano sulle riviste: Gioia, Grazia, Noi Donne … per poter confezionare le ampie gonne e i vitini da vespa. Indispensabili erano gli accessori, mi suggerisce Nella: le scarpe col tacco a spillo sempre coordinate con gli abiti, le borsette piccole da portare a mano o al polso, i guanti bianchi, neri, di pizzo a seconda del tessuto dell’abito e le cinture anch’esse intonate.
Nella sta stemperando piano piano quella grande emozione risvegliata e mi fa notare il cartellino col numero 2 appuntato in primo piano sull’abito. Ha ricevuto il secondo premio per l’abito tra i più belli di quella serata al ballo Medusa. Le sue mani scorrono su quella fotografia come potesse ancora accarezzare, con i polpastrelli delle dita, quel tulle leggero con il colore del sole, in un tramonto estivo.

 

>>"Isolda la sarta"<< La Voce – 14 maggio 2003.

 

21 gennaio 2021

 


La biblioteca è un mondo
Franca Giovanardi

Quando sono venuta ad abitare a Soliera perché mi sono sposata, non è stato facile. Lasciavo la mia terra ai piedi delle colline, dove sono nata, per un piccolo paese perduto in una pianura totale che mi sembrava senza confini. La mia prima casa era un appartamento al primo piano del “palazzone”, una costruzione moderna che con il paese non aveva nulla a che fare ma che mi regalò, con la sua altezza, qualche consolazione. Appena scoprii infatti che lo stenditoio comune era situato all’ultimo piano non esitai a salire. Volevo vedere le mie colline e ci riuscii: non solo vidi le colline ma anche le montagne più alte. Fu una scoperta che mi rese felice. Era come ritrovare i confini, sentire che non ero poi tanto lontana dalla mia terra d’origine.
Un’altra scoperta che mi fece sentire “a casa” fu il fiume. Era il mio fiume, il Secchia, che qui però scorreva pensile tra due argini ricoperti di vegetazione. A Sassuolo il suo letto era largo, col fondo di ciottoli bianchi in cui l’acqua trasparente formava delle “canale” dove noi ragazzi facevamo il bagno in quelle estati calde e assetate. Ma familiarizzai subito anche con questo Secchia solierese grazie a mio marito che, fin dalla prima estate mi portò a fare il bagno alla “diga”, dove l’acqua era alta e dove conobbi nuovi amici.
Ma la scoperta fondamentale, quella che mi fece percepire il paese con altri occhi, fu sapere che a Soliera c’era una biblioteca. Una biblioteca è un mondo, un tesoro a portata di mano. “Mi sono sempre immaginato il paradiso come una specie di biblioteca” ha scritto Borges. Nei libri trovi mondi inesplorati, mondi paralleli alla tua realtà; i libri sono memoria, contrasto all’oblio, conoscenza, storie di uomini, di affetti, emozioni, sentimenti. Ho sempre amato leggere, fin dall’infanzia, e mia madre, che lavorava in una cartolibreria ante-litteram, mi regalava libri. I libri hanno accompagnato tutta la mia vita. Non sono mai partita senza una buona dose di libri in valigia. Ho letto di recente questa storia di cui non conosco l’autore che mi ha colpito e che testimonia a cosa possa portare l’amore per i libri:
“Il Gran Visir persiano Abdul Kassem Ismail, possedeva 400 cammelli che portava sempre con sé. Questi cammelli trasportavano la sua biblioteca, ricca di 117.000 libri. I cammelli erano allenati a procedere in un certo ordine, in modo che i libri fossero sempre classificati in ordine alfabetico dal primo all’ultimo di questa carovana letteraria”.
Non persi tempo e mi misi alla ricerca della sede della biblioteca di Soliera. Mio marito e i nuovi amici, che nel frattempo avevo conosciuto, mi diedero le prime notizie. L’idea della biblioteca fu di Danilo Lusvardi, per 14 anni sindaco di Soliera, un uomo dinamico, energico e deciso che governò l’amministrazione con fermezza ma anche con grande umanità. Era un osservatore attento alla realtà e ai bisogni sociali del suo paese e lavorava per accrescere il benessere dei suoi concittadini. Per quanto riguarda la cultura, oltre a creare la Biblioteca comunale, propose l’allestimento di una “Biennale nazionale di pittura Comune di Soliera” la cui prima edizione fu nel 1969 e assicurò il sostegno a pubblicazioni e manifestazioni culturali. Realizzò inoltre durante il suo mandato altre opere che rientrano nel campo della cultura: la Scuola Media, la scuola materna statale, l’ampliamento della scuola Materna comunale e l’Asilo-nido Roncaglia.

