Il Mulino
Luciana Bonacini
La foto: interno del Vecchio Mulino (Materiale Fotografico del Comune di Soliera)
Chi non conosce il Mulino in centro a Soliera?
Un luogo che visitavo da bambina quando dalla campagna venivo con mia nonna in bicicletta per prendere la farina gialla e il franto verso la fine degli anni cinquanta. La farina di mais serviva per la polenta, ma serviva anche per preparare il “pastone” per le galline preparato appunto con farina gialla, crusca e acqua.
Ricordo questo posto come una specie di grande cantina impolverata. La polvere era dappertutto, si notava soprattutto sulle ragnatele che pendevano dagli angoli dei muri e sembravano molto più spesse dei fili che vedevo a casa mia. Una cosa che mi colpiva era che la polvere della farina si fermava anche sulle ciglia del mugnaio.
Il colore biancastro era lo stesso, sul pavimento di terra battuta e sul contorno dei finestrini; si vedeva la luce del sole impolverata pure lei. Anche l'aria era piena di quella cipria impalpabile che subito si appoggiava sugli abiti e sulle scarpe. Mi è rimasta nei ricordi l' immagine di questo luogo!
Ma poi si sa, le cose cambiano. Il Mulino dei Contini si trasferisce altrove, ma il luogo conserva lo stesso il suo nome di sempre. Il Mulino diventa una ludoteca, una biblioteca, un centro per i giovani. E' come se una bacchetta magica avesse tolto tutta quella polvere e avesse introdotto: libri, cultura, musica e giocattoli. Solo nelle favole avvengono queste trasformazioni oppure nella realtà dove uomini e donne credono nel rinnovamento, nel ripristino di vecchi locali valorizzando la loro storia col nuovo. Dentro quelle mura, negli anni novanta, entravo con mio figlio per cambiare i libri letti della biblioteca, con altri nuovi. Portavamo a casa nuove favole, nuove avventure, nuove storie ogni settimana: “Mamma andiamo al Mulino a prendere nuovi libri da leggere?” mi diceva mio figlio.
Ho un altro ricordo legato a questo spazio del mio paese. Nel 2009 ritorno ancora tra queste mura, ma non per cambiare libri o giocattoli in ludoteca, ma per realizzare il progetto di alfabetizzazione degli adulti stranieri insieme a Guido Malagoli e Annuska Raimondi. L'ambiente è diverso: una grande sala con le sedie allineate come a teatro, dodici o tredici persone sedute composte con fogli tra le mani e una biro per gli appunti, una vecchia lavagna dismessa, un tavolo e poco altro. “Ciao!” La parola che tutti conoscono, per alcuni l'unica. Soprattutto sono signore, quelle che vogliono imparare a parlare in italiano per poter comunicare, per poter fare la spesa, per poter controllare se il resto che ricevono dal negozio è giusto.
Mi sono trovata ancora una volta al Mulino, questa volta come insegnante volontaria.
Insegnare italiano è quasi una presunzione; ho cercato di conquistare i loro sguardi, le loro timidezze, il loro disagio iniziale col mio sorriso, prima ancora che con le mie competenze. Sono riuscita a conquistare la loro fiducia con i gesti, ancor prima delle immagini, mi hanno aiutato per entrare in contatto con loro, soprattutto per “capirci”. Dopo la parola ciao, abbiamo imparato la parola “io” e la parola mani.
Questa, per me, è stata una esperienza bellissima che ho protratto per altri due anni e ogni volta ripartivo con lo stesso entusiasmo. Provavo sempre, alla fine di ogni corso, una grande soddisfazione. Chissà, queste persone, forse avranno imparato sì e no 20 parole di Italiano, ma soprattutto sono riuscite a superare il timore e il muro della diffidenza e questo mi ha molto gratificato. “Sono contenta di venire al Mulino per imparare parole belle!” Questo è uno dei tanti messaggi che mi hanno lasciato a fine corso.
>>“Il Mulino”<< nota storica di Azzurro Manicardi.
26 dicembre 2020
La corriera di Valenti
Luisella Vaccari
Il concetto di infinito teorizzato dagli scienziati fin dall’antichità, trova negli anni ’50 una sua chiara dimostrazione nel sistema di carico passeggeri della corriera di Valenti, il cui assunto era “Quand an gh’in sta piò, un al gh’è sta ancòra”. (Quando non ce ne sta più, uno ci sta ancora) Soprattutto al lunedì mattina che c’era il mercato a Modena.
Alle sette, alla fermata della piazza davanti al primo occhio di portico, un mucchio di studenti e operai erano pronti all’assalto della diligenza. La corriera nasceva a Carpi vuota ed era destinata ai passeggeri di Soliera perché quelli di Carpi avevano la linea diretta che passava per l’Appalto; con le fermate di Limidi e zone limitrofe arrivava già mezza piena e a Soliera sembrava aver raggiunto la saturazione. E invece a Villa Margini nuovi arrivi tra cui Alfredo Verasani detto Gnàsi, operaio metalmeccanico che già al martedì salutava con la storica frase “Curag ragaz che dman l’è sàbet!”. (Coraggio ragazzi che domani è sabato)
E poi l’Appalto, Ganaceto, Villa Pini, Lesignana; alla fine eravamo così fitti che i colpi di tosse e gli aliti della notte ti arrivavano sul collo e non potevi nemmeno tirar fuori dalla cartella un libro per ripassare.
C’era sempre tanto freddo e tanta neve ma se qualcuno sperava nella defezione della corriera, per schivarsi l’interrogazione di matematica, rimaneva deluso, la corriera è mancata pochissime volte.
Ma a un certo punto comparve “il rimorchio”, un vecchio trabiccolo, malandato e traballante, con le tappezzerie scrostate, le manovelle dei finestrini inutilizzabili, privo di riscaldamento e destinato, dissero, agli studenti.
E, per quanto gelido e inospitale, il rimorchio è stato il nostro regno. Ci potevamo finalmente distendere, potevamo parlare, studiare, guardarci in faccia e scoprire le tracce del sonno o la preoccupazione per il compito in classe.
