Storia di una data mai trovata
Sauro Bellodi

Non è che non ci dorma la notte, ma una cosa che mi piacerebbe scoprire è quando la nostra chiesa è diventata parrocchiale. Vorrei una data.
Nessuno ha ancora trovato una patente, un diploma, un rescritto, un documento, un foglio di carta gialla incartapecorita seccata dal tempo che ce la fornisca. Io neppure. Chi se ne intende dice che fu nel Seicento, ma, come si sa, dall’inizio alla fine corrono cento anni! E anche dire “alla metà del Seicento”, non vale.
Da parte mia, leggendo e cercando, mi sono convinto che tra dicembre e gennaio è successo qualcosa. Sto parlando del dicembre 1617 e del gennaio 1618.
A quel tempo la cappella di San Giovanni Battista del castello Campori era sussidiaria della chiesa parrocchiale, o plebana, di San Michele Arcangelo, della cui arcipretura facevano parte altre due chiese parrocchiali: Santa Maria Maddalena e San Bartolomeo.
Occorre dire, seppur brevemente e senza tante pretese, che le parrocchie fino al Concilio di Trento non erano come oggi le conosciamo. Si trattava di chiese rurali, dotate anche di battistero (bastava un catino o una vaschetta di legno o pietra), costituite non secondo un criterio di territorialità e senza obbligo di residenza per il parroco, che stava nella pieve o “chiesa matrice”. Quindi, si trovavano per lo più isolate in luoghi raggiungibili dai vari insediamenti sparsi lontano dal castello o dalla città, per consentire a quelle popolazioni di accedere ai sacramenti e adempiere i precetti della Chiesa. Con il Concilio di Trento le cose cambiano: queste parrocchiali piano piano scompaiono, ridotte ad oratori o chiese sussidiarie, e si afferma la parrocchia in base ad alcuni elementi costitutivi precisi: essere una parte distintiva della diocesi, quindi con precisi confini; possedere una chiesa titolare; essere di riferimento per tutti i residenti all’interno dei confini stabiliti; avere un proprio pastore, anch’egli residente; disporre di un beneficio per far fronte alle necessità.
Sul nostro territorio le parrocchiali sorgevano ai margini o all’interno di quella che era chiamata “la prateria”, una vasta zona disboscata, originariamente indicata come “la selva di Lama”, che si estendeva a nord e ad est del castello.
Ai margini, alle due estremità settentrionali, vi erano da una parte la chiesa di San Pietro in Vincoli e dall’altra quella dedicata a San Bartolomeo: oggi, fatte disfatte rifatte, parrocchiali rispettivamente di Limidi e di Sozzigalli.
A sud la pieve di San Michele, anticamente sotto la giurisdizione dell’Abbazia Benedettina di Pomposa (che si trova a Codigoro, nel ferrarese), poi da questa ceduta al vescovo di Modena e al clero secolare a causa della crisi che la investì a partire dal 1152 con la rotta del Po a Ficarolo, evento che segnò irrimediabilmente la decadenza dell’Abbazia stessa.
In mezzo, la parrocchiale di Santa Maria Maddalena, con annesso cimitero, presso l’incrocio tra via Santa Maria (l’odierno toponimo è incompleto) e l’Arginetto, a man destra imboccando la via. Questa chiesa misurava circa 6 metri e mezzo di lunghezza e poco più di 4 metri di larghezza, ma isolata e incustodita, facile preda di ladri briganti e vagabondi, era purtroppo destinata a ridursi progressivamente a rudere, nonostante un legato di sette messe che fino al 1795 la tenne officiata. Infatti, venne demolita solo verso la fine del 1800 ed il cimitero, comunque dismesso dopo la peste del 1630 (l’ultima sepoltura è registrata al 7 giugno 1631), cancellato: arato e coltivato.
Aggiungo solo che, considerando il territorio di Soliera nella sua interezza, complessivamente esistevano 12 oratori, chiese o cappelle, di cui 5 di proprietà privata, non aperte al pubblico se non in particolari circostanze e festività.
Questo il riassunto per tornare a quei giorni, tra il 1617 e il 1618, in cui successe “qualcosa”.
A provocare lo sconquasso, neanche a dirlo, fu una donna, una di quelle donne solieresi che quando si arrabbiano dio ci salvi e liberi! Si chiamava Margherita Savioli.
