I comizi
Luisella Vaccari

Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

“Papà, perché la domenica devo alzarmi presto per andare a Messa prima?”
“ E perché a’n g’ vet piò terd?” (E perché non ci vai più tardi?)
“Perché la mamma vuole che faccia la comunione e devo essere digiuna”
Alora t’è da fèr quél ca dis to mèdra”(Allora devi fare quello che dice tua madre)
Ecco il quadro: l’educazione religiosa era compito di mia madre, l’educazione socio-politica era compito di mio padre.
Mio padre però non mi ha mai dato imposizioni o fatto sermoni, ho imparato osservandolo.
Ricordo solo uno schiaffo. Ero una bambina e sono arrivata in casa cantando una canzoncina che avevo sentito e mi era piaciuta “Avanti o popolo, ci siamo in tanti, tutti ignoranti, tutti ignoranti!”
Lo schiaffo di mio padre, del tutto immeritato perché io della canzoncina apprezzavo solo il motivetto e la rima, mi ha fatto capire però che si deve rispetto.
Mio padre non era comunista, diceva che il comunismo era un’utopia, che “l’uomo nuovo” che si alza la mattina e va a lavorare per lo Stato, non sarebbe mai esistito.
Apprezzava invece l’iniziativa privata, con una grande ammirazione per la gente che si era fatta da sé.
Aveva molti amici comunisti a cui era affezionato e con cui si capiva, tanto che lo avevano chiamato a ricoprire un ruolo importante in seno all’Alleanza Cooperativa.
Quando la Russia invase l’Ungheria provò grande rabbia e delusione e non seppe tacere così perse il lavoro. Ma non l’ho mai sentito dire che aveva subito un’ingiustizia.
Ecco perché, con la testa libera, quando in piazza c’erano i comizi elettorali dei ruggenti anni ’50, io ero molto felice e li apprezzavo tutti purché avessi la possibilità di girarci alla larga, dietro alla folla, a gustare il mio gelato da trenta lire di limone e cioccolato.
Quello era il mio spirito, ben lontano dallo scontro forte e aspro che si consumava in quegli anni fra la DC e il PCI di Soliera.
Viene subito da pensare a Peppone e Don Camillo, con la differenza che nell’atmosfera di Guareschi c’era in fondo un sentimento di bonomia che qui da noi mancava.

Mancava per certo nei livelli dirigenziali ma nelle persone forse no: il rispetto e le radici comuni hanno sempre fermato lo scontro prima che esso entrasse nella sfera personale, a creare fratture insanabili.
Si è potuto così, quando i tempi sono cambiati, aprirsi al dialogo e alla collaborazione, non senza una vena di ironia come dimostra questa foto.

E’ lo spettacolo per l’inaugurazione del Nuovo Cinema Teatro Italia in cui due dei massimi esponenti delle storiche opposte fazioni reggono un cartello che la dice lunga.

Il momento cruciale dello scontro politico si manifestava nel periodo della campagna elettorale.
Era tutto un fermento: l’affissione dei manifesti, il volantinaggio, la macchina con gli altoparlanti, le sollecitazioni individuali, gli incontri privati nelle case … e tutto culminava nei giorni precedenti il voto con la distribuzione dei biglietti delle preferenze, ironicamente definiti “i santini elettorali”.
E … “dulcis in fundo” c’erano i comizi che si tenevano in piazza.
Il palco, inizialmente un carro agricolo e poi un vero palco costruito con una struttura di ferro, veniva allestito davanti al portico del Castello.
L’impianto elettrico e fonico era opera di Artioli Albertino, il mitico Manetta, che con la sua consueta ironia, raccontava che i primi tempi le due fazioni non accettavano che l’impianto servisse per i comizi di entrambi sicché lui doveva montare, smontare e rimontare tutto, con duplice incasso da una parte e dall’altra. Col tempo, il buon senso prese il sopravvento, l’impianto rimase a disposizione di tutti i contendenti e l’unico a rimetterci fu Manetta.
Prima del comizio c’era sempre la musica e immagino che ognuno diffondesse gli inni del suo partito.
Ho un ricordo, un flash, brevissimo e nitido ma giuro che non ricordo chi fosse il fantasioso di turno. Echeggiava in tutta la piazza la canzone festivaliera “La vita è un paradiso di bugie, quelle tue …” poi più nulla, veniva staccato il contatto e le successive parole “quelle mie” rimanevano nel silenzio.

Un altro episodio che ricordo molto bene è un comizio del PCI, una domenica in tarda mattinata.
Alle dodici in punto partono, come ogni giorno, i rintocchi delle campane che suonano “il mezzogiorno”, ma questa volta attaccati alle corde delle campane ci sono i giovani virgulti dell’opposizione che, con tutta la forza e la passione che hanno in corpo, danno vita allo scampanìo più lungo e travolgente che si sia mai sentito, coprendo per diversi interminabili minuti la voce dell’oratore (Don Camillo docet).

Qualche solierese “d’annata” ricorda che nell’immediato dopoguerra venne a Soliera Don Zeno e tenne un discorso dal balcone della famiglia Lugli, il balcone che era stato immortalato nella mitica foto del giorno della liberazione. Ricorda in particolare una esortazione che Don Zeno fece durante il suo discorso, in dialetto carpigiano disse “A m’arcmand, fè du mòcc”  (Mi raccomando fate due mucchi) Secondo il nostro testimone, voleva dire di tenere da una parte i ricchi e i potenti e dall’altra il mondo contadino, il mondo operaio e il proletariato.

Alle amministrative del 1951 la DC aveva organizzato un evento importantissimo, un comizio nel quale avrebbe parlato il ministro Medici; la notte precedente tutte le case della piazza vennero tappezzate di manifesti con lo scudo crociato e per tutta risposta, la notte successiva il PCI ricoprì di manifesti e giornali i due edifici laterali della chiesa, di proprietà della parrocchia, lasciando però del tutto integra la facciata della chiesa stessa.
Questo a dimostrazione di quanto dicevo prima. Alla base della comunità solierese c’era il rispettarsi e il riconoscersi in certi valori e sentimenti: non era raro vedere nelle case dei solieresi il ritratto di Stalin e l’immagine della Madonna di San Michele.
Mi piace ricordare questo e scriverlo: che si sappia!

 

>>“Una giornata in piazza”<< La Compagnia del Turtel, in occasione dell’inaugurazione del Cinema Teatro Italia.

>>“Il balcone di Casa Lugli”<< nota storica di Azzurro Manicardi.

 

26 dicembre 2020