La Cumpagnia dal Turtèl
Guido Malagoli

Sentite questa: l’UNESCO prima, poi il governo italiano nel 1990, decisero di censire e aiutare tutte le lingue minacciate di estinzione. Nel mondo, udite miei signori, ogni 14 giorni, dicasi ogni due settimane circa, muore una delle 7.000 lingue esistenti sulla terra. Se ho fatto bene i calcoli ogni anno se ne vanno a tener compagnia a Dante all’altro mondo una trentina di lingue. Il nostro dialetto emiliano, lingua di antica stirpe gallo-romanza, dunque robusto per meriti popolari fin dall’antichità, oggi gode -si fa per dire- del triste appellativo di lingua vulnerabile. Conclusione: prima o poi farà una brutta fine cioè la volta i pèe a l’òss.
Questa lunga premessa per dire che noi, giovinotti e giovinotte solieresi di un tempo, dunque anni e anni prima dell’Unesco, avevamo intuito a sentimento che il dialetto solierese chiedeva soccorso e doveva essere salvato, costi quel che costi. A partire dal dopoguerra il tema dominante della scuola e della società fu quello di imporre la lingua nazionale con tutti i mezzi possibili, specialmente nelle periferie dove era ancora forte l’uso dei rozzi dialetti, poi ci si mise con tutto il suo peso comunicativo la televisione che intorno al 1955 mise fuori onda tutti i dialetti minori salvando soltanto quelli nobilitati da scrittori famosi. Per noi gente di campagna, provincialotti della bassa padana, privi di autori di rango, l’aggressione al nostro dialetto fu devastante. Dài a cal can! (Dai a quel cane)
Nonostante ciò nel 1968, avete letto bene, millenovecentosessantotto, dunque cinquantatre anni fa, che tradotto in termini secolari significa oltre mezzo secolo fa, mettemmo in piedi una compagnia teatrale dialettale per offrire ai nostri concittadini qualcosa di cui vantarsi, un teatro per divertirsi e godere. La dico in breve: ci premeva raggiungere alcuni obiettivi spinti da una misurata ma legittima presunzione.
Ditemi voi se questi propositi vi sembrano meritevoli di apprezzamento oppure no: volevamo ridare voce alle parlate dei genitori, dei nonni, addirittura degli antenati, sempre più indietro; ritrovare il sapore e il suono di parole arcaiche, credute morte, e salvarle dalla mummificazione; riscoprire l’arguzia e lo spirito della gente della nostra terra nata con i piedi saldamente piantati nella cultura contadina prima che la TV e la lingua italiana prendessero il sopravvento; ridare smalto e vitalità a modi di dire, proverbi, sentenze dialettali che hanno la virtù di sostituire lunghi discorsi morali e filosofici con folgorazioni di tre o quattro parole ben messe come “chi invcéss matéss “ (chi invecchia, ammattisce) sintetico quanto il “m’illumino d’immenso” ungarettiano; capire che in dialàtt a n’ spol menga cuntèr del bàli (in dialetto non si possono raccontare frottole) perché parlare e gesticolare sono un tutt’uno, l’uno protegge l’altro e nessuno dei due farà mai la spia.
Ma ce ne sono state altre di ragioni, forse meno nobili, ma non meno forti. Quei ragazzi, tra i quali -modestamente- anch’io ebbi il mio ruolo, che si aggrapparono al dialetto 53 anni fa, mentre recitavano le prime battute della loro carriera teatrale scoprirono sul e dietro al palcoscenico quella cosa meravigliosa chiamata “amicizia” che li accompagnò come un’ombra fino all’ultima tirata di sipario nel 2018.
Qualcuno, maliziosamente o per invidia, disse che il legame più forte tra di noi fu quello rappresentato iconicamente nel nostro stemma, cioè un enorme e gustoso tortello simbolo di ben altre goloserie, e ignorerà pari pari tutte le solide motivazioni culturali che ho espresso dianzi. Quel qualcuno sbaglia anche se non possiamo ovviamente negare il conforto alimentare e gastronomico né possiamo dimenticare le cenazze conviviali post uccisione del maiale necessarie per il nostro sostentamento
post recita alle due di notte dopo aver caricato una camionata di mobili e scenografie, o post qualunque avvenimento degno di essere ricordato dalle nostre esigenti papille gustative, ma mi si creda, tutto ciò è legato alla scoperta dell’amicizia tra di noi che fu nostra cura consolidare e rincalzare ogni giorno “alimentando” al contempo lo spirito ( leggasi: recitazione) e il corpo (leggasi: mangiatoia).
Nel nostro mezzo secolo di attività … scusatemi, “attività” è una parolalette parrocchiali dove si entrava di coltello per salire sul palcoscenico, avevano di-ritto all’arte quanto e più delle città blasonate ricche di teatri storici con palchi, velluti e affreschi sul soffitto. Tutti avevano bisogno di noi e del dialetto. Lo portammo nei teatri della regione, sfidando nebbioni e temporali, raccontammo storie brillanti, ricche di colpi di scena, di battute e situazioni esilaranti. Le storie e le commedie del genere popolare fanno breccia negli spettatori soltanto se vengono raccontate in dialetto autentico come se i raccontatori fossero i loro stessi genitori o i loro nonni tornati a noi dal caldo della stalla. Le risate … quante! Gli applausi … quanti, a badalòch (in grande quantità)! ! Il pubblico se ne andava appagato, felice, e noi più di loro.
Attori o non attori? Che cosa eravamo noi della “Cumpagnia dal Turtèl?
Attori sì perché eravamo sul palcoscenico, davanti al pubblico, ma allo stesso tempo eravamo spettatori di noi stessi. Quando la commedia veniva bene e ottenevamo un parsimonioso ma sincero “bravi!” della regista, sentivamo dentro di noi la soddisfazione, che dico? l’orgoglio di aver compiuto un gesto culturale capace di allontanare l’incubo del tramonto del dialetto. Annotavamo con pignoleria le parole dialettali più curiose ed espressive ( quante discussioni per un accento o una vocale!) , quelle dal suono bello, quelle più antiche, proprio come fa un archeologo quando compila la scheda di un nuovo sito. Che ne dite di parole come: “ziricuclein” (smancerie) “galoster” (gallerone, quasi un cappone) “pratica dal casèr” (amante del casaro)“ fasdein” (fascina) “sanguètla” (sanguisuga) “mulsein”(liscio/docile) “smoia” (ranno) ? Bellissime, musicali, parole commoventi da depositare come gioielli nel nostro baule dove dormono i copioni delle commedie e i ricordi.

