Il sotterraneo
Guido Malagoli

Quando andavamo in ludoteca in fila per due e passavamo sotto il voltone, i miei scolari domandavano: “Che cosa c’è dietro a quel portoncino?”
“Ciò che c’è di solito nei sotterranei di tutti i castelli. Le cantine, le stalle, forse le carceri … ”
“Anche le sale di tortura?”
“ Niente sale di tortura”
“Allora i fantasmi!” e ridevano.
“ Ecco, se vi fa piacere laggiù ci sono i fantasmi dei ricordi. Non sono spaventosi né svolazzanti col lenzuolo bianco perchè sono fatti di aria. Tutti i ricordi restano nell’aria, galleggiano per anni intorno a noi come bolle di sapone…”
Non so se ero convincente, ci provavo e loro, sapendo che amavo inventare favole, ci credevano o fingevano con un po’ di malizia.
Il portoncino di cui parlo è sotto all’affresco della Madonna con bambino, a metà del voltone, ed è costituito da due battenti molto bassi di legno scuro, curvi nella parte superiore. Per entrare si deve abbassare la testa.
Una volta vidi il signor Carlo Ferrari salire curvo da una ripida scaletta con uno scatolone in braccio. Pensai che avesse prelevato qualcosa nel sotterraneo, forse laggiù c’era un magazzino di cose sue, cercai di sbirciare nell’oscurità, così per il desiderio di sapere, ma non vidi nulla di interessante e proseguii non volendo fare la figura del braghero.
Soltanto molti anni dopo ho potuto esplorare il sotterraneo in occasione di una bella mostra di fotografie di Oscar Lolli collocata in quella sede insolita e suggestiva, da artista. Era la prima volta, per quel che ne so, che quello spazio veniva utilizzato per un progetto culturale.
Il sotterraneo era esattamente come l’avevo immaginato.


Pietre grossolane malamente intonacate, il soffitto basso curvo incombente, qualche finestrella verso sud, l’illuminazione scarsa e un sentore di umidità e di muffa che faceva venire alla mente un mondo di mistero, fuori dal tempo, dove si presagiva la paura e il vuoto come in una grotta preistorica non riuscendo a vedere oltre.
Ci sono davvero i fantasmi, vorrei ripetere ai ragazzi di allora. Non li vediamo, ma chi conosce la storia può sentire la loro presenza che si chiama “ricordo”.
Millenovecentoquarantatre, millenovecentoquarantaquattro. Scendo la ripida scala sconnessa che porta nel sotterraneo a livello della fossa castellana. La luce fioca di una lumiera a petrolio illumina le spesse pareti dove si muovono ombre oblique. Ai lati due panche di legno, qualche sedia sgangherata, nient’altro. Arrivano le persone di corsa per fuggire all’attacco degli aerei annunciati dall’urlo della sirena d’allarme. Donne con i bambini in braccio e vecchi impauriti scendono a fatica la rampa con qualche sporta e una coperta, famiglie intere. Il rifugio si riempie di voci. Chi può prende posto, ci si accontenta anche di stare appoggiati alle pareti purché finisca presto l’incubo dei bombardieri che fanno vibrare l’aria e spaventano più del tuono. Adesso si sta in silenzio col terrore di sentire il sibilo di morte delle bombe che cadono. In quei momenti si può pregare o piangere, si abbracciano i figli, tutto finirà presto vedrai poi andiamo a casa, siamo nella pancia della terra. Qualcuno guarda fisso il muro come se volesse verificarne la robustezza. Se una bomba cade sul ca-stello facciamo la fine del topo, dice un vecchio che ha ancora in mente l’orrore della guerra del 15-18. La sirena suona il cessato allarme. Si respira. Il sotterraneo lentamente si riempie di parole e di saluti, questa volta è andata bene, ringraziando Dio, ma la paura può tornare la sera stessa appena si percepisce il rombo del mo-tore di Pippo che si avvicina. I ricordi restano nel sotterraneo. Solo chi ha vissuto quei giorni maledetti sa che dietro al portone basso e curvo ci sono ancora i fanta-smi, laggiù, se ci pensiamo un momento.

