Più in alto … l’alluvione del’66
Ruggero Toni

Nella foto – Alluvione in via Grandi – (Materiale Fotografico del Comune di Soliera)

Sulla parete destra dell’ingresso in “rocca” che immetteva sulla piazza, ricordo una targa bianca con una scritta blu su cui era scritto “Metri 28 s.m.”. Indicava l’elevazione del luogo sul livello del mare, il punto più alto su tutta la pianura circostante.Forse fu il ricordo di quella scritta a consigliarmi di portare la mia Fiat 500 sulla piazza e di parcheggiarla davanti al sagrato della chiesa. Spiegai a mia moglie che quello era il luogo più alto e forse più sicuro per salvarci dalle acque.La popolazione era infatti stata informata da un altoparlante sistemato sul tetto di un’auto che il Secchia aveva rotto l’argine e l’acqua stava defluendo, correndo veloce lungo la rete dei canali che attraversavano i campi o fiancheggiavano le strade. Franca aveva altri ricordi del fiume. A Sassuolo, d’estate, il fiume aveva ed ha ben altro aspetto. E’ largo, sassoso e piatto anche d’inverno. Non ha veri e propri argini. Corre veloce diviso in correnti che sembrano torrenti, a volte impetuosi, che chiamano “canale ”, quasi con affetto.
Niente di tutto questo, non appena il fiume scende in pianura; d’inverno si gonfia di piogge come accadde in quel terribile novembre. Vedemmo in tarda serata le luci accese del municipio in costante allarme. Corremmo ad informarci. I Tecnici dissero che non c’erano pericoli per noi. Dal “voltone” del castello invece, dove noi curiosi ci fermammo, sembrava di vedere nel buio, in fondo a via Roma, acque scure che avanzavano. C’era con noi un consigliere della minoranza che sedeva in consiglio comunale, geometra e cavaliere ufficiale. Assicurava che, sentito il ”Genio” (il genio civile), non correvamo pericoli. Modena era salva, Soliera … si sperava. Eravamo dubbiosi ma disposti a credergli. L’esperto, dopo aver tranquillizzato noi, decise di andare a casa tranquillo ma davanti al portone della sua abitazione si trovò nell’acqua fino alle ginocchia.
Noi, separandoci dal piccolo gruppo di spettatori che osservavano ancora la strada, ci dirigemmo a destra, verso il forno di “Manada”. Ormai era notte inoltrata e l’uomo stava sfornando il suo pane fresco. Quel profumo piacevole ci invase. Acquistammo una crocetta e sbocconcellando i lunghi crostini ci dirigemmo verso casa nostra, al “palazzone” di via IV novembre. Era inutile vegliare ancora. Finimmo di mangiare il nostro pane sotto le coperte, dopo aver aperto prudentemente il portone del nostro garage nel seminterrato e provammo a dormire.
Durante la notte e per tutto il mattino seguente l’acqua continuò a salire circondando il paese. Le vie Matteotti e 25 Aprile diventarono torrenti fangosi ma si potevano attraversare se si era provvisti di stivali di gomma alti fino al ginocchio. Un affare stupendo per Aladino, titolare sotto i portici della succursale “Pirelli” di Modena che, essendo dotato di un ottimo senso degli affari, rapportò il prezzo alla richiesta del prodotto. Ferrari non aveva aperto le vetrine e i due portoni enormi con catenacci poderosi erano rimasti chiusi. I rossetti per signora non avevano molto mercato in quel giorno. Aldo, il vecchio patriarca di famiglia, un tempo li aveva pubblicizzati come “baci indelebili”. All’interno del negozio, tutta la famiglia era impegnata a mettere maglie, calze e mutande nei ripiani più alti degli scaffali.
Dopo essermi provvisto degli stivali necessari, scesi lungo la rampa che dal centro della piazza sfocia in via 25 Aprile. Raggiunsi la casa di mia madre. L’acqua s’era fermata al livello del cancelletto di casa. La mamma stava bene e non si era fatta impressionare dall’alluvione. Chi invece soffriva era il mio amico Luciano. Seguendo una carreggiata del fondo Vescovini, raggiunsi la sponda del canale Arginetto. L’acqua, di poco più in basso, era comunque alta e correva veloce anche sulla strada. Luciano era fermo di fronte, sul punto più elevato del suo terreno.
Ci scambiammo reciproche notizie. Tutti bene. Lui si lamentava di non avere più sigarette. Soffriva di una astinenza forzata. Non potevo aiutarlo e tornai sulla piazza. Era magnificamente asciutta ma con tanta acqua intorno che aveva invaso anche il campo di prugne piantate nel vecchio fossato antistante il castello, quasi volesse prenderci d’assedio come ai tempi “dal dòca pasarèina”, il Bonaccorsi. L’acqua era pullulata come una resorgiva anche dalla fogna del mio garage e s’era portata via alcune bottiglie vuote di Sciacchetrà, ultimo residuo di un a sosta a Riomaggiore, in luna di miele. Galleggiavano e se ne andavano leggere sul filo dell’acqua accompagnate da due vasetti di marmellata. Non potevo fermarle.
Ma come scrisse Eraclito l’oscuro, un filosofo del IV secolo a.C., “tutto scorre e niente resta uguale”. Le vacanze dei Santi e dei morti erano finite e si tornava a scuola. Si sarebbe dovuti andare ma le strade erano chiuse. Poi, anche l’alluvione passò. Noi e la piazza ci salvammo e riprendemmo a vivere.

 

>>“L’alluvione del 1966”<< da La mia Soliera di Azzurro Manicardi.

>>“Alluvione 4 novembre 1966”<< nota storica di Azzurro Manicardi.

 

29 novembre 2020