Quattro sagome traballanti
Guido Malagoli
La prima volta che li vidi fu un pomeriggio di una giornata di Novembre soffocata dalla nebbia e dal grigiore. Vidi quattro sagome traballanti, incerte.
Udii le loro voci e compresi il problema: si erano perduti. Abitavano a Soliera da pochi giorni e non erano in più in grado di ritrovare la loro abitazione.
In automobile gironzolammo un po’ finché uno di loro riconobbe la casa. L’incubo era finito: “Grassie, grassie compagno” e giù pacche di riconoscenza e manate sulle mie mani. Da allora mi sono diventati amici: quattro moschettieri sui generis: quattro storie, quattro vite, un paese che li accoglie.
Artemio, il bel tenebroso, amletico, serio e riservato, elegante col suo farfallino e la bicicletta lustra, stile giovane milord inglese con macchina fotografica al seguito e sigaretta infilata nel bocchino; Dino, l’amico in carrozzella, con il capo reclinato per la fatica di parlare, generoso e chiaro nello sguardo, attento giocatore della briscola; il terzo è “Qua la mano, compagno!” il Brandoli dal vocione aggressivo e perentorio, capace di raccogliere una cartaccia che deturpa il marciapiede e di sgridare l’ignoto autore del misfatto, ma anche uomo tenero con le rose che donava, estemporaneo collezionista di foglie di alloro e di energiche strette di mano.
Poi c’è Albano: sì, Albano, “Bano”.
Quando sorride ti guarda con gli occhi limpidi e festosi, puoi misurare la sua dolcezza. Quando era aiutante alla mensa scolastica, si sentiva fratello grande di tutti i bambini. Talvolta veniva da me con lo sguardo seriamente preoccupato: “Veh, mètèr, cal ragaciol là n’ha menga magnèe, fa quel”. (Veh, maestro, quel bimbo lì non ha mangiato, fai qualcosa”)
Un giorno freddo d’inverno, dopo breve sosta, i suoi colleghi stradini lo invitarono a seguirlo per terminare il lavoro. “An sun menga màt, mè, vàgh tè!” (Non sono mica matto, vacci tu) rispose e continuò indisturbato a mangiare un enorme panino alla mortadella.
Durante le prove importanti della “Cumpagnìa dal Turtèl” Albano è ospite fisso. Come faccia a sapere il luogo e l’orario, resta un mistero. Compare puntualissimo, che sia il teatrino della scuola o il cinema, e comincia a ridere, o meglio a sorridere. Beato, rilassato, convinto. Generoso di applausi. “A sun gnù a veder buratèin” (sono venuto a vedere i burattini) è il suo commento. Lusinghiero, impareggiabile.
Il suo mondo, il nostro mondo, si incontreranno mai? Albano non è certamente tipo da fare braccio di ferro con la vita … Vieni pure a vedere i “buratein” quando vuoi, ridi di queste maschere assurde del quotidiano che rappresentano se stesse sulla scena e batti le mani festante come un bambino al circo. Nel “tuo” mondo ora c’è gioia, fantasia, i colori del sole e dell’imbrunire. Nel “nostro”, il grigiore e la nebbia la fanno da padroni.
>>“I dimessi dell’ospedale psichiatrico”<<
28 gennaio 2021
