La palazzina dei salariati
Ruggero Morselli

Sarebbe bello poter dire che mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su Soliera, non è vero, magari! Significherebbe essere conosciuto come culturalmente addetto ai lavori mentre quelli da me intrapresi si sono svolti in tutt’altra direzione scrivere però a me piace punto, quindi approfitto della bella iniziativa dell’ass./ne Ginzburg che ben volentieri raccolgono foto, episodi e aneddoti su Soliera con facoltà poi di togliere tagliare o meglio conservare.
Da dilettante scrivano vorrei tanto avere alle spalle Guido Malagoli e Ruggero Toni per anni protagonisti in primis del mondo scolastico Solierese, quanto mi farebbero comodo, uno che controlli gli errori e l’altro che a ognuno di essi “un scupasaun” (dicasi scappellotto imprevisto) eviterei certo di farne tanti e di dover ritornare a correggerne durante la rilettura, fortuna che tempo non manca sennò, solo, non mi basta partire a Natale, rischio di arrivare tardi alle ferie d’agosto per poche pagine causa le tante correzioni.
Nel rammentare cinema Italia e ballo Medusa pare giusto non tralasciare la palazzina collocata in mezzo, mia abitazione da una vita costruita dal regime a metà degli anni 30 in Matteotti per i salariati, dipendenti comunali e statali locali, noi entrammo in appartamento parte nord con assunzione da parte del comune di mio padre, allora autista della prima ambulanza di paese, ci trasferimmo da v. Roma dove di fronte a noi era tutta campagna, mi pare dei sig.Lodi, ora sede attuale del distributore di Codeluppi, riportando a dopo il perchè mi soffermo ai particolari, specifico che la cucina e il bagno dell’appartamento erano sul primo piano con dirimpettai le famiglie di Amos Vaccari contitolare col fratello Ezio della macelleria sotto il portico in piazza, i Benatti con Mario e il figlio Geometra Carlo, la camera al piano superiore con a fianco Remo Guaitoli (vigile) e di fronte Ezio Silingardi con sua madre Almina assolutamente da evitare da noi piccoli condomini, ne aveva per tutti ininterrottamente.


Come un cane da guardia, sentinella h 24, niente pallone in cortile perché rompete i vetri, pulire le scarpe al rientro si sporcano le scale, scendere piano quando si esce sennò disturbate, era sfida continua e grande soddisfazione riuscire a fargliela sotto al naso cosa per niente facile, sorridendo ricordo faceva un “pan da Nadel” (pane di Natale) strepitoso e con ricetta top-secret a dire il vero il mercato non aveva certo l’offerta di adesso quindi era super-gradito e dire era è forzato, personalmente lo apprezzo tantissimo anche adesso, gli ingredienti per il dolce li acquistava dall’Irma nel negozio sotto, ora sede dell’oreficeria, con la ferrea raccomandazione di segretezza, per sottolineare quanto una mattina la signora del sottoscritto allora poco più che bambina, mentre aspettava il suo turno in negozio dall’Irma, ha (casualmente dice lei) sentito la nuora dell’Almina Sig./ra Rosa che stava cercando di carpire almeno i componenti degli acquisti della suocera per il pane di Natale pressata anche dalle amiche vogliose di riprenderlo, nulla di fatto, bene non me lo vuoi dire tanto mia suocera mi ha promesso che prima di morire me lo dice! He sé domani, mai saputo!

La mia famiglia orgogliosamente ritratta con l’ambulanza del papà.
Nella parte sud della robusta palazzina (il terremoto gli ha fatto un baffo neanche l’intonaco è stato scalfito per fortuna) il comune deteneva un appartamento vuoto per eventuali emergenze tipo assunzioni da fuori paese, giusto il tempo per trovare una sistemazione definitiva.
La salute di mia madre purtroppo si incrinò dopo poco e abbisognò di cure in loco, la camera, dove dormivamo in quattro, diventava sempre più piccola e io e mia sorella Carla sempre più grandi finchè un giorno uno scorrere per le scale, un brontolio insolito, via e vai continuo, non mi considerava mai nessuno e improvvisamente a chiedermi se avevo bisogno, quelli sopra quelli di fianco l’ingenuità dell’adolescenza vai a immaginare, e cosi di seguito nel futuro immediato solo cortesie e gentilezze dai vicini e cambiamento totale del comportamento di mio padre nei confronti miei e di mia sorella, in pochissimo tempo si traslocò nella parte nord nell’appartamento, dirimpetto alla famiglia del veterinaio dott. Rebecchi sopra abitava la maestra Benatti con di fronte Luigi Luppi il vigile detto “Giget” (i soprannomi erano consuetudine a ognuno il suo) stavolta finalmente su un piano solo e altrettanto finalmente con camere separate, come avrà fatto poi papà ad ottenerlo mi chiedevo, anche perché era da tempo che gli veniva rifiutato, tutte domande che hanno ottenuto una tremenda risposta una sera nel parchetto di fronte alla gelateria, che allora sembrava uno di quei giardini a fronte l’ingresso dei castelli più prestigiosi, con le siepi curate quasi ad altezza d’uomo, montagnola compresa, noi ragazzi ci rincorrevamo e ci si nascondevamo in mezzo con l’entusiasmo che la giovanissima età comporta, quando d’improvviso apparve come dal nulla Giget attirato dagli schiamazzi e intervenne con un perentorio “non vi vergognate fare tanta confusione quando lì, (stava segnando la finestra della camera della mamma) c’è una donna che sta morendo!!!” di ghiaccio, paralizzato non riuscivo a connettere, in un lampo mi sono ritornate alla mente tutte le attenzioni, le cure, le gentilezze e il perché della concessione dell’appartamento più grande, chiaramente il buon Luigi non mi ha visto, sul parchetto è sceso un silenzio spettrale, i miei amici spuntando timidamente dalla siepe mi si sono avvicinati uno a uno lentamente, se in altre occasioni ho dimostrato orgoglio al momento la grossa lacrima, che sinceramente insiste nel far capolino dopo ben 60 anni mentre scrivo, me lo ha cancellato, balbettando cercavo di convincerli che non era vero, non poteva essere vero, tutto quel movimento attorno alla mia famiglia non poteva essere dettato da simile notizia era più forte di me non crederci, perché proprio la mamma!
Col senno di poi, ormai rassegnato, mi fu molto più facile capire il motivo del perché il Dott. Gilioli passasse due tre volte al giorno da casa nostra, come mi fu più facile adattarmi alla presenza della meravigliosa stupenda Sig. Ianette l’Ostetrica, come una di famiglia, ore con mamma per le cure, mai chiesto neanche un bicchiere d’acqua, un giorno si presentò un graditissimo vicino domiciliato di fronte a noi, a fianco del Medusa, casina caratteristica, rossa tutta coperta di edera, non era il nostro medico ma era di casa il caro Dott. Bianchini, ha chiesto il permesso di visitare mia madre, è stato con lei in camera un pomeriggio.