 

>>"I sotterranei" << nota storica di Azzurro Manicardi.

 

18 novembre 2020


La fontanella (il pompino)
Luisella Vaccari

“Allora cosa aspetti? E’ quasi mezzogiorno, c’è da andare al pompino!”
Che paranoia! Tutti i giorni d’estate, quando i giochi erano più belli e avvincenti, alle undici e mezzo bisognava tornare a casa per andare al pompino a prendere l’acqua.
Dove oggi c’è il palazzone c’era il ballo all’aperto la Conca verde, coperto di glicini e nell’area adiacente, tra il ballo e il crocevia, ricordo la cabina dell’Enel, la pesa pubblica e il “mitico” pompino.
Una breve scalinata in discesa, saranno stati otto o nove gradini, portava a un piccolo spiazzo dove usciva, dal muro umido e scrostato, una cannella di ferro che erogava di continuo un getto d’acqua. Beh, “getto” è una parola un po’ forte, per quanto ricordo io; forse un tempo era stato un getto ma ora era poco più di un debole filo.
E questa lentezza costringeva le persone a stare in fila, sedute sui gradini, con le bottiglie in mano in attesa del proprio turno.
Vigeva una regola ferrea: nelle ore di punta, prima di pranzo e prima di cena, si potevano riempire solo le bottiglie, il rifornimento con i secchi era riservato alle altre ore della giornata.
Durante queste sedute io desideravo solo che arrivasse il mio turno per andarmene, mentre invece avevo il sentore che i grandi se la passassero bene in chiacchiere: chissà quante ne saltavano fuori! Peccato che ai bambini queste cose non interessano … anzi per fortuna!
L’acqua del pompino era buona, leggermente ferruginosa e fresca, prerogativa assai importante dato che i frigoriferi non erano ancora arrivati nelle nostre case.
Chissà se qualcuno ha mai fatto l’analisi batteriologica?
Credo proprio di no. Abbiamo accolto l’acqua fresca di questa fontanella come un dono che arrivava dalle viscere della terra, con naturalezza e fiducia e abbiamo assistito poi al suo lento tramonto con un po’ di dispiacere ma con altrettanta naturalezza, così come si faceva un volta … tranquilli, con calma.

 

>> “Acqua da tre pozzi” << nota storica di Azzurro Manicardi

 

9 dicembre 2020

 


