Altrove
Annuska Raimondi

Andrea era solo in ufficio e stava pensando a sua madre che qualche giorno prima aveva espresso il desiderio di scrivere ad un ragazzo che abitava in un “altrove” lontano e sconosciuto: la Bielorussia e che una volta, quando aveva appena 10 anni, era stato ospite della sua famiglia per tutto il mese di settembre.
Oltre ad aver frequentato la scuola per una decina di giorni insieme ai ragazzi suoi coetanei del paese, aveva potuto fare esami e analisi per verificare come stesse la sua tiroide dopo il tragico incidente di Cernobyl.
Era molto tenera sua madre con questo bambino e ancora si commuoveva quando pensava al suo Ilya con il quale aveva tante volte giocato e cantato canzoni russe e italiane.
Era un bambino bellissimo, biondo con gli occhi azzurri, molto educato e affettuoso: tutte le sere chiamava sua madre prima di dormire perché voleva il bacio della buonanotte, e lei era felice.
Andrea stava pensando di fare un regalo a sua madre, una sorpresa che lei avrebbe sicuramente gradito. Con il consenso di suo padre voleva chiamare Ilya e ospitarlo a casa dei suoi genitori , come tredici anni prima, anche se ormai era un adulto.

4 dicembre 2020


Il Coronavirus
Luisella Vaccari

Il 23 febbraio del 2020 era una bella domenica di sole che confermava ancora una volta la buona sorte metereologica che da sempre accompagna l’ "Andar per mostre castelli ed altro”. La bravura organizzativa di Sandra del Centro Studi, di Pina dell’Arci e di Carla degli Amici dell’arte trova quasi sempre un importante alleato nel bel tempo e si sa che la gita col bel tempo è già un mezzo successo assicurato.
La meta era Reggio Emilia con visita al “Ritratto di giovane donna” del Correggio, percorso nei Chiostri di San Pietro e infine visita guidata al Museo e alla Sala del Tricolore.


Tutto bello e ben organizzato ma l’emozione più forte per me che non l’avevo mai vista, è stata la Sala del Tricolore. Il ragazzo che ci ha raccontato la storia di questo luogo, simbolo dell’impegno civile della città, mi ha suscitato un tale interesse e una tale emozione partecipativa che a tratti è sconfinata nella commozione.
Alla fine ho dato a lui UNA STRETTA DI MANO e a Sandra UN ABBRACCIO per la bella giornata che ci aveva regalato poi soddisfatta e paga, quasi felice, ho iniziato a scendere le scale insieme a tutti gli altri, GOMITO A GOMITO, commentando entusiasti COI VISI VICINI E SORRIDENTI.
Ero circa a metà scala quando ho avvertito un brusìo e un parlare leggermente concitato, tutti rivolti al piano terra dove la Pina parlava col cellulare lasciando trapelare brani di conversazione. Terminata la telefonata ci disse che dal giorno successivo per la Lombardia e il Veneto ci sarebbe stata la chiusura totale di tutte le attività (fabbriche, uffici, negozi, trasporti, scuole); ad eccezione delle necessità dei servizi primari, tutti in casa!
E per noi dell’Emilia Romagna dal mercoledì successivo erano previste chiusure e limitazioni ad eventi, viaggi, sport, visite guidate come questa che stava per finire e che, non sapevamo, sarebbe stata l’ultima per tanto tempo.
Già da un po’ si sentivano notizie su questo virus, dal nome altisonante “Coronavirus”, che, arrivato dalla Cina, si stava diffondendo in Italia ma la notizia, ufficiale ed incontrovertibile, nero su bianco, mi colse di sorpresa e colpì nel muro di gomma dell’incredulità, rimbalzando indietro.
“Ma dai Pina, hai capito bene?” “Sarà una misura precauzionale di pochi giorni” “Come si fa a stare chiusi in casa?” “Il lavoro, i figli, gli amici, la scuola…? Ma è impossibile!”

Oggi è il 23 febbraio 2021, un anno è passato e quella STRETTA DI MANO, quell’ABBRACCIO, quel procedere GOMITO A GOMITO e parlarci COI VISI VICINI, vissuti allora con tanta naturalezza, ci sono ancora negati.
Se quel giorno ce lo avessero detto non l’avremmo creduto e ci saremmo ribellati.
E invece un po’ alla volta ci siamo adattati, facendo del nostro meglio.
I governanti ci hanno dato ordini e istruzioni e noi le abbiamo seguite.
Con grande fatica.
Quando ci sentiamo o ci vediamo distanziati con i nostri amici, dalle nostre mascherine esce spesso un sospiroso “Non ne posso più!”. Già in aprile dell’anno scorso dicevamo così e invece “possiamo ancora”.
Potremo finché dovremo, fino a quando non sarà finita.