Al ritorno all’una e mezzo, lo stomaco vuoto rendeva ancor più acre l’odore del gas di scarico, ma quella sì che era festa! La preoccupazione del compito in classe o dell’interrogazione era svanita e noi potevamo ridere e scherzare fino a quando Carlone, il bigliettaio, non veniva a sgridarci. Ma ché sgridarci, gli scappava quasi da ridere e con fare fintamente minaccioso ci chiedeva l’abbonamento, un cartoncino che si sfilava da un contenitore di metallo sul quale lui avrebbe dovuto fare un buchetto ma che molto spesso era stato dimenticato a casa.
Noi: l’Annuska, brava seria diligente, innamorata degli splendidi occhi azzurri di Giancarlo, l’intellettuale della compagnia, la Luisa mite e indecifrabile, Tonino dai capelli ramati, gli occhi pieni di pagliuzze dorate, dinoccolato, simpatico da morire, la Lia bella elegante e invidiata da tutte perché faceva danza classica … e ancora tanti Ivano, Franco, Arrigo …
Quanto ho amato gli anni della corriera!
La corriera, culla della mia adolescenza, della nostra adolescenza, mia e dei miei amici, ragazzi di provincia.
La corriera, che ha assistito impassibile alla nostra crescita: ci siamo arrivati bambini ne siamo usciti ragazzi.
Sveglia alle sei e mezzo (a meno che non ci fosse qualche ripasso da fare che allora ti alzavi anche prima), una veloce sciacquatina con l’acqua tiepida della “caldirèina” , una altrettanto veloce colazione col caffelatte pronto dalla sera prima in un angolo della stufa per essere riscaldato, … e via di corsa, i primi anni con la cartella poi, divenuti più grandi, con i libri legati da un elastico.
Via di corsa verso gli amici, verso la scuola, verso i primi amori, via di corsa a imparare.
Dagli amici abbiamo imparato la bellezza delle risate e della complicità, dalla scuola abbiamo imparato la magia dello scambio tra quello che ti arriva e quello che sei in grado di restituire, dai primi amori l’emozione del batticuore.
Grazie corriera di Valenti!
24 dicembre 2020
La foto risale a tempi più recenti (anni ’60). La fermata è in via Garibaldi e il palazzone è in costruzione. (Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera)
>>"Autolinee Valenti"<< nota storica di Azzurro Manicardi.
Ganghèin e S'ciflèin
Ruggero Toni
Da Piazza Sassi, andando verso oriente, si apriva una contrada poco abitata che terminava con un ingresso alla sacrestia della chiesa parrocchiale. La strada, che ora è scomparsa, allora si poteva percorrere e terminava contro l’abside della parrocchiale. Nel suo ultimo tratto correva di fianco alle mura, ancora alte, che cingevano il paese. Era quasi un percorso riservato alle suore che alloggiavano in un’ala del castello comunicante col vicolo. La via, selciata con mattoni rossi, veniva usata soltanto per assistere alla funzioni religiose.
Anche noi ragazzacci, infangati dalle partite di calcio giocate nel cortile delle suore, aggirando e dribblando due poderosi alberi di more, la domenica pomeriggio seguivamo quel percorso per assistere alla “benedizione”. Nei restanti giorni e per molte ore la strada restava deserta. Non c’era nessuno che si affacciasse dagli spalti delle mura per contemplare i campi coltivati sottostanti né il piccolo orto coltivato dalle suore, comunicante con il nostro campo di calcio.
Ma non è del tutto vero. La stradetta si animava nei giorni festivi e il sabato sera per i frequentatori del cinema “Aurora”, detto “al cinema dal pret”. Anche il suo unico ingresso era sulla stradetta. Nei giorni feriali di tanto in tanto spuntavano anche i clienti abituali del calzolaio Gualdi. Il suo laboratorio era una minuscola stanzetta situata all’inizio del vicolo che sporgeva dalle mura, verso la campagna. L’uomo, dotato di un peloso neo sulla guancia, restava chiuso tutto il tempo in quel piccolo spazio, quasi sepolto da cumuli di scarpe e stivali. Nessuno mai è riuscito a capire come facesse a riconoscere le calzature di ogni singolo cliente. Razzolando con le mani nel vasto cumulo che lo circondava da ogni lato, estraeva senza errore quello che il cliente cercava.
Per molte ore restava solo. Lavorava con martello e deschetto, lesina e piede di ferro su cui battere tomaie. Fischiettava sempre, ma non canzoni. Quel suo fischiettare gli teneva compagnia. La gente che varcava la soglia della sua bottega lo sentiva e questo gli valse il nomignolo di “S’cìflèin”, uno “scutmài” che gli restò addosso per tutta la sua lunga vita. Forse pochi conoscevano il suo vero nome. Era una figura tipica del borgo, del nostro natio “borgo selvaggio” come lo avrebbe descritto Leopardi. Gente semplice, vera: tutti si riconoscevano fra loro e tutti sapevano di tutti, anche di Severino, detto “Ganghèin”, un altro abitante della contrada.
Era immigrato (si fa per dire) da poco nel borgo, e abitava vicino alla piazza dove “Via alla chiesa” svoltava ad angolo retto verso le mura. Veniva dalla campagna, da quel caseggiato brulicante di gente, di voci e di odori che ancora chiamano “corte”, non molto lontano dal paese. Un antico covo di braccianti. Severino era stato invece un fornaciaio, aveva fatto mattoni per molti anni. Come molti dei suoi vicini era socialista ma aveva commesso l’errore di dirlo. Così durante il regime, ogni “primo maggio”, due carabinieri passavano a prelevarlo da casa e lo portavano in guardina. Li seguiva docilmente, ormai rassegnato e senza lamentarsi. Il giorno seguente era di nuovo libero di tornare al lavoro spingendo la sua carriola fino alla fornace. Dei cinque figli maschi che aveva avuto da Prassede, quattro se n’erano andati, due di loro persino in Francia.