Le polpette dell'angelo
Luisella Vaccari

La processione solenne è una cosa che mi ha sempre emozionato: era un avvenimento.
In casa già la settimana prima si cominciava a programmare, tra le altre cose bisognava preparare i drappi da mettere alle finestre poiché la processione passava proprio davanti a casa nostra in via IV novembre. Partiva dalla chiesa, svoltava in via IV novembre poi a sinistra imboccava via Matteotti che percorreva fino in fondo all’incrocio con via Roma; fatta la curva ecco la dirittura d’arrivo, verso il castello, verso la piazza, verso la chiesa.
Le processioni più importanti nell’anno erano due: quella del Corpus Domini e quella della Sagra di settembre dedicata alla Madonna di San Michele.
La processione era un nastro lungo lungo, non saprei dire quanto, so solo che a volte, girandomi non ne vedevo la fine e questo, non capisco perché, mi inorgogliva.
Il primo davanti era il crocifero, seguivano i bambini e le donne, poi i celebranti e l’automobile con sopra la statua o l’immagine del Festeggiato di turno, infine gli uomini.
I sacerdoti che recitavano le preghiere ed intonavano i canti avevano sì il microfono ma la processione era talmente lunga che era impossibile “andare tutti insieme” così i canti e le preghiere si perdevano nell’eco e si accavallavano nel loro viaggio verso il cielo.
E le persone che stavano ai lati della strada, soprattutto quando passava la Madonna di San Michele, avevano un segno di rispetto, gli uomini si toglievano il cappello, le donne chinavano il capo, qualcuno si faceva il segno della croce: Soliera era fatta così.
Era un tripudio di gente, di fiori, di canti, di gonfaloni e di bandiere e tutto culminava sul sagrato della chiesa quando il Sacerdote (a volte perfino il Vescovo) impartiva la benedizione alla piazza gremita.
E io, se non avessi avuto le polpette, sarei stata colma di felicità.
Sull’automobile, ai lati dell’immagine sacra, venivano sistemati in ginocchio a mani giunte due o più angioletti. Perché sceglievano sempre me per fare la parte dell’angioletto?
Il leggero senso di vertigine che provavo lassù senza parapetto, veniva represso dalla considerazione che mai la malasorte avrebbe colpito un bianco angioletto a mani giunte.
Ma le polpette no, quelle rimanevano implacabili.
Era una fissazione di mia madre: l’acconciatura canonica per gli angioletti erano le polpette. E solo chi le ha provate conosce il tormento di tante forcine e spille pungenti sopra le orecchie.

E’ tutta la vita che mi faccio una domanda: perché Michelangelo e Raffaello non hanno mai dipinto un (dico un) angioletto con le polpette?
Forse perché non avevano ancora conosciuto mia madre.

5 dicembre 2020

 


Quasi cento anni in via Garibaldi
Lia Andreoli

Nella foto mio fratello Lucio con la mamma e un'amica

A Soliera in via Garibaldi c’è una Casa a due piani, con giardino in discesa sul davanti, chiuso da un grande cancello.
Un tempo, per aprirlo, infilavo semplicemente una mano fra le due ante e sollevavo un martelletto. Per tutta la larghezza della casa, sempre sul davanti, scorre un terrazzino largo non più di 150 cm che, con tre scalini, scende sul marciapiede pedonale; allora bastava uno scrocco senza chiave per aprire un cancelletto di ferro ... ed ecco, come per magia, ero in paese.
Da questo terrazzino tutti entravano direttamente in cucina, in casa.
Nel 1930 un capomastro di chiara fama la costruì dotandola di una vera porta principale con ingresso, sul lato opposto, a nord in via IV Novembre.
Era sopraelevata, su una bella terrazza circondata da colonnine, con tanto di scalinata che scendeva al livello stradale. Di fianco al portone principale c’era un negozio con vetrina: era il Negozio di Stoffe di Rino e Vanda, i miei genitori che, appena sposati lo avevano ereditato da una zia Andreoli. Mia madre era convinta che il suo spirito fosse rimasto nella casa perché a volte ci sembrava di sentire i suoi passi.
Per noi la sua presenza era normale.

Negli anni ‘50 il Negozio di Stoffe fu trasferito in centro paese, cioè in Piazza F.lli Sassi, in un locale di proprietà dei Sig.ri Montorsi (oggi dei F.lli Ferrari). Da quel momento il negozio sulla terrazza divenne L’ UFFICIO DAZIO.
L’ Ufficiale Responsabile era Vaccari che vi rimase fino alla pensione. Il suo ruolo fu poi coperto da un giovane che credo venisse da Roma: Sandro Ricolli.
Varie attività si succedettero in quel locale: Lemer Bianchini, esperto in cose elettriche, vi vendeva tutte le novità di elettrodomestici e, negli anni 2000, si susseguirono una frutteria, una pelletteria, una mostra di falegnameria ...

