Primo
Luciana Ognibene

Sono nata a Soliera e fino all’età di dieci anni ho abitato in un appartamento al terzo piano proprio di fronte al Castello Campori.
Al pianterreno c’erano dei negozi: Oscar e l’Iride erano i parrucchieri, Sisto vendeva e aggiustava le macchine da cucire e noleggiava le bombole del gas e l’altro era un negozio di scarpe che inizialmente era nostro.
Dalla finestra della cucina si vedeva il Castello e il campo intorno ad esso dove, un bel giorno, iniziarono i lavori di costruzione del nuovo parco giochi.
Era un progetto bellissimo ed io, da brava bambina curiosa, non ne perdevo un passaggio. Alla fine divenne un luogo fantastico, addirittura costruirono una piscina, so-lo per i pesci, molto grande e di una forma strana che si poteva attraversare saltellando.
C’erano altalene grandi e piccole, gli scivoli alti e bassi, le giostrine che giravano in tondo, una specie di pista per le biciclette e una pista di pattinaggio.
Naturalmente passavo lì delle belle ore, lì potevo incontrare gli altri bambini. C’era uno strano ragazzo che veniva sempre al parco, si chiamava Primo ed era un tipo particolare, sentivo usare una parola strana “ritardato”, ma non capivo di che ritardo si parlasse.
Mi ricordo che rideva sempre, con una bocca un po’ sdentata, non parlava e il suo divertimento preferito era quello di spingere i bambini sull’altalena.
Con tutta la forza che aveva Primo e la nostra leggerezza di bambini, ci faceva salire quasi fino a fare il giro, ci faceva volare!!!
Mi ricordo che mia madre era un po’ preoccupata e forse anche gli altri genitori per il fatto che non comprendevano bene la natura di questo ragazzo, era molto più grande di noi e temevano che potesse in qualche modo infastidirci.
“Stai attenta” era la parola più usata dalla mamma e dalla nonna ed io certo che stavo attenta, avevo una paura dell’ “uomo nero”, l’”orco” che ti avvicina e poi ti porta via e chissà cosa ti può fare!
Giravano dei “vecchi sporcaccioni” (vèc spurcaciòun) come li chiamavano la mamma e la nonna che cercavano di toccarti o si tiravano giù i pantaloni, personaggi anche non vecchi che, purtroppo, anni dopo avrei incontrato e, senza toccarmi, mi hanno lasciato un segno, brutto, un segno di un gesto schifoso.
Ma Primo no, Primo continuò a spingerci sulle altalene o sulle giostrine rotonde silenzioso, col suo sorriso sdentato per tanto tanto tempo.
Poi il ricordo svanisce….

27 novembre 2020


Il ponte c'era o non c'era?
Guido Malagoli

Una cartolina seppiata e ingiallita d’inizio novecento. Si notano distintamente i tre archi del ponte d’ingresso al castello annerito dal tempo, racchiuso dai bastioni all’interno della fossa castellana dove crescevano alberi e granoturco.
Nel 1967 quando venni ad abitare a Soliera questi archi non c’erano. Il ponte non c’era. Si arrivava diritti come fusi da via Roma, si passava sotto il voltone ed eri dentro al borgo. Le fosse castellane, ben visibili nella foto antica, erano sparite anch’esse. Il terreno antistante il castello, colmato nel 1931, aveva subito varie trasformazioni nel corso degli anni.
Quando mi trasferii a Soliera, di fronte al Municipio c’erano aiuole con piccole siepi di bosso e un parcheggio mentre la parte a Sud e a Est del castello era occupata dal nuovo parco Campori con giochi per bambini, pista di pattinaggio, pista per piccole biciclette, montagnola e vasca con i pesci rossi.
La breve strada d’ingresso al castello era fiancheggiata da due semplici filari di tuie al posto delle “ali” del ponte di un tempo sulle quali sedevano i nostri bisnonni bambini.

