Ganghèin e S’ciflèin
Ruggero Toni

Da Piazza Sassi, andando verso oriente, si apriva una contrada poco abitata che terminava con un ingresso alla sacrestia della chiesa parrocchiale. La strada, che ora è scomparsa, allora si poteva percorrere e terminava contro l’abside della parrocchiale. Nel suo ultimo tratto correva di fianco alle mura, ancora alte, che cingevano il paese. Era quasi un percorso riservato alle suore che alloggiavano in un’ala del castello comunicante col vicolo. La via, selciata con mattoni rossi, veniva usata soltanto per assistere alla funzioni religiose.
Anche noi ragazzacci, infangati dalle partite di calcio giocate nel cortile delle suore, aggirando e dribblando due poderosi alberi di more, la domenica pomeriggio seguivamo quel percorso per assistere alla “benedizione”. Nei restanti giorni e per molte ore la strada restava deserta. Non c’era nessuno che si affacciasse dagli spalti delle mura per contemplare i campi coltivati sottostanti né il piccolo orto coltivato dalle suore, comunicante con il nostro campo di calcio.
Ma non è del tutto vero. La stradetta si animava nei giorni festivi e il sabato sera per i frequentatori del cinema “Aurora”, detto “al cinema dal pret”. Anche il suo unico ingresso era sulla stradetta. Nei giorni feriali di tanto in tanto spuntavano anche i clienti abituali del calzolaio Gualdi. Il suo laboratorio era una minuscola stanzetta situata all’inizio del vicolo che sporgeva dalle mura, verso la campagna. L’uomo, dotato di un peloso neo sulla guancia, restava chiuso tutto il tempo in quel piccolo spazio, quasi sepolto da cumuli di scarpe e stivali. Nessuno mai è riuscito a capire come facesse a riconoscere le calzature di ogni singolo cliente. Razzolando con le mani nel vasto cumulo che lo circondava da ogni lato, estraeva senza errore quello che il cliente cercava.
Per molte ore restava solo. Lavorava con martello e deschetto, lesina e piede di ferro su cui battere tomaie. Fischiettava sempre, ma non canzoni. Quel suo fischiettare gli teneva compagnia. La gente che varcava la soglia della sua bottega lo sentiva e questo gli valse il nomignolo di “S’cìflèin”, uno “scutmài” che gli restò addosso per tutta la sua lunga vita. Forse pochi conoscevano il suo vero nome. Era una figura tipica del borgo, del nostro natio “borgo selvaggio” come lo avrebbe descritto Leopardi. Gente semplice, vera: tutti si riconoscevano fra loro e tutti sapevano di tutti, anche di Severino, detto “Ganghèin”, un altro abitante della contrada.
Era immigrato (si fa per dire) da poco nel borgo, e abitava vicino alla piazza dove “Via alla chiesa” svoltava ad angolo retto verso le mura. Veniva dalla campagna, da quel caseggiato brulicante di gente, di voci e di odori che ancora chiamano “corte”, non molto lontano dal paese. Un antico covo di braccianti. Severino era stato invece un fornaciaio, aveva fatto mattoni per molti anni. Come molti dei suoi vicini era socialista ma aveva commesso l’errore di dirlo. Così durante il regime, ogni “primo maggio”, due carabinieri passavano a prelevarlo da casa e lo portavano in guardina. Li seguiva docilmente, ormai rassegnato e senza lamentarsi. Il giorno seguente era di nuovo libero di tornare al lavoro spingendo la sua carriola fino alla fornace. Dei cinque figli maschi che aveva avuto da Prassede, quattro se n’erano andati, due di loro persino in Francia.
Non aveva mai frequentato un’osteria ed ora che era anziano trascorreva il suo tempo facendo qualche visita a S’cìflèin, vecchio vicino ai tempi della sua residenza alla “corte”, o scambiava qualche parola con la signora Gisella, una signora che a me sembrava giunonica, abitante nella casa che fronteggiava di lontano la piazza. Quando la stagione lo permetteva restava volentieri a guardare i nipoti giocare sulla strada dove non passavano auto. Quando era il giusto tempo sedeva sulla soglia di casa con una cesta di mele. Divideva ogni frutto in quattro spicchi che infilava in una cordicella per farli rinsecchire. Erano “al scìapèdi” una leccornia, mancando i dolcetti non ancora in commercio e facendo ingolosire i nipoti. Le appendeva al lampadario in camera da letto ma la loro altezza non impediva le incursioni della nipote. Vedovo ormai da anni, coltivava tuttavia una sincera e casta ammirazione per una anziana signora che guardava di lontano a una finestra alta del castello. Quando raramente la vedeva passare sulla via vicino a casa, l’avvicinava dicendo: ”Cuma stet Dirce, vin mò chè c’at togh sat a un’ela”. (Come stai Dirce, vieni che ti prendo sotto a un’ala) Ricordo forse di un amore pensato e che certamente non c’era mai stato.
Ora tutto è cambiato. Le anime semplici, che non sapevano bestemmiare davvero, sono scomparse. Io spero siano in cielo. La casa del fattore dei marchesi Campori è scomparsa. Anche le scuderie del castello, come la casa della signora Gisella e alcune parti del quasi convento delle suore sono state demolite. Stanze per me importanti a cui potevo accedere, e che sono state testimoni di alcuni momenti che hanno segnato la mia vita. Al loro posto è stata edificata la sede di una banca ora chiusa e abbandonata. Il cinema Aurora era stato dotato di un nuovo ingresso in piazza. Non funziona da anni ma era stato prolungato fino alle vecchie mura. Un’altra parte della stessa cinta fu demolita per far posto a una lunga discesa asfaltata che collegasse “il centro” direttamente ai nuovi quartieri.
Sono vecchio e sicuramente anch’io sono diverso ma ricordo quel piccolo mondo di gente e luoghi vicini alla piazza. I ricordi, anche i miei, come rammenta Cardarelli sono solo “ombre troppo lunghe del nostro breve corpo….” ma sono senza rimpianti. Solo qualche nostalgia.

26 dicembre 2020

 

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