 

Nelle foto: il dottor Bianchini, l'ostetrica Jannette e il dottor Gilioli - Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

In quel frangente confidandomi con mia sorella rinvangai il piacere di quando la mamma mi svegliava al mattino per andare a scuola e pochi giorni dopo un mattino, con sforzo enorme, sentii la sua mano sulla spalla che con voce fievolissima mi chiedeva di alzarmi perché tardi, mi fu poi riferito che stette malissimo tutto il giorno per essersi alzata.
Quando l’accompagnammo per l’ultimo viaggio con gradita sorpresa avevamo il paese con noi, non mancava nessuno, so di essere stato noioso menzionando protagonisti con tempi e luoghi del periodo, lo meritavano, sono stati i protagonisti della mentalità vigente e con loro tanti e tanti altri, nonostante alle volte cultura, modo di agire, il pensare non dico contrario ma certamente diverso, eravamo inquilini nuovi col dubbio di potenziali rompi-coglioni, si è passati da parziale diffidenza a totale solidarietà, a disponibilità illimitata, ho sentito dire e fermare a muso duro mio padre da persone col saluto centellinato e carattere sostenuto, “ non stare a pensarci di qualsiasi cosa tu abbia bisogno IO CI SONO” Soliera era ma convinto anche ora sia questa.

Pochi anni dopo, ancora ragazzino, chiesi a mio padre il permesso di sposarmi, glielo annunciai in uno dei ritrovi più gettonati in zona del periodo con Chiletto, l’osteria gestita da Romano Ascari “Rumanaun,” passata poi ai Lancellotti, seduti diligentemente a tavolino, papà e company con davanti la loro solita bibita frizzante senza coloranti o conservanti conosciuta in zona e oggi anche all’estero come “lambrosc,”

la prima spontanea reazione fu del grande Inimitabile allora Sindaco Geminiano Loschi il quale mi fece sedere e con sguardo fermo negli occhi mi disse, con la solita attenzione dei presenti in rigoroso silenzio quando prendeva la parola “giovanotto ricordati che il matrimonio è un salto nel buio, c’è chi salta bene e c’è chi salta male vedi tu come saltare!” lo sentii anche tempo prima quando il gestore, era Marino Lolli, ribattere alla moglie Olga infervorata,(eravamo nella loro cucina mica si faceva distinzione se sedevi davanti al bar nelle sale o in cucina, alla faccia della privasi) pensate erano tempi di conquista spaziale con la spettacolare rivalità fra U.S.A. e U.R.S.S. per i tanti soldi spesi inutilmente a suo parere, ma che ci vanno a fare lassù con tanta miseria che c’è al mondo, e Loschi, mi sembra di averlo davanti, con la solita impeccabile flemma ribadì, ma non diciamo stupidaggini, è molto meglio così che per delle armi, almeno la ricerca dei mezzi per queste spedizioni comporta di riflesso benefici per il progresso che noi neanche immaginiamo.

30 dicembre 2020


I comizi
Luisella Vaccari

Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

“Papà, perché la domenica devo alzarmi presto per andare a Messa prima?”
“ E perché a’n g’ vet piò terd?” (E perché non ci vai più tardi?)
“Perché la mamma vuole che faccia la comunione e devo essere digiuna”
Alora t’è da fèr quél ca dis to mèdra”(Allora devi fare quello che dice tua madre)
Ecco il quadro: l’educazione religiosa era compito di mia madre, l’educazione socio-politica era compito di mio padre.
Mio padre però non mi ha mai dato imposizioni o fatto sermoni, ho imparato osservandolo.
Ricordo solo uno schiaffo. Ero una bambina e sono arrivata in casa cantando una canzoncina che avevo sentito e mi era piaciuta “Avanti o popolo, ci siamo in tanti, tutti ignoranti, tutti ignoranti!”
Lo schiaffo di mio padre, del tutto immeritato perché io della canzoncina apprezzavo solo il motivetto e la rima, mi ha fatto capire però che si deve rispetto.
Mio padre non era comunista, diceva che il comunismo era un’utopia, che “l’uomo nuovo” che si alza la mattina e va a lavorare per lo Stato, non sarebbe mai esistito.
Apprezzava invece l’iniziativa privata, con una grande ammirazione per la gente che si era fatta da sé.
Aveva molti amici comunisti a cui era affezionato e con cui si capiva, tanto che lo avevano chiamato a ricoprire un ruolo importante in seno all’Alleanza Cooperativa.
Quando la Russia invase l’Ungheria provò grande rabbia e delusione e non seppe tacere così perse il lavoro. Ma non l’ho mai sentito dire che aveva subito un’ingiustizia.
Ecco perché, con la testa libera, quando in piazza c’erano i comizi elettorali dei ruggenti anni ’50, io ero molto felice e li apprezzavo tutti purché avessi la possibilità di girarci alla larga, dietro alla folla, a gustare il mio gelato da trenta lire di limone e cioccolato.
Quello era il mio spirito, ben lontano dallo scontro forte e aspro che si consumava in quegli anni fra la DC e il PCI di Soliera.
Viene subito da pensare a Peppone e Don Camillo, con la differenza che nell’atmosfera di Guareschi c’era in fondo un sentimento di bonomia che qui da noi mancava.

Mancava per certo nei livelli dirigenziali ma nelle persone forse no: il rispetto e le radici comuni hanno sempre fermato lo scontro prima che esso entrasse nella sfera personale, a creare fratture insanabili.
Si è potuto così, quando i tempi sono cambiati, aprirsi al dialogo e alla collaborazione, non senza una vena di ironia come dimostra questa foto.