Non so quali motivi validi spinsero gli amministratori, negli anni che vanno dal 1927 al 1931, a interrare il ponte e la fossa - forse la precarietà del ponte, forse il bisogno di modernità, forse la necessità di dare lavoro a numerosi braccianti e birocciai disoccupati- ma fu merito della lungimiranza di altri amministratori (siamo nell’anno 2000) i quali vollero restituire l’antica bellezza al borgo e iniziarono i lavori per ripristinare lo statu quo, cioè riportare alla luce la fossa castellana, ricostruire le mura davanti al Municipio e restituire all’ingresso del castello un ideale legame storico con l’antichissimo ponte levatoio in legno rimosso all’inizio dell’ottocento.

Sorse un problema: c’era ancora il ponte sotto terra o era crollato per vetustà? Dopo un’indagine esplorativa risultò che i tre archi erano ancora in discrete condizioni. Bisognosi di restauri, ma erano salvi. Lavorarono di ruspa per togliere tutta la terra, fu una “esumazione” in piena regola che restituì alla loro bellezza le residue tracce della storia.
Nel 2002 il ponte emerse dal lungo sonno, la luce del sole passò nuovamente sotto le arcate formando ombre antiche e suggestive sul prato della fossa.
Il mio ricordo legato al ponte va a un giorno particolare, quando la Cumpagnia dal Turtèl pensò di restituire vita e anima agli arconi in occasione della Fiera del 2008.

Fu scelto l’angolo a ridosso del primo arco, nel punto in cui si congiunge al bastione, per allestire la scena e fare rivivere la più antica delle tradizioni popolari, andér a vegg a la sira. Per la scenografia non fu necessario fare nulla. Andava bene proprio quello spazio, quel fondale di pietre antiche che la luce dei lampioni rese ancor più suggestivo.


Bastò appoggiare una scala di legno al muro, una fascina di legno e due attrezzi da lavoro, qualche balla di paglia qua e là, alcune cassette di legno, quelle pesanti da uva, le sedie impagliate, un fiasco

di vino e pareva di entrare in una stalla a cielo aperto verso la quale sopraggiunsero alla spicciolata uomini e donne, gente di campagna con cappelli e scialletti, per la veglia serale, come usava dalle nostre parti nei lunghi inverni. L’arco si trasformò in soffitto della stalla, la fossa castellana piena di gente seduta sull’erba diventò aia e cortile, ma anche arena, anfiteatro, scalinata, argine del fiume ... La magia del teatro fece il resto.

 

 

>>"Le mura castellane e la fossa" << nota storica di Azzurro Manicardi.

>>"Canti di terra parole di stalla" << La Cumpagnia dal Turtel. Soliera, Fiera di San Giovanni 2017.

>>“Canti di terra parole di stalla” << copione.

 

5 dicembre 2020

 


Occhi puliti sulla piazza
Luisella Vaccari

Occhi puliti sulla piazza ... (tentativo di esaurire un luogo - Georges Perec)

