Le polpette dell’angelo
Luisella Vaccari

La processione solenne è una cosa che mi ha sempre emozionato: era un avvenimento.
In casa già la settimana prima si cominciava a programmare, tra le altre cose bisognava preparare i drappi da mettere alle finestre poiché la processione passava proprio davanti a casa nostra in via IV novembre. Partiva dalla chiesa, svoltava in via IV novembre poi a sinistra imboccava via Matteotti che percorreva fino in fondo all’incrocio con via Roma; fatta la curva ecco la dirittura d’arrivo, verso il castello, verso la piazza, verso la chiesa.
Le processioni più importanti nell’anno erano due: quella del Corpus Domini e quella della Sagra di settembre dedicata alla Madonna di San Michele.
La processione era un nastro lungo lungo, non saprei dire quanto, so solo che a volte, girandomi non ne vedevo la fine e questo, non capisco perché, mi inorgogliva.
Il primo davanti era il crocifero, seguivano i bambini e le donne, poi i celebranti e l’automobile con sopra la statua o l’immagine del Festeggiato di turno, infine gli uomini.
I sacerdoti che recitavano le preghiere ed intonavano i canti avevano sì il microfono ma la processione era talmente lunga che era impossibile “andare tutti insieme” così i canti e le preghiere si perdevano nell’eco e si accavallavano nel loro viaggio verso il cielo.
E le persone che stavano ai lati della strada, soprattutto quando passava la Madonna di San Michele, avevano un segno di rispetto, gli uomini si toglievano il cappello, le donne chinavano il capo, qualcuno si faceva il segno della croce: Soliera era fatta così.
Era un tripudio di gente, di fiori, di canti, di gonfaloni e di bandiere e tutto culminava sul sagrato della chiesa quando il Sacerdote (a volte perfino il Vescovo) impartiva la benedizione alla piazza gremita.
E io, se non avessi avuto le polpette, sarei stata colma di felicità.
Sull’automobile, ai lati dell’immagine sacra, venivano sistemati in ginocchio a mani giunte due o più angioletti. Perché sceglievano sempre me per fare la parte dell’angioletto?
Il leggero senso di vertigine che provavo lassù senza parapetto, veniva represso dalla considerazione che mai la malasorte avrebbe colpito un bianco angioletto a mani giunte.
Ma le polpette no, quelle rimanevano implacabili.
Era una fissazione di mia madre: l’acconciatura canonica per gli angioletti erano le polpette. E solo chi le ha provate conosce il tormento di tante forcine e spille pungenti sopra le orecchie.

E’ tutta la vita che mi faccio una domanda: perché Michelangelo e Raffaello non hanno mai dipinto un (dico un) angioletto con le polpette?
Forse perché non avevano ancora conosciuto mia madre.

5 dicembre 2020