E’ lo spettacolo per l’inaugurazione del Nuovo Cinema Teatro Italia in cui due dei massimi esponenti delle storiche opposte fazioni reggono un cartello che la dice lunga.

Il momento cruciale dello scontro politico si manifestava nel periodo della campagna elettorale.
Era tutto un fermento: l’affissione dei manifesti, il volantinaggio, la macchina con gli altoparlanti, le sollecitazioni individuali, gli incontri privati nelle case … e tutto culminava nei giorni precedenti il voto con la distribuzione dei biglietti delle preferenze, ironicamente definiti “i santini elettorali”.
E … “dulcis in fundo” c’erano i comizi che si tenevano in piazza.
Il palco, inizialmente un carro agricolo e poi un vero palco costruito con una struttura di ferro, veniva allestito davanti al portico del Castello.
L’impianto elettrico e fonico era opera di Artioli Albertino, il mitico Manetta, che con la sua consueta ironia, raccontava che i primi tempi le due fazioni non accettavano che l’impianto servisse per i comizi di entrambi sicché lui doveva montare, smontare e rimontare tutto, con duplice incasso da una parte e dall’altra. Col tempo, il buon senso prese il sopravvento, l’impianto rimase a disposizione di tutti i contendenti e l’unico a rimetterci fu Manetta.
Prima del comizio c’era sempre la musica e immagino che ognuno diffondesse gli inni del suo partito.
Ho un ricordo, un flash, brevissimo e nitido ma giuro che non ricordo chi fosse il fantasioso di turno. Echeggiava in tutta la piazza la canzone festivaliera “La vita è un paradiso di bugie, quelle tue …” poi più nulla, veniva staccato il contatto e le successive parole “quelle mie” rimanevano nel silenzio.

Un altro episodio che ricordo molto bene è un comizio del PCI, una domenica in tarda mattinata.
Alle dodici in punto partono, come ogni giorno, i rintocchi delle campane che suonano “il mezzogiorno”, ma questa volta attaccati alle corde delle campane ci sono i giovani virgulti dell’opposizione che, con tutta la forza e la passione che hanno in corpo, danno vita allo scampanìo più lungo e travolgente che si sia mai sentito, coprendo per diversi interminabili minuti la voce dell’oratore (Don Camillo docet).

Qualche solierese “d’annata” ricorda che nell’immediato dopoguerra venne a Soliera Don Zeno e tenne un discorso dal balcone della famiglia Lugli, il balcone che era stato immortalato nella mitica foto del giorno della liberazione. Ricorda in particolare una esortazione che Don Zeno fece durante il suo discorso, in dialetto carpigiano disse “A m’arcmand, fè du mòcc”  (Mi raccomando fate due mucchi) Secondo il nostro testimone, voleva dire di tenere da una parte i ricchi e i potenti e dall’altra il mondo contadino, il mondo operaio e il proletariato.

Alle amministrative del 1951 la DC aveva organizzato un evento importantissimo, un comizio nel quale avrebbe parlato il ministro Medici; la notte precedente tutte le case della piazza vennero tappezzate di manifesti con lo scudo crociato e per tutta risposta, la notte successiva il PCI ricoprì di manifesti e giornali i due edifici laterali della chiesa, di proprietà della parrocchia, lasciando però del tutto integra la facciata della chiesa stessa.
Questo a dimostrazione di quanto dicevo prima. Alla base della comunità solierese c’era il rispettarsi e il riconoscersi in certi valori e sentimenti: non era raro vedere nelle case dei solieresi il ritratto di Stalin e l’immagine della Madonna di San Michele.
Mi piace ricordare questo e scriverlo: che si sappia!

 

>>“Una giornata in piazza”<< La Compagnia del Turtel, in occasione dell’inaugurazione del Cinema Teatro Italia.

>>"Il balcone di Casa Lugli"<< nota storica di Azzurro Manicardi.

 

26 dicembre 2020


Il Medusa Danze
Ruggero Morselli

Che nostalgia!! Succede che prima o poi ti ritrovi una vecchia foto dimenticata e automaticamente aneddoti e ricordi affiorano più o meno con piacere, rivedere il Medusa compagno di viaggio della splendida gioventù che non torna più.
Quando lo hanno abbattuto, per naturale costruzione consona ai tempi, io da casa, abitando proprio di fronte in Matteotti da una vita, non ho resistito nel fare qualche foto e mentre scattavo dalla finestra, altrettanto faceva Giuliano, dalla strada sottostante, il nostro rimpianto fotografo per eccellenza, scomparso purtroppo prematuramente.
In concorrenza, nel periodo primavera-autunno, con la Conca Verde all’aperto dove oltre ballare si pattinava in massa coi pattini a rotelle in via IV novembre ora sede dell’evidente (anche troppo) Palazzone, il Medusa era appuntamento d’obbligo settimanale per serate di approcci ed eventuali agognate conquiste.


Il titolare Bagigi (nella foto insieme ad alcuni amici), che nonostante la mia età acerba, mi fermava sempre per quattro chiacchiere, quando ci incrociavamo, lui super navigato, vero marpione, non mi chiedeva mai direttamente quello che gli interessava ma la prendeva larga e, senza che me ne accorgessi otteneva molto più di quel che voleva sapere, ne uscivo suonato come un pugile (ma non ero il solo) personaggio scomodo come si usa dire, di una simpatia incredibile e una furbizia unica, una persona favolosa a mio giudizio.

