I portici
Guido Malagoli

Quando abitavo a Modena, in via Saragozza, era tutto un portico, me ne infischiavo della pioggia forte perché non mi bagnavo ovunque fossi diretto. Mai posseduto un ombrello. Benedetti portici, vene della città, saggezza degli architetti e dei muratori ingegnosi d’una volta. Una piazza senza portici è come una bella donna senza abito della festa. Noi di questo paese, i portici li abbiamo e ce ne facciamo vanto. Sono pochi e brevi ma vuoi mettere quanto respiro donano alla piazza?

Perché un portico è l’occhio esterno delle case, uno spazio d’aria di tutti dove ti rifugi quando il sole d’agosto ti spacca la testa e senti un frescolino, poco ma gradevole, quando passi davanti a un portone aperto così ti fermi proprio lì a fare due chiacchiere con l’amico incontrato per caso e se arrivasse per caso una vecchietta di cinquanta anni fa, si siederebbe a far la treccia, una paglia dopo l’altra. Il bello dei portici è che proteggono i passanti d’estate e d’inverno, non fanno differenza. Dal voltone del castello posso arrivare fino al fotografo Vaccari senza aprire l’ombrello tranne quando incrocio la via don Minzoni: lo apro quel tanto che serve per attraversare la stradina poi lo richiudo subito. Vuoi mettere la comodità? Quando torno indietro, perché ho dimenticato di comprare una spagnoletta da Ferrari, rifaccio il portico senza aprire l’ombrello e quando incrocio nuovamente la stradina allungo il passo così non mi bagno. Andata e ritorno in sicurezza. Se incontro qualcuno le nostre voci rimbombano poco – poco e scivolano lontane come l’eco perché ai portici piace condividerle con quelli che passano.


Il mio portico ideale è quello che collega le colonne con archi rotondi a tutto sesto, eleganti più di quelli legati da una linea retta che sarà anche razionale, ma meno opulenta. L’arco mi ricorda le volte delle cattedrali, i portoni dei palazzi rinascimentali, ma anche la porta morta delle case dei contadini che portava nella loggia e le arcate immense di certi “barchessoni” di campagna che odoravano di fieno e di paglia. Dunque è bello per forza, l’arco. Anche i nostri vecchi lo amavano. Non so se davvero amassero archi e portici, non l’ho mai chiesto a nessuno, ma quando vado a curiosare in una stalla, una delle poche rimaste nelle case abbandonate in campagna, sono affascinato dai loro soffitti curvi, quelle arcatelle che io chiamo “voltarini” di pietre rosse allineate a spina di pesce e mi domando come facciano a stare su. Mi dicono che al di sopra c’è un canniccio, una specie di stuoia di cannette di palude … sarà così, però il dubbio resta, anzi si rinforza.
Mio padre e prima di lui mio nonno erano maestri muratori, loro sì che conoscevano i segreti della pietra che sta su da sola come la chiave di volta dell’arco etrusco e sapevano mettere in opera pietre e lambrecce, bravi che erano. I voltarini della stalla, se potessero parlare, racconterebbero storie infinite di contadini e di camarant , di figli a mezze dozzine, di miseria nera quando le fette di polenta si spartivano perché contate, di serate al calore delle vacche a rigirare fole, sospiri e sogni in attesa di andare a dormire nelle camere del piano di sopra dove il gelo faceva fiorire i vetri. Portici e stalle mi piace tenerli legati nel ricordo, hanno qualcosa di bello che li unisce. Forse la gente.
La nostra piazza sarebbe ancor più bella se i portici avessero più altezza e imponenza invece rispettano le dimensioni del loro edificio che, di solito, non supera i due piani. Sono portici modesti, da paese alla buona di campagna, dove si lavorava sodo e le case non avevano tante pretese di eleganza. Però il portico del castello, io lo guardo con ammirazione, quello sì che è autorevole con il suo bel colonnato e le arcate piene di luce e d’aria. L’antica famiglia Campori non poteva immaginare quanto ce lo saremmo goduto noi, oggi!
20 novembre 2020