Margherita, e con lei altre donne “messe su” con intriganti continui pettegolezzi più o meno calunniosi, aveva preso di mira l’arciprete, don Ercole Agazzi, perché, a suo dire, trascurava di officiare la chiesa di San Giovanni Battista favorendo sfacciatamente la parrocchiale di San Michele, dove comunque stava un cappellano. La novena di Natale, le messe solenni, il Te Deum di fine anno, le funzioni liturgicamente di maggior richiamo avevano avuto luogo nella “prateria”, penalizzando pesantemente le pie donne e tutti gli abitanti del castello e del borgo che fino a San Michele proprio non potevano andare in periodo invernale, quando c’era neve o l’Arginetto tracimava impaludando stradelle e sentieri! Margherita non si accontentò di capeggiare la rivolta e contestare all’arciprete le sue presunte manchevolezze, ma lo affrontò pubblicamente con parole anche offensive e fece un gran baccano davanti alla casa del podestà Alfonso Malaguzzi. Infine, grazie ai buoni uffici del marito che era persona di riguardo, riuscì a far giungere le sue lamentele al vescovo di Modena, Pellegrino Bertacchi.
Intanto il podestà Malaguzzi andò a sentire don Agazzi per capire cosa fosse successo e il motivo di tutto questo improvviso bailamme. Con sua sorpresa, egli trovò l‘arciprete sdegnato per l’accaduto e intento a mandare “alcune robbe” a San Michele, determinato a lasciare castello e borgo per trasferirsi colà, visto che non era obbligato, “se non per sua amorevolezza”, officiare “qua dentro”. Il Malaguzzi tentò con ogni mezzo di placare e dissuadere l’arciprete, ma questi, ritenendo di aver ricevuto dalla Savioli pubblica offesa, pretendeva dal Podestà pubblica riparazione, anzi “pubblico castigo”: donna Margherita doveva pagare la sua sfrontatezza con la prigione!
Non sapendo che pesci pigliare per risolvere la questione, il podestà ne investì il Segretario ducale prendendo apertamente le parti dell’arciprete, “il quale è religioso di molto rispetto et in conseguenza meritevole di molta soddisfatione”, contro la Savioli, “donna di mala vita la quale sempre era alle contese con qualcheduna di queste donne e a quelle diceva villanie e faceva minazze rigorosissime”,
e proponendo di incarcerare la donna per “quattro o sei giorni”, pena che gli sembrava “bastevole” per la piena soddisfazione dell’arciprete e indurlo così a rinunciare ai suoi bellicosi propositi.
Di concerto con il vescovo, le due autorità, civile e religiosa, risolvettero la questione politicamente, ossia con un colpo al cerchio e un colpo alla botte: il Vescovo sistemò l’arciprete comandando “che non ufficii nell’avvenire nella Chiesa di San Michele et l’avvisa di haver dichiarati scomunicati qualunque persona agente et consentiente in tal fatto”; il Segretario ducale sistemò Margherita ordinando al podestà “che la faccia porre in prigione ma prima di liberarla mi avvisi”.
Non si sa se dopo queste risoluzioni vissero tutti felici e contenti, ciò che qui interessa è che dal 2 gennaio 1618, data della lettera del vescovo all’arciprete, la chiesa di San Giovanni Battista di fatto non è più ritenuta dall’autorità, religiosa e politica, “sussidiaria” di San Michele, anche se nulla ci dice che sia stata elevata a “parrocchiale Qualche anno dopo San Michele ebbe un contentino per questa perdita. Con la dismissione del cimitero di Santa Maria Maddalena – cosa già detta – anche la chiesetta perde il suo status di “parrocchiale”, e ciò si desume dal fatto che in un inventario del 1638 sopra l’altare maggiore di San Michele è registrata per la prima volta un’ancona che raffigura i due santi insieme: San Michele e Santa Maddalena. Il primo si era annessa la seconda.
Come visto altrove (vedi “Confiteor”), nel 1879 un’altra ancona documenta un’altra definitiva annessione: San Giovanni Battista, San Michele, Santa Maria Maddalena! Ma così si saltano due secoli e mezzo. Torniamo indietro.
E tornando indietro ci si deve fermare al1650. La data cercata è questa?
Ai primi del mese di giugno è indetto “concorso per l’arcipretura di Soliera”, una denominazione inedita. Il prescelto fu don Giovanni Andrea Manfredini; il 25 novembre 1650 compare un atto di battesimo somministrato in questa nostra chiesa; il 20 giugno 1661 in testa all’inventario dei “mobili e ornamenti” dell’arcipretura si scrive espressamente che sono “della parrocchiale di S. Giovanni”. Tutto fa pensare che San Giovanni Battista ora sia parrocchiale anche di diritto e non più solo di fatto, sicché le due parrocchiali, poiché San Michele tale resta, conviveranno per oltre due secoli sotto la giurisdizione di un unico arciprete.
Questo penso sia stato. Ma, attenti, la mano sul fuoco io Non-Ce-La-Metto!
28 gennaio 2021