Foto - La prima biblioteca allestita negli anni '70 presso la residenza municipale - (Materiale Fotografico del Comune di Soliera)

Ero molto interessata a conoscere gli inizi e lo sviluppo della biblioteca perché mi sembrava una cosa importante per un paese che non aveva una libreria né un’edicola che vendesse libri. Gli inizi dell’attività furono abbastanza insoliti. Nella prima metà degli anni sessanta, Lusvardi affidò a Vincenzo Apparuti e Ruggero Toni, due ragazzi freschi di studi magistrali, l’incarico di acquistare libri utili agli studenti che frequentavano le scuole superiori a Modena. Il comune mise a disposizione una cifra modesta (circa 200.000 lire). I due, dopo aver consultato diversi cataloghi, procedettero all’acquisto, aggiungendo alla lista anche un po’ di narrativa. I libri acquistati furono sistemati in due stanze di proprietà del comune in via Gramsci, dove aveva sede anche una sala riunioni. Chissà se Lusvardi conosceva questa frase di Marguerite Yourcenar :
“Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.
Il primo bibliotecario fu Arrigo Borsari, a cui fece seguito Annuska Raimondi. Dal 1973 si aggiunse come collaboratrice Carla Vaccari, alla cui memoria storica debbo parte delle notizie che seguiranno. Al pensionamento di Annuska, Carla divenne la nuova bibliotecaria. Restò per molti anni e la sua attività fu decisiva per lo sviluppo della Biblioteca. Fu la prima persona che conobbi andando in biblioteca: una persona dinamica, accogliente, attenta. Nell’ottobre del 1976 la biblioteca fu spostata, per motivi di spazio, in via IV novembre, sopra all’attuale Banca Popolare. Il numero dei libri, rivolti sia agli adulti che ai bambini, era infatti aumentato e continuava ad aumentare e così anche i lettori! Ricordo con piacere che feci parte per qualche anno del consiglio di gestione. Mi piaceva molto stare in mezzo ai libri.
Nell’ottobre del 1983 avvenne un nuovo spostamento in Via Roma (dove attualmente c’è il cosiddetto “Modulo” delle scuole elementari) per il continuo ampliarsi delle attività e nel 1988 la biblioteca di nuovo cambiò sede, sempre per gli stessi motivi, e andò in via Nenni, al “Mulino”. Comprendeva un settore adulti e uno dedicato ai ragazzi. Dal 1988 cambiarono anche i bibliotecari: Annarosa Viscusi poi Marco Dugoni. Finalmente nell’ottobre del 2003, dopo tanti “San Martèin” avvenuti tutti - forse nel rispetto della tradizione ? - nel mese di ottobre, la biblioteca trovò definitivamente casa al Castello Campori, in piazza fratelli Sassi. Il settore “Infanzia e giovani adulti” rimase al Mulino.


L’attuale collocazione al piano nobile del Castello Campori (in passato appartamento dei marchesi Campori) è prestigiosa. I pavimenti delle diverse sale, realizzati con la tecnica del seminato alla veneziana, formano disegni che sembrano quelli di un tappeto. Sono molto belli e danno un senso di raffinatezza ed eleganza. Le diverse sale si snodano a destra e a sinistra dell’ingresso, in cui si trovano il banco per il prestito e gli espositori delle novità librarie. Le altre sale sono arredate con cura con tavoli da lettura dotati di cablaggio per i pc personali, tavoli per la consultazione dei volumi e per lo studio e scaffalature per gli oltre 40.000 volumi presenti. La biblioteca è dotata anche di postazioni per la navigazione Internet e per l’ascolto dei CD e di una emeroteca. Conserva inoltre due importanti donazioni: il fondo Emilio Lancellotti e il Fondo Zucconi. Passando dalla Sala Consiliare a latere si raggiunge poi l’Archivio-deposito dove vengono conservati altri volumi.