Non aveva mai frequentato un’osteria ed ora che era anziano trascorreva il suo tempo facendo qualche visita a S’cìflèin, vecchio vicino ai tempi della sua residenza alla “corte”, o scambiava qualche parola con la signora Gisella, una signora che a me sembrava giunonica, abitante nella casa che fronteggiava di lontano la piazza. Quando la stagione lo permetteva restava volentieri a guardare i nipoti giocare sulla strada dove non passavano auto. Quando era il giusto tempo sedeva sulla soglia di casa con una cesta di mele. Divideva ogni frutto in quattro spicchi che infilava in una cordicella per farli rinsecchire. Erano “al scìapèdi” una leccornia, mancando i dolcetti non ancora in commercio e facendo ingolosire i nipoti. Le appendeva al lampadario in camera da letto ma la loro altezza non impediva le incursioni della nipote. Vedovo ormai da anni, coltivava tuttavia una sincera e casta ammirazione per una anziana signora che guardava di lontano a una finestra alta del castello. Quando raramente la vedeva passare sulla via vicino a casa, l’avvicinava dicendo: ”Cuma stet Dirce, vin mò chè c’at togh sat a un’ela”. (Come stai Dirce, vieni che ti prendo sotto a un'ala) Ricordo forse di un amore pensato e che certamente non c’era mai stato.
Ora tutto è cambiato. Le anime semplici, che non sapevano bestemmiare davvero, sono scomparse. Io spero siano in cielo. La casa del fattore dei marchesi Campori è scomparsa. Anche le scuderie del castello, come la casa della signora Gisella e alcune parti del quasi convento delle suore sono state demolite. Stanze per me importanti a cui potevo accedere, e che sono state testimoni di alcuni momenti che hanno segnato la mia vita. Al loro posto è stata edificata la sede di una banca ora chiusa e abbandonata. Il cinema Aurora era stato dotato di un nuovo ingresso in piazza. Non funziona da anni ma era stato prolungato fino alle vecchie mura. Un’altra parte della stessa cinta fu demolita per far posto a una lunga discesa asfaltata che collegasse “il centro” direttamente ai nuovi quartieri.
Sono vecchio e sicuramente anch’io sono diverso ma ricordo quel piccolo mondo di gente e luoghi vicini alla piazza. I ricordi, anche i miei, come rammenta Cardarelli sono solo “ombre troppo lunghe del nostro breve corpo….” ma sono senza rimpianti. Solo qualche nostalgia.
26 dicembre 2020
Mario al scarpulèin
Guido Malagoli
Io in piedi, in attesa, lui seduto curvo sul bischetto. Osservavo dal di sopra: era un bell’ovale lucido, marmoreo. Rosato veronese, liscio.
Avete già capito di che cosa sto parlando: della testa di una delle figure più interessanti di Soliera, il nostro amico Mario, calzolaio per vocazione e per beneficio di tutti noi.
Chi aveva il coraggio di confrontare la sua bottega, di medioevale e caotico sapore artigianale, con l’asettica “Risuolatura e tacchi” delle Coop?
Non c’era confronto.
Da Mario si respirava aria di cose d’altri tempi, genuine, integre, vere.
Prendete, ad esempio, il suo concetto di spazio-tempo.
Il Nostro sapeva, e lo dimostrava nei fatti, che lo spazio non è soltanto infinito ma in continua espansione.
E il tempo? Una semplice categoria della mente.
Infatti Mario non si lasciava “agire” dal banale tempo cronologico, ma era lui stesso che misurava gli accadimenti con il ritmo del suo tempo interiore. Per lui un’ora va-leva…quel che decideva in quel preciso momento: poteva valere due, tre, forse an-che due giorni o, se proprio si concentrava, due mesi. Le vostre scarpe annegavano sepolte da una frana di consorelle, ma al momento opportuno - che egli saggiamente decideva - uscivano come Venere dall’acqua, come per incanto e, nonostante la vostra incredulità, erano proprio le vostre.
Ecco signori, questo era l’uomo, il filosofo, l’esteta, l’uomo al di sopra del tempo e dello spazio. Anche quando la vostra attesa era implacabilmente scandita dalle lancette del vostro orologio tiranno e vi rendeva impazienti e nevrotici individui del 2000, egli -pacatamente- vi narrava del Bene e del Male, del certo e dell’incerto, del possibile e del probabile.
Grazie Mario -calzolaio per vocazione e artista ciabattino- ci hai insegnato (ma pochi di noi l’hanno capito) che cosa significhi adeguare la vita al nostro tempo interiore.
3 dicembre 2020
Anche se non abito più qui ...
Luisella Luppi
Anche se non abito più a Soliera da molti anni, la mia infanzia ed adolescenza sono legate al mio paese natio. Le mie amicizie giovanili sono ancora nei miei ricordi e mi riportano ai luoghi solieresi più significativi; vedi “ la piazza”. “Dentro le mura” rivedo la bottega dell’Assunta e mi viene ancora l’acquolina in bocca pensando al profumo del gnocco di castagne caldo, il negozio e gelateria Lugli (Bataglina), dove andavo a fare la spesa con mia madre e, nelle sere d’estate, quando i miei genitori potevano darmi le 10 lire, a mangiare il gelato. Mia madre stava in compagnia con le mamme delle mie amiche ed io giocavo con Lolita, Luisella , Graziella, Erberto, Lia, Romana, Maria Grazia, Donatella …; Il Bar di Gigi “Chiletto”, dove mio padre andava a conversare con i suoi amici: Vittorugo, Franco Bisi, Roncaglia, Orlandi, Lotti e tanti altri; il negozio dell’Igea con il telefono pubblico , il Cinema Aurora (del prete), dove proiettavano anche film per bambini e spettacoli piacevoli; il negozio di abbigliamento femminile dell’Ormiste dove io mi fermavo a chiacchierare con Graziella, l’ “emporio” Ferrari “Patachèina”dove trovavi ogni genere di merceria, corredo, abbigliamento, accessori, etc.; il convento delle suore, dove facevamo lezioni di catechismo; Mario il barbiere, Abbigliamento uomo e donna Rino Andreoli; la ditta di maglieria Gozzi nei piani superiori del Castello, Aladino gommista, Frutta e verdura di Laura, la Chiesa, la Banca San Geminiano, la Coop alimentari, la macelleria Vaccari, la macelleria Campagnoli “Pavloun”, il Bar Leoni, il carretto delle granatine del “Gàlo”che nelle calde serate d’estate preferivo al gelato.
