Il terremoto e la precarietà della Chiesa
Danilo Beneforti

La recente esperienza vissuta del terremoto a Soliera ha fatto certamente riflettere ognuno di noi sulla precarietà della nostra esistenza; improvvisamente ci siamo sentiti indifesi, insicuri, alla ricerca di “un gancio in mezzo al cielo” a cui aggrapparci.
Ho letto da qualche parte che il termine precarietà contiene in se' ciò che è ottenuto con la preghiera (prex), quindi frutto della grazia.
Ma nel sentire comune precarietà è soprattutto ciò che è percepito come provvisorio, transitorio, non per sempre.
Ma se ci pensiamo, tutto ciò che ci circonda è precario, in particolare la nostra condizione umana.
Dio creò cose precarie ma vide che erano buone e belle.
Forse come credenti abbiamo perso o rimosso questa consapevolezza quando pensiamo alla Chiesa e alla nostra esperienza di fede.
Se è vero che, per fede, crediamo che “le porte degli inferi” non prevarranno sulla chiesa di Dio è anche vero che Gesù non ha mai tolto la precarietà alle comunità cristiane.
Prova ne sia che, nel corso della storia, alcune delle comunità apparentemente più salde si sono mostrate talmente precarie da scomparire.
Ed oggi, passato il tempo di una Chiesa potente e piena di garanzie non solo spirituali, ci si scopre cristiani ridotti in minoranza in un mondo a volte indifferente con la conseguenza di comunità cristiane che si sentono fragili, indifese, precarie.
Ma questa è la condizione del cristiano nel mondo; anormale forse era la cristianità da Costantino fino ai tempi moderni. (E. Bianchi)
Quando Gesù parla di “piccolo gregge”, sale, luce, città posta sopra il monte, lievito nella pasta non pensa a maggioranze schiaccianti.
E poi essere una piccola realtà, una minoranza non significa essere insignificanti, così come essere fragili non significa essere decadenti spiritualmente.
Se pensiamo ai discepoli e alla prima comunità essa era numericamente esigua, precaria e fragile; fino ad arrivare all'abbandono e al tradimento del loro maestro e profeta.
Ciò che da sempre è importante è che le comunità cristiane vivano secondo il Vangelo e lo testimonino, senza ricercare visibilità ostentate o rifugiarsi in spiritualità del nascondimento.
E i fedeli laici, parte importante di quella Chiesa “popolo di Dio” indicata dal Concilio, siano persone che non alzano barriere ma promotori di vere relazioni, che evitano spiritualità senza contorni o fai da te, ma esperienze fedeli al Vangelo e che, come Paolo, pensano che la vera forza sta nella piccolezza, nella debolezza dell'uomo amato da Dio. Parlando di precarietà, abbiamo vissuto recentemente l'esperienza del terremoto nelle nostre zone.
Anche noi a Soliera, viviamo la precarietà di una Chiesa (luogo di culto)nella quale facciamo insieme esperienza di provvisorietà.
La cosa non ci deve preoccupare oltre misura.
Anzi, penso che questo periodo “precario” possa condurci al Natale, dove il figlio di Dio nasce in un luogo precario perché per lui non c'era posto nell'albergo, permettendoci di sperimentare insieme consapevolmente questa nostra eterna condizione.
Guardo in su la copertura della tensostruttura in plastica bianca e vedo le foglie che con il vento si spostano continuamente formando disegni sempre diversi; non sarà certamente come quella della Cappella Sistina dipinta da Michelangelo 500 anni fa e nemmeno come quella della nostra chiesa parrocchiale, che speriamo venga al più presto riaperta.
Però, ha un suo ché di originale. In fondo, anche lei è precaria e un giorno verrà rimossa. E quando non ci sarà più, chissà, forse un po' mi mancherà.

 

>>“Soliera il 20 e 29 maggio 2012 - Io c’ero"<< di Azzurro Manicardi.