 

L’attuale èquipe della biblioteca, formata da Alessandra Varvaro, dal 2017 coordinatrice gentile e competente, insieme a Giulia Muzzarelli e Serena Bellodi, ha messo in campo diverse iniziative per rendere più vitale l’attività della biblioteca stessa. Sono andata ad intervistare Alessandra per conoscere meglio la realtà di questi ultimi anni. L’obiettivo primario del loro lavoro è far sì che la biblioteca diventi un luogo d’incontro e di promozione della cultura, che garantisca a tutti il libero accesso alla cultura e all’informazione e diventi punto di riferimento per le attività di animazione culturale: un centro culturale insomma, che va ben oltre l’attività di solo prestito dei volumi. Ricordo con piacere di aver partecipato a serate di presentazione di un libro, a recital, ad incontri con gli autori, a serate musicali.

Foto del Fotostudio Solierese

Queste attività hanno portato in biblioteca persone che non c’erano mai entrate e che, conoscendo questa realtà, sono andate ad aumentare il numero dei lettori. E i lettori chi sono? Sono un numero ridotto dai 18 ai 35 anni, la maggior parte è situata dai 40 anni in poi ed è una maggioranza al femminile. I giovani frequentano la biblioteca ma per altre attività. Un dato statistico per rendere l’idea: i prestiti sono aumentati del 16% nel 2018 e del 19% nel 2019. In quel periodo vennero anche realizzati con successo diversi progetti: corsi di alfabetizzazione digitale per smartphone e tablet, aderendo al programma regionale “Pane e Internet”. I progetti erano diretti a dare risposte adeguate ai bisogni della comunità, in una logica di accoglienza e di servizio. Importante è stato inoltre il rapporto con le scuole, gli insegnanti, i genitori che ha dato vita ad un gruppo di volontari , “Nati per leggere”; questo gruppo, attivissimo, andava nelle scuole a leggere per i bambini, Asilo-nido compreso.
Dal 2020 si diede inizio al lavoro di ricollocazione del patrimonio della biblioteca, dividendolo in varie sezioni attraverso una classificazione particolare. Grazie a questo lavoro lungo e gravoso, noi lettori-utenti potremo rintracciare da soli il volume che ci interessa grazie ad una nuova etichetta con apposite indicazioni.
E poi arrivò il Covid 19 che provocò il lockdown e la chiusura della biblioteca. Sono state sospese perciò, tranne per la pausa estiva, tutte le attività di promozione della lettura e il rapporto diretto col pubblico. Però la vita doveva continuare! La biblioteca allora ha garantito il prestito di libri con consegna bisettimanale, in orario diurno o serale, a casa degli utenti, rispondendo alle richieste pervenute via email. A mio parere la “consegna a domicilio” è stata molto importante perché nel tempo sospeso della pandemia un libro può essere di grande aiuto. Però non vedo l’ora di passare sotto il voltone del castello, girare a destra sotto il portico, salire la scala ed entrare in biblioteca a sentire il profumo dei libri.

 

>> Biblioteca Campori <<

18 gennaio 2021


Andare al Mulino
Marzia Oliani

C’è un proverbio che dice “chi va al mulino si infarina”... ebbene la farina di cui vi voglio parlare è una polvere magica, perché ha il potere di contagiarti nel profondo del cuore e dell’anima, e questo è quello che è successo a me da quella sera in cui entrai nella sede del “Mulino” di Soliera cioè quel centro polivalente adiacente al centro storico in cui venivano svolti corsi di ogni genere, lingue straniere, arte, pittura, scrittura, ecc. ecc.
In quel tempo, e parliamo dell’anno 2011, stavo elaborando il lutto per la perdita di mia madre, periodo dolorosissimo!
Una mia cara amica mi disse “Vuoi venire a fare un corso di scrittura con me?”
“Chi? Io? No, no assolutamente, anche perché io non so scrivere bene, sai che a scuola ero una frana e il mio massimo dei voti era sempre 6 o al massimo 7!”
Luciana la mia amica molto caparbia insistette così tanto che mi convinsi a partecipare.
Quella sera le trovai là, sedute in semicerchio con Daniela la prof del corso di scrittura autobiografica della Lua (Libera Università di Anghiari) e mi piacque subito l’ambiente di accoglienza che loro stesse avevano creato; mi sedetti timidamente anch’io con loro e seguii la lezione con grande interesse e con la curiosità di una adolescente che scrive sul suo diario segreto!

