Quattro sagome traballanti
Guido Malagoli
La prima volta che li vidi fu un pomeriggio di una giornata di Novembre soffocata dalla nebbia e dal grigiore. Vidi quattro sagome traballanti, incerte.
Udii le loro voci e compresi il problema: si erano perduti. Abitavano a Soliera da pochi giorni e non erano in più in grado di ritrovare la loro abitazione.
In automobile gironzolammo un po’ finché uno di loro riconobbe la casa. L’incubo era finito: “Grassie, grassie compagno” e giù pacche di riconoscenza e manate sulle mie mani. Da allora mi sono diventati amici: quattro moschettieri sui generis: quattro storie, quattro vite, un paese che li accoglie.
Artemio, il bel tenebroso, amletico, serio e riservato, elegante col suo farfallino e la bicicletta lustra, stile giovane milord inglese con macchina fotografica al seguito e sigaretta infilata nel bocchino; Dino, l’amico in carrozzella, con il capo reclinato per la fatica di parlare, generoso e chiaro nello sguardo, attento giocatore della briscola; il terzo è “Qua la mano, compagno!” il Brandoli dal vocione aggressivo e perentorio, capace di raccogliere una cartaccia che deturpa il marciapiede e di sgridare l’ignoto autore del misfatto, ma anche uomo tenero con le rose che donava, estemporaneo collezionista di foglie di alloro e di energiche strette di mano.
Poi c’è Albano: sì, Albano, “Bano”.
Quando sorride ti guarda con gli occhi limpidi e festosi, puoi misurare la sua dolcezza. Quando era aiutante alla mensa scolastica, si sentiva fratello grande di tutti i bambini. Talvolta veniva da me con lo sguardo seriamente preoccupato: “Veh, mètèr, cal ragaciol là n’ha menga magnèe, fa quel”. (Veh, maestro, quel bimbo lì non ha mangiato, fai qualcosa")
Un giorno freddo d’inverno, dopo breve sosta, i suoi colleghi stradini lo invitarono a seguirlo per terminare il lavoro. “An sun menga màt, mè, vàgh tè!” (Non sono mica matto, vacci tu) rispose e continuò indisturbato a mangiare un enorme panino alla mortadella.
Durante le prove importanti della “Cumpagnìa dal Turtèl” Albano è ospite fisso. Come faccia a sapere il luogo e l’orario, resta un mistero. Compare puntualissimo, che sia il teatrino della scuola o il cinema, e comincia a ridere, o meglio a sorridere. Beato, rilassato, convinto. Generoso di applausi. “A sun gnù a veder buratèin” (sono venuto a vedere i burattini) è il suo commento. Lusinghiero, impareggiabile.
Il suo mondo, il nostro mondo, si incontreranno mai? Albano non è certamente tipo da fare braccio di ferro con la vita … Vieni pure a vedere i “buratein” quando vuoi, ridi di queste maschere assurde del quotidiano che rappresentano se stesse sulla scena e batti le mani festante come un bambino al circo. Nel “tuo” mondo ora c’è gioia, fantasia, i colori del sole e dell’imbrunire. Nel “nostro”, il grigiore e la nebbia la fanno da padroni.
>>“I dimessi dell’ospedale psichiatrico”<<
28 gennaio 2021
Più in alto ... l'alluvione del'66
Ruggero Toni
Nella foto - Alluvione in via Grandi - (Materiale Fotografico del Comune di Soliera)
Sulla parete destra dell’ingresso in “rocca” che immetteva sulla piazza, ricordo una targa bianca con una scritta blu su cui era scritto “Metri 28 s.m.”. Indicava l’elevazione del luogo sul livello del mare, il punto più alto su tutta la pianura circostante.Forse fu il ricordo di quella scritta a consigliarmi di portare la mia Fiat 500 sulla piazza e di parcheggiarla davanti al sagrato della chiesa. Spiegai a mia moglie che quello era il luogo più alto e forse più sicuro per salvarci dalle acque.La popolazione era infatti stata informata da un altoparlante sistemato sul tetto di un’auto che il Secchia aveva rotto l’argine e l’acqua stava defluendo, correndo veloce lungo la rete dei canali che attraversavano i campi o fiancheggiavano le strade. Franca aveva altri ricordi del fiume. A Sassuolo, d’estate, il fiume aveva ed ha ben altro aspetto. E’ largo, sassoso e piatto anche d’inverno. Non ha veri e propri argini. Corre veloce diviso in correnti che sembrano torrenti, a volte impetuosi, che chiamano “canale ”, quasi con affetto.