 

 

Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

Carichi come molle, dopo una interminabile settimana di attesa, ci si scatenava a twist cha-cha-cha e rock and roll, ottimo per mettersi in mostra, senza mai però perdere di vista i modenesi in trasferta, visti come invasori a casa nostra, mentalità diffusa ai tempi che certo non riguardava il nostro caso, nell’accogliente inverno padano, con umidità accompagnata da nebbia gelata impenetrabile, in motorino vestiti alla belle meglio, classico giornale sullo stomaco sotto al paltò, l’ evasione temporanea dalla morosina al pomeriggio della domenica dove si ballava, con obbiettivi Rovereto Concordia o peggio Mirandola dove in 48 (il motorino), si arrivava anche in un’ora e mezza con ciglia e baffi bianchi gelati, biglietto alla cassa ed entrata precipitosa alla ricerca di qualsiasi cosa provocasse calore e proibitivo da abbandonare fino all’ultima suonata giusto il tempo per sgelare e riprendere calore per affrontare il ritorno, che divertita!! Le poche lire buttate per un’entrata servita a restare aggrappati a un termo, certo di timore di concorrenza da parte dei locali ne abbiamo subita poca piuttosto una leggera compassione e nessuna invidia.
Era costume nei locali da ballo che a intervalli fra un bughi (così chiamavamo il rock) e l’altro, un sostanzioso abbassamento di luci ti annunciava l’atteso agognato LENTO che metteva a dura prova la timidezza dell’adolescenza, momento clou, e mentre le gentili ragazzine sfornavano dei NO a ripetizione finché non fosse giunto il loro preferito, come un fuggi fuggi di formiche spaventate in fretta per anticipare la concorrenza, ci spalmavamo a macchia d’olio per la sala con obbiettivo LA BELLA tanto desiderata.

 

 

 Veglia dello Sport - anni 1970/1971 - Un gruppo di amici si esibisce in una "gara canora" con la solista Irene Mezzanotti (al centro)

La scarsità in certe serate di presenza femminile metteva a dura prova la nostra pazienza permettendole libertà che in occasioni migliori non ne avrebbe approfittato, detta all’Alberto Sordi in un suo bel film “quattro pelose e pure pretenziose” dopo un certo numero di rifiuti all’invito al ballo le battute tipo “sgnureina balla"? Perentorio ennesimo NO! Ahh, ma alora et ciaver an sin ciacara gnanc” (ah, ma allora di far l'amore non se ne parla neanche) questo e altro erano all’ordine del giorno.
La fine dei favolosi anni 60 coincise con la scomparsa del buon Bagigi e la conseguente fine dell’attività del Medusa, dopo qualche anno di abbandono fu poi ripreso da proprietà e (dubbia) nuova attività col nuovo nome di Mitò, l’entrata principale di Matteotti divenne secondaria e la principale, comodamente accessibile al park di V. Mazzini, fu aperta in via dei Mille di fronte alla bottega di Mario il calzolaio conosciutissimo per l’attività svolta quasi in estinzione, ed era consuetudine comune passare da lui nel tentativo illusorio e il più delle volte inutile di ritrovare le proprie scarpe consegnate per riparazione.
Si passava, non si sa mai le avesse riparate, di routine con o senza fretta non importava pensava lui a rimetterti in carreggiata, ciao Mario sono pronte? Risposta: mi sembra di sì dacci na’ guardata che finisco qui, lui era emarginato in un misero angolino stretto del negozio, a fronte di un tavolino di un metro x un metro dove legava incollava e batteva chiodi, spazio minacciato e continuamente ridotto dall’aumentare continuo della enorme montagna di campionario di calzature di ogni tipo, attuali d’epoca di tela cuoio gomma scarponi imbottiti e non, sandali ciabatte il tutto alla rinfusa spaiate qua e là, ovunque dove occupare spazi, ho capito ripasso! Ma no dove vai? Siediti.
La decisione da prendere nell’immediato era di due soluzioni, te ne andavi e ritornando ti ritrovavi esattamente al punto di prima, oppure restavi e miracolosamente lui e solo lui, simile alla versione dei pc dell’ultimo grido, riusciva a ritrovarti le tue scarpe sepolte chissà dove, e aspettando, te le sistemava aggiornandoti di cose di paese che tu neanche lontanamente potevi immaginare, alternativa scarpe perse sicuramente.
E per rimanere in argomento l’ufficio pettegolezzi del paese (ci si conosce tutti un punto d’appoggio ufficiale è importante) non ha smesso l’attività anzi, a scanso di smentite la sede attuale principale è rimasta in loco, molto vicina, senza voler pubblicizzare e che resti fra noi, da Paolo al barbèr al fiol ed Manèta. (il barbiere, il figlio di Manèta)
Chi non ha conosciuto l’elettricista Artioli Albertino detto Manèta? Personaggio con forte carenza di timidezza noto per la grande, inimitabile proprietà di espulsione di magoni interiori indifferentemente da chi glieli provocasse fosse pure il Presidente della Repubblica.
Un piccolo esempio, ma significativo, per ricordarlo la memoria mi riporta agli anni 50 – 60, tensione politica ai livelli di guardia, guerra fredda, i confronti fra le parti erano scontri tra avversari, la piazza cambiava totalmente colore e atmosfera, o bianco o rosso, a seconda dei comizi svolti, i curiosi di colore (idea politica) contrario si sistemavano sotto al portico con l’illusione di passare inosservati, se scoperti non evitavi rimbrotto tipo “set andè a fer”, (cosa sei andato a fare?) e in occasione di apertura di uno di questi di colore bianco sono sul palco Manetta e il Parroco.
Il primo, come consuetudine responsabile dell’impianto elettrico, appoggia il microfono al Parroco il quale apre il comizio esordendo con: un doveroso ringraziamento al Sig. Manetta per … al che con scatto felino Manetta si avvicina al microfono e davanti alla piazza piena ribadisce perentoriamente “compagno, prego!” Stupore di Don Ugo con tensione annullata da risata totale di piazza, compresa la mia sotto al portico, naturalmente dietro una colonna.


Un vecchio detto dei nonni dice che da un pir an n’è mai nasu un pàm (da un pero non è mai nata una mela) quindi Paolo il figlio, dopo il tirocinio con William Cavani ora in pensione e dedito all’antica passione della fotografia, ha rilevato l’attività di barbiere, sede ideale, come pare dalle parrucchiere, non tutte solo in maggioranza, per scambi di dicerie varie a essere magnanimi, non so se d’accordo, sembra di essere cattivi e sparlare ma sono ambienti che rilassano!

Ma chi è che esce senza sorriso e più ricco, di cosa non si sa ma si è soddisfatti appagati, il negozio quindi figura come barbiere ma in concreto è fiero erede del patrimonio del compianto Mario in chiave moderna, il termine BRAGHER è persino offensivo per Paolo, non ne vuol sapere si ritiene un INFORMATICO tradotto sarebbe che lui si informa (con passione e senza nessun sforzo) per poter poi godere del piacere di riferire, a chiunque, anche se non clienti, provare per credere.