Sentivo quel caldo buono che mi avvolgeva tutta , sensazione che ancora oggi provo quando scrivo di me e di ciò che vivo! Sento ancora il profumo di pane cotto (di fianco a noi c’era il forno Bergamini) che arrivava nella stanza e ci inebriava di sazietà di mente e di corpo.
Vedo anche quella luce soffusa che fa intravedere i nostri volti sorridenti ed entusiasti di essere là, al Mulino! Luogo apparentemente privo di stimoli e vuoto, ma se rammento il nostro vissuto … ecco allora che posso fare di quel luogo un ambiente magico, dove la “polvere di scrittura” ci tocca e ci avvolge tutte, eccoci insieme per scambiarci le nostre storie di vita, che ci appartengono e che custodiamo dentro ognuna di noi con grande amore, rispetto e cura assoluta!
E allora voglio regalare a tutti voi un petit onze ( piccolo undici) forma poetica che in undici parole descrive il luogo, la persona, l’ambiente, l’oggetto, l’animale, ecc. ecc. questa forma poetica l’ho imparata ai corsi di scrittura del mulino)
MULINO
LUOGO INTERESSI
PERSONE DIVERSE INCONTRANO
SGUARDI PASSIONI VISSUTI SCAMBIO
CRESCITA
Ancora oggi sono felice di far parte di questo gruppo (Scrivere sull’argine), siamo cresciute, proprio perché le nostre storie le abbiamo elaborate e risolte scrivendole, ci hanno arricchito e ci hanno fortificato, restituendoci un grande senso di autostima reciproca e di grande valore umano! Siamo partite da là, da quel Mulino che oggi è chiuso, ma che non vede l’ora di essere riaperto per scoprire nuovi talenti che portano una ventata di crescita nel paese e nel futuro che ci attende!

 

>>“Il Mulino”<< nota storica di Azzurro Manicardi.

>>“Laboratorio di scrittura autobiografica”<< Università Libera Età Natalia Ginzburg.

>>“Io e le altre”<< percorso di scrittura “Dall’autobiografia al racconto”.

>>“Scrivere sull’Argine”<< percorsi di formazione basati sulla scrittura nei Comuni delle Terre d’Argine.

 

18 gennaio 2021

 


Quella volta che ...
Angela Ascari

… sono salita sul palco del nuovo cinema Italia, luogo di cultura e di grandi emozioni
Avevo iniziato da pochi mesi a frequentare il gruppo di scrittura di cui faccio tuttora parte, e le mie compagne, già veterane di questa disciplina, accettarono la richiesta, arrivata dalla Fondazione, di organizzare un momento di condivisione con la cittadinanza per far conoscere il lavoro che veniva fatto nei nostri corsi. Accettai anche io senza pensarci troppo, mi sembrò subito bello. Una delle nostre amiche si sarebbe occupata della regia dello spettacolo insieme alla docente che avrebbe scelto i testi più adatti da leggere per l’occasione. Cominciarono le prove, e fin lì tutto bene, anzi tutto molto divertente. Si scherzava e si rideva in un clima cameratesco che mi fece ricordare i tempi della scuola e del lavoro. Ci vennero affidati i brani da leggere, e io dovetti fare i conti con la mia inesperienza in materia. Non mi scoraggiai, perché le mie amiche furono molto generose nel rassicurarmi, insegnandomi i trucchi della lettura, le pause, lo sguardo rivolto al pubblico, l’empatia, ma … quando arrivò il giorno dell’esibizione, tutto prese altri contorni che non avevo messo in conto. La tensione e l’inquietudine si fecero avanti con forza. La bambina timida e impacciata aveva preso di nuovo il posto della donna energica e coraggiosa che era diventata. Quando salimmo sul palco mi tremavano le gambe, avevo il viso in fiamme e il corpo rigido e freddo. Le scarpe con i tacchi, indossate per l’occasione speciale, mi imprigionavano i piedi come una morsa, la bocca era impastata, il cuore batteva forte e non mi ricordavo più niente … un cumulo di emozioni che da tempo non provavo, cosi … tutte insieme! Non era brutto ma era insolito. Prendemmo posto sui divanetti che creavano la scenografia sul palco, i musicisti intonarono le prime note che avrebbero accompagnato le letture e il sipario si aprì … era fatta.
Il caloroso applauso, con cui ci accolse il pubblico che riempiva il teatro, stemperò un poco le ansie, che si sciolsero definitivamente, quando individuai nelle prime file la mia famiglia, mia madre, mio marito, mia sorella e i miei ragazzi. Il rossore del viso si affievolì, il corpo riprese calore, il battito del cuore tornò regolare … rimase solo un gran male ai piedi che cercai di contrastare con la concentrazione sulle letture.