Niente di tutto questo, non appena il fiume scende in pianura; d’inverno si gonfia di piogge come accadde in quel terribile novembre. Vedemmo in tarda serata le luci accese del municipio in costante allarme. Corremmo ad informarci. I Tecnici dissero che non c’erano pericoli per noi. Dal “voltone” del castello invece, dove noi curiosi ci fermammo, sembrava di vedere nel buio, in fondo a via Roma, acque scure che avanzavano. C’era con noi un consigliere della minoranza che sedeva in consiglio comunale, geometra e cavaliere ufficiale. Assicurava che, sentito il ”Genio” (il genio civile), non correvamo pericoli. Modena era salva, Soliera … si sperava. Eravamo dubbiosi ma disposti a credergli. L’esperto, dopo aver tranquillizzato noi, decise di andare a casa tranquillo ma davanti al portone della sua abitazione si trovò nell’acqua fino alle ginocchia.
Noi, separandoci dal piccolo gruppo di spettatori che osservavano ancora la strada, ci dirigemmo a destra, verso il forno di “Manada”. Ormai era notte inoltrata e l’uomo stava sfornando il suo pane fresco. Quel profumo piacevole ci invase. Acquistammo una crocetta e sbocconcellando i lunghi crostini ci dirigemmo verso casa nostra, al “palazzone” di via IV novembre. Era inutile vegliare ancora. Finimmo di mangiare il nostro pane sotto le coperte, dopo aver aperto prudentemente il portone del nostro garage nel seminterrato e provammo a dormire.
Durante la notte e per tutto il mattino seguente l’acqua continuò a salire circondando il paese. Le vie Matteotti e 25 Aprile diventarono torrenti fangosi ma si potevano attraversare se si era provvisti di stivali di gomma alti fino al ginocchio. Un affare stupendo per Aladino, titolare sotto i portici della succursale “Pirelli” di Modena che, essendo dotato di un ottimo senso degli affari, rapportò il prezzo alla richiesta del prodotto. Ferrari non aveva aperto le vetrine e i due portoni enormi con catenacci poderosi erano rimasti chiusi. I rossetti per signora non avevano molto mercato in quel giorno. Aldo, il vecchio patriarca di famiglia, un tempo li aveva pubblicizzati come “baci indelebili”. All’interno del negozio, tutta la famiglia era impegnata a mettere maglie, calze e mutande nei ripiani più alti degli scaffali.
Dopo essermi provvisto degli stivali necessari, scesi lungo la rampa che dal centro della piazza sfocia in via 25 Aprile. Raggiunsi la casa di mia madre. L’acqua s’era fermata al livello del cancelletto di casa. La mamma stava bene e non si era fatta impressionare dall’alluvione. Chi invece soffriva era il mio amico Luciano. Seguendo una carreggiata del fondo Vescovini, raggiunsi la sponda del canale Arginetto. L’acqua, di poco più in basso, era comunque alta e correva veloce anche sulla strada. Luciano era fermo di fronte, sul punto più elevato del suo terreno.
Ci scambiammo reciproche notizie. Tutti bene. Lui si lamentava di non avere più sigarette. Soffriva di una astinenza forzata. Non potevo aiutarlo e tornai sulla piazza. Era magnificamente asciutta ma con tanta acqua intorno che aveva invaso anche il campo di prugne piantate nel vecchio fossato antistante il castello, quasi volesse prenderci d’assedio come ai tempi “dal dòca pasarèina”, il Bonaccorsi. L’acqua era pullulata come una resorgiva anche dalla fogna del mio garage e s’era portata via alcune bottiglie vuote di Sciacchetrà, ultimo residuo di un a sosta a Riomaggiore, in luna di miele. Galleggiavano e se ne andavano leggere sul filo dell’acqua accompagnate da due vasetti di marmellata. Non potevo fermarle.