23 febbraio 2021


La piazzetta campanaria Don Ugo Sitti
Guido Malagoli

Quando inaugurarono la piazzetta nel 1992, mi pare, esultai. Il ciottolato liscio che si estendeva fino al bastione con eleganti prospettive e rotondità, valorizzava gli antichi mattoni dal colore rosso scuro della torre campanaria che pareva proteggere la chiesa di San Giovanni dall’alto della sua cornice merlata. E’passata una trentina di anni e la piazzetta m’incanta come allora.
La balaustra dalla quale ci si affaccia sul bastione dell’antico borgo mi suggerisce la visione di un piazzale Michelangelo in sedicesimo dal quale lo sguardo può scivolare con lentezza sul prato per assaporare la quiete dello spazio aperto. Quando si fa buio i lampioni di ghisa illuminano lo spazio con una luce discreta creando un raffinato sapore “fin de siècle” come se qualcuno fosse in attesa di un landò trainato da cavalli. L’effetto scenografico dell’insieme non è guastato dalle panchine moderne, anonime griglie di ferro, sulle quali siedono due fidanzatini dallo sguardo perduto, teneri come quelli delle illustrazioni di Peynet .
Se ci fossero vasi di ginestre e di lavanda sulla balaustra, sarebbe bello appoggiarsi verso sera ad osservare il volo delle rondini che corteggiano il campanile. In questo gioiello di piazzetta che nel mio cuore sarà sempre la “Piazza fiorita con campanile rosso e balconata” ho ascoltato concerti della banda e cori polifonici, serate etniche, ho visto film importanti e proiezioni, ho ritrovato amici nelle sere d’estate.
Ho un solo cruccio. La fontana di marmo mi è sempre sembrata presuntuosa nella sua incerta modernità, ma se non altro l’acqua usciva dai suoi becchi e questo mi bastava per assolverla. Ora è tristemente silenziosa, sporca, superflua. Ci vuole un bambino assetato per dichiararne la totale inutilità.
Teniamola da conto questa piccola piazza e quando passiamo di là, ritroveremo un po’ di gioventù ogni volta che vedremo una coppietta di anziani seduti sulla panchina, sotto ai tigli.

3 dicembre 2020


Il muro del pianto
Marisa Zanini

Come in ogni paese delle nostre latitudini esiste un posto, di solito un muro, un angolo, una parete del centro cittadino, facilmente accessibile e visibile alla popolazione dove affiggere i manifesti mortuari. Questo luogo l’ho sempre chiamato “il muro del pianto” anche se non ho mai visto nessuno piangere davanti a quel muro.
Piuttosto gli annunci mortuari sono una inesauribile fonte di chiacchiere e rimembranze per chi si ritrova a leggerli parlando del defunto, ricordandolo in qualche frangente o storia magari nota a pochi . Si può talvolta risalire la trafila delle parentele fino ad arrivare alla conclusione di una inaspettata vicinanza genealogica.
Quando lavoravo a Cavezzo come medico di famiglia, il suddetto muro era la parete di una vecchia casa a fianco della edicola /tabaccheria del centro. Ogni mattina tutti quelli che passavano ad ogni ora per il giornale o un pacchetto di sigarette davano una rapida occhiata al muro. Io controllavo i nuovi manifesti per vedere se qualcuno dei miei assistiti fosse deceduto a mia insaputa. A Soliera, il muro del pianto si riduce ad un angolo di un edificio a ridosso della via centrale, proprio di fronte all’entrata della chiesa. Ogni volta che passo su quel corridoio pedonale che congiunge via Garibaldi a Piazza Fratelli Sassi mi fermo a leggere e soprattutto ad osservare gli altri lettori. Qualcuno osserva e commenta, qualcuno si meraviglia, “eppure stava così bene, l’ho visto proprio due mesi fa, chissà cosa gli sarà successo?” Un altro signore aggiunge invece che tutti sapevano che era malato di cuore “sarà morto di infarto” aggiunge e se ne va. Due donne anziane parlottano, mentre un’altra indica il manifesto alla figlia “vedi, te lo avevo detto, è proprio lei, è morta ieri”. Qualcuno sottovoce parlando fra sé e sé cerca di identificare il defunto. Quei fogli orlati di nero o di piccoli ricami sono tutti simili , ricordano un po’ le grida di manzoniana memoria a conferma che tutti devono passare da quel muro per l’ultimo laico saluto.
3 dicembre 2020