Le prede più ambite, con sguardo al passaggio davanti alla vetrata curato e soprattutto dettagliato nei minimi particolari, è la sposa, se formosetta è meglio, non si disdegnano le prominenze delle raga in età stimolatrici della frase “sle bàuna!” (quanto è buona) e non è poi che qualcuna non se ne sia accorta e non manchi di fare passerella, con caffè di fronte oppure ondeggiando nel passare per ritirare l’auto nel park di v. Mazzini, se da una parte fa anche piacere essere protagoniste a altre, specie a fronte di significative occhiatacce, sembra di leggere sulle labbra “vè si guerden chi caiaun lè” (veh, come guardano quegli imbecilli) il tutto senza dimenticare il secondo mestiere svolto in negozio che sarebbe, tempo permettendo, il taglio di capelli e barbe perfette.
Il particolare dell’entrata secondaria del Mitò è citato per un curioso episodio a cui non potevo non assistere, di fronte alla finestra del mio appartamento in via Matteotti una sera d’estate, mi entra un improvviso mulinello di luci blu lampeggianti , la stanza illuminata come una discoteca, ambulanza? Pompieri? non ho sentito sirene però? Naturale curiosità prevale e cosa vedo in strada? Una grossa auto dei carabinieri seguita da enorme auto anonima e altre due auto dei carabinieri altrettanto grosse, ma se la caserma dei carabinieri del paese è dotata di una misera fiat uno?? Ma che succede? Finalmente viene aperta la porta secondaria del locale e in contemporanea quella della misteriosa auto enorme, frettolosamente scende un’apparizione elegante, bianca e pura come una colomba, come una visione surreale intravedo un‘onorevole che si intrufola all’entrata e scompare, il popolarissimo parlamentare Ilona Staller in arte Cicciolina, che debuttava a Soliera a contatto ravvicinato, molto ravvicinato pare, ai suoi beniamini, per il piacere dei contribuenti felici e soddisfatti di sapere che parte dell’introito delle adorate tasse, è usato per scorte e stipendi accompagnati da generose mini pensioni, da “politici” per lavoro extra protratto pensate, fino a tarda notte pur di stare vicino ai suoi elettori.
A parte il personaggio citato e conosciuto, le serate infrasettimanali che sembravano morte e con personaggi perfettamente sconosciuti erano comunque portatrici di file continue alla cassa del Mitò, il park sempre pieno, auto da tutte le province limitrofe con invasione alle volte anche di cortili condominiali privati seguiti dalle giuste lamentele degli inquilini, alla vista di un movimento così importante mi sono informato del tipo di spettacolo svolto durante la serata, soddisfatto anche nei dettagli mi rimaneva il dubbio della realtà, ma venivo sempre smentito dalla conferma interpellando altri, tutti però a loro volta informati da amici ai quali è stato riportato da conoscenti, nessuno in diretta, tutti per sentito dire e la fila era reale a tutti gli spettacoli, tutti sapevano nessuno è mai entrato (chiaramente nemmeno io giuro!) … bel mistero!

30 dicembre 2020


Amata Soliera
Lucia Ferrari

Sono Ferrari Lucia e ho 73 anni. Venni ad abitare a Soliera con i miei genitori nel 1961: avevo 14 anni. Pensando a quegli anni mi sono affiorati alla mente ricordi lontanissimi di com’era allora il Centro storico di Soliera.
Questo paese mi piacque subito perché aveva due strade di accesso al centro storico che confluivano in Piazza Sassi, formando come un ferro di cavallo. Entrando da sotto l’arco del castello ricordo la bella piazza con tutti i suoi negozi sotto i portici. A sinistra c’era lo storico negozio dei Fratelli Ferrari, il negozio di riparazioni radio e TV dove lavorava Marino Manfredini e la macelleria Vincenzi, tuttora esistente; appena più avanti c’era la cooperativa di consumo (non si chiamava ancora Coop) e, alla fine del portico, il negozio di abbigliamento di Andreoli.
Dalla parte destra c’era invece, come ora, il portico del Castello poi il Bar della Sonia (non so se apparteneva alla Parrocchia) seguito dal cinema Aurora e, adiacente alla Chiesa, c’era una macelleria di cui non ricordo il nome: so che il titolare era chiamato Ranèin. Dopo la Chiesa, sempre sulla destra, c’era un grande negozio di ferramenta e casalinghi che apparteneva ai Luppi. Avevano oggetti veramente che molto belli. Questo negozio fu rilevato da due fratelli, molto bravi anch’essi, che rimasero per diversi anni poi si trasferirono, con la loro attività, sempre a Soliera ma in via Rimembranze, dove sono tuttora. Andando avanti c’era un deposito per bici e motorini, apparteneva a Bazzi Erio. Lì ci portavo la bici (sempre negli anni ’60) quando andavo al cinema Aurora o al cinema Italia e pagavo venti lire. Di fronte al deposito c’era un’edicola, in una struttura non muraria, dove ogni settimana comperavo “Capitan Miki” e “Il grande Blak”.
Mi preme raccontare un aneddoto che mi riguarda. Anche se avevo soltanto quattordici anni quando venni ad abitare a Soliera, avevo lasciato nel paese dove abitavo prima un ragazzo che mi piaceva molto. Lui era preoccupato di trovare un luogo dove poterci vedere e io lo avevo già individuato. Gli dissi: ”Vieni domenica pomeriggio in Piazza Sassi, sotto il portico c’è il cinema Aurora. Ci vediamo lì”. Fu il primo incontro con il mio ragazzo - che da 55 anni è mio marito - in questo bel paese che ho amato da sempre e che negli anni che seguirono ho apprezzato moltissimo. Noi abbiamo abitato per 50 anni a Secchia ma ho sempre amato il centro del paese e ci venivo per fare la spesa o nei giorni di mercato. Era questa la mia gente! Venduta la casa di Secchia, siamo venuti ad abitare in via Tevere con nostra grande felicità per essere venuti vicino al centro e alla mia gente.
Ora è tutto cambiato, è arrivato il virus Covid 19, la Pandemia ci ha stravolti. Stiamo in casa, usciamo solo per fare una passeggiata, ci teniamo distanti dagli altri con sospetto e mascherina. Dove sono finiti il piacere di sorriderci, di parlare insieme? Dov’è finita la cordialità che ci contraddistingue, regna sempre la paura adesso ma … verrà ancora il giorno in cui “Via!”, toglieremo la maschera, ritorneremo a guardarci negli occhi e a sorriderci fin dal primo mattino.
Io vorrei tanto trasmettere a tutti la felicità di far parte di questo paese, di essere qui e non da un’altra parte, proprio qui a Soliera.
Ho tenuto per ultima la descrizione del Castello e della Chiesa che fanno entrambi parte di Piazza Sassi. La Chiesa è al centro della parte destra della Piazza. Io non ho la competenza di sapere quando fu costruita ma so che è dedicata a San Giovanni Battista e che all’interno ha dei dipinti molto belli. Alle funzioni domenicali partecipano molte persone. I sacerdoti sono don Antonio e don Francesco Preziosi.
Il Castello (per informazioni storiche dettagliate c’è il “Centro studi storici Solieresi” che conosce la storia del Castello fin dalle origini) è una costruzione bella e imponente che ospita le cinque sale della Biblioteca, bellissima e molto frequentata. Io direi di essere stata una delle prime utenti. Da sempre la biblioteca per me è come una seconda casa. Vado, mi consigliano sulla scelta dei libri e io torno a casa felice come avessi un tesoro nella borsa!