Il matrimonio di mio fratello Lucio con Loredana, nel 1965, portò alla prima trasformazione della Casa: il piano superiore divenne appartamento dei nuovi sposi, quello inferiore, appartamento dei miei genitori. Il negozio si trasformò in camera da letto dei genitori e l’ingresso divenne la mia stanza.
Praticamente all’interno furono alzati dei muri, ma fuori sulla terrazza restavano, in bella vista,la saracinesca del negozio ed il portone d’ingresso principale.
Oggi la Casa è di nuovo abitata da una sola famiglia, quella di Veronica e Paolo Andreoli con le loro due ragazze; il negozio e l’ingresso sono stati inglobati in un’unica grande cucina, con vista sulla terrazza di via IV Novembre.

Fra via Garibaldi e P.zza F.lli Sassi c’è via Don Minzoni, nota come “Contrada” insieme a via Gramsci.
In quelle contrade ogni giorno incontravo famiglie storiche come quella di Renzo Fregni che aveva una Ferramenta sotto casa e, al piano superiore, la sua famiglia composta dalla moglie Zenaide e i due figli Mauro e Claudio. Mauro era mio amico di giochi.
Poco avanti, i vari gruppi familiari dei Loschi: quello di Geminiano, il Primo Sindaco di Soliera eletto dopo la guerra ed amatissimo dai suoi concittadini. Era anche sarto.
Quello della Peppina con la figlia Carlina, parrucchiere,  quello della Patrizia e della Mirella, molto amica dell’Anna Brausi, una delle figlie del campanaro, (ma questa è un’altra storia);
e le varie botteghe ... il Negozio di Alimentari della Maria, dove comperavo il latte sfuso col pentolino, una piccola Edicola dove mia madre mi mandava a fare le puntate del Lotto, il Forno di Mezzo dei Borelli in via Gramsci e, di fronte, il Mulino col suo profumo di farina.
Sempre in via Gramsci abitavano gli Arletti, una famiglia numerosa e molto operosa. Tutti ricordiamo Argimiro in farmacia Lodi ed in Parrocchia.
Al suo matrimonio mi fecero recitare una poesia sull’Altare.
Un giorno, in Don Minzoni, mi imbattei in una scenetta che oggi classificheremmo di “Collaborazione di Vicinato”, ma che allora era la normalità: dalla sua finestra al I° piano la Peppina stava reggendo, forte forte con le mani, il capo di una stoffa di grana robusta e di colore verde bottiglia, lunghissima, tanto da scendere dalla finestra per parecchi metri.
Dall’altro capo, in via Gramsci, c’erano la Carlina e mia madre che reggevano il resto della stoffa.
Scoprii che era il tendone da sole che stavano confezionando, insieme a mia madre, per il terrazzino della nostra casa.

6 dicembre 2020


Un vestito giallo color del sole
Marzia Oliani

Ma che flash … ma come? Chi non ricorda la Coop sopra il negozio di Aladino sport?
Credo fosse il mio sogno proibito entrare là, carrelli pieni di vestiti bellissimi, accessori e tanto altro per l’abbigliamento, tutto però a costi troppo elevati per il portafoglio di casa mia … e allora mi rimaneva solo la voglia e il desiderio di avere un abito di quelli, che facesse capire a chi mi guardava che ero veramente bella come diceva mio zio Alfredo ogni volta che veniva da noi a farci visita da Milano.

Avevo sui 13/14 anni, si, mi sentivo decisamente carina, e me ne ero convinta visto che i miei compagni di scuola ogni giorno me lo ribadivano! Tant’è che a quell’età avevo già avuto il mio primo morosino ... mi piaceva farmi desiderare e sentirmi bella, tanto che lui voleva sempre baciarmi, e io che fondamentalmente ero molto timida, non avrei voluto, anche perché mia madre mi terrorizzava quasi, dicendomi di non dare troppa confidenza agli uomini perché avrei potuto rimanere incinta visto che avevo già avuto le prime mestruazioni un anno prima, insomma diceva lei, sei diventata una donna ora!! E prima cos’ero? Mah a questa domanda non ho mai avuto risposta da lei … e io che ero una ragazzina molto ubbidiente, eseguivo esattamente i suoi consigli, a dir la verità quasi ordini!
Mio padre era molto geloso di me, diceva che ero troppo bella per i solieresi, che non meritavano tanta dolcezza e tanta bellezza, un fascino il mio tutto mantovano, niente a che vedere con i modenesi, tantomeno i solieresi.
Mi piaceva molto studiare, ero brava a scuola, e lui ne andava fiero, e cosi quel giorno che gli feci vedere il bellissimo voto di francese (parliamo di 10 e lode) volle farmi un regalo, anche perché mancava poco alla fine della scuola, quello, mi disse, sarebbe stato il mio regalo di promozione della terza media!