Nella piazza si fermava anche la corriera che da ragazzina prendevo per andare a scuola a Carpi. Nelle feste popolari veniva allestito un palco davanti al portico del Castello ed anch’io mi sono esibita in piccole parti negli spettacoli.
La piazza mi riporta anche ai tempi della mia nascita, perché mio padre mi raccontò un episodio molto toccante, avvenuto durante il rastrellamento fatto dai tedeschi a Soliera, in cui lui fu protagonista.
I tedeschi avevano radunato in piazza gli uomini e li dividevano in due file; una era destinata a finire nei campi di concentramento, l’altra no. Mio padre si avvicinò a “Bagigi” (il futuro proprietario della sala da ballo Medusa) che era invalido sulla sedia a rotelle e lo spinse con la carrozzina in un punto della piazza e questa mossa fece sì che si venissero a trovare nella fila “ scartata” dai tedeschi, quindi mio padre scampò la brutta fine del campo di concentramento. Mi è sempre piaciuto entrare nella piazza dalla porta del Castello sul ponte perché mi immaginavo di vivere “un momento storico”.
15 dicembre 2020
La piazza e la gente
Guido Malagoli
Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera
(monologo impertinente, sgangherato e senza capo né coda di Guido Malagoli)
Adesso non ci sono più scuse. La piazza, rinnovata con lastre del pavimento tutte uguali, i lampioni di ghisa e le nuove geometrie, non solo è bella, ma sembra più lunga, piena d’aria, valorizza i portici, le case e il sagrato della chiesa.
Una piazza così, come un appartamento che dopo il lavoro dell’imbianchino odora di vernice fresca e di pulito, è diventata uno spazio senza fronzoli e senza appesantimenti. In una parola: elegante. Stai tranquillo che se qualcuno adesso si azzarda a gettare una cicca per terra ci sarà qualcun altro che lo redarguirà con le buone maniere e il primo “qualcuno” si vergognerà come un ladro. Mentre osservavo il lavoro finito, mi tornava alla mente ciò che disse mia nonna quando terminai di ritagliare una cornicetta nel legno compensato, sapete una di quelle cornici con intagli leggeri e raffinati con tante giravolte che si facevano col traforo a scuola negli anni 50 e qualcuno più bravo di me costruiva addirittura la torre Eiffel a incastro che era una bellezza mentre io mi accontentavo della cornice e domandavo alla nonna ti piace e lei diceva bèla l’è bèla, mo dòvva la mitamia, (bella è bella, ma dove la mettiamo?) aveva ragione perché l’unico posto adatto era la vetrina ma c’era già la falce e martello di alluminio di mio zio, la sveglia e il ritratto di qualche morto e allora io dissi piantiamo un chiodo sul muro e la mettiamo lì. E deinter ‘sa -gh mitàmia? (e dentro cosa ci mettiamo?) Niente, c’è già il muro che così diventa più bello. Ecco il ricordo. La piazza è bellissima mo deinter? S’a-gh mitàmia deinter? La risposta è facile. Ohi, ci mettiamo la gente che è capace di andarci anche da sola alla mattina per incontrare amici e amiche, al pomeriggio a fare due passi, alla sera a farne altri due fino all’ora di andare a letto. Capirai se la gente ci va spontaneamente, mi domando. Una volta sì che ci andavano e anche volentieri perché là, dentro al borgo, c’erano tutte le botteghe, uomini e donne facevano la spesa e discutevano di affari, d’amori, di bestie e di campagna, di politica e di lavoro, di poca paga e di tanta fatica e del frumento e del frumentone che crescono o che calano e si sfogavano sperando di vedere un po’ di luce nella loro vita sempre uguale e qualcuno, quando la messa era finita, passava davanti alla chiesa si levava il cappello e diceva sia lodato Gesù Cristo se c’era il prete o la suora fermi sugli scalini e loro rispondevano uguale perché anche i mangiapreti, sotto sotto, a parte mio zio che era incarognito contro preti frati papa e chiese, avevano rispetto della croce e anche se non pregavano con la voce, dentro di loro restava l’eco di quelle preghiere imparate a memoria da bambini prima di andare a letto. Nei giorni di fiera e di sagra e per le feste comandate i solieresi si radunavano in piazza come in una grande famiglia, mica come nel ‘30 o '40 che segnavano il tuo nome se non venivi in piazza ad ascoltare il discorso del Duce alla radio. Dalla campagna venivano a Soliera, cioè in piazza, a piedi, in bicicletta o in motorino quelli più moderni, e si conoscevano tutti per nome cognome, scutmai (soprannome) e genealogia e non ti sembrava vero di conoscere tante persone anche se vivevi in case distanti tra di loro, una in via Vaccheria e l’altra in via Fornace o in Via Viazzolo che le strade allora, fascismo a parte, non si occupavano di politica neanche nel nome, né di correre dietro alla modernità ma puntavano alle cose concrete che si capivano al primo colpo mentre oggi se dici Piazza Fratelli Sassi sai che i sassi della ghiaia non c’entrano, ma non sai nemmeno chi erano ‘sti Sassi e se lo domandi nessuno ti sa rispondere e sembra di essere un po’ rimbambiti. La nostra piazza è certamente cambiata in meglio invece mi viene il dubbio che la gente sia cambiata e basta perché al posto di venire in piazza preferiscono andare al GrandEmilia dove trovano fresco d’estate e caldo d’inverno, si accalcano anche se non conoscono nessuno, vanno di gran carriera perché non hanno tempo da perdere, devono fare mille cose e se prendono un caffè si appoggiano appena al banco per non sembrare degli sfaticati e sì e no salutano il barista. Loro, quelle persone lì, devono essere superattivi, mica storie, che se comandassi io scriverei un libro intitolato “Elogio alla lentezza” per insegnargli che l’uomo e la donna devono misurare il tempo dal di dentro di se stessi e non con l’orologio sotto gli occhi, va a finire che comanda lui e ti fa sempre correre così perdi il bello e la poesia delle cose perché dappertutto c’è poesia, che si sappia.