28 dicembre 2020


Il centro storico-di tutto un po'
Costante Salardi

Il torneo dell’amico
All’inizio degli anni settanta iniziarono le partite di calcetto del torneo dell’amico. Era organizzato dalla parrocchia di Soliera e le partite si svolgevano nel campetti dietro alla chiesa. Era un torneo estivo con regolamento a volte improvvisato e impreciso. I giocatori erano calciatori amatoriali di diverse età: ragazzi e adulti. Alcuni giocavano anche nella squadra del Soliera calcio. C’era in palio una coppa a fine campionato. Nel corso degli anni settanta il torneo crebbe di importanza e aumentò il pubblico sempre più numeroso che veniva anche da fuori. All’epoca avevo dodici anni e andavo ad assistere alle partite che erano gratuite e venivano giocate verso sera alle diciotto e trenta.
Col tempo anche i giocatori vennero selezionati, anch’io ho giocato un paio di volte. Il pubblico si affollava sul muretto nella piazzetta della torre campanaria a fianco della parete dei bagni pubblici. Il gestore dei bagni pubblici era Leo, un tipo stravagante. Ci sedevamo a cavalcioni del muretto, in questa zona si riunivano gli ultrà, rappresentanti dei proletari e degli emarginati. Ogni settore aveva un nome, il settore del muretto si chiamava Leo, anche se già allora l’edificio dei bagni pubblici era chiuso e lui era andato in pensione. Poi c’era la curva Tosi, dal cognome di una coppia padre e figlio, il genitore era uno spettatore e il figlio un giocatore. Questa curva era frequentata da gente bigotta e chiesaiola. Il vecchio Tosi veniva agghindato come un giocatore di primordine, era socio dell’ingegnere Lodi ed era preso di mira dalle battutacce della curva Leo. Poi c’era la curva Magoni, verso sud, il nome era riferito al fatto che alle spalle c’era la casa di Luppi ,il pollivendolo. I più facinorosi erano quelli della curva Leo dove c’erano i più giovani, ragazzi di quattordici anni che già lavoravano come operai.
Negli anni ottanta il Bar Marzia e la ditta Confezioni Fabiola iniziarono a sponsorizzare i giocatori e da lì nacque il vero torneo . Per protestare e farsi sentire arrivavano in campo anche delle vecchie sedie lanciate dalla curva Leo e qualche sacco di pattume che gli ultrà prendevano dai cassonetti posizionati in fondo alla piazzetta campanaria.
Leo ha letto per anni sempre lo stesso libro: il capitale di Marx e ha continuato a leggerlo anche in casa i riposo dove è rimasto fino a pochi anni fa ormai novantenne. Era soprannominato “Cécolèta” per evidenziare di contrasto il colore bianchissimo della sua pelle, pare non fosse mai uscito da Soliera , né si fosse mai svestito o esposto al sole, non aveva mai visto il mare.
ll palazzone è nato alla fine degli anni cinquanta, ci abitava mia zia e prima c’era un locale da ballo che occupava tutta l’area: La conca verde. Alla fine degli anni settanta c’era un locale grande: il Medusa, collocato vicino ai giardinetti del monumento ai caduti. Questo locale invitava molti personaggi famosi dello spettacolo come Gino Bramieri che alloggiavano in un altro locale “Da Cesaro” dove c’era un albergo, il ristorante e il bar. Qui si facevano cerimonie ,matrimoni ed era gestito dalla famiglia Lodi. Mia madre faceva servizio ai tavoli nel fine settimana ed era frequentato da tutti gli uomini del paese di ogni età. La gente più anziana andava all’osteria da Lancellotti che era una piccola casa di campagna a fianco dell’unico campo da tennis molto frequentato dai solieresi. Mio nonno Avanti, che aveva avuto questo nome dal padre fervente socialista, alzava spesso il gomito con il vino. Una volta era così brillo che mi ha lasciato in braccio all’ostessa ed è tornato a casa col passeggino vuoto facendo infuriare mia madre. Molti anziani erano alcolisti e restavano al bar fino a tardi il sabato e domenica. In estate si sentiva cantare fino alle due di notte, erano gli ubriachi dell’osteria.
Tutti e due i calzolai del paese si chiamavano Mario. Uno aveva settant’anni, era scontroso ma preciso. L’altro, Mario Barbieri, era confusionario ,ma trovava sempre miracolosamente le tue paia di scarpe in mezzo a un enorme mucchio che occupava quasi tutto lo spazio del suo bugigattolo.
Il mulino vecchio era una casa diroccata ed è stato ristrutturato negli anni ottanta quando sono nate le organizzazioni culturali con il centro giovani.
Di fronte al palazzone c’era un altro locale , IL Luppolo, dopo è diventato il Movida, era un locale per giovani, negli anni ottanta hanno aperto molti bar, c’erano anche locali notturni per adulti e altri che si chiamavano birrerie dove però c’era poco spazio e non si poteva leggere il giornale, giocare a carte o a bigliardo come nei vecchi bar.
La scuola di pittura è nata nel novanta. Il primo anno era nella sala Arci di Secchia, nella vecchia casa del popolo creata dagli ex partigiani per le loro riunioni politiche. Ho iniziato a frequentarla a quattordici anni nelle sale del primo piano che era uno spazio giovani dove si poteva giocare e sentire musica. Poi si è spostata al mulino nuovo, poi è stata nella sede della scuola elementare di via Roma, poi al castello Campori prima della ristrutturazione e per molti anni nel capannone di via Verdi. Da cinque anni ha sede al nuovo mulino.
Fino agli anni ottanta i ragazzi sono cresciuti nei bar, giocando al flipper, al bigliardo, a carte. C’era una biblioteca, ma era poco frequentata dai giovani. L’unico modo per uscire dal paese era la colonia estiva che hanno frequentato tutti i giovani in quegli anni. C’erano grandi compagnie anche di cinquanta persone e alcune si radunavano di fronte al palazzone dove c’era un muretto e un edificio in cui c’era la sede di una radio libera. A Soliera c’erano cinque radio libere , prima della regolamentazione . Solo negli anni settantasette settantotto le ragazze iniziavano ad andare in giro da sole. In estate frequentavano i viali del parco e uscivano come i maschi, ma venivano additate dagli anziani davanti ai bar che facevano commenti ad alta voce incitandole a tornare a casa a occuparsi della casa. Il bar era l’unico luogo di aggregazione e contatto fra generazioni dove i ragazzi crescevano ascoltando le storie degli adulti e degli anziani che li facevano riflettere e maturare contenendo la loro irrequietezza giovanile.