Seduta su una panchina sotto a un bersò di robinie, una bimba con le trecce e i nastri bianchi tiene in grembo una bambola e guarda.
Vede una piazza rettangolare. Il lato frontale è la parete di un castello con finestre e un porticato di tre sole campate. Di lato c’è un arco oltre il quale si intravede una via diritta.
Nella parete sopra all’arco c’è un orologio di forma quadrata di colore bianco con i numeri, le lancette e qualche fregio colorati di nero. L’orologio segna le ore tre e trenta.
Sul lato sinistro, partendo dal punto di osservazione, c’è un negozio davanti al quale sono posizionate due basse strutture di ferro che contengono ciascuna una decina di biciclette usate; di fianco all’ingresso del negozio, c’è un cartello di cartone con una scritta in stampatello di colore verde “Deposito”. C’è poi una porta da cui pende una tenda a fili di coralli di plastica multicolori e sulla pedana di legno antistante sono esposte una cassetta di arance e una cassetta di mele.
Proseguendo c’è una vetrata con l’insegna “Bar Chiletto” davanti alla quale c’è una pedana di legno grande come tutta la vetrata e larga quasi altrettanto, occupata da alcuni tavolini e sedie. Sui tavolini sono distese tovaglie a quadri bianchi e rossi.
Ecco poi la facciata della Chiesa, gialla rossa e ocra, con il rosone centrale e con il sagrato, seguita da un portico che nella luce abbagliante del pomeriggio risulta cupo e scuro.
Il lato destro della piazza è tutto costituito da case di due piani, attaccate l’una all’altra, distinte soltanto dal colore dell’intonaco: bianco, paglierino, marrone, giallo con le imposte delle finestre di legno grigio o marrone. Sotto c’è un unico portico lungo come tutto il caseggiato.
Non si vede con chiarezza tutto ciò che c‘è sotto al portico perché le colonne, in prospettiva, ne impediscono la visuale. Si vede bene la prima vetrina in cui sono esposti prodotti alimentari: alcuni salami, un piatto di ciccioli frolli, una latta di tonno e una di marmellata di ciliegie. Davanti alla vetrina, allineati per terra alcuni sacchi di iuta con il bordo arrotolato che contengono tappi di sughero, rotoli di fil di ferro, corda. L’insegna dice “Salumeria”.
Voce off - E’ tutto silenzio, solo un suono soffuso arriva dall’interno delle case: la radiocronaca dell’arrivo della tappa Cuneo-Pinerolo Giro d’Italia 10 Giugno 1949.
Improvvisamente dalle case e soprattutto dal bar Chiletto escono degli uomini. Hanno i calzoni col cinturino di pelle e la camiciola a mezze maniche, alcuni indossano una tuta, uno di loro ha anche il basco.
Alla fine saranno una decina. Sono tutti concitati, si vede che parlano ad alta voce, forse urlano e gesticolano vistosamente. Occupano i tavolini davanti al bar ma pochi si siedono, stanno in piedi e discutono mentre bevono le birre.

Voce off – E’ finita la tappa e le parole che hanno il sopravvento nell’incredibile baccano sono due: Coppi e Bartali.

 

Questa foto è di prima della guerra (il nome della piazza è stato cambiato nel 1943) mentre il racconto è ambientato nel 1949; sussiste pertanto qualche differenza tra lo scritto e l'immagine.

 


I portici
Guido Malagoli

Quando abitavo a Modena, in via Saragozza, era tutto un portico, me ne infischiavo della pioggia forte perché non mi bagnavo ovunque fossi diretto. Mai posseduto un ombrello. Benedetti portici, vene della città, saggezza degli architetti e dei muratori ingegnosi d’una volta. Una piazza senza portici è come una bella donna senza abito della festa. Noi di questo paese, i portici li abbiamo e ce ne facciamo vanto. Sono pochi e brevi ma vuoi mettere quanto respiro donano alla piazza?

Perché un portico è l’occhio esterno delle case, uno spazio d’aria di tutti dove ti rifugi quando il sole d’agosto ti spacca la testa e senti un frescolino, poco ma gradevole, quando passi davanti a un portone aperto così ti fermi proprio lì a fare due chiacchiere con l’amico incontrato per caso e se arrivasse per caso una vecchietta di cinquanta anni fa, si siederebbe a far la treccia, una paglia dopo l’altra. Il bello dei portici è che proteggono i passanti d’estate e d’inverno, non fanno differenza. Dal voltone del castello posso arrivare fino al fotografo Vaccari senza aprire l’ombrello tranne quando incrocio la via don Minzoni: lo apro quel tanto che serve per attraversare la stradina poi lo richiudo subito. Vuoi mettere la comodità? Quando torno indietro, perché ho dimenticato di comprare una spagnoletta da Ferrari, rifaccio il portico senza aprire l’ombrello e quando incrocio nuovamente la stradina allungo il passo così non mi bagno. Andata e ritorno in sicurezza. Se incontro qualcuno le nostre voci rimbombano poco - poco e scivolano lontane come l’eco perché ai portici piace condividerle con quelli che passano.