 

8 novembre 2012

 


Me a sun 'd Bais
Luisella Vaccari

Foto - il calcinculo che si alternava al circo, nello stesso spiazzo di fronte all'asilo. (Materiale fotografico del Comune di Soliera)

 

“Me a sun d’ Bais” così si presentava all’inizio dello spettacolo il proprietario di un circo che veniva a Soliera negli anni ’50.
I miei ricordi sono pochi, si limitano a questa frase, alle due belle figlie del “capo” e al fatto che il circo fosse poverissimo.
Le ragazze erano veramente belle e si esibivano, per evidente necessità, in diverse abilità e ruoli, con i loro consunti costumi di scena, pieni di lustrini e perline cadenti che però, per una bimba, esercitavano sempre un grande fascino.

I miei ricordi finiscono qua ma mi vengono in aiuto le testimonianze degli amici di “Sei di Soliera se…” che raccontano.
Il proprietario si chiamava Giannino Carpi e proveniva da Baiso un paese del reggiano sicché tutti lo chiamavano e lo ricordano come il circo di Baìs.
Si posizionava in uno spiazzo in via Roma, di fronte all’ex asilo comunale dove oggi c’è la casa della famiglia De Pietri. In questo spazio, destinato ad attività di svago e cultura, veniva sistemato anche il calcinculo e, almeno una volta, trovò posto un teatro-tenda che presentò, per diverse sere e con notevole bravura, alcune opere classiche.
Il circo di Baìs si era integrato molto bene con la gente di Soliera ed oggi lo si definirebbe un circo “aperto” nel quale trovavano posto per le loro esibizioni anche gli artisti locali come Ivano Brausi e il famoso trio Sandrino Ghèda e Bobo. Il divertimento era assicurato!
Il proprietario che era naturalmente il conduttore delle serate raccontava spesso delle storielle la più famosa delle quali era quella del leone.
E’ troppo bella, non posso trattenermi dal raccontarla.

“C’era un uomo disoccupato che, pur di sbarcare il lunario, accettava qualsiasi lavoro. Arriva in paese un circo ma purtroppo durante il giorno muore il leone. Il proprietario nell’intento di salvare lo spettacolo, cerca qualcuno che si presti a fare la parte del leone.
Il nostro uomo accetta, gli viene messa addosso la pelliccia del defunto e viene sistemato nella gabbia sul panchetto tradizionalmente destinato alla belva.
Quando il domatore entra nella gabbia, ahimè, è accompagnato dalla leonessa la quale, con lento passo felino, si avvicina inesorabilmente al nostro leone in preda al terrore e quando gli è sufficientemente vicina gli fa “Sta tranquél, a sun un disocupè anca mè!” (Sta tranquillo, sono un disoccupato anch'io)

Anche se i miei ricordi non sono molto nitidi, c’è una cosa che invece si risveglia come allora e come sempre nella mia vita: l’affascinante fluido dello spettacolo, di ciò che arriva da dietro una tenda di velluto. Quella tenda di velluto che divide la realtà dalla fantasia per poi unirle in un magico incanto.

31 gennaio 2021


Il circo di Bais
Luciana Ognibene

Il giorno prima era il solito prato spoglio, tra le case e le strade Via Roma e Via xxv Aprile di fronte all’asilo ma il giorno dopo, come nascono i funghi, dal nulla, improvvisamente come una Magia ecco, appariva il Circo con il suo tendone, i carrozzoni e la gente colorata.
Per noi bambini era uno spasso, era allegria, divertimento e già sapevamo che avremmo presto incontrato quel simpatico omone in bicicletta, goffo, con la sua sportina piena di pane secco, BAIS!!
Bais ci faceva ridere con la sua comicità ingenua, fanciullesca, pronunciava le parole tradotte dal dialetto, le pronunciava male, sbagliate e per noi era uno spasso.
Ora che sono adulta lo assomiglio molto a Zampanò del film “La strada” ma senza quell’alone drammatico.
Il circo di Baìs era molto semplice ed io conservo il ricordo di sua figlia che arrivava in pista con un costumino succinto, con le pailettes, scintillante e le gambe lunghe con le calze a rete e faceva un numero con suo marito di equilibrismo sulla bicicletta.
Il clou dell’esercizio era quando lei, sdraiata a pancia in giù sulla canna riceveva una pacca sul sedere, un po' nudo! E giù, tutti a ridere!
Sempre loro si esibivano in un numero al trapezio e quello era il mio preferito, volare, fare le capriole in aria e … bum! Lasciarsi cadere sulla rete elastica a prendere gli applausi.