Ma come scrisse Eraclito l’oscuro, un filosofo del IV secolo a.C., “tutto scorre e niente resta uguale”. Le vacanze dei Santi e dei morti erano finite e si tornava a scuola. Si sarebbe dovuti andare ma le strade erano chiuse. Poi, anche l’alluvione passò. Noi e la piazza ci salvammo e riprendemmo a vivere.
>>"L'alluvione del 1966"<< da La mia Soliera di Azzurro Manicardi.
>>"Alluvione 4 novembre 1966"<< nota storica di Azzurro Manicardi.
29 novembre 2020
Cosa accadrebbe se ... Soliera si mettesse a volare
Isa Bignardi
Foto - Fotostudio Solierese
Il grande Obelisco di Cleopatra fu il primo a sfrecciare verso il cielo come un missile programmato per quel giorno.
Venerdì mattina, mercato del Contadino in Piazza Lusvardi a Soliera, ore 8.00 in punto. Neanche Arnaldo Pomodoro era a conoscenza del fatto.
Circa trenta persone, in prevalenza pensionati, alzarono tutti insieme il naso coperto dalla mascherina anticontagio. Fino a quel giorno avevano avuto occhi distratti per quella stramberia del Sindaco. Solo scuotevano la testa.
- Che ci farà mai quel coso stretto e lungo proprio nella Piazza davanti al Castello…
Ma quel venerdì i loro occhi l’avevano visto prendere il volo e sostare a mezz’aria in alto nel cielo.
- Ehi, cosa succede stamattina?
- E’ roba da matti .
- Ve l’avevo detto io che sotto sotto c’era un mistero, qualcuno ci nasconde troppe cose! Le voci concitate si davano il passaparola.
Dai negozi affacciati sulla piazza uscirono la Fioraia Rosellina, il panettiere Mitico Corelli sporco di farina sul naso, il fratello della Rosellina con l’alloro in mano, pronto per fare una corona da morto. Tutti col naso per aria a guardare l’Obelisco che volava. Il farmacista Dodi col megafono chiamò la Protezione Civile, così tutto il paese sentì quel richiamo e accorse. Arrivarono dalle vie le signore in vestaglia con i bigodini in testa e le parrucchiere spettinate con i bigodini in mano.
Accorsero le badanti russe ed ucraine con gli occhi stralunati, finalmente libere di parlottare nella loro lingua: - Strannyye veshchi v Italii! Tak povezlo!
Nessuno capiva, ma tutti sapevano che stavano parlando bene dell’Italia.
I ragazzi con i telefonini immortalavano l’evento per trasmetterlo in diretta su Instangram o Tik Tok.
Giunsero gli impiegati comunali con il Sindaco davanti al corteo. Che occasione ghiotta per dar voce alle brontolate!
- Signor Sindaco, ci sveli subito cosa ci sta sotto!
- Quell’installazione strana dovrà pur significare qualcosa di losco!
E il bisticcio continuò. - Taci tu, ha fatto bene a dar lustro al nostro paese!
Il sindaco girava la testa di qua e di là per cercare di rispondere almeno a qualcuno. Non fece in tempo a pronunciar parola che un vento forte fece alzare i tendoni delle bancarelle del mercato. Come tanti aquiloni, le tele si gonfiarono e si sollevarono, trascinando i banchetti ricolmi di ogni “Ben del Contadino”.
Nel traballamento ascensionale frutta e ortaggi non restarono in equilibrio.
Quando un bel caco maturo si spiattellò sulla pelata del barbiere, la gente capì che la pioggia miracolosa era cominciata. Per un attimo tutti dimenticarono obelisco e banchetti e … giù a rimpinzarsi di mele, mandarini, agli, cipolle. Di tutto riempivano tasche e borse della spesa.
Gli ambulanti urlavano: - Ehi, cosa mangiate! E’ roba nostra, pagate almeno le spese!
Ma l’occasione non poteva andar perduta. Ogni solierese voleva assaggiare quei frutti piovuti dal cielo come una manna.