Il mio portico ideale è quello che collega le colonne con archi rotondi a tutto sesto, eleganti più di quelli legati da una linea retta che sarà anche razionale, ma meno opulenta. L’arco mi ricorda le volte delle cattedrali, i portoni dei palazzi rinascimentali, ma anche la porta morta delle case dei contadini che portava nella loggia e le arcate immense di certi “barchessoni” di campagna che odoravano di fieno e di paglia. Dunque è bello per forza, l’arco. Anche i nostri vecchi lo amavano. Non so se davvero amassero archi e portici, non l’ho mai chiesto a nessuno, ma quando vado a curiosare in una stalla, una delle poche rimaste nelle case abbandonate in campagna, sono affascinato dai loro soffitti curvi, quelle arcatelle che io chiamo “voltarini” di pietre rosse allineate a spina di pesce e mi domando come facciano a stare su. Mi dicono che al di sopra c’è un canniccio, una specie di stuoia di cannette di palude … sarà così, però il dubbio resta, anzi si rinforza.
Mio padre e prima di lui mio nonno erano maestri muratori, loro sì che conoscevano i segreti della pietra che sta su da sola come la chiave di volta dell’arco etrusco e sapevano mettere in opera pietre e lambrecce, bravi che erano. I voltarini della stalla, se potessero parlare, racconterebbero storie infinite di contadini e di camarant , di figli a mezze dozzine, di miseria nera quando le fette di polenta si spartivano perché contate, di serate al calore delle vacche a rigirare fole, sospiri e sogni in attesa di andare a dormire nelle camere del piano di sopra dove il gelo faceva fiorire i vetri. Portici e stalle mi piace tenerli legati nel ricordo, hanno qualcosa di bello che li unisce. Forse la gente.
La nostra piazza sarebbe ancor più bella se i portici avessero più altezza e imponenza invece rispettano le dimensioni del loro edificio che, di solito, non supera i due piani. Sono portici modesti, da paese alla buona di campagna, dove si lavorava sodo e le case non avevano tante pretese di eleganza. Però il portico del castello, io lo guardo con ammirazione, quello sì che è autorevole con il suo bel colonnato e le arcate piene di luce e d’aria. L’antica famiglia Campori non poteva immaginare quanto ce lo saremmo goduto noi, oggi!
20 novembre 2020


La montagnola - luogo sacro
Luisella Vaccari

Chi direbbe mai che a Soliera, nel parco c’era una montagna?
Parlo del parco vecchio, quello che stava di fronte al Municipio e arrivava fino a via Matteotti, con le siepine di bosso e di ligustro, disegnate all’italiana a formare piccoli vialetti, nati apposta per giocare a nascondino.
Il parco, luogo sacro e la montagnola, altare di tanta sacralità.
Alla base, circolare, era delimitata tutt’intorno dalla siepe di bosso e l’unico passaggio si apriva in due stradine, una a destra e una a sinistra che salivano a un pianoro rotondo circondato da alberelli abbastanza radi da lasciare passare i nostri giochi.
A me sembrava altissima, impervia per la mia innata goffaggine, un trampolino da cui gli amici liberi e generosi si lanciavano in bicicletta lasciandomi intrappolata a guardarli “senza mai trovare il coraggio per imitarli”.
Quando al pomeriggio io arrivavo nel parco, gli altri bimbi c’erano già e quando giungeva l’ora ferrea del mio rientro essi rimanevano ancora, fino all’arrivo del buio che li accompagnava a casa, impolverati stanchi e sudati in un cerchio di felicità che mai si chiudeva perché l’indomani essi sarebbero stati di nuovo là.
Io me ne stavo ai margini, un po’ dentro e un po’ fuori, costretta nelle regole di casa mia e piena d’ammirazione per quello spazio libero e giocondo che solo a tratti mi era concesso. Li guardavo come in una vetrina senza mai arrivare ad essere una di loro.
Quando oggi passo davanti a quella montagnola, ridotta ormai a poco più di un dosso, immagino ancora il suo antico splendore, il suo ruolo di montagna sacra, maestra di vita che ha dato a noi bambini l’opportunità di esprimerci, ciascuno a modo suo, con il suo coraggio o la sua timidezza, con l’accettazione dei propri limiti e sempre con il rispetto del nostro essere fatti così.