E cosi finalmente potei entrare in quel bellissimo negozio che vedevo solo da fuori, la Coop abbigliamento!! che meraviglia! Mi vennero incontro subito le commesse, ricordo ancora i loro nomi, ma soprattutto il loro sorriso nell’accogliermi, Deanna e Vanna, una più robusta e una magrissima, quella magra era la figlia di Berni, quel signore del negozio di fronte che aggiustava le biciclette, mitico, in un attimo aggiustava tutto, anche perché io mi spostavo da Sozzigalli dove abitavo, a Soliera sempre in bicicletta! E cantavo!
Deanna si prese subito cura di me, iniziò a farmi vedere diversi vestiti, tutti per me bellissimi, e così iniziai a provarne alcuni, anche perché oltre ad essere bellina, ero anche longilinea, un fisico asciutto e con tutte le forme a posto come diceva mia nonna Cecilia …
A dir la verità non mi soddisfacevano del tutto una volta indossati, tutti belli, per carità, ma non adatti alla mia altezza, ero alta poco più di un metro e cinquanta, ”roba cina roba fina” diceva sempre mia zia Maria che mi adorava, te béla da murir, e io mi stimavo come non mai ... poi … tutto ad un tratto mi viene dato il colpo d’occhio in una corsia con abiti corti, molto corti, l’occhio mi cadde su un vestito giallo, color del sole, con le cuciture rosse, bellissimo, lo voglio provare! dissi a Deanna, lei prontamente e molto gentilmente lo prese subito per farmelo indossare.

Mi sentivo bellissima! Nel camerino ridevo di gioia e felicità infinita, era il mio, era proprio lui, il vestito adatto a me! Deanna mi disse che mi stava d’incanto e pure Vanna me lo ribadì, e cosi mi convinsero che quel vestito mi faceva sentire una principessa col sorriso! E lo comprai per la modica cifra di 13.000 mila lire! Allora erano molti soldi per le mie tasche...
Scesi dal negozio in ascensore, con in mano il mio regalo più bello, era il secondo vestito nuovo che avrei sfoggiato, il primo tutto bianco me lo comprò mia zia per la cresima.

Ma questo lo avevo comprato da sola e nel negozio che per me fino a quel momento era stato un miraggio, con tutte le vetrine che davano su via 4 novembre, era stato tutto un sogno proibito fino a quel momento, dove passavo ogni giorno per rientrare a casa.
Indossai quel vestito per andare al ballo Medusa sempre nelle vicinanze del centro, fu li che incontrai mio marito, e fu lì che sfoggiai tutta la mia bellezza insieme al mio amore per il ballo e la musica che ancora oggi mi accompagna nel silenzio e nell’armonia della mia casa di Sozzigalli.