L’amato “Angelo di Soliera”, che aveva fatto della sua vita un capolavoro aiutando gli altri, comprese l’eccezionalità del momento. La sua scassata bicicletta senza sosta sfrecciava più del solito mentre lui raccoglieva quell’abbondanza a piene mani. –
Questo cavolo per la Signora Gina; un po’ di pomodori per Giuseppe…- e bisbigliava tra sé e sé mente tirava su dalla strada. Avrebbe portato il tutto più tardi insieme al suo saluto: - Ciao! Come stai? Ti voglio bene!
Il godimento durò poco. Nel parapiglia generale l’arrotino indicò: - Guardate là!
Una grande scia colorata si spandeva nel cielo. Rosellina si cacciò le mani nella chioma di riccioli rossi : - Aiuto, i miei fiori!
Una cosa alla volta prese la via del cielo e deposta su una nuvola bianca vicina all’Obelisco di Cleopatra. Alberi, prati , case, negozi, giardini e piazzette trovarono la loro sistemazione lassù.
- Oh … gente! Sto volando anch’io! –. Toccò al Primo Cittadino di Soliera sperimentare l’emozione di essere risucchiato in cielo. Poi a gruppetti salirono tutti gli abitanti, nessuno escluso. Salì Il barista con la tazzina del caffè traballante in mano. Sembrava contento e cantava: “ Moriremo tutti! traballero traballà”, ma lo diceva per scherzo, forse per scaramanzia. Anche il Parroco si portò in alto sulla soglia della sua Chiesa aerea. - “Ora pro nobis” - già i fedeli erano in preghiera per scongiurare la catastrofe.
Venne la volta di cani, gatti e altri animali, come nell’Arca di Noè. Gli amici pelosi scodinzolavano tra le nuvole alla ricerca del proprio umano prediletto.
- Amor mio! - gioivano le mamme adottive sollevando i loro cuccioli che leccavano o facevano le fusa.
Era bello ritrovarsi, anche per aria, tutti insieme, finiti là senza un perché.
Il ventò consegnò tutto il necessario per vivere in pace.
Alla fine giunsero in volo anche le stoffe del Grande Magazzino di Soliera: rasi, velluti, pizzi e passamanerie formavano quadri d’arte nel cielo, istantanei e sempre mutevoli. Che bellezza!
- Come si sta bene qui, più vicini al sole! - la gente mostrò di apprezzare. Le lamentele continue non c’erano più.
- Qua c’è anche più silenzio e meno polvere. Così è più facile andare d’accordo e volersi bene.
Trascorsero mesi e mesi. Intanto, da isolati quali erano, lasciarono passare i pericoli della pandemia in corso. A contagio finito, venne l’ora di scendere ma tutti si sentivano diversi dentro. Avevano guardato il mondo da lontano ed avevano capito di più, molto di più. Decisero di cambiarsi gli occhiali e di restare là per aria, lontani dalle beghe insignificanti che possono rendere più brutta la vita.
Era questo il segreto di Cleopatra, nascosto dentro il grande Obelisco di Arnaldo Pomodoro.
29 novembre 2020
21 febbraio 2016, Alberto racconta
Luciana Bonacini
Durante un corso di scrittura mi è stato assegnato un compito: “Entrare in un bar e saper vedere”
Il bar che ho scelto è proprio quello vicino alla chiesa di S. G. Battista di fronte alla piazza F.lli Sassi. Sono entrata, mi sono avvicinata al bancone e ho ordinato un caffè; nel sorseggiarlo il mio sguardo, come un ventaglio ha spaziato sulle persone presenti. In particolare mi soffermo su quattro persone che giocano allegramente a briscola davanti a quattro bicchieri e una bottiglia di Lambrusco. Non conoscevo nessuno di loro, ma mi ha colpito un signore anziano che, piano piano, come fosse una cosa preziosa estrasse dalle carte che aveva in mano, la briscola che serviva per fare i punti mancanti e chiudere la partita. Ho aspettato per gustarmi l'euforia della vittoria dei vincitori, poi mi sono avvicinata a lui e gli ho chiesto: “Per favore, potrei chiederle di raccontarmi qualcosa di sé, della sua vita? Dovrei preparare un racconto per il corso di scrittura.” Si è alzato e mi ha detto: “Cosa vuole che le racconti? Vengo qui al bar per passare qualche ora con i miei amici, ci facciamo una partita, poi vado a casa, proprio per non pensare ...”