Fu un grande successo. Applausi e lusinghieri elogi, ci ricompensarono degli sforzi che il lavoro ci aveva richiesto e ci incoraggiarono a ripetere l’esperienza in altre numerose circostanze, su altri palcoscenici, con altre performance.
Ogni volta l’emozione si è ripresentata con la stessa intensità e questo è sempre bellissimo. Ho imparato ad usare scarpe comode per liberarmi del male ai piedi, forse sono un poco migliorata nella lettura, ma le cose che più di tutte mi rassicurano e mi rendono felice, sono la condivisione con le compagne di corso, il pubblico al quale regalare emozioni attraverso i nostri racconti e la presenza della mia Famiglia che sempre mi supporta e mi incoraggia ... a prescindere

 

>>“Gemma e il suo viaggio”<< Le ragazze del semicerchio – 17 marzo 2013.

>>“Tutti gli uomini di Gemma”<< Le ragazze del semicerchio – 16 marzo 2014.

 

15 gennaio 2021


La conca verde e il mio debutto da modella
Angela Ascari

Foto - Il pigiama giallo lo ricordo così!

Il palazzone, che dall’ inizio degli anni 60 domina il centro di Soliera, sorge sulle ceneri di una balera che si chiamava Conca Verde. Da piccola, quel nome mi faceva pensare ad una conchiglia , una conchiglia di quel mare misterioso che non avevo mai visto. Per noi bambini, era un luogo quanto mai inaccessibile, ma proprio quando una cosa è proibita, la curiosità si fa strada, cosi quando venivamo in paese per assistere a qualche evento speciale, guardavamo tra i bastoncini delle arelle che lo delimitavano, cercando di intravedere qualche artista famoso e quello che non vedevamo lo immaginavamo con la fantasia.

Alla fine degli anni cinquanta, l’U.D.I. organizzava eventi che avevano lo scopo di promuovere l’emancipazione delle donne e di sensibilizzare tutta la popolazione intorno a tali temi. Mia zia, che faceva parte del gruppo dirigente dell’U.D.I. mi regalò un’occasione imperdibile, inserendomi nel gruppo delle “modelle” che avrebbero partecipato alla sfilata di moda che i commercianti del paese avevano organizzato proprio dentro la Conca Verde.

Era il 1959 e io avevo 7 anni. Ero contentissima.

Nei giorni che precedettero la sfilata, giocavo a fare la modella per esercitarmi e arrivare preparata. Immaginavo di indossare abiti principeschi, con nastri pizzi e brillantini e intanto facevo pratica indossando quelli di mia madre e mi mettevo le sue scarpe con i tacchi.

Arrivò il giorno del debutto. La zia mi caricò sulla bici, dalla campagna raggiungemmo il centro di Soliera e andammo alla festa. Ero molto emozionata. Dietro le “quinte”, c’erano parecchi bambini e alcune signore. Ci assegnarono i capi da indossare. A me toccò ... un pigiama giallo.

Non nascondo la delusione ... per il mio debutto avevo sognato qualcosa di più principesco. Pazienza.

Salii sul palco e percorsi la passerella tra gli applausi dei presenti. Ero cosi felice e frastornata, che tutto passò in secondo piano. Mi scordai del pigiama e fu come se indossassi un abito pieno di lustrini. La cosa speciale era essere li, nel tempio del divertimento, alla Conca Verde.

Non ebbi altre occasioni. La mia “carriera da modella” fu una “carriera lampo”. Iniziò e terminò nella stessa serata.  Ma …  forse è proprio per questo che, quella sfilata, quel pigiama giallo, me li ricordo ancora dopo oltre cinquanta anni.