9 dicembre 2020


Il mercato
Marisa Zanini

Dal 1994 abito nel centro storico di Soliera, a ridosso delle vie centrali nel palazzo ricostruito sulle rovine del vecchio cinema Italia . Da quel momento ho iniziato a conoscere, godere e a volte subire le feste, sagre e avvenimenti che da sempre caratterizzano la vita paesana. Il mercato settimanale si svolge regolarmente nei giorni di Martedì e Sabato mattina nelle due strade centrali attorno a Piazza Sassi e più recentemente per i lavori in corso di ristrutturazione nella piazza antistante l’entrata al castello, piazza Loschi. Negli ultimi mesi causa pandemia da covid19 il tutto è stato trasferito nel parcheggio antistante le scuole medie e la bocciofila a cinquecento metri dal centro. Anni fa mi svegliavo ogni sabato mattina col vociare degli ambulanti e il rumore delle tazzine del bar sottocasa, il Bar Meridiana. Fonte da sempre di gioia e dolore del nostro condominio. Quando non ero costretta alle levatacce per andare al lavoro, mi godevo dal tepore del letto quel brusio e quel vociare e pregustavo la passeggiata tranquilla sottocasa che avrei fatto dopo colazione per vedere le bancarelle di cui avevo imparato la disposizione, la faccia del proprietario, i nuovi arrivi e il tipo di merce esposta. Ma la passeggiata era per tutti i paesani anche occasione di incontro e scambio,di quel tipico sbraghirare paesano, attività in cui alcune signore e signori a tutti noti eccellevano. C’erano spesso altre bancarelle o semplici tavolini aggiunti per pubblicizzare qualche iniziativa pubblica o per la raccolta fondi per malati oncologici, istituti di ricerca, campagne nazionali di sensibilizzazione per malattie rare e tanto altro. C’erano sempre due o tre rappresentanti della locale congregazione dei Testimoni di Geova in attesa di fare proseliti dopo aver abbandonato la scriteriata abitudine del porta a porta che aveva sempre irritato la popolazione più che fruttare nuovi adepti. C’erano anche le signore con le mimose che raccoglievano fondi durante la festa dell’otto marzo. Qualche sabato, ai tempi in cui dovevo partire prestissimo in tutte le stagioni per lavorare a Pavullo, il mercato era in parte spostato sulla via Matteotti dove dovevo per forza passare uscendo dalla rampa condominiale dei garage e dovevo calcolare i tempi per riuscire a passare fra il marciapiede e le casse di frutta della bancarella che già occupava il posto assegnato dai vigili , per me era un grande disagio . C’erano almeno tre bancarelle di frutta e verdura, ma non si facevano la guerra, ognuno aveva i suoi affezionati clienti e alcune avevano adottato la pratica del numeratore per ogni cliente per non scontentare nessuno. Il mio fruttivendolo preferito, in inverno, mi aiutava a portare l’intera cassa di arance fin sotto casa e in quei momenti apprezzavo a pieno il vantaggio di abitare in centro. C’è stato un periodo in cui passando dalle bancarelle di fronte all’entrata della Chiesa, si sentiva la voce del sacerdote che da un altoparlante posizionato chissà dove recitava l’omelia costringendo tutti ad ascoltare e ad alzare a voce mentre si contrattava sul prezzo della merce. Altre volte era il rumore delle campane della tor-re campanaria, credo una musica registrata su CD, che lo stesso altoparlante a tutto volume diffondeva nell’aria sottoponendo i timpani a un certo sforzo. Questi avvenimenti causarono non poche proteste nel paese notoriamente rosso come indirizzo politico e mi venivano in mente sorridendo le storie di Peppone e Don Camillo di Guareschi, c’era davvero da ridere. Anche durante la processione del corpus domini in primavera sentivo le orazioni cantate e diffuse dal portato a mano e vedevo dal balcone il seguito del gruppo di donne e qualche anziano, negli anni sempre più sottile, passare sotto casa. Credo ci sia stata una contrattazione fra sindaco e curia e da allora è finito l’uso degli altoparlanti e anche il rintocco delle campane è diventato più discreto, i tempi sono maturati per comunicazioni telematiche sia per il prete che per il comune.

 

>>"Il mercato del Sabato"<< da Il castello di Soliera – Uno sguardo dal ponte, di Azzurro Manicardi.