Alberto, calmo, incomincia a parlarmi.
“L'acqua raggiungeva il primo piano dell'abitazione di mio fratello. Quell'alluvione ha colpito Bastiglia nel 2012 e il centro abitato si è trovato allagato, ogni cosa sommersa, i soccorsi tardivi, sembrava si fossero dimenticati dei cittadini. Mio fratello si trovava bloccato al primo piano isolato da tutto e da tutti”. Ogni tanto Alberto muoveva le mani, spesso con la destra sosteneva la fronte, a volte toccava il mio braccio a sottolineare il fatto che le sue mani non hanno potuto fare niente.
“E' rimasto solo, capisce signora, da solo, in casa, senza aiuti per due giorni e senza cibo, e senza conforto. Quando l'acqua ha cominciato a ritirarsi, finalmente è riuscito ad uscire di casa, avvolto dalla melma, dal fango e acqua putrida fino alla vita.
E' riuscito a farsi vedere dai soccorritori. E' rimasto scioccato da questo fatto, tanto da ritrovarsi sconvolto nella vita di tutti i giorni, ormai ritornata alla normalità. L'ha aiutato uno psicologo con dei farmaci, ma non è mai riuscito a superare il trauma. L'anno scorso l'hanno trovato impiccato nel suo garage.”
28 novembre 2020
Le campane a martello
Luciana Ognibene
- “Se sarà un maschio ti chiedo di suonare le campane a martello”
Questo disse mio nonno Ivo al suo amico Mandrìn, il campanaro di Soliera.
Al nonno erano già nate due femmine, l’Orianna e la Fernanda (zia Nina e zia Wanda) e questa volta, forse, sarebbe stata la volta buona; non voleva far fare dieci figli alla nonna Pia prima del tanto agognato maschio, o stavolta o mai più.
Era il cinque Luglio del 1931 e, ad un tratto, il suono tanto temuto delle campane a martello echeggiò per tutto il paese.
“Odio! Mo in du el al fog? Al fog!!!!” (Oddio ma dov'è il fuoco?)
Tutta la popolazione allarmata si riversava fuori dalle case per cercare di capire dove fosse l’incendio.
Quando scese il campanaro dal campanile accorsero numerose persone per sapere cosa fosse successo e dove.
“Mo in du él al fog?” (Ma dov'è il fuoco?) gli ripeterono
“Mo che fog! Mo no! E’ née un putèin, un masc, al fiòl d’un me amig!" (Ma che fuoco! Ma no! E' nato un bambino, un maschio, il figlio di un mio amico!)
“Mo chi él?” (Ma chi è?) gli chiesero e lui : “ Al so po’ mè!!!” (Lo so poi io!)
E se ne andò via.
Era nato mio padre.
28 NOVEMBRE 2020
La Cumpagnia dal Turtèl
Guido Malagoli
Sentite questa: l’UNESCO prima, poi il governo italiano nel 1990, decisero di censire e aiutare tutte le lingue minacciate di estinzione. Nel mondo, udite miei signori, ogni 14 giorni, dicasi ogni due settimane circa, muore una delle 7.000 lingue esistenti sulla terra. Se ho fatto bene i calcoli ogni anno se ne vanno a tener compagnia a Dante all’altro mondo una trentina di lingue. Il nostro dialetto emiliano, lingua di antica stirpe gallo-romanza, dunque robusto per meriti popolari fin dall’antichità, oggi gode -si fa per dire- del triste appellativo di lingua vulnerabile. Conclusione: prima o poi farà una brutta fine cioè la volta i pèe a l’òss.