C’è una scena nel film “Miracolo a Milano” di De Sica che tutti dovrebbero fissar bene nella testa tanto è bella, dove si vede un campo di periferia occupato da centinaia di barboni, gente diseredata, gli ultimi degli ultimi, e a un certo punto una barbona dice venite tutti a vedere uno spettacolo unico e tutti quelli che hanno pagato il biglietto per l’affitto della sedia si siedono a guardare dalla stessa parte, là … là, guardate là, aprite bene gli occhi: guardate il tramonto del sole! e tutti applaudono quando gli ultimi raggi si spengono lentamente dietro le case che si fanno scure. Chiuso il sipario di quella giornata.
Noi oggi non abbiamo tempo di guardare l’alba e il tramonto e se anche avessimo il tempo pochi di noi hanno quella sensibilità che dà un brivido sulla pelle, forse ce l’ha un pescatore, forse un marinaio, forse un montanaro dai capelli bianchi che appena guarda lontano vede le cime, il sole o la nebbia, il buio che arriva piano piano come un gatto e gli viene il magone … perché, vedete, il guaio della nostra epoca derubata di emozioni è stata la televisione. Quando non c’era, tutti i contadini si trovavano nella stalla d’inverno o nei cortili a spannocchiare, poi è venuta lei nel 1955, ha fatto un po’ di trambusto ma tutti hanno continuato a incontrarsi nelle piazze, nei cortili, nei cinema, nelle case del contadino che l’aveva comperata anche se costava un occhio della testa e si davano appuntamento al giovedì per guardare insieme il Rischiatutto, Lascia o Raddoppia, quella roba lì, e facevano commenti, nasceva il tifo, che prima non costumava, per il professor Degoli di Carpi e il controfagotto che nessuno l’aveva mai né visto né sentito nominare. Fino lì le cose pote-vano anche andare, c’era fratellanza, amicizia, si beveva insieme un bicchiere, si portava la sedia da casa, era un bel vedere e un bel salutare, ma dopo, quando tutti comprarono il televisore chi s’è visto s’è visto e quando hanno messo su tanti canali si vedevano certi musi lunghi in famiglia perché uno la voleva cotta e l’altro cruda, uno voleva le canzoni della Nilla Pizzi e Claudio Villa, l’altro i film di pistoleri nel Far West , chi il Musichiere e Carosello, chi “Non è mai troppo tardi”… tutte discussioni che in confronto a oggi erano roba da poco perché adesso a farla da padrone non è neanche la tv ma il tablet e lo smartphone tanto è vero che se in piazza uno guarda per aria e urla forte guardate c’è un asino che vola, tutti tirano fuori il telefonino per farsi un selfie con l’asino che vola … roba da màt, per questo dico che la gente in piazza bisogna tirarcela dolcemente, con le buone maniere che poi ci prendono gusto e ci vanno da soli o se no chissà dove vanno a sbattere la testa. Non voglio dire che abbiamo perduto chissà cosa e che una volta era meglio di oggi, niente nostalgie per favore, anzi sono convinto che quello che darà nuova spinta non solo a Soliera, ma al mondo intero, sarà la bellezza e la cultura e noi, con la piazza nuova, un bel passettino avanti l’abbiamo fatto questa volta anche se siamo ben lontani dalle bellezze di certi borghi antichi del medioevo che sono belli ma così belli che viene voglia di sedersi sull’ala del ponte levatoio perché prima o poi passerà un cavaliere col mantello svolazzante e il vestito di velluto. Tanto per dire: noi il castello antico ce l’abbiamo, la piazza anche, la chiesa del settecento pure, con i quadri d’autore come il Giarola e gli altari con paliotti di scagliola in bianco e nero e a colori che sono una bellezza più unica che rara, adesso abbiamo anche la stele di Pomodoro che è diventato come uno di famiglia … ci vediamo alle cinque da Pomodoro …
e chissà che vuoto ci sarà quando Pomodoro la vuole indietro; nelle sale del castello appena rinnovato sappiamo per esperienza che si possono allestire belle mostre, piccole ma di qualità come Intra Moenia, la mostra Biennale Nazionale e quella del miniquadro che i solieresi fanno a gara per metterli sulle pareti di casa e domandano agli amici ce l’hai tu un Carnevali? Io ho anche un Gualberti un Rusconi e un Pittarello, ciapa sò e la gente viene a visitarle e dopo si ferma da Rosy a mangiare la pizza. Adesso che ci penso credo proprio che ai solieresi piaccia davvero l’arte e il bello, da quando al sindaco Lusvardi venne la smania, sacrosanta, di mettere in piedi nell’asilo comunale una mostra di quadri che i pittori dipingevano en plein air, in estemporanea, sparpagliati per il paese e la stessa cosa facevano i bambini delle elementari che ci sono ancora i quadretti dei vincitori lungo la scala delle vecchie scuole Garibaldi terremotate, dunque bisogna che nella giunta comunale venga nominato un assessore all’arte così, un po’ adesso un po’ domani, va a finire che Soliera si fa le ossa sempre più robuste e diventa una cittadina che inaugura mostre d’arte a tutt’andare, conosciute un po’ dappertutto anche dai forestieri perché da noi trovano non solo la pittura, ma c’è anche Arti vive festival, c’è la Festa del racconto, il cinema Italia che mette in cartellone spettacoli teatrali e film proprio belli, c’è la Fiera e la Sagra, Estate Insieme, la Maratona, il Mosto cotto che non vuol mica dire soltanto polenta e ragù e maltagliati con i fagioli ma arti minori e artigianato, tradizione e folclore e poi ci sono i concerti della Filarmonica che è poi la vecchia banda Bruno Lugli e la rassegna di cori nella piazza campanaria, c’è la corsa podistica e il mercato due volte alla settimana, la festa di Natale, la biciclettata della Liberazione ... Eh, ce n’è, va là che ce n’è da vedere! Tutta roba che prende vita dal centro storico, basta averne voglia, vincere la pigrizia, smurzer la television e impier al zervèl (spegnere la televisione e accendere il cervello) . Pensa che bello se la nostra filarmonica facesse le prove in piazza e chi passa si ferma e dice: vacca se son bravi e poi tira diritto e va in biblioteca a vedere se c’è qualcosa di nuovo e poi al Mulino in ludoteca a giocare con i bambini. Certo che una volta l’unica ludoteca esistente era il paese intero, i cortili e la piazza dove i putèin correvano dietro a un cerchione di bicicletta e frustavano un frullo e i ragazàm più grandi saltavano la cavallina appoggiati al muro anche a costo di fiaccarsi la schiena. Oggi la ludoteca, gran bella istituzione veh, cercate di capirmi, assomiglia un po’ troppo alla scuola: tutto organizzato, se vuoi ti aiuto, fai così, fai colà, fai a modo, se non ti piace cambiamo… invece una volta stavi là in piazza, t’infilavi nel primo mucchio che vedevi e giocavi a nascondino, a palla, con la corda, a mosca cieca o anche da solo e stavi bene lo stesso perché facevi parte del mucchio anche se andavi in un cantone a contare i figurini.