26 dicembre 2020


Alba in piazza
Guido Malagoli

Foto di Alessandro Licata

Fa fresco sulla pelle stamattina, c’è una nebbia leggera e un baffo di luna. Sarà capitato anche a voi di aspettare una corriera che non arriva, un amico in ritardo, il pullman per una gita. Aspetti e ti stropicci le mani come faccio io questa mattina. E’ ancora buio e silenzio, non c’è nessuno, saranno appena le cinque, forse le cinque e mezza. L’aria pizzica, passeggio per far passare il tempo che non passa. Il cielo buio sembra prendere vita pigramente con trasparenze rare. Un lampione ondeggia appena, mi sembra che la luce giallognola si stia attenuando. Il cielo ora è sgombro, quasi vibra in attesa di quel momento magico che separa il buio dalla luce, lo stesso attimo indicibile che è e non è allo stesso tempo, quando sembra che la luce crepuscolare del mattino sospinga lontano le ombre della notte nella sfida eterna che si ripete dal tempo dei tempi, da quando Dio decise che era giusto così.
Un impercettibile chiarore si posa sul vetro di una finestra all’ultimo piano.
Mentre sono assorto nella contemplazione di questo miracolo vengo colpito dal rugginoso rotolio di una serranda che si apre. Poco dopo un altro cigolio di porta, più lontano, e qualche passo frettoloso. Il paese si risveglia dal sonno, stiracchia le membra come un cristiano. Arrivano alcune persone scure come ombre, non distinguo il viso perché il buio e la luce sono ancora fusi insieme. Sbatte una finestra, scorre una tapparella, scatta improvvisa la serratura di un portone. Sta vincendo la luce.
E’ l’alba, delicatamente rosata. La mia pelle l’ha avvertita prima ancora degli occhi. Spariscono le ombre, ora vedo distintamente le persone. Il giornalaio espone in bella vista sulla rastrelliera i giornali per i curiosi che leggeranno i titoli e scuoteranno la testa perché non c’è mai niente di nuovo, tutto va male e chissà che altro succederà; l’amico barista accende la macchina del caffè (anch’io ho voglia di un buon caffè caldo); due vecchiette si avvicinano senza far rumore alla chiesa che ha aperto il portone, si fanno la croce e spariscono all’interno a piccoli passi; un operaio in bicicletta, una madre col bambino per mano attraversano la piazza; un vecchio col bastone zoppica sotto al portico, si ferma, legge un vecchio avviso funebre sulla colonna e riparte incerto. L’orologio del castello batte le ore.
Ma che razza di fantasia è questa? Io l’ ho già vista questa scena, dal vivo non in sogno, esattamente questa, nel dicembre del 1997 all’inaugurazione del cinema teatro Italia. La Cumpagnia dal Turtèl raccontò con la stessa sequenza il risveglio del nostro paese con personaggi veri, sindaco e parroco in persona, azioni, parole, scenografia, decine di comparse, all’interno di una realtà filtrata da un poeta surreale. Sulla scena vidi il risveglio del paese, la descrizione di una giornata in piazza, dall’alvèda alla caschèda, dall’alba al tramonto, attraverso il ritmo della quotidianità e i grandi riti collettivi.
Fu una rappresentazione, fu realtà onirica o semplice ricordo?
Il risveglio della piazza, negli anni passati, coincideva con l’apertura dei tanti negozi che si allineavano uno dopo l’altro sotto i portici e nelle strade vicine al castello. C’erano tutti, macellaio e fruttivendolo, fornaio e pollivendolo con le uova fresche, meccanico e barbiere, il negozio di mercerie, di ferramenta e quello di articoli sportivi... Di buonora arrivavano i primi avventori, si formavano capannelli di persone in chiacchiere e saluti, nell’aria c’era profumo di pane appena cotto, di caffè e gnocco fritto. Piazza accogliente come l’antica agorà, spazio aperto per mercati e pubbliche manifestazioni.
Stamane la piazza rinnovata dalle fondamenta, lustra nelle geometrie del marmo e della pietra, è uscita dal sonno della notte senza rumore, in punta di piedi, come succede ahimè da anni, perché i negozi, i pochi rimasti - salvo alcune eccezioni - non arrotolano le saracinesche rumorose all’alba. Apriranno più tardi, quando il sole è alto. Non c’è fretta. Uffici, assicurazioni, immobiliari, agenzie, servizi vari non hanno bisogno di vedere il buio che s’allontana inseguito dalla luce.
Uno scettico provoca e domanda: si rinnoverà la visione di bambini che fanno scorribande tra Piazza Lusvardi e piazza Sassi e il passeggio delle carrozzine sotto il portico per mostrare ai passanti quanto è bello il bambino? Si formerà ancora il crocchio delle signore che se la raccontano e poi scappano a casa, oddio che tardi, devo ancora fare il soffritto? Ritornerà l’andirivieni della gente vestita a festa con gli abiti chiari nelle domeniche di primavera? E rivedremo i soliti vecchietti inchiodati al bar con i loro lamenti che era meglio, che è meglio, che sarebbe meglio? Torneremo a infilarci tra i banchi del mercato camminando tra la gente in cerca di un volto amico?
Ma sì che tornerà tutto questo, anche di più e in forme nuove che non inizieranno necessariamente all’alba come nei nostri sogni perché tutto scorre, soprattutto il tempo, lo dice anche il filosofo. A forza di scorrere, arriverà pure da qualche parte, dice il sognatore.