Sognavo e mi chiedevo la vita che facevano, sempre in giro, chissà cosa avevano dentro i carrozzoni, dove era il bagno?
Era tutto un piccolo mondo misterioso e come ogni magia, una mattina, non c’era più, svanito.
Rimaneva il solito prato tra le case e le strade, deserto e solo un po' calpestato.

31 gennaio 2021

 

 


Gli spettacoli di primavera
Gemmina Brausi

Intorno alla seconda metà degli anni sessanta al Cinema Aurora furono organizzati degli spettacoli per noi bambine e bambini grazie all'impegno dì un gruppo di signore fra cui ricordo Giuliana Benatti, Agar Bianchini, Mirella Maletti, Franca Giovanardi e Luisella Vaccari.
Io allora avevo 8/9 anni e i ricordi che affiorano alla memoria riguardano alcuni momenti: il numero dei menestrelli in cui Sandro Bernini ed io interpretavamo una canzone che menzionava diversi personaggi solieresi, la parte della matrigna in Cenerentola e quella del buffone di corte nella Bella addormentata.
In particolare nella canzone dei menestrelli, in modo simpatico ed ironico, erano tratteggiate le virtù di tre storiche signorine dalla piazza di Soliera: Sonia Gozzi che gestiva il bar (oggi Roma 76) che allora veniva chiamato da tutti il "bar della Sonia "; Igea Bizzoccoli che aveva il negozio di giocattoli e telefonia pubblica (a quei tempi non tutti avevano il telefono in casa e il cellulare era un oggetto sconosciuto); Milena Ferrari che insieme al fratello Carlo e alla cognata Osanna lavorava nel negozio tuttora attivo in piazza.

Io avvertivo una sensazione di gioia e divertimento quando durante le diverse esibizioni udivo le risate e gli applausi del pubblico che, costituito ovviamente da parenti ed amici, ci incoraggiava calorosamente. Anche durante le prove, oltre all'impegno per imparare i canti e i balli , il divertimento e la sensazione di libertà creativa erano emozioni in me predominanti. Certo,a volte, la nostra esuberanza doveva essere frenata ma non ricordo birichinate particolari...
La persona che mi affascinava e che ricordo in modo nitido è l'insegnante di pianoforte Ombretta Miselli. Vederla e ascoltarla mentre suonava, era già uno spettacolo! Pur ancora bambina mi colpiva la sua capacità di spaziare dalla musica classica a quella folkloristica, dalle canzoni dello Zecchino d'oro alle improvvisazioni e arrangiamenti di musica moderna....

Penso che questa esperienza che abbiamo potuto vivere durante la nostra infanzia abbia stimolato in noi la passione innata per la musica, il canto, il ballo offrendoci l'opportunità di esprimerci, imparando a stare insieme ai coetanei in modo giocoso e creativo.

 

 

>>"Spettacolo di Primavera del 1968"<< le foto e l’audio originale dello Spettacolo di Primavera del 1968


I miei carnevali
Guido Malagoli

Tutto cominciò, se non vado errato, intorno al 1973-74. Una mattina di Carnevale il maestro Rubboli arrivò a scuola con un testone di pagliaccio, una cartapesta dipinta un po’sgangherata, che aveva ricevuto in dono, diciamo “scroccato”, a un suo amico di Cento, organizzatore del famoso carnevale. Non era un bel testone, per la verità, ma faceva la sua figura per le dimensioni e i colori che lo rendevano buffo.