20 novembre 2020


Ricordo la Fiera di Soliera
Guido Malagoli

“Nonno, ma tu conosci proprio tutti?” mi domanda la piccola nipotina mentre siamo in piazza il giorno della fiera. Ha ragione. Faccio mille brevi soste. La tengo in braccio e lei si attacca al collo felice di non dover camminare con le sue gambette e nello stesso tempo ha la soddisfazione di vedere i grandi dall’alto (si fa per dire, ovviamente). Una mia carissima collega, molto avanti negli anni, mi incontra e mi regala un pensiero così semplice che mi rimbalza ancora nel cuore: “Tientela ben da conto questa bimba, sai, perché il tempo …” Non so che cosa vorrebbe aggiungere ma sono parole che le si strozzano in gola. Incontro persone che conosco bene, benissimo e altre di vista. Sempre grandi sorrisi: “Come va?” “Ehi, meglio di così” rispondo esibendo la bamboletta che si gira di lato e mi respira sul collo. Smorfiosetta ma curiosa.
Avanti. “Adesso facciamo un giretto fino in fondo alla piazza, poi andiamo verso il luna park, ci sono i baracconi, le giostre, le luci e tanti bambini”. Altre persone, altri saluti, sorrisi, parole di circostanza dal sapore speciale, quel giorno, perché gli sguardi s’intrecciano in un modo nuovo.
Un giro in piazza non può bastare a un nonno con la nipotina in braccio. Seconda passeggiata, più lenta veh! guardando distrattamente intorno per imbattersi nello sguardo di qualcun altro, anche distante, confuso fra la gente. Basta un cenno con il capo, con la mano aperta tanto per far capire che io ci sono, lui c’è, ci siamo visti. “Ho con me la nipotina, visto che bella?” dico con gli occhi mentre quello è già sparito. Quanta gente! Per fortuna! Ho fatto bene a uscire.
“Chi è quella signora, nonno?”
“Un’amica della nonna”
“E come si chiama?”
“Te lo dice poi la nonna”
“Ma la nonna non c’è qui con noi” .
E’ proprio così, la nonna non ha mai amato la ressa dove ci si muove di coltello per andare avanti e tutti spingono e chissà dove devono arrivare. Credo che sia venuta a Modena per S. Geminiano una sola volta insieme a me: “An ved l’ora ed turnèr a cà e po’ am fa mèl i pèe” .
Alla fiera di Soliera ci viene, ma verso sera, quando il sole s’acquieta, s’accendono le prime luci delle bancarelle e la piazza è più silenziosa, garbata come un’amica accogliente.
Torniamo a casa io e la nipotina. Adesso posso prendere la sua mano e lasciare che adoperi i suoi piedini per correre lungo il viale alberato.
“ Nonno, come si chiamava quella signora?” Che posso risponderti, piccolina? Che non la conosco? Che non mi ricordo? Ci sono: “ E’ una di Soliera!”
“Ahn!” cinguetta soddisfatta.

 

>>“Soliera, torna la Fiera”<< Il Resto del Carlino – Giugno 1993.

 