Quella colonna
Guido Malagoli

Quella colonna, soltanto quella tra le tante, mi chiama quando attraverso la piazza. Non so perché. La sua voce si è fatta più forte da quando i miei capelli si sono fatti più bianchi. Sto parlando della colonna degli avvisi funebri, quelli che tutti chiamano i murtòri, che si trova davanti alla chiesa, in angolo con la stradina Don Minzoni. Hanno rifatto la piazza con eleganza ma lei, la colonna, è ancora identica, piena di incrostazioni di colla indurita sulla pietra antica, e questo è un bene perché la gente troverà ciò che cerca, come sempre. Non è come andare a leggere un avviso sui grandi tabelloni di ferro lungo le strade dove passi in fretta, fermi un attimo la macchina prima che qualcuno ti suoni dietro, dai un’occhiata se lo vedi, se è proprio vero, a che ora c’è il funerale.
Intorno alla colonna si percepisce qualcosa di più rarefatto benché non assomigli a un totem dello spirito o a un muro del pianto.
Lo percepiscono, da sempre, soltanto i vecchi solieresi che s’incontrano davanti alla colonna della compassione per riflettere sulla vita con lunghi silenzi e sospiri. Appena fai una sosta noti che qualcuno si affianca, allunga il collo dietro di te con la voglia di parlare. Capita di sentire frasi di questo tipo: “Lo conoscevi?”
“Eccome se lo conoscevo. Aveva tre figli. Guarda, c’è il nome scritto, insieme alla moglie, le nuore, i nipoti…”
“Che disgrazia”
“Poveretto, ha patito …”
Si parla del defunto a voce bassa, come in confessionale, com’è giusto. Sono parole intime come quelle degli amici che ti prendono sottobraccio. Poi i ricordi. “ Mi ricordo quando …” Si raccontano le cose buone e a volte anche quelle meno buone dette a mezza voce con la mano davanti alla bocca come se lui o lei, che ti fissano dal mortorio, potessero sentire. Ma che importa? E’ un omaggio alla vita, si esorcizza la morte, si augura “la luce eterna, lassù, e una prece” come scrivevano nel secolo scorso i “parenti dolenti” sulle vecchie lapidi scolorite .
Nella piazza rinnovata passeranno mille persone, giovani e famiglie a passeggio con i bambini. Passeranno i vecchietti come me e si soffermeranno davanti a quella colonna per cercare un nome , una data, con gli occhi lucidi. Gli avvisi gocciolanti di colla che annunciano la scomparsa di una persona giovane mi faranno venire addosso qualcosa che non so neppure dire, ma che fa paura come uno schiaffo improvviso.

29 novembre 2020

 


La bicicletta rubata
Luciana Ognibene

Quando passo vicino al Comune, in angolo Via Gramsci, non posso non pensare a quella bicicletta che nel lontano 1955 fu parcheggiata proprio lì da mia madre.
Mia madre era molto bella, da giovane portava sempre scarpe con tacchi alti che le slanciavano le gambe, aveva un bel portamento, un sorriso splendente di ragazza semplice, sottolineato solo da un filo di rossetto, unico cosmetico che si concedeva.
Avrebbe potuto accettare la corte di tanti ragazzi, ma a lei piaceva solo mio padre, lei voleva lui.

Ballarono insieme qualche volta, quando lei aveva diciassette anni, ma poi mio padre cambiò ‘direzione’, non trovava nessun interesse per questa studentella troppo giovane. Così passarono cinque anni nei quali non si frequentarono più, lei andava a ballare con sua sorella e lui si vedeva con ragazze più…mature.
So che lei lo ‘sbirciava’ da lontano, aspettava…

Un giorno, la mamma si recò in Municipio, per una commissione d’ufficio e parcheggiò la bicicletta lì fuori, nell’angolo, contro il muro.

 

Putacaso mio padre era lì nella piazzetta intento a chiacchierare con alcuni amici e la vide; scattò subito lo scherzo, prese la bicicletta, la nascose e aspettò che uscisse la mamma.
Appena lei uscì e non trovò la bicicletta, si diresse senza indugio da lui dicendo: ”Dove l’hai messa?”
“Che cosa?”
“Dai, non fare il furbo, lo so che hai preso tu la mia bicicletta!” E si misero a ridere e non solo ...
Rimasero a parlare più di un’ora, il papà me l’ha raccontato mille volte, rimase fulminato: aveva lasciato una ragazzina, una stupida studentella ed ora aveva trovato una Donna, la Sua Donna!
S’innamorarono follemente, complice la bici, per tutta la vita.
3 dicembre 2020