 

15 gennaio 2021


La Madonnina del voltone
Danilo Beneforti

Estate anni 70.
Primo pomeriggio, inforco la bici e pedalo tranquillamente verso la piazzetta delle suore (ora Piazza Don Ugo Sitti). In un attimo il cielo si fa scuro e iniziano a scendere quei goccioloni caldi che alzano la polvere da terra. Fuggi fuggi generale di ragazzi dal parco pubblico.Urge trovare subito un riparo. Ed ecco di fronte a me "il voltone del Castello ...alcune pedalate energiche e … salvo.
Riprendo fiato.
A sinistra c’è il negozio di alimentari di Leoni, di fronte la piazza del paese e i portici, a destra l’accesso al "rifugio”,il seminterrato del Castello che in tempo di guerra era il riparo dei solieresi quando suonava la sirena che avvisava che stava arrivando “Pippo”.
Alzo lo sguardo e sopra la porticina bassa di accesso al rifugio, Lei …. un affresco in precarie condizioni con una immagine della Madonna con il Bambino, S. Giuseppe e S.Antonio.*
Sotto l’affresco, una mensola con alcuni vasi di fiori.
Fiori veri e non di plastica come spesso si vedevano e si vedono in giro ancora oggi.
Che strano vedere un immagine sbiadita, un po’ trascurata e sotto vasi di fiori freschi.
Ma per la signora Osanna Toni in Ferrari, questo era un particolare trascurabile; era lei che aveva cura di quella immagine sbiadita preoccupandosi di farle avere sempre fiori freschi.
Affresco sotto il voltone d’ingresso alla Rocca Campori di “Madonna seduta che tiene il bambino dormiente in grembo, con S. Giuseppe e S. Antonio da Padova“, originario del XVII° secolo, restaurato nel 1874 dal Prof. Geminiano Mundici Ma adesso non piove più, acc ... sono in ritardo; salto sulla bici e vado all’appuntamento con la compagnia di amici e amiche (morosa compresa).

Estate 2020
Di prima mattina cammino verso P.zza Sassi, il centro di Soliera, e arrivato sotto il voltone del Castello, come sempre, alzo lo sguardo a destra.
La Madonnina è sempre li’,ma adesso si presenta a tutti molto meglio; infatti all’interno del restauro del Castello anche lei è stata recuperata negli antichi colori e a tutti i personaggi è stata ridata nuova vita . Insomma,si è rifatta il “look”.
Ma … che succede ... a terra vedo l’Alessandra (una delle figlie della signora Osanna che oggi cura il decoro e la presenza di vasi con fiori freschi) che raccoglie alcuni cocci e terriccio.
”Hanno rubato i fiori”, mi dice con tono molto dispiaciuto.
Cerco di sdrammatizzare e, mentre cerco di trovare parole di conforto, mi accorgo che sulla mensola è stato posto un biglietto con una calligrafia in grassetto ben visibile: CHI RUBA VA ALL’INFERNO.
“Ma Sandra non starai esagerando?” le dico … ma non ottengo nessuna risposta; il suo sguardo è molto più di una risposta. Quindi, capito che aria tira, proseguo rapidamente il mio percorso verso la piazza.
La mattina dopo, ripasso sotto il voltone; sulla mensola il biglietto “intimidatorio” non c’era più e i vasi di fiori freschi erano tornati al loro posto.
C’è chi dice o pensa che il timore di andare all’inferno susciti ancora grande preoccupazione e che forse il ladro di fiori ha compreso l’errore e ha rimediato prontamente. O forse che la pazienza di chi svolge questo semplice gesto di cura e di devo-zione, supera anche questi atti di incuria e maleducazione.
Com’è andata veramente? Fate voi, scegliete il finale che preferite e, se vi capita di passare sotto il voltone del Castello, alzate il vostro sguardo: Lei è sempre li .

Foto: Affresco sotto il voltone d’ingresso alla Rocca Campori di “Madonna seduta che tiene il bambino dormiente in grembo, con S. Giuseppe e S. Antonio da Padova“, originario del XVII° secolo, restaurato nel 1874 dal Prof. Geminiano Mundici

 

>>"L'affresco sotto al voltone" << nota storica di Azzurro Manicardi.