18 novembre 2020


Storia di una data mai trovata
Sauro Bellodi

Non è che non ci dorma la notte, ma una cosa che mi piacerebbe scoprire è quando la nostra chiesa è diventata parrocchiale. Vorrei una data.
Nessuno ha ancora trovato una patente, un diploma, un rescritto, un documento, un foglio di carta gialla incartapecorita seccata dal tempo che ce la fornisca. Io neppure. Chi se ne intende dice che fu nel Seicento, ma, come si sa, dall’inizio alla fine corrono cento anni! E anche dire “alla metà del Seicento”, non vale.
Da parte mia, leggendo e cercando, mi sono convinto che tra dicembre e gennaio è successo qualcosa. Sto parlando del dicembre 1617 e del gennaio 1618.
A quel tempo la cappella di San Giovanni Battista del castello Campori era sussidiaria della chiesa parrocchiale, o plebana, di San Michele Arcangelo, della cui arcipretura facevano parte altre due chiese parrocchiali: Santa Maria Maddalena e San Bartolomeo.
Occorre dire, seppur brevemente e senza tante pretese, che le parrocchie fino al Concilio di Trento non erano come oggi le conosciamo. Si trattava di chiese rurali, dotate anche di battistero (bastava un catino o una vaschetta di legno o pietra), costituite non secondo un criterio di territorialità e senza obbligo di residenza per il parroco, che stava nella pieve o “chiesa matrice”. Quindi, si trovavano per lo più isolate in luoghi raggiungibili dai vari insediamenti sparsi lontano dal castello o dalla città, per consentire a quelle popolazioni di accedere ai sacramenti e adempiere i precetti della Chiesa. Con il Concilio di Trento le cose cambiano: queste parrocchiali piano piano scompaiono, ridotte ad oratori o chiese sussidiarie, e si afferma la parrocchia in base ad alcuni elementi costitutivi precisi: essere una parte distintiva della diocesi, quindi con precisi confini; possedere una chiesa titolare; essere di riferimento per tutti i residenti all’interno dei confini stabiliti; avere un proprio pastore, anch’egli residente; disporre di un beneficio per far fronte alle necessità.
Sul nostro territorio le parrocchiali sorgevano ai margini o all’interno di quella che era chiamata “la prateria”, una vasta zona disboscata, originariamente indicata come “la selva di Lama”, che si estendeva a nord e ad est del castello.
Ai margini, alle due estremità settentrionali, vi erano da una parte la chiesa di San Pietro in Vincoli e dall’altra quella dedicata a San Bartolomeo: oggi, fatte disfatte rifatte, parrocchiali rispettivamente di Limidi e di Sozzigalli.
A sud la pieve di San Michele, anticamente sotto la giurisdizione dell’Abbazia Benedettina di Pomposa (che si trova a Codigoro, nel ferrarese), poi da questa ceduta al vescovo di Modena e al clero secolare a causa della crisi che la investì a partire dal 1152 con la rotta del Po a Ficarolo, evento che segnò irrimediabilmente la decadenza dell’Abbazia stessa.
In mezzo, la parrocchiale di Santa Maria Maddalena, con annesso cimitero, presso l’incrocio tra via Santa Maria (l’odierno toponimo è incompleto) e l’Arginetto, a man destra imboccando la via. Questa chiesa misurava circa 6 metri e mezzo di lunghezza e poco più di 4 metri di larghezza, ma isolata e incustodita, facile preda di ladri briganti e vagabondi, era purtroppo destinata a ridursi progressivamente a rudere, nonostante un legato di sette messe che fino al 1795 la tenne officiata. Infatti, venne demolita solo verso la fine del 1800 ed il cimitero, comunque dismesso dopo la peste del 1630 (l’ultima sepoltura è registrata al 7 giugno 1631), cancellato: arato e coltivato.
Aggiungo solo che, considerando il territorio di Soliera nella sua interezza, complessivamente esistevano 12 oratori, chiese o cappelle, di cui 5 di proprietà privata, non aperte al pubblico se non in particolari circostanze e festività.
Questo il riassunto per tornare a quei giorni, tra il 1617 e il 1618, in cui successe “qualcosa”.
A provocare lo sconquasso, neanche a dirlo, fu una donna, una di quelle donne solieresi che quando si arrabbiano dio ci salvi e liberi! Si chiamava Margherita Savioli.