Il cappuccino delle suffragette
Luisella Vaccari

Non si era mai vista una cosa simile: delle donne che, uscite dalla Prima Messa, andavano al bar, e non a banco ma sedute a tavolino … come gli uomini!
Le donne quando uscivano da messa andavano a casa di buon passo perché dovevano “mettere su” il brodo.
E invece da quel giorno si cambiò, il brodo si poteva fare con la pentola a pressione.
Fu mia madre che propose: ”Perché non ci fermiamo un attimo dalla Sonia a prendere un cappuccino?”
L’attimo pian piano si dilatò, la messa finiva alle otto e la riunione si protraeva fin verso le nove.
Le affezionate erano cinque o sei, mi ricordo che c’era mia madre, la Leda, la Mirella, la signora Fermani moglie del Maresciallo e Presidente delle donne di Azione Cattolica, cosa che conferiva al consesso anche il crisma della legalità.
Oggi forse questa cosa fa sorridere, ma agli inizi degli anni ‘60 quel tavolino fu un segnale di autonomia e libertà.
Anche se Manetta, da dissacratore qual era, lo definì “il tavolino delle Pie Donne”!

2 dicembre 2020


Soliera vista da fuori
Barbara Franceschini

Foto - Materiale Fotografico del Comune di Soliera

Soliera vista da fuori è una delle tante città più o meno grandi, più o meno abitate che punteggiano la Pianura Padana, rendendola meno monotona. E di quanto sia monotona e monocorde una pianura, te ne rendi conto quando ti capita di attraversarne una di quelle sterminate del Nord Europa, chilometri e chilometri di “bassa” e di coltivazioni, per lo più, di luppolo.

La prima volta che mi è capitato di sentir parlare di Soliera o meglio di Limidi di Soliera è stato da mio padre, quando girava tutta l’Emilia per lavoro e pare che lì avesse trovato un ristorante che “quando capitavi da quelle parti, proprio non potevi evitare di andarci.”

Passati gli anni, ecco di nuovo Soliera. Questa volta come sede di laboratori di scrittura autobiografica. Destata la curiosità, catturata l’attenzione. Problema: come raggiungerla senza macchina, per di più nel fine settimana? Scoperta: la solita ogni volta che ci si deve muovere per itinerari poco frequentati dai più, ovvero scarsità di mezzi, molto tempo per un numero (circa una sessantina) relativamente piccolo di chilometri. Unica risorsa alternativa alla rinuncia: cercare il gentile passaggio di qualche conoscente della zona, di qualche amica interessata ai corsi. Le prime volte, in realtà, non ho mai visto il centro del paese, mi sono fermata all’Habitat, centro polifunzionale, moderna struttura, alle porte di Soliera, sede delle attività che avevo scelto di frequentare. Troppo distante l’Habitat dal centro per chi non ha la macchina e quindi la scelta di fermarmi qui anche durante le pause. La periferia dunque come primo contatto. L’occasione di entrare in città me l’ha offerta la mostra fotografica  Un paese ci vuole e il laboratorio di scrittura ad essa collegato. In un sabato pomeriggio di fine novembre, in una di quelle rarissime giornate di una luminosità accecante per l’autunno padano, normalmente avvolto nella nebbia, mi trovo di fronte alle mura, alla fortezza ed entro in città arrivando al centro, in gran parte transennato per via dei lavori di rifacimento dopo i danni del terremoto. Le mie mete di quel pomeriggio, che oggi sembra lontanissimo, ma in realtà è solo un anno fa, sono Palazzo Campori, la mostra, il laboratorio di scrittura. Salgo l’imponente scalone del Palazzo. Sale più o meno ampie accolgono, con la magnificenza degli antichi edifici, l’esposizione e noi e il nostro lavoro. Guardo le foto appese alle pareti, scattate da fotografi che hanno passato una settimana a Soliera. Lo sguardo di chi non vi abita, un punto di vista esterno, come il mio. Vedo volti di Solieresi giovani e meno giovani, italiani e stranieri, paesaggi, muri scrostati e alberi, campi da calcio e parcheggi, bocciofile e luoghi di ritrovo, case e panni stesi al sole che mi ricordano altre case, altri muri e altri panni, in altri paesi e cittadine non dissimili. Al laboratorio di scrittura ascolto voci di chi a Soliera vive e lavora, nei mesi successivi leggo i loro racconti. Gli sguardi esterni si intrecciano alle voci del cuore, in un significativo mescolarsi di punti di vista differenti sulla realtà. Prima di lasciare

Soliera, in quel pomeriggio di un anno fa, mi affaccio ad uno dei finestroni del Palazzo. Il tramonto illuminato di stelle e dalle prime luci del Natale salutano con serena tranquillità questo mio incontro con Soliera e la sua gente.

 

>>“Un paese ci vuole – I racconti”<< A cura di Davide Bregola.

 

29 novembre 2020


Progetto finanziato nell’ambito del Bando progetti eventi ed attività culturali promosso da Fondazione Campori
con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
Università libera età Natalia Ginzburg a.p.s. · Comitato di Soliera · via Berlinguer 201 · 41019 · Soliera (MO) C.F. 94064020368
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