Questa lunga premessa per dire che noi, giovinotti e giovinotte solieresi di un tempo, dunque anni e anni prima dell’Unesco, avevamo intuito a sentimento che il dialetto solierese chiedeva soccorso e doveva essere salvato, costi quel che costi. A partire dal dopoguerra il tema dominante della scuola e della società fu quello di imporre la lingua nazionale con tutti i mezzi possibili, specialmente nelle periferie dove era ancora forte l’uso dei rozzi dialetti, poi ci si mise con tutto il suo peso comunicativo la televisione che intorno al 1955 mise fuori onda tutti i dialetti minori salvando soltanto quelli nobilitati da scrittori famosi. Per noi gente di campagna, provincialotti della bassa padana, privi di autori di rango, l’aggressione al nostro dialetto fu devastante. Dài a cal can! (Dai a quel cane)
Nonostante ciò nel 1968, avete letto bene, millenovecentosessantotto, dunque cinquantatre anni fa, che tradotto in termini secolari significa oltre mezzo secolo fa, mettemmo in piedi una compagnia teatrale dialettale per offrire ai nostri concittadini qualcosa di cui vantarsi, un teatro per divertirsi e godere. La dico in breve: ci premeva raggiungere alcuni obiettivi spinti da una misurata ma legittima presunzione.
Ditemi voi se questi propositi vi sembrano meritevoli di apprezzamento oppure no: volevamo ridare voce alle parlate dei genitori, dei nonni, addirittura degli antenati, sempre più indietro; ritrovare il sapore e il suono di parole arcaiche, credute morte, e salvarle dalla mummificazione; riscoprire l’arguzia e lo spirito della gente della nostra terra nata con i piedi saldamente piantati nella cultura contadina prima che la TV e la lingua italiana prendessero il sopravvento; ridare smalto e vitalità a modi di dire, proverbi, sentenze dialettali che hanno la virtù di sostituire lunghi discorsi morali e filosofici con folgorazioni di tre o quattro parole ben messe come “chi invcéss matéss “ (chi invecchia, ammattisce) sintetico quanto il “m’illumino d’immenso” ungarettiano; capire che in dialàtt a n’ spol menga cuntèr del bàli (in dialetto non si possono raccontare frottole) perché parlare e gesticolare sono un tutt’uno, l’uno protegge l’altro e nessuno dei due farà mai la spia.
Ma ce ne sono state altre di ragioni, forse meno nobili, ma non meno forti. Quei ragazzi, tra i quali -modestamente- anch’io ebbi il mio ruolo, che si aggrapparono al dialetto 53 anni fa, mentre recitavano le prime battute della loro carriera teatrale scoprirono sul e dietro al palcoscenico quella cosa meravigliosa chiamata “amicizia” che li accompagnò come un’ombra fino all’ultima tirata di sipario nel 2018.
Qualcuno, maliziosamente o per invidia, disse che il legame più forte tra di noi fu quello rappresentato iconicamente nel nostro stemma, cioè un enorme e gustoso tortello simbolo di ben altre goloserie, e ignorerà pari pari tutte le solide motivazioni culturali che ho espresso dianzi. Quel qualcuno sbaglia anche se non possiamo ovviamente negare il conforto alimentare e gastronomico né possiamo dimenticare le cenazze conviviali post uccisione del maiale necessarie per il nostro sostentamento
post recita alle due di notte dopo aver caricato una camionata di mobili e scenografie, o post qualunque avvenimento degno di essere ricordato dalle nostre esigenti papille gustative, ma mi si creda, tutto ciò è legato alla scoperta dell’amicizia tra di noi che fu nostra cura consolidare e rincalzare ogni giorno “alimentando” al contempo lo spirito ( leggasi: recitazione) e il corpo (leggasi: mangiatoia).
Nel nostro mezzo secolo di attività … scusatemi, “attività” è una parolalette parrocchiali dove si entrava di coltello per salire sul palcoscenico, avevano di-ritto all’arte quanto e più delle città blasonate ricche di teatri storici con palchi, velluti e affreschi sul soffitto. Tutti avevano bisogno di noi e del dialetto. Lo portammo nei teatri della regione, sfidando nebbioni e temporali, raccontammo storie brillanti, ricche di colpi di scena, di battute e situazioni esilaranti. Le storie e le commedie del genere popolare fanno breccia negli spettatori soltanto se vengono raccontate in dialetto autentico come se i raccontatori fossero i loro stessi genitori o i loro nonni tornati a noi dal caldo della stalla. Le risate … quante! Gli applausi … quanti, a badalòch (in grande quantità)! ! Il pubblico se ne andava appagato, felice, e noi più di loro.
