Soliera vista da fuori
Barbara Franceschini
Foto – Materiale Fotografico del Comune di Soliera
Soliera vista da fuori è una delle tante città più o meno grandi, più o meno abitate che punteggiano la Pianura Padana, rendendola meno monotona. E di quanto sia monotona e monocorde una pianura, te ne rendi conto quando ti capita di attraversarne una di quelle sterminate del Nord Europa, chilometri e chilometri di “bassa” e di coltivazioni, per lo più, di luppolo.
La prima volta che mi è capitato di sentir parlare di Soliera o meglio di Limidi di Soliera è stato da mio padre, quando girava tutta l’Emilia per lavoro e pare che lì avesse trovato un ristorante che “quando capitavi da quelle parti, proprio non potevi evitare di andarci.”
Passati gli anni, ecco di nuovo Soliera. Questa volta come sede di laboratori di scrittura autobiografica. Destata la curiosità, catturata l’attenzione. Problema: come raggiungerla senza macchina, per di più nel fine settimana? Scoperta: la solita ogni volta che ci si deve muovere per itinerari poco frequentati dai più, ovvero scarsità di mezzi, molto tempo per un numero (circa una sessantina) relativamente piccolo di chilometri. Unica risorsa alternativa alla rinuncia: cercare il gentile passaggio di qualche conoscente della zona, di qualche amica interessata ai corsi. Le prime volte, in realtà, non ho mai visto il centro del paese, mi sono fermata all’Habitat, centro polifunzionale, moderna struttura, alle porte di Soliera, sede delle attività che avevo scelto di frequentare. Troppo distante l’Habitat dal centro per chi non ha la macchina e quindi la scelta di fermarmi qui anche durante le pause. La periferia dunque come primo contatto. L’occasione di entrare in città me l’ha offerta la mostra fotografica Un paese ci vuole e il laboratorio di scrittura ad essa collegato. In un sabato pomeriggio di fine novembre, in una di quelle rarissime giornate di una luminosità accecante per l’autunno padano, normalmente avvolto nella nebbia, mi trovo di fronte alle mura, alla fortezza ed entro in città arrivando al centro, in gran parte transennato per via dei lavori di rifacimento dopo i danni del terremoto. Le mie mete di quel pomeriggio, che oggi sembra lontanissimo, ma in realtà è solo un anno fa, sono Palazzo Campori, la mostra, il laboratorio di scrittura. Salgo l’imponente scalone del Palazzo. Sale più o meno ampie accolgono, con la magnificenza degli antichi edifici, l’esposizione e noi e il nostro lavoro. Guardo le foto appese alle pareti, scattate da fotografi che hanno passato una settimana a Soliera. Lo sguardo di chi non vi abita, un punto di vista esterno, come il mio. Vedo volti di Solieresi giovani e meno giovani, italiani e stranieri, paesaggi, muri scrostati e alberi, campi da calcio e parcheggi, bocciofile e luoghi di ritrovo, case e panni stesi al sole che mi ricordano altre case, altri muri e altri panni, in altri paesi e cittadine non dissimili. Al laboratorio di scrittura ascolto voci di chi a Soliera vive e lavora, nei mesi successivi leggo i loro racconti. Gli sguardi esterni si intrecciano alle voci del cuore, in un significativo mescolarsi di punti di vista differenti sulla realtà. Prima di lasciare
Soliera, in quel pomeriggio di un anno fa, mi affaccio ad uno dei finestroni del Palazzo. Il tramonto illuminato di stelle e dalle prime luci del Natale salutano con serena tranquillità questo mio incontro con Soliera e la sua gente.
>>“Un paese ci vuole – I racconti”<< A cura di Davide Bregola.
29 novembre 2020