Il bidello Antenore ed io “abboccammo” subito e la mattina seguente caricammo il testone, alto più di un metro e mezzo, su un carro da contadini. Antenore guidò il trattore, fece qualche giro nel cortile della scuola per vedere che effetto faceva, poi s’infilò nella strada, verso il castello. Non si poteva dire che fosse un Carnevale, era soltanto la voglia di carnevale che, nonostante la pochezza, piacque ai bambini della scuola che salutavano il testone dalle finestre. L’anno dopo, o quello dopo ancora, il maestro Rubboli si diede da fare per dare vita ad un vero Carnevale solierese. Fece le cose in grande. Non solo appassionò le classi, insegnanti e genitori, ma invitò a Soliera nientemeno che la famiglia Pavironica. Il sindaco Lusvardi Danilo in persona andò ad accogliere gli illustri ospiti che fecero il loro sproloquio davanti al Municipio seguendo a braccio il copione che avevo preparato per l’occasione. Il tutto si concluse con qualche allegra suonata della banda al completo e una passeggiata tra i bambini in costume. Credo che tutta Soliera fosse presente, un po’ per la novità - erano anni che non si festeggiava alla grande il carnevale - e un po’ per la presenza di Sandrone e famiglia. Fu un successo. Da quell’anno, 1976, il Carnevale si fece le ossa, e che ossa! Dai pochi carri iniziali si raggiunse il numero di una trentina perché si aggregarono anche le scuole delle frazioni, la scuola Materna e alcuni gruppi spontanei, come la Cumpagnìa dal Turtèl e i genitori più geniali. Elencare la tipologia di tutti i carri e dei gruppi a piedi che sfilarono non è impresa facile: spazzacamini, Zorri, cinesi e pagode, suonatori, polentari e contadini, arabi e arabe, cow boy e indiani, spadaccini e pistoleri … evviva la fantasia! Ce n’era per tutti i gusti.
Ricordo, ovviamente, i più significativi della mia classe che elaborò progetti originali in linea con i “vigenti programmi scolastici” tanto per far capire che anche il Carnevale poteva essere un momento educativo coerente col programma e dunque era una cosa buona. Il carissimo Righi Tonino ci ospitò per tre anni scolastici nel suo nuovo capannone, anzi accatastò i mobili in vendita in un angolo per lasciarci più spazio. Ci fornì tutta la strumentazione necessaria, saldatrice e compressore, sega elettrica e trapani, anche i chiodi e il lambrusco. Di meglio non si poteva.
Dopo il primo carro-capanna della classe terza che dedicammo agli uomini primitivi (confesso che mi diede un sacco di soddisfazioni perché i bambini e io stesso odoravamo di carne alla griglia dato che indossavamo armi e ornamenti ricavati da ossi di maiale spolpati ed essiccati nella stufa) …

… passammo al carro con il tempio di Pestum, colonnato bianco e capitelli dorici (rinunciammo al Colosseo soltanto per non sembrare invasati) i soldati indossavano toghe, daghe elmi ricavati dai fustini di Dash e scudi decorati dai ragazzi stessi. Toccò a me l’ambito compito di impersonare Nerone con la lira e la corona d’alloro.
Per la prima volta nella mia vita mi calai nella parte di imperatore e mi sentii poeta e artefice.

In quarta classe illustrammo l’epoca barbarica. Grazie alle mani d’oro delle mamme che non si persero mai d’animo di fronte alle nostre richieste di coerenza storica, furono confezionati i costumi da longobardi, galli, visigoti con corna, alabarde e scudi rotondi. Nessuno può immaginare le urla strazianti dei figuranti durante la sfilata. Confesso che latrati più gotici di quelli non s’erano mai uditi a Soliera tanto erano liberatori.
Quando arrivammo in classe quinta, era il 1980, ci dedicammo alle arti belle e agli artisti, con un carro alla parigina, tipo Boheme, con tanto di balconata e torretta, che avrebbe mandato in estasi anche Mimì e Rodolfo, impressionisti e cubisti. I gruppi a piedi festeggiavano, lanciavano manate di coriandoli, ballavano lungo il percorso al suono della musica dei giradischi che, per un certo periodo, faticammo ad utilizzare a causa della Siae che ci inseguiva senza scrupolo benché giurassimo di essere volonterosi creatori di gioia senza portafoglio.