 

>>"Una giornata in piazza"<< La Compagnia del Turtel, in occasione dell'inaugurazione del Cinema Teatro Italia.

 

26 novembre 2020


Caro Lusvardi ...
Gabriella Malavasi

Caro Lusvardi,
spero che queste righe ti arrivino perché, sinceramente, non sono sicura del tuo attuale domicilio.
Tanto tempo è passato dall’ultima volta che ci siamo parlati, ti ricordi: eri nel parco, seduto su una panchina e mi chiamasti perché mi avvicinassi per un saluto, una battuta scherzosa.
Il parco, l’avevi voluto con una convinzione e una grinta non da poco.
Bèh, adesso è al meglio.
Se ti capita di passare di qua, ti invito a fermarti un attimo per vederlo, anzi, porta con te tavolozza e colori che certo ti fornirà spunti per belle pennellate.
Ti informo però che è diventato il sogno estivo della maggioranza dei solieresi per cui, se avrai bisogno di silenzio per concentrarti, ti conviene passare quando il freddo, la pioggia e la neve lo fanno appartenere solo a se stesso.

Anche in quei momenti però ha un suo fascino speciale e so che gli occhi e il pennello saranno presi dall’architettura degli alti fusti, dai nidi fra i rami, dai cespugli sempreverdi.
Se poi dovessi passare in primavera, troveresti un’esplosione di macchie colorate: fiori bianchi, rosa, lilla, non ricordo bene i nomi delle piante, ma sì, ti sento che stai ridendo, tu sai bene il loro nome perché volevi proprio quelle.
Sai, è stato arredato con luci, con tavoli e panchine e nella bella stagione si riempie di persone per una partita a carte, un picnic o una partita di pallavolo. Non ti dico poi l’area giochi strapiena di bimbi, delle loro grida e delle loro corse.
Devi venire, avresti la conferma che il tuo sogno si è realizzato.
Ti potrebbe capitare di incontrare qualcuno con cui da tempo hai voglia di scambiare quattro chiacchiere e so che ti peserà non poterlo fare, ma so che stuzzicherai i suoi pensieri fino a coglierne le risposte.
Gabriella Malavasi

28 dicembre 2020


Il nuovo Cinema Teatro Italia
Marisa Zanini

La foto proviene dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera 

Sotto casa mia c’è un portico con uffici e negozi, ombreggiato da grandi profumatissimi tigli e arricchito da comode panchine. All’estremità sud, quando il portico sfocia nel parchetto comunemente chiamato “parco vecchio” c’è l’ingresso del Nuovo Cinema Teatro Italia.
Si chiama “Nuovo” perché mi raccontano (io non sono una solierese doc) che fin dall’inizio del 1900 in questo edificio c’è stato il mitico “Cinema Italia” che chiuse i battenti nel 1987 lasciando il paese orfano di cinema per ben dieci anni. Quando nel 1997 finalmente la nuova sala vide la luce, quasi obbligatoriamente prese il nome di Nuovo Cinema Teatro Italia.
Nell’area antistante l’entrata del cinema teatro si trova una bacheca che ospita le locandine di tutte le attività sociali , artistiche e culturali del paese , la programmazione dei film dei sabati, domeniche e lunedì della stagione inverno/ primavera e delle rappresentazioni teatrali durante la settimana con compagnie teatrali anche importanti e di rilievo.

 

Quando passo per rientrare a casa vedo la piccola folla di giovani che chiacchierano e fanno capannelli fumando e ridendo prima di entrare per la programmazione teatrale, il centro prende vita anche nelle serate nebbiose d’inverno . Di domenica pomeriggio ci sono le proiezioni per bambini e famiglie che vedo assiepati davanti all’entrata, di lunedì c’è sempre meno gente per chi ha perduto l’occasione della domenica sera o non vuole perdere quella proiezione o addirittura rivederla . L’offerta è sempre intrigante, peccato che si concluda dopo Pasqua e non riprenda che in pieno autunno costringendo chi ha voglia di vedere i nuovi film in uscita a spostarsi a Carpi o a Modena .
Il cinema viene anche utilizzato per riunioni cittadine riguardanti le opere pubbliche o la pubblicizzazione della raccolta rifiuti differenziata ,come per alcune attività, soprattutto scolastiche, con spettacoli di fine anno o in occasione del Natale e della befana dei bambini.
Lo spazio fra la bacheca e l’ingresso al Cinema viene occupato dai banchetti delle associazioni in occasione dei mercati settimanali con i banchi della via Garibaldi, delle fiere del Mosto Cotto, di san Giovanni di fine Giugno, in occasione della festa della donna dell’8 marzo .
E’ un punto di ritrovo degli anziani nelle mattine di ogni stagione, qualcuno seduto sulla panchina proprio di fronte a lato della strada, a raccontarsi delle ultime notizie di politica, del campionato di calcio, delle pensioni e dell’arrivo del virus. Ultimamente ho anche visto un cumulo di coperte del primo clochard a lato dell’entrata degli artisti proprio sotto la bacheca, che mi ha molto rattristato e sintomo dei tempi di crisi umanitaria e sociale che stiamo vivendo.

 

>>“Il Cinema – I nostri cinema”<< Soliera, 18 ottobre 2014.

 

26 dicembre 2020

 


Progetto finanziato nell’ambito del Bando progetti eventi ed attività culturali promosso da Fondazione Campori
con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
Università libera età Natalia Ginzburg a.p.s. · Comitato di Soliera · via Berlinguer 201 · 41019 · Soliera (MO) C.F. 94064020368
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