Adesso tocca ad altri giovinotti/giovinotte evitare il transito del dialetto dal vulnerabile all’estinto perché ci siamo accorti che oggi, cun l’informatica e al www che vogliono il pensiero unico e la lingua unica, a sàm mess come tri in ‘na scrana (siamo messi come tre in una sedia) . Basta un batter di ciglia e a saltàm (saltiamo) nello sprofondo.
Noi abbiamo dato ciò che potevamo, abbiamo scavato nella memoria per ritrovare le parole antiche imparate da bambini dalle voci dei nostri familiari, abbiamo ancora nell’orecchio le sonorità del nostro dialetto, accenti e cadenze che accarezzano, ma anche l’eco crescente degli applausi del nostro pubblico.

Quello che dovevamo dire è tutto scritto in un libro “’na fòla bèla, longa, colorèda” dove sono raccolti ricordi, aneddoti, fotografie, dicerie e malinconie della Cumpagnia dal Turtèl. Il nostro motto e il nostro augurio, ieri e oggi, è: “Sòl, salut e taiadel: quest l’è al Turtel”. Traduco per i giovani del duemila: “Sole, salute e tagliatelle, questo è il Tortello”.
Stè mò bein, ragaz. Av mandàm un bès ! (State bene, ragazzi. Vi mandiamo un bacio)

 

>>“‘Na fola longa bèla colorèda”<< Soliera, 19-20 febbraio 2016.

>>“A un compagno di viaggio, omaggio a Sandrino Tagliavini”<< Soliera, 16 luglio 2015.

>>“’na fòla bèla, longa, colorèda…”<< ricordi, aneddoti, fotografie, dicerie e malinconie della Cumpagnia dal Turtèl, di Guido Malagoli.

>>“La forza dell’interesi”<< commedia della Cumpagnia dal Turtèl.

 

20 Marzo 2021