Pensa che bello se un bel giorno si vedesse una brancata di bambini, senza le mamme e senza i papà sempre pronti a soffiargli sulla schiena, che si trovano in piazza a giocare alla settimana, a battimuro, a giro - girotondo casca il mondo casca la terra … con cantilene e canzoncine per sapere dal furnèr s’lèe còt al pan (dal fornaio se è cotto il pane) e se la lavanderina continua a lavare i fazzoletti anche se oggi sono di carta usa e getta.
Sapete qual è la cosa che mi dà più tristezza? E’ vedere sotto i portici tante vetrine vuote, con i vetri grigi di polvere perché dentro non c’è nessuno oppure vetrine con le veneziane semichiuse dove si intravede un tipo o una tipa al computer che non tira su gli occhi neanche per darti un’occhiata quando passi, ti sembra un estraneo e così, tra le vetrine vuote e quelle che non vedi dentro, la gente fa fatica ad ammucchiarsi davanti per fare commenti e amicizie, ridere, scherzare, non so se mi sono spiegato. Insomma, queste botteghe guai se restano chiuse perché sono come gli occhi sul viso di una bella donna: se sono chiuse, vuol dire che la donna dorme.
Stanotte ho sognato un sacco di belle cose che si potrebbero fare in piazza: piccoli concerti di uno o due strumenti nel cantone di fianco alla scala della biblioteca come fanno in Austria appena vedono uno slargo; piccole perfomance di ragazzi che leggono poesie e libri e chi vuole li ascolta; piccole esibizioni di pittura estemporanea; piccole mostre di antiquariato/vintage per curiosare tra le robe vecchie e indovinare cus’el c’al bagai lè, al cgnàsset tè? (Cos'è quell'affare, lo conosci tu?) Piccole esposizioni e scambio di libri che se li hai già letti li puoi regalare e ti ringraziano con un bel grazie; piccoli raduni di boys scout che cantano i loro bans; festicciole di fine anno degli studenti che di fantasia ne hanno da vendere; artisti di strada che hanno una voglia matta di far vedere quello che sanno fare; serate dedicate a conversare con gli amici con una birretta in mano… insomma non sto a dire tutto, oh l’ho detto che era un sogno e poi è durato poco, però penso che sarebbe bello mettere in piedi tanti progetti, nati anche dal volontariato, molto piccoli e spontanei ma frequenti perché passo dopo passo, come diceva mia nonna, si arriva a Roma, il chè è un bell’andare. Adesso credo che sia ora di lasciarla lì. Ho capito che si può salvare la capra e i cavoli se si realizzano le nuove idee ma si continuano anche a fare le stesse belle iniziative che si facevano nella piazza vecchia e vedrai che la gente molla lì la televisione e la fiacca per stare insieme perché adesso in mano abbiamo un carico da undici: la bellezza, l’arte, la cultura. Uno di questi giorni vado davvero dal sindaco e gli chiedo se in Comune c’è una scrivania libera per metterci un giovane fantasioso e creativo: l’assessore alla bellezza .
17 dicembre 2020
Giovedì chiuso per turno
Sauro Bellodi
Una cartolina. Scivolata dalle pagine di un vecchio libro. Non c’è la data, e neppure con la lente la si può leggere dal timbro postale.
La didascalia dice: “ATHENS – Sounion. The temple of Possidon.”
L’indirizzo è uno di quelli che stringono o allargano il cuore, come il Sounion di Atene, il promontorio che per ultimo o per primo era negli occhi dei soldati che si allontanavano o tornavano in nave dalla guerra: Spett. Bar Acli – Via della chiesa – Soliera – Modena – ITALIA.
Ma anche la firma sotto gli “Infiniti Saluti” è di quelle che aprono il cassetto della memoria: Lolli Arrigo. L’idraulico. Burlone, pasticcione, mattacchione, chiacchierone, simpaticone. Accrescitivi impastati di allegria. Sponsor delle nostre squadre di calcio nei tornei estivi.
Via della Chiesa non c’è più. La strada è ancora là, è il nome che è cambiato in via Papa Giovanni XXIII. Ci abitava pure Arrigo, subito passato l’incrocio di via XXV Aprile, e lo vedevo arrivare al Bar Acli “su per la discesa”, stretta tra il campetto da tennis e quello da calcio, con la sua tuta da lavoro a salopette: passo svelto, mani in tasca, ciondolante, un po’ struscione.
Sull’angolo, sotto il portico, in piazza Fratelli Sassi, c’era il Bar Acli, che per tutti era il Bar della Sonia!
Prima del bar, in quello stabile aveva sede la filiale del Banco di San Geminiano e San Prospero, trasferita, all’inizio degli anni ’60, nell’edificio accanto, a ridosso del castello, di fronte alla merceria di Ferrari, al bazar di Codeluppi, che a quel tempo aveva anche una pompa di benzina sulla piazza, al laboratorio di Vaccari, che aggiustava radio e tv, e al magazzino di scarpe, di chi non ricordo. Prospicente al distributore di Codeluppi, sul lato opposto della piazza, c’era una fontanella d’acqua, mai fresca per quanto la si facesse scorrere.