 

9 dicembre 2020


La Maratona e il Giro d'Italia
Marisa Zanini

Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

In autunno si svolgeva ogni anno una corsa mitica, la Maratona d’Italia intitolata a Dorando Pietri, l’eroico maratoneta di Carpi a cui è stata dedicata una statua al centro di una rotatoria della vicina cittadina. La partenza della famosa gara podistica era a Modena e passava proprio dal centro del nostro paese.

Lungo il viale di accesso al castello Campori passavano gli atleti accolti da due ali di folla imboccavano il voltone e piazza Sassi, poi davanti al palazzone e per via Grandi prendevano la strada comunale per Limidi per finire a Carpi al traguardo. Tutte le strade del rione venivano preventivamente chiuse al traffico già dalle prime ore del mattino e anche in questo caso sapevo che avrei dovuto evitare di uscire con l’auto. Per fortuna questa gara si svolgeva di Domenica per ridurre i disagi della viabilità. Pensavo in quei momenti alla difficoltà di vivere in una città dove sempre ci sono manifestazioni come Roma o Milano deducendone la fortuna di abitare in un piccolo centro. Nella rilassatezza imposta in quella giornata mi concedevo una breve partecipazione all’atmosfera di festa creata dalla gara. Mentre tentavo di attraversare la strada 4 novembre per andate dal giornalaio, vedevo le transenne colorate e i vigilantes, i volontari che ormai conoscevo di vista, e qualche volto conosciuto che aspettava il passaggio del grosso dei concorrenti. La partecipazione alla corsa vedeva per un attimo volti noti e atleti stranieri, anche di colore, dal fisico superatletico, quasi sempre i vincitori della gara . Per due anni ,non conoscendo i concorrenti, mi accontentavo di veder passare un volto noto: Gianni Morandi, il noto cantante bolognese che ormai anziano si metteva gloriosamente in competizione e riusciva ad arrivare fino in fondo alla gara tutt’altro che semplice. La Maratona era collegata ad una lotteria nazionale e in quella occasione un paio di elicotteri sorvolavano le nostre campagne e facevo vedere a mio figlio ancora piccolo quei passaggi tv, mentre cercavo con lui di individuare luoghi conosciuti durante la registrazione in diretta. L’eccitazione di quei momenti era collettiva e contagiosa. In strada, nei punti di passaggio degli atleti, si radunava molta gente quasi accalcata negli angoli e nelle curve dove i volontari col giubbotto arancione e la bandierina si davano da fare per contenere le spinte dei bambini che volevano attraversare per vedere meglio, mentre alcuni fotografi riuscivano a immortalare qualche gruppetto di atleti. Alcuni visi erano stravolti dalla fatica, altri invece erano apparentemente freschi ma tutti impegnati nello sforzo non si accorgevano certo della presenza della folla intorno. Un’altra occasione stagionale di passaggio per il centro di Soliera era il giro d’Italia,la gara ciclistica più importante che avveniva in primavera. Davanti a casa mia c’erano, per l’occasione, le auto dei gregari con il team di supporto, attrezzatissimi con bici e pezzi di ricambio per ogni evenienza. Anche in questo caso c’erano strade chiuse per parecchie ore e la difficoltà a spostarsi. C’erano le riprese televisive , le interviste , la claque attorno alle strade centrali. Si sentiva palpabile la spontanea adesione all’atmosfera frizzante della gara. Qualcuno conosceva benissimo i campioni e li incitava chiamandoli per nome. Il mio vicino di casa gareggiava per gare minori, lo vedevo spolverare le numerose coppe vinte che teneva in bella mostra nel suo garage. In quella occasione non mancava di tifare per qualche beniamino assieme ai figli che aveva già introdotto a questa bellissima tecnica sportiva. C’era uno stato di eccitazione collettiva e spontanea che faceva sentire uniti persone anche del tutto sconosciute e questo era un momento di aggregazione. Pensavo a momenti a me lontani che sono realmente avvenuti e hanno fatto la storia di questo paese e più in generale dei paesi dove si sono svolte guerre e liberazioni da tiranni e ho immaginato e condiviso lo stato d’animo di chi allora era presente e testimone di quei grandi avvenimenti.