Quando il carnevale solierese divenne importante, e lo capimmo il giorno in cui si vide il dottor Bianchini che si dava da fare avanti e indietro per filmare tutti i gruppi preceduto da Giuliano Teritti con l’armamentario professionale a tracolla, la maestra Soliani Carla pensò di informare i giornalisti del Resto del Carlino e della Gazzetta di Modena che ne dissero un gran bene.
Negli anni seguenti il Carnevale, credo, si ammalò di gigantismo, o soffrì per la mancanza di spazi adatti per allestire i carri, o s’addormentò per la stanchezza dei “i soliti eroi” che continuarono a lavorare di sera nei capannoni gelidi nonostante qualche bella bevuta e qualche cantata insieme, o forse vennero a meno alcune figure di genitori specializzati come falegnami, fabbri, pittori, sarte, tutta gente capace di usare chiodi, martello, pennello e ago. Tutto cambia, c’è un tempo per ridere e uno per pensare, disse qualcuno fatalista. Insomma poco alla volta, com’era nato, altrettanto velocemente si concluse la buona stella dei carri del Carnevale solierese e rimase soltanto il modesto, anzi modestissimo carnevale di classe, a scuola, intra moenia, da consumare senza troppo chiasso durante la ricreazione “allargata” con la proibizione assoluta di lanciare coriandoli, nemmeno uno, soltanto stelle filanti, ma poche, per non imbrattare le aule e il cortile che poi qualcuno si lamenta. Per decreto ministeriale fu anche proibito alle nonne e alle madri volonterose di preparare a casa e portare a scuola quei giganteschi vassoi di frappe profumate che per anni riempirono di gioia i bambini e di piacere le maestre e i maestri golosi.

 

>>"Il carnevale dei ricordi"<< Giuliano Teritti e Luigi Tessari – Soliera, 1979-1980-1981.

>>"Carri carnevaleschi a Soliera"<< di Azzurro Manicardi.

 

25 GENNAIO 2021


La Caritas di Soliera
Manuela Masina

Sono nata e cresciuta a Carpi, ma sono sempre stata molto legata al centro di Soliera.
Il primo ricordo che ho del Castello Campori risale alla mia prima infanzia: avevo cinque anni e venivo con mia nonna paterna a trovare sua sorella, che allora risiedeva dentro il Castello; mi ritornano alla mente i pomeriggi spensierati, trascorsi a giocare con le mie cugine nel parco. Erano giorni molto felici.
Negli anni 90 mi trasferii definitivamente a Soliera. Da allora il centro cittadino ha assunto per me un’importanza sempre più grande. I miei figli fin da piccoli hanno partecipato alle attività della Parrocchia e del Gruppo Scout, per cui le piazze, le mura e il campetto della chiesa sono divenute un punto di incontro per loro e così pure per noi genitori. Luoghi familiari in cui ritrovarsi e conoscere nuove persone.
In questi ultimi anni, tramite una mia amica, sono entrata come volontaria nel gruppo Caritas di Soliera. E’ una realtà che mi ha aiutato a comprendere meglio il senso del servizio e della condivisione, sia nei confronti dei nostri compaesani in difficoltà che degli altri volontari che si rimboccano le maniche e cercano di fare del loro meglio.
Questa esperienza mi ha dato un grande ritorno in termini di crescita personale, permettendomi di scoprire la bellezza e la soddisfazione nel dare e nello spendersi gratuitamente per gli altri, abbandonando le logiche del tornaconto personale a cui purtroppo siamo così abituati al mondo d’oggi.

Durante questo terribile periodo, pieno di ansia e paura, con la necessità di mantenere una distanza con il nostro prossimo, purtroppo si è indebolito anche il contatto umano con le persone. Specie con quelle più in difficoltà, molte delle quali hanno visto aggravarsi ulteriormente la loro condizione.
La sede della Caritas di Soliera è per questo, oggi forse più di ieri, un punto di incontro ancor più importante per quelle persone che chiedono aiuto e per quelle che cercano, per quanto gli è possibile, di fornire il loro personale contributo.
Spesso, anche soltanto il semplice ascolto, la comprensione e l’empatia nei confronti del nostro prossimo, può essere di per sé un grande conforto e un aiuto ad andare avanti su una strada un po’ meno ardua.
La sensibilità e l’ascolto degli altri è un aspetto che non dovrebbe mai venire a meno nella vita di ognuno di noi, a prescindere dal Covid o dalle diversità di sorta. Dovrebbe sempre permeare la nostra intera comunità cittadina.
Credo che nella nostra città di Soliera esista ancora questo spirito di condivisione e di solidarietà, forse perché in fondo siamo ancora una piccola e confortevole realtà di paese, che resiste alla freddezza e all’indifferenza delle grandi metropoli.
Anche se oggi, di fronte a questa pandemia, la gente si guarda con un po’ di sospetto, ci sono fortunatamente tanti gruppi di volontari che non si sono persi d’animo e hanno reagito, anche a fronte dello sforzo e dei sacrifici che hanno dovuto affrontare medici, infermieri e di tutti gli operatori della sanità.