Rimasti vuoti i locali della Banca e messi in vendita dalla proprietà, fu don Ugo, il parroco, a lanciare l’idea di acquisirli per la costituzione di un circolo o di un bar sociale; insomma, considerata la forte contrapposizione politica che divideva il paese, si voleva un luogo di aggregazione per coloro che frequentavano la parrocchia o le erano ideologicamente vicino. Così, venne acquistato.
I locali dei piani alti richiedevano costosi interventi di restauro, ma potevano aspettare; il piano terra era agibile e subito si susseguirono riunioni per decidere il da farsi. Inizialmente qualche giovane propose un Circolo Culturale, ma i tempi non erano maturi per soluzioni forse troppo elitarie e un po’ fumose, per cui i grandi, più concreti e meno sognatori, decisero per un circolo/bar da affiliare ad un Ente di ispirazione cristiana come “copertura”.
I grandi, almeno quelli che ricordo più autorevoli a fianco di don Ugo, erano Argimiro Arletti, Vittorio Gozzi, Giancarlo Fontanesi, Carlo Benatti, Emilio Bruschi, Beniamino Righi, Adriano Franciosi, Carlo Ferrari, Nino Loschi e pochi altri. Si presero quindi contatti con le ACLI di Modena, e il presidente provinciale del tempo venne più volte a Soliera per alcuni incontri preliminari in cui, oltre a ripercorrere la storia del Movimento e discutere della nostra situazione sociale e politica, vennero illustrate le condizioni richieste per la costituzione del nuovo circolo; infine, si presero gli accordi, anche commerciali, per avviare l’attività.
Intanto, si era deciso di intitolare il Circolo alla memoria di Augusto Lugli, un giovane solierese dirigente dell’Azione Cattolica, delegato Aspiranti, caduto a soli 22 anni nella campagna di Russia il 9 gennaio 1942 a Gorbowka (oggi Horlivcka), in Ucraina, a seguito delle ferite riportate alcuni giorni prima, il 28 dicembre, colpito dalle schegge di una bomba aerea.
Emilio Bruschi, eletto Presidente delle ACLI solieresi, diede il via alla campagna tesseramento in quanto solo i soci avrebbero potuto frequentare il Circolo.
Per la gestione Vittorio Gozzi propose la sorella Sonia: fu così che nacque il Bar della Sonia!
Inizialmente si faceva un po’ d’attenzione che i frequentatori fossero soci tesserati, anche se magari loro non sapevano di esserlo, dato che sulla piazza c’erano altri due bar che avrebbero potuto sollevare questioni e si temevano sanzioni. Infatti, di fianco alla chiesa, ad inizio della piazza, c’era il Bar Chiletto, frequentato da gente matura, la borghesia solierese; mentre, sotto il portico di fronte, a far angolo con via Don Minzoni, c’era il Bar di Valiero (o forse Leoni?). Da Valiero si andava il giovedì, quando la Sonia era chiusa per turno, e si giocava a biliardo o a flipper, il primo arrivato a Soliera. Poi, quasi subito, il Bar Chiletto si trasferì nel nuovo palazzone e non si fece più tanto caso ai frequentatori del circolo, finché cambiarono le regole. Infatti, in provincia i circoli, ACLI e ARCI, in pochi anni proliferarono e, in mancanza di controlli, rappresentavano una concorrenza sleale nei confronti degli esercizi pubblici. Per ovviare, una apposita normativa stabilì che essi non potessero avere un accesso diretto al bar, quindi occorreva adeguarsi. Nell’impossibilità di chiudere l’ingresso dal portico, quindi di poter regolarizzare il circolo, a salvare il Bar della Sonia fu il vicesindaco del tempo, un carpigiano, il quale, notificando la nuova normativa, propose una licenza pubblica nel timore che l’eventuale chiusura spopolasse ulteriormente la già quasi desertificata piazza.

Si era agli inizi degli anni Settanta. Il Circolo ACLI cessò formalmente di esistere ma gli avventori neppure se ne accorsero perché la vita del bar continuò con licenza pubblica intestata direttamente alla Sonia o, forse, al fratello Vittorio. Sicché, quando la Polisportiva Solierese organizzò il Trofeo delle Officine, il bar della Sonia partecipò, almeno due volte, come Bar ACLI, pur non essendo più tale. Per la cronaca, è il caso di ricordare la vittoria a uno di questi tornei, con la Sonia che prima non voleva partecipassimo, poi la sera della vittoria festeggiò offrendoci un mini banchetto e pose con orgogliosa solennità la coppa vinta sullo scaffale dei liquori con un “guai a chi la tàca”. E questo trofeo rimase al suo posto per sempre!
Certo che considerare Sonia alla stregua di una normale esercente sarebbe limitativo e fuorviante. Aveva iniziato con spirito di servizio e continuò con lo stesso impegno e dedizione. Trattava noi ragazzi con fare materno, e tra sgridate e incoraggiamenti il caffè o il panino ce li serviva anche senza soldi, seppur brontolando, segnando le consumazioni ben sapendo che non sempre … Ad ogni esame universitario mai dimenticava di chiedere il voto e se questo era troppo basso ci rimbrottava per giorni, mentre, se l’esame era andato male, non mancava di incoraggiarci per la volta prossima. Per un Trenta: un “brèv”, un “vin chè c’ad dag un bès” e un caffè servito con un “’an t’l’ho brìsa sgné”! E non mancava di dirci la sua anche sulle ragazze che ci piacevano! Io ne avevo una a 150 km che mi telefonava al bar, e Sonia, anziché chiamarmi e passarmi la telefonata, pur non avendola mai vista né conosciuta, stava anche 10 minuti a chiacchierare con lei raccontandole per filo e per segno i fatti miei! Insomma, le piaceva e io ho dovuto sposarla…
Ad aiutarla al banco c’era sua sorella Silvana e di tanto in tanto, a dare una mano, si aggiungeva Bruno Goldoni.
Il venerdì sera era speciale, perché ai giovani mariti era concessa dalle giovani mogli la libera uscita, per cui la compagnia era al completo. Allora le sfide a carte diventavano interminabili, finché, dopo la mezzanotte, Bruno andava al forno Borelli, naturalmente chiuso ma già attivo, a prendere la stria calda fumante, con cui chiudevamo le partite di strappetto bugiardo o di briscola o di scala quaranta o di cotecchio. Poi si tornava a casa con una puzza di fumo addosso che lasciava la scia.