Attori o non attori? Che cosa eravamo noi della “Cumpagnia dal Turtèl?
Attori sì perché eravamo sul palcoscenico, davanti al pubblico, ma allo stesso tempo eravamo spettatori di noi stessi. Quando la commedia veniva bene e ottenevamo un parsimonioso ma sincero “bravi!” della regista, sentivamo dentro di noi la soddisfazione, che dico? l’orgoglio di aver compiuto un gesto culturale capace di allontanare l’incubo del tramonto del dialetto. Annotavamo con pignoleria le parole dialettali più curiose ed espressive ( quante discussioni per un accento o una vocale!) , quelle dal suono bello, quelle più antiche, proprio come fa un archeologo quando compila la scheda di un nuovo sito. Che ne dite di parole come: “ziricuclein” (smancerie) “galoster” (gallerone, quasi un cappone) “pratica dal casèr” (amante del casaro)“ fasdein” (fascina) “sanguètla” (sanguisuga) “mulsein”(liscio/docile) “smoia” (ranno) ? Bellissime, musicali, parole commoventi da depositare come gioielli nel nostro baule dove dormono i copioni delle commedie e i ricordi.
Adesso tocca ad altri giovinotti/giovinotte evitare il transito del dialetto dal vulnerabile all’estinto perché ci siamo accorti che oggi, cun l’informatica e al www che vogliono il pensiero unico e la lingua unica, a sàm mess come tri in ‘na scrana (siamo messi come tre in una sedia) . Basta un batter di ciglia e a saltàm (saltiamo) nello sprofondo.
Noi abbiamo dato ciò che potevamo, abbiamo scavato nella memoria per ritrovare le parole antiche imparate da bambini dalle voci dei nostri familiari, abbiamo ancora nell’orecchio le sonorità del nostro dialetto, accenti e cadenze che accarezzano, ma anche l’eco crescente degli applausi del nostro pubblico.
Quello che dovevamo dire è tutto scritto in un libro “’na fòla bèla, longa, colorèda” dove sono raccolti ricordi, aneddoti, fotografie, dicerie e malinconie della Cumpagnia dal Turtèl. Il nostro motto e il nostro augurio, ieri e oggi, è: “Sòl, salut e taiadel: quest l’è al Turtel”. Traduco per i giovani del duemila: “Sole, salute e tagliatelle, questo è il Tortello”.
Stè mò bein, ragaz. Av mandàm un bès ! (State bene, ragazzi. Vi mandiamo un bacio)
>>“‘Na fola longa bèla colorèda”<< Soliera, 19-20 febbraio 2016.
>>“A un compagno di viaggio, omaggio a Sandrino Tagliavini”<< Soliera, 16 luglio 2015.
>>“’na fòla bèla, longa, colorèda…”<< ricordi, aneddoti, fotografie, dicerie e malinconie della Cumpagnia dal Turtèl, di Guido Malagoli.
>>"La forza dell'interesi"<< commedia della Cumpagnia dal Turtèl.
20 Marzo 2021
Via IV Novembre n.21, 20 aprile 1944
Luisella Vaccari
Foto - Non "per vanto" ma io sono nata qui, nella stanza della quinta finestra di via IV Novembre
C’era la guerra.
La radio trasmetteva con grande prosopopea la cronaca dei festeggiamenti per il compleanno di Hitler, anzi no: “genetliaco” dicevano.
E io non volevo nascere. Il travaglio durava ormai da due giorni ma Lidia, ostetrica di giorno e staffetta partigiana di notte, dichiarava che questo bimbo (di sesso non meglio definito in assenza di ecografia) non voleva nascere lo stesso giorno del Fuhrer.
E mia madre, spossata, rispondeva che purché nascesse lo avrebbe pure chiamato Adolf. Alle nove di sera Adolf si arrese ma non era Adolf, era una bimba.
Mio padre che aveva scommesso con gli amici del bar che sarebbe nato un maschio ci rimase un po’ male. Così come i miei tre cugini che dopo aver stazionato di fronte a casa, sui gradini della Casa del Popolo, per due giorni con il naso all’insù si sentirono dire che la cicogna si era confusa ed era arrivata dal dietro della casa.