Margherita, e con lei altre donne “messe su” con intriganti continui pettegolezzi più o meno calunniosi, aveva preso di mira l’arciprete, don Ercole Agazzi, perché, a suo dire, trascurava di officiare la chiesa di San Giovanni Battista favorendo sfacciatamente la parrocchiale di San Michele, dove comunque stava un cappellano. La novena di Natale, le messe solenni, il Te Deum di fine anno, le funzioni liturgicamente di maggior richiamo avevano avuto luogo nella “prateria”, penalizzando pesantemente le pie donne e tutti gli abitanti del castello e del borgo che fino a San Michele proprio non potevano andare in periodo invernale, quando c’era neve o l’Arginetto tracimava impaludando stradelle e sentieri! Margherita non si accontentò di capeggiare la rivolta e contestare all’arciprete le sue presunte manchevolezze, ma lo affrontò pubblicamente con parole anche offensive e fece un gran baccano davanti alla casa del podestà Alfonso Malaguzzi. Infine, grazie ai buoni uffici del marito che era persona di riguardo, riuscì a far giungere le sue lamentele al vescovo di Modena, Pellegrino Bertacchi.
Intanto il podestà Malaguzzi andò a sentire don Agazzi per capire cosa fosse successo e il motivo di tutto questo improvviso bailamme. Con sua sorpresa, egli trovò l‘arciprete sdegnato per l’accaduto e intento a mandare “alcune robbe” a San Michele, determinato a lasciare castello e borgo per trasferirsi colà, visto che non era obbligato, “se non per sua amorevolezza”, officiare “qua dentro”. Il Malaguzzi tentò con ogni mezzo di placare e dissuadere l’arciprete, ma questi, ritenendo di aver ricevuto dalla Savioli pubblica offesa, pretendeva dal Podestà pubblica riparazione, anzi “pubblico castigo”: donna Margherita doveva pagare la sua sfrontatezza con la prigione!
Non sapendo che pesci pigliare per risolvere la questione, il podestà ne investì il Segretario ducale prendendo apertamente le parti dell’arciprete, “il quale è religioso di molto rispetto et in conseguenza meritevole di molta soddisfatione”, contro la Savioli, “donna di mala vita la quale sempre era alle contese con qualcheduna di queste donne e a quelle diceva villanie e faceva minazze rigorosissime”,
e proponendo di incarcerare la donna per “quattro o sei giorni”, pena che gli sembrava “bastevole” per la piena soddisfazione dell’arciprete e indurlo così a rinunciare ai suoi bellicosi propositi.
Di concerto con il vescovo, le due autorità, civile e religiosa, risolvettero la questione politicamente, ossia con un colpo al cerchio e un colpo alla botte: il Vescovo sistemò l’arciprete comandando “che non ufficii nell’avvenire nella Chiesa di San Michele et l’avvisa di haver dichiarati scomunicati qualunque persona agente et consentiente in tal fatto”; il Segretario ducale sistemò Margherita ordinando al podestà “che la faccia porre in prigione ma prima di liberarla mi avvisi”.
Non si sa se dopo queste risoluzioni vissero tutti felici e contenti, ciò che qui interessa è che dal 2 gennaio 1618, data della lettera del vescovo all’arciprete, la chiesa di San Giovanni Battista di fatto non è più ritenuta dall’autorità, religiosa e politica, “sussidiaria” di San Michele, anche se nulla ci dice che sia stata elevata a “parrocchiale Qualche anno dopo San Michele ebbe un contentino per questa perdita. Con la dismissione del cimitero di Santa Maria Maddalena - cosa già detta - anche la chiesetta perde il suo status di “parrocchiale”, e ciò si desume dal fatto che in un inventario del 1638 sopra l’altare maggiore di San Michele è registrata per la prima volta un’ancona che raffigura i due santi insieme: San Michele e Santa Maddalena. Il primo si era annessa la seconda.
Come visto altrove (vedi “Confiteor”), nel 1879 un’altra ancona documenta un’altra definitiva annessione: San Giovanni Battista, San Michele, Santa Maria Maddalena! Ma così si saltano due secoli e mezzo. Torniamo indietro.
E tornando indietro ci si deve fermare al1650. La data cercata è questa?
Ai primi del mese di giugno è indetto “concorso per l’arcipretura di Soliera”, una denominazione inedita. Il prescelto fu don Giovanni Andrea Manfredini; il 25 novembre 1650 compare un atto di battesimo somministrato in questa nostra chiesa; il 20 giugno 1661 in testa all’inventario dei “mobili e ornamenti” dell’arcipretura si scrive espressamente che sono “della parrocchiale di S. Giovanni”. Tutto fa pensare che San Giovanni Battista ora sia parrocchiale anche di diritto e non più solo di fatto, sicché le due parrocchiali, poiché San Michele tale resta, conviveranno per oltre due secoli sotto la giurisdizione di un unico arciprete.
Questo penso sia stato. Ma, attenti, la mano sul fuoco io Non-Ce-La-Metto!
28 gennaio 2021