Nel nostro Comune di Soliera ci sono stati (e ci sono ancora) tanti gesti di solidarietà. Noi, come gruppo Caritas, lo abbiamo toccato con mano: sono arrivati tantissimi aiuti per i più bisognosi, sia da parte della Diocesi, che dalle Istituzioni, dai cittadini, dal Banco Alimentare e dai grandi supermercati.
Alla nostra comunità mancherebbe solo un piccolo centro di prima accoglienza: per donne maltrattate e in difficoltà o per quei ragazzi che, a volte, si sono visti dormire all'aperto; sarebbe poi molto utile anche un punto di raccolta per oggetti donati dai comuni cittadini, e di successiva vendita: il ricavato potrebbe contribuire al finanziamento del centro o per acquisti solidali. In altre realtà questo è già stato realizzato con grande successo.

In definitiva, Soliera rappresenta una dimensione cittadina, umana e tranquilla, dove le relazioni con gli altri sono ancora importanti. Finché continuerà ad essere così, sarò grata di viverci.

25 gennaio 2021


Caritas dentro le mura
Edera Vaccari

Soliera è il luogo dove sono nata … alla domenica da bambina andavo in bicicletta, da sola, in paese per la messa.
Partivo da casa, abitavo sulla Gambisa e arrivata in paese mettevo la bici nel cortile dietro il campanile ora piazza don Ugo Sitti … ricordo c’era un casotto che occupava buona parte dello spazio … sistemata la bici, mi sistemavo i vestiti ... mi imbarazzava passare tra le persone, mi imbarazzava guardare intorno a me … non sapevo dove posare lo sguardo arrossivo se qualcuno mi guardava …finalmente arrivavo in chiesa … era già piena ... e io restavo lì in piedi … e mi chiedevo ... del mio essere marginale ... non facevo parte di nessun gruppo …
Andare in chiesa mi è arrivato da mia nonna, lei mi ci portava da piccola ... andava a varie messe domenicali …. una la prendeva per sè una per mia madre … diceva così … a mia nonna devo tanto … l’affetto, l’attenzione … e il legame con la chiesa di San Giovanni Battista...
Alla sera ricordo che mentre mia madre si riposava guardando la televisione le pettinavo i lunghi capelli e nel mentre non smettevo di raccontarle quello che facevo al catechismo .. le letture del vangelo … comunicavo così con lei. Ero io che la cercavo ….
Poi finito il periodo del catechismo don Ugo inviò a me,ma penso anche ad altri, una lettera in una busta rossa che diceva c’è bisogno di te in parrocchia puoi venire ad un incontro … e così piano piano iniziai a partecipare a momenti di festa al castello oppure ad aiutare chi seguiva il catechismo … Suor Benedetta e suor Modesta furono un punto di riferimento … Suor Benedetta veniva con un pulmino a casa. Parlava con mio padre e così potevo partecipare a feste, incontri formativi, alla gita sulla neve … Smarano … avevo tanto bisogno di stare in mezzo alle persone e lei ha sostenuto ciò … poi crescendo ho dovuto seguire gli studi, la famiglia, il lavoro … il mio ruolo all’interno della parrocchia era ancora marginale … poi nel 2005 a seguito di un invito ho iniziato a partecipare agli incontri della Caritas parrocchiale che nasceva in quegli anni (2002) ... per me è stato interessante far parte di qualcosa, stare con altri volontari, volti, della parrocchia che conoscevo di vista ma coi quali non avevo confidenza … è nata una nuova avventura nel senso che ho potuto condividere valori di fraternità, buon senso, rispetto reciproco … di servizio con altri volontari ... questo servizio non punta a far primeggiare nessuno tra noi ma ad aiutarci nel portare le nostre competenze nell’essere d’aiuto a chi bussa alla porta della Caritas.