Quante complicazioni! La guerra, mio padre che voleva un maschio, mia madre che non aveva un goccio di latte, i miei cugini che non hanno visto la cicogna … però grazie a tutti perché la vita è bella!
25 novembre 2020
Il cinema Aurora
Luciana Ognibene
Lo chiamavamo ‘il Cinema del prete’ perché era proprio di fianco alla canonica e poi c’era il negozio dell’Igea e poi la chiesa.
Quando entravi, a destra c’era un gabbiotto con il vetro, “la biglietteria” con la signora che ti faceva il biglietto, poi salivi tre, quattro scalini mooolto larghi e ti trovavi di fronte a questo tendone tipo sipario di velluto scuro, pesantissimo che aveva un’apertura centrale e lì entravi.
C’era solo la platea, con le sedie di legno.
Ho dei ricordi bellissimi di quel cinema perché da piccola, l’ultimo dell’anno, i miei genitori andavano sempre a festeggiare con gli amici nei “veglioni” e mi lasciavano dai nonni. La nonna Dirce rimaneva a casa, invece il nonno, che a casa non stava mai (faceva il postino) mi portava al cinema, alla sera, per poi rincasare prima della mezzanotte per festeggiare con lo spumante e il panettone “pucciato” dentro e magari tirare una fucilata all’anno vecchio dalla sua camera da letto (con grande disapprovazione della nonna).
I film, in quel periodo, quello natalizio, erano bellissimi e ogni due o tre giorni, a seconda delle festività, cambiavano. Mi ricordo “Tutti insieme appassionatamente” “My fair lady” “Oliver Twist” i film di 007!
Era un periodo fantastico perché, a parte il Capodanno, durante tutte le festività andavo al cinema col papà e, quando usciva un film particolarmente interessante andavamo anche a Modena! E così tra i film sugli indiani, quelli degli spadaccini o quelli di avventura tipo “Zanna Bianca” io e il papà ci divertivamo un sacco.
Ricordo che un giorno avemmo la malaugurata idea di prendere con noi mio cugino, coetaneo peraltro, a vedere “Il Richiamo della foresta” , quello che rimase il mio film preferito, ma lui rovinò tutto perché continuava a lamentarsi perché aveva paura e giù a piangere! Non lo invitammo più, noi eravamo l’accoppiata vincente.
Il Cinema Aurora vide anche le mie esibizioni di bimba negli spettacoli organizzati per conto del prete. La mia maestra di pianoforte, l’Ombretta, era quella che accompagnava tutto lo spettacolo che comprendeva balli, canti, cori…
Erano spettacoli apprezzatissimi dalla popolazione di Soliera, facevamo sempre il “tutto esaurito”.
I miei ricordi, ora, sono un po’ appannati dal tanto tempo passato, ma ricordo le prove a casa della Garina con la Luisella, la Franca, la confusione dietro le quinte molto molto ridotte che ci si stava a malapena.
Ricordo che io, essendo presente in tante scenette e canzoni, avevo la mamma che mi vestiva, dovevo cambiarmi tante volte e questo mi dava una certa “importanza”.

Avevo lunghi capelli biondi che lei mi acconciava in uno chignon sulla testa, attorno al quale andavano sistemate diverse coroncine con fiori o nastri intonati all’abito che indossavo. Ricordo anche che, se non stavo ferma, la mamma mi adoperava il manico della spazzola in testa; è sempre stata un po’ nervosa la mamma!
Era molto bello perché non ci snaturarono, eravamo bambini che cantavano e ballavano da bambini, senza emulare i grandi o scimmiottare.Ci divertivamo come in un gioco e quanti applausi!!! Che soddisfazione!!
Io e la maestra di pianoforte Ombretta Miselli
>>"Il Cinema - I nostri cinema"<< Soliera, 18 ottobre 2014.
>>"Spettacolo di Primavera del 1968"<< le foto e l’audio originale di uno dello Spettacolo di Primavera del 1968.
28 novembre 2020