9 dicembre 2020


Il palazzone
Marisa Zanini

Il grande palazzone di Soliera, l’unico a otto piani, sovrasta e domina su tutti gli altri edifici del paese che al massimo arrivano a due o tre piani. E’ a ridosso del centro storico e disturba il ruolo importante del castello e del campanile della chiesa, i veri rappresentanti della storia del paese, ma loro hanno sempre convissuto in modo pacifico. Qualcuno vocifera che è un orpello, mentre altri lo ritengono un punto di repere che si vede anche da lontano, preferito punto di incontro per chiunque venga da fuori e non conosca il paese, tranne nei giorni di fitta nebbia quando i poveri abitanti dei piani alti sono immersi nella fumana completamente fuori dalla realtà. Lui, il povero grattacielo, ha rischiato di schiantarsi durante il terremoto del 2012. Ho sognato che tutto questo sia accaduto ma non per opera del sisma.
Il palazzone completamente sparito e senza nessun boato, senza danni alle persone. Al suo posto un laghetto abitato da anatre e germani colorati, l’acqua con riflessi azzurri dal cielo. La gente si affolla intorno attonita e perplessa. Un bimbo stringe la mano della nonna e chiede se c’è stata una magia e chi è quel mago così bravo. Qualcuno commenta: “Che bel lago e che belle anatre, altro che quel brutto palazzone”. Qualcuno spaesato si agita e invoca l’arrivo dei vigili o dei carabinieri per fare chiarezza, un palazzo non può sparire così senza lasciare traccia né preavviso, non è né serio né normale. Qualcuno gli risponde che in fondo è meglio così chiunque sia stato ha fatto bene, era tanto che la gente pensava sotto sotto di farlo sparire e ridare armonia alle curve e al paesaggio, nessuno si sarebbe dovuto lamentare della sua dipartita. Si avvicina una inquilina del palazzo che era appena uscita per la spesa, resta a bocca aperta e scoppia a piangere “I miei mobili, la mia casa ,gli oggetti più cari, il quadro della nonna ,tutti i miei risparmi che avevo sotto il materasso, le lettere del mio fidanzato”.
Il vicino la guarda e vede una signora sulla cinquantina e commenta: “Mi spiace per la sua casa vedrà che qualcuno si farà avanti per risarcirla, ma è sicura che c’erano le lettere del fidanzato? Magari erano un po’ datate, vedrà che ne troverà uno nuovo di fidanzato, magari un bel marito, ci sono tante agenzie matrimoniali che non aspettano altro!”. Intanto è arrivato il figlio dell’inquilino del secondo piano che con sguardo smarrito si lamenta. “E la mia chitarra, la mia playstation, la tv nuova, chi me li ridà?”
Arrivano i vigili e i carabinieri in divisa assieme al sindaco e agli assessori, già litigano delle competenze e tentano di trovare un colpevole e una via di uscita. Ognuno dice la sua aumentando il chiasso e la confusione, poi tutto diventa più chiaro , il sindaco cerca di toccare il bordo del laghetto e con grande sorpresa solleva un bordo, il bordo di un enorme tendone colorato che ha ingannato tutti finché ci si è accorti che quell’acqua era inesistente, una falsa magia. Qualcuno tira un sospiro di sollievo, soprattutto gli inquilini del palazzo, mentre i più audaci restano delusi, ci voleva una scossa per cambiare il tran-tran nel paese, non succede mai niente di nuovo.

 

>>"Il Palazzone"<< nota storica di Azzurro Manicardi.

 

5 dicembre 2020

 


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con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
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