Essere volontaria per me è imparare, vedere come gli altri/altre volontarie pensano il servizio, condividere problemi di vario genere per trovare delle soluzioni ...
Ripeto mi piace l’onestà, la correttezza nell’amministrare offerte economiche e alimenti che arrivano … a me piace essere in questo servizio per ascoltare, sentire, accompagnare storie a più ampio respiro... guardando in faccia l’altro che prima di tutto e’ una persona ... che esprime le sue difficoltà avendone rispetto e attenzione… questo servizio è aperto al territorio, è aperto nei locali ex Barbolini, si affaccia su piazza Sassi … ora il servizio si è spostato su piazza don Ugo Sitti per i motivi di ristrutturazione della piazza ...
La Caritas parrocchiale collabora con le istituzioni , le associazioni del territorio ... con le Caritas di Limidi, Ganaceto e Campogalliano … si lavora per situazioni d’emergenza, per situazioni dove manca il lavoro oppure solo un adulto lavora e vi e’ una famiglia numerosa, per persone avanti negli anni e sole ... si è attenti alle necessità del vivere quotidiano che una famiglia deve affrontare ed è in forte difficoltà.
Quindi Caritas per me è prendersi cura a tutto tondo di una persona o famiglia e accompagnarla, sostenerla per un tratto di strada cercando di aiutarla in un momento di precarietà al fine che possa di nuovo rimettersi in cammino con le proprie forze.
Ricordo piacevolmente la signora che al fine di varie traversie ringraziò sentitamente … oppure il signore che aveva bisogno di vestiti e riuscimmo a trovarglieli adatti ... e gli portammo un pensierino per il suo compleanno … si creano relazioni che restano nel cuore … e che mi aiutano ad andare avanti … sentendo l’altro come un pari a cui do ma in cambio ricevo tanto, un sorriso, un grazie, un gesto uno sguardo d’intesa e mi sento utile.

25 gennaio 2021


Storie
Hanen, Sihem e Mary

Io mi chiamo Hanen. Sono tunisina, di Mahdia. Sono sposata da 10 anni. Ho due figli maschi. La mia famiglia in Tunisia è grande: ho 3 sorelle e 4 fratelli, mia madre ha 70 anni e mio padre ha 80 anni.
Sono arrivata in Italia due anni fa perché ho trovato problemi quando ho portato mio figlio a studiare, quindi ho preso la decisione di portare mio figlio a studiare in Italia. Allora, quando sono arrivata, ho trovato molta difficoltà perché non capivo bene la lingua italiana, ma quando ho conosciuto la signora Edera mi ha aiutato molto. Anche la signorina Elisa mi ha aiutato molto. Oggi voglio ringraziarle tanto per avermi aiutato. Adesso posso capire e parlare un po’ la lingua italiana.

 

Mi chiamo Mary e sono nata in Nigeria, a Uromi.
Sono andata a scuola fino al periodo delle elementari. A 15 anni andavo a prendere l’acqua al fiume, con il secchio in testa, per lavare i vestiti. Tornavo a casa e lavavo i vestiti di mia madre e dei miei fratelli e sorelle.
Si cucinava in casa e si andava al mercato per comprare un tipo di patata e si cuoceva con olio di palma. Si mangia anche il giorno dopo, se ne resta.
In Italia esco poco, ma i miei figli stanno bene.

 

Ciao. Io sono Sihem. Io sono tunisina. Io ho 28 anni. Ho una bambina, Julia, di un anno e 7 mesi.
Io sono venuta in Italia 3 anni fa. L’Italia è bellissima: tutto in Italia è bello. Ma mi mancano la mia famiglia, le feste, il mare, i matrimoni. Io volevo fare una bella vita in Italia con la mia piccola famiglia, volevo lavorare e comprare una bella casa e una bella macchina, per vivere bene.
In Tunisia ho la mia famiglia: mia mamma e mio padre. Io ho due fratelli e due sorelle. Mio fratello grande lavora come ingegnere e l’altro studia diritto. Una mia sorella lavora all’asilo e l’ultima sorella studia per la bacca laurea. Ecco la mia famiglia.
In Tunisia io studiavo economia e dopo ho fatto 3 anni di contabilità e lavoravo in ufficio per la contabilità.
Io vivo bene in Italia con i miei amici tunisini. Le mie migliori amiche sono Ahlem e Hanen. Finalmente io sono contenta della mia vita.

 

 

 


Progetto finanziato nell’ambito del Bando progetti eventi ed attività culturali promosso da Fondazione Campori
con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
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