Per un certo periodo, al sabato, con Cesarino (Cesare Goldoni), marito di Silvana, si organizzavano gare di briscola o di scala quaranta, con premi in natura. In queste occasioni l’affluenza era straripante, ma ad un certo punto, non ricordo per quale ragione, la cosa non si poté più fare.
L’alternativa al gioco erano le discussioni politiche, soprattutto a commento dei consigli comunali e della cronaca nazionale, o sportive. Sia nell’un caso che nell’altro l’accanimento finiva sempre per sfiorare il parossismo. Quando poi alla televisione, che era posta su un trespolo nell’angolo a destra dell’ingresso, trasmettevano una partita di calcio dell’Inter per la Coppa dei Campioni era un delirio, con “Pinèin”, Cavani di cognome, ultra tifoso nerazzurro, che gesticolando con il suo unico braccio ribatteva a juventini e milanisti con furore, finché esausto improvvisamente usciva per non collassare.
Durante il giorno gli avventori erano per lo più anziani, spesso raccolti attorno ad un tavolino con le mani nelle mani a raccontarsi storie di un tempo. Più o meno come si sta facendo qui ora. Ricordo un gustoso aneddoto, ma non saprei a chi attribuirlo, che orecchiai intenzionalmente mentre fingevo di leggere la Gazzetta.
Rievocando la figura dell’arciprete don Ferrari, predecessore di don Cavazzuti, raccontavano che era soprannominato “don carèta”, perché, quando doveva andare a Modena, per raggiungere la stazione dell’Appalto si serviva della carretta di un certo Maran, che faceva servizio trasporto persone con cavallo e calesse. A questo signor Maran piaceva il vino, pur non eccedendo, per cui andava all’appuntamento con l’arciprete in largo anticipo sperando di poter scroccare un buon bicchiere. Un giorno, arrivando che don Carèta non si era ancora alzato da tavola, ottenne il suo scopo e gustandosi il vino che gli veniva offerto se ne uscì con un “Sgnor Arziprét, quand a pèins cl’è al sanghèv ed noster Sgnor, a in bevrév ‘na bòta”. (Signor Arciprete quando penso che è il sangue di nostro Signore, ne berrei una botte!)
Un altro personaggio che non si può dimenticare era Tiset, all’anagrafe Alfredo Pini. Al sabato pomeriggio arrivava intabarrato, in bocca un tronchetto di toscano salivato; salutava tutti, uno ad uno, con “stùpid”, poi si scioglieva dal tabarro e si scopriva che teneva tra le mani due schedine, una del Totocalcio e una del Totip. Cercava sempre Adriano Franciosi per farsele giocare. Se Adriano non c’era, allora si rivolgeva a uno di noi ragazzi. Controllava che nella prima casella mettessimo “na crόš”, pareggio, poi potevamo inserire i risultati che volevamo. Per il Totip, di cui nessuno di noi era minimamente esperto, avevamo imparato da Adriano: si ribaltava la schedina del Totocalcio e si ricopiavano i segni. Credo che almeno una volta abbia vinto.
Ora dicono che il Bar della Sonia non ci sia più. E che anche lei non ci sia più. Ma è solo perché oggi è Giovedì.
19 dicembre 2020
Ercole e il bambino
Ruggero Toni
Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera
Salita la rampa di scale che dal portico sulla piazza porta all’ingresso del castello e superato il grande portone sempre spalancato che finge di vigilare sull’ingresso, continuando il mio cammino incerto e curioso mi trovai di fronte, sulla sinistra, ad un vasto scalone che saliva quasi a spirale. Restai impressionato dalle sue dimensioni. Erano per me inspiegabili e pensai che quei larghi gradini dovessero condurre a piani superiori ignoti e misteriosi. Avevo circa otto anni e con la mia piccola bicicletta nera avevo seguito mio padre fino alla piazza. Forse dovevo sbrigare qualche compito affidatomi da mia madre.
Invece di adempiere al mio dovere appoggiai la bici a una colonna e seguii mio padre a distanza di qualche passo: stava andando alla sede del Banco S. Geminiano, allora sistemato al primo piano del castello. Per lui si trattava d’affari, per me di insaziabile curiosità. Lui svoltò oltre la porta a vetri della banca, io subito dopo mi trovai di fronte alla grande scala. Restai ammutolito, a bocca spalancata, senza emettere alcun suono. Ma non solo per la scala! Il primo ballatoio della rampa era dominato da una figura enorme, un gigante ignudo con una poderosa clava quasi appoggiata a una coscia. Il viso sembrava impassibile, lo sguardo vagante nel vuoto, il torace gonfio di muscoli, le braccia poderose, le gambe possenti. Era di un biancore innaturale, sembrava di gesso. E in effetti lo era. Lo seppi anni dopo quando uscii dalla mia innocente ignoranza. Era la statua di Ercole, figlio di Giove. E solo allora mi spiegai la sua presenza. Gli Este di Ferrara, per vantarsi e attribuirsi un prestigio di stirpe, non esitarono a dichiararsi discendenti del semidio. Avevano poi voluto sistemare questo simbolo della loro potenza nella irrilevante rocca di Soliera che più volte avevano infeudato ai Pio di Carpi, poi di Sassuolo, infine ai Campori. Io la guardai a lungo a bocca aperta ma non capivo.
Crescendo, dopo molto anni, percorsi quelle scale anche molte volte al giorno. Ricordo che, da adolescente, mi capitò di incrociare sui gradini Bianca. Era una ragazza che abitava al piano superiore del castello. Eravamo quasi amici. Aveva un corpo perfetto. Nel guardarla mi veniva quasi spontaneo sostituire con la sua figura la statua poderosa di Ercole. Ero incantato dalla sua grazia e dalla bellezza morbida e sinuosa che ricordava la splendida venere di Cirene. Che distanza separa nella vita forza e bellezza?
22 gennaio 2021