 

14 gennaio 2021

 


FANTASMI E MISTERI
GUIDO MALAGOLI

In ogni castello che si rispetti  pare che ci sia un fantasma che gironzola sferragliando con rumore di catene o,  se proprio c’è scarsità di fantasmi,  è sufficiente una stanza  “dove ci si sente”.   Va bene che il castello di Soliera  non ha avuto una storia di guerreggiatori, di amorazzi illeciti e di vendette, ma almeno un fantasma, anche piccolo, una materializzazione in costume storico, dovrebbe averlo. Se proprio manca il fantasma col lenzuolo, un paese che si rispetti  non dovrebbe privarsi  del segreto di una pentola nascosta con marenghi d’oro e  di  una leggenda misteriosa  come  accade in tutti i luoghi storici  del passato,  perché alla gente piace il mondo oscuro  popolato da mostri, le sedute medianiche  con tavolini che ballano, esorcisti  vade retro Satana,  che fanno andare in pelle d’oca.

Una leggenda, diciamo un embrione di leggenda, io l’ho sentita raccontare a Soliera. Non ricordo da chi, ma è meglio così.

Pare, dicono, si diceva … qualcuno è certo che dal castello partisse un tunnel. C’è chi dice in direzione del Casino dei Vecchi e chi dice verso  la Corte. Sarà!? Ma da dove iniziava con precisione  ‘sto buco?

Forse dal pozzo artesiano che esisteva anni e annorum  fa  al centro del cortile della rocca ?

No, è meglio farlo partire dai lugubri sotterranei del castello che pochi avevano visitato e per questa ragione ad essi si poteva attribuire ogni malefatta compresa la presenza di una sala di tortura e di un pozzo rasoio.

Bastava un po’ di fantasia per fare paura nell’ombra della notte.

Secondo la nostra innocua leggenda, i signori marchesi Campori, o altri cavalieri e guerrieri, in caso di pericolo potevano rifugiarsi nel Casino Vecchi infilandosi nel  presunto corridoio sotterraneo. E’ pur vero che a quei tempi la litigiosità era frequente anche tra parenti e affini, basta pensare al famoso Passerino Bonacolsi  che nel 1300 ne fece di tutti i colori o al disaccordo tra Giberto Pio III e il cugino Alberto  che si concluse  alla fine del 1400 con la  consegna di Soliera  a Sassuolo,   per non parlare  di Marco Pio  che cent’anni dopo  venne “sparato” proditoriamente e in tal modo gli Estensi di Modena  poterono riprendersi il marchesato di Soliera.

Tutte vicende dinastiche intricate che oggi sembrano fole, ma che sono accadute veramente  con ammazzamenti a tutto spiano, gente trucidata, lotte fratricide e vendette d’onore tanto è vero che in molti castelli esistono passaggi segreti e raffinati congegni meccanici per facilitare la fuga di uomini e donne infedeli col pallore sul viso come la povera dama Bianca dei Pio di Carpi che poi fece una brutta fine.

Domandiamoci: il leggendario tunnel di  Soliera  fu usato come nascondiglio?

 

Qualcuno mormora, qualcuno crede, qualcun altro inventa che anche i partigiani nel 1944-45 usarono  il tunnel come rifugio.

Le leggende metropolitane piacciono alla gente, creano un’aura di saga molto di moda oggi. Ditemi voi:  che  senso  ha credere all’esistenza di  un tunnel  in partenza per  Castello-Casino Vecchi-Corte? Un chilometro di tunnel, segretissimo,  in una terra argillosa e panoramica come la nostra?

Roba da matti, eppure qualcuno sospetta che … Lasciamolo sospettare in pace.

Che i partigiani si nascondessero dove capitava è cosa nota. Per necessità, partigiano o soldato renitente che fosse, qualcuno scavò una buca in campagna vicina al casotto degli attrezzi mimetizzandola con  terra  ed erba, uno  scavò un rifugio nella stalla sotto la posta di una vacca e lo ricoprì di assi e di paglia, altri allestirono luoghi sicuri in muratura nei solai con doppie pareti, ma nessuno, giuro e stragiuro, cercò rifugio nel tunnel che non esisteva.

 

9 dicembre 2020

 


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