Il Cinema Italia
Ruggero Morselli

L’evoluzione tecnologica degli ultimi anni ci ha abituato a cambiamenti e abitudini completamente diverse, modi di vivere stravolti dal correre veloce delle innovazioni, l’informatica, la comunicazione, il digitale e quant’altro e per noi, nati subito dopo la guerra, assuefarci non è stato facile ma ciò nonostante nei vari tentativi, tutti regolarmente falliti, di riordino di cose mai buttate ma conservate con la formula “può venir comodo non si sa mai”, succede sempre che ti ritrovi in mano qualche foto nostalgica che ti riporta in un mondo che non tornerà e che ricordi con affetto; oggi coi mezzi a disposizione una foto la manipoli a piacere ma quella no, quella la conservi così com’è non importa se in bianco e nero, è un passato personale indelebile!


A questo proposito avendo la mia abitazione che guarda la palazzina ex cinema Italia esattamente la parte sud, sede attuale del cinema, guardo le foto che ho scattato durante la ricostruzione negli anni 1992-93.
In passato era lo spazio del cinema all’aperto dove noi ragazzini saltavamo le mura e, fuori dalla vista (solo dall’altezza del mio appartamento si vedeva dentro) al pomeriggio ritrovo dopo-scuola, di compiti non se ne parlava. Una tasca piena di figurini che ci giocavamo alla gnala, mezza pietra tirata al volo da ognuno sui figurini, la più vicina vinceva il malloppo e le eventuali discussioni per irregolarità si risolvevano a botte, tante, e tutti partecipavano. Nell’altra tasca avevamo l’immancabile fionda, chi l’aveva col laccio elastico giallo tagliato da camera d’aria era classificato di serie b, gli sboroni avevano la gomma quadra nera più resistente più precisa più tutto anche nel dolore quando nel tirare ti scappava il cappuccio col sasso dentro e ti arrivava na’ bordata sulle dita ... un male boia e mano raddoppiata dal gonfiore!
Nonostante i graffi e le sbucciature per la scalata del muretto, gli strappi su magliette pantaloncini e lividi per le botte, più prese che date, mai nessuno che si lamentasse al ritorno a casa, unico modo per evitare replica.
Pss pss resti fra noi, l’obiettivo più ambito per la fionda erano i bicchierini di ceramica sopra i pali di legno della linea elettrica, che non si sappia tanto era raro prenderli, se succedeva però che guduriaaa!
Caro vecchio cinema Italia, assistere alle proiezione era il top, un sogno, però … che dire, mancava il più importante, il vil denaro e allora non rimaneva altro che arrangiarsi. Era non UN ma IL modo di agire per ottenere, fuori i soldi, tutti, nessuno escluso perché tutti dobbiamo entrare chi 10 chi 30 chi 50 lire colletta generale, raggiunta la somma per una o due entrate, belli composti, superata la cassa ubicata dove è sito attualmente il Meridiana caffè, e tassativamente a metà film evitando così assembramenti, si proseguiva poi per il corridoio vuoto sulla dx del salone principale ove da una parte erano situate le varie entrate della sala protette con tendoni enormi per non disturbare la proiezione e dall’altra le uscite di sicurezza dove ci si nascondeva sotto le stesse tende con l’orecchio attento, poi piano piano si sollevava il catenaccio del portone che guardava all’esterno, quatti quatti in rigoroso silenzio, uno alla volta intervallati a distanza di 3-4 minuti l’uno dall’altro per non dare nell’occhio, coperti dalle tende ci dileguavamo poi a macchia d’olio nella sala, mai insieme e cinema per tutti. Unico neo, se scoperti niente carabinieri, niente denunce, il calcio in culo era il più diffuso e il male minore, alle volte andava anche peggio, tanti rimbrotti immediati e senza strascichi solo la solita inequivocabile minaccia “se ti ritrovo …”
Un ragazzino di fine anni 50

 

>>“Il Cinema – I nostri cinema”<< Soliera, 18 ottobre 2014.

26 dicembre 2020


Progetto finanziato nell’ambito del Bando progetti eventi ed attività culturali promosso da Fondazione Campori
con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
Università libera età Natalia Ginzburg a.p.s. · Comitato di Soliera · via Berlinguer 201 · 41019 · Soliera (MO) C.F. 94064020368
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