Il torneo di calcio L’Amico
Paolo Manfredini

Nella foto: in piedi da sx Argimiro Arletti Lauro Cappellini Ivaldo Baraldi Angelo Neri Giorgio Setti – in basso da sx Oscar Ferretti Paolo Manfredini Maurizio Baracchi.

Circa mezzo secolo fa potevi osservare in piazza a Soliera qualcuno che rincorreva un esponente della parrocchia per chiedergli se nell’estate che stava per arrivare ci sarebbe stato il torneo di calcio “l’Amico”.
Adesso non succederebbe perché la gente non partecipa più come un tempo e per averla partecipe occorre corteggiarla e farla sentire indispensabile.
Cinquanta anni fa, invece, come per miracolo alle 18,30 si radunava ai bordi del campo parrocchiale, non dico tutto il paese ma buona parte di chi amava il calcio di chi tifava per una particolare squadra e soprattutto chi godeva riprendere folcloristicamente i contendenti che via via si alternavano sul tappeto erboso.
Aneddoti a non finire ed episodi simpatici e spiritosi, che per ora tralascio ma che riprenderemo in seguito, erano all’ordine del giorno o meglio della sera.
In attesa della cena, dopo una giornata di lavoro, che fortunatamente a quel tempo non mancava, molti solieresi si assiepavano, chi contro la rete di Via XXV Aprile (in genere i più urlanti) chi andava in tribuna ai bagni pubblici (erano gli intenditori) e infine la gente di passaggio nella salita/discesa dell’allora campo da tennis (erano certamente i più critici).
Non si aspettava l’inizio della partita, ma si cominciava ben prima ad inveire calorosamente contro le due squadre, poiché non essendovi spogliatoi, si procedeva alla vestizione a ridosso del muro della chiesa.
Rimaneva scoperto solo il lato del consorzio agrario e del pruneto che veniva abitualmente devastato dai tiri imprecisi che superavano la rete metallica.
Le squadre venivano formate all’interno delle fabbriche, nei bar oppure tra gruppi di amici.
I premi erano forniti, in genere, dalla Tipografia Baraldi: coppe e medaglie per le prime due squadre classificate e il trofeo per il capocannoniere.
Essendo il titolare della tipografia un acceso tifoso milanista, la coppa per la squadra vincitrice aveva sempre i manici (le orecchie) come la coppa dei Campioni che si gioca tuttora in Europa.
La cosa non piaceva a tutti perché a quell’epoca poche squadre italiane l’avevano vinta e i molti tifosi bianconeri, ancora a digiuno, la vedevano riprodotta malvolentieri. In genere, dopo una fase a gironi, si procedeva agli ottavi, ai quarti, alle semifinali ed infine alla finalissima.

Come struttura il torneo era simile ad un piccolo mondiale.
Dopo la fase a gironi dove il pubblico era poco numeroso, cresceva l’interesse con l’eliminazione diretta che iniziava agli ottavi.
Le squadre erano composte da sette giocatori, portiere compreso e i goal erano tanti per cui i risultati erano tennistici.
Stavo dimenticando un particolare importante: il fuorigioco non esisteva.
La squadra dove giocavo e che dirigevo, anche come allenatore, era impostata molto semplicemente, quando la palla entrava nella metà campo avversaria dovevano tutti cercare di servirmi in quanto il goal dovevo farlo io e possibilmente solo io e non altri.
Le deroghe erano raramente concesse.
La mia ambizione era di vincere la coppa del capocannoniere e quindi chi sceglieva di giocare nella mia squadra doveva accettare questa regola.
La cosa venne presto intuita dal pubblico e piovvero fischi e disapprovazioni sonore a non finire.
Il vertice di queste proteste venne toccato quando un mio “fedele” compagno di squadra fermò la palla sulla riga della porta avversaria per aspettarmi e concedermi il goal.
Si scatenò un putiferio di disapprovazioni.
Un altro episodio simpatico fu quando, trovando la porticina del campo aperta, il cane del mio avversario di turno che mi marcava in quell’incontro entrò sul terreno e cominciò ad abbaiare contro di me che stavo contrastando il pallone al suo padrone.
Potete immaginare come riportai in seguito l’accaduto a mio favore…
An psi menga druver anc al can per marchérom, an n’è menga vàlid!”. (Non potete usare anche il cane per marcarmi. Non è valido)
In una edizione del torneo che veniva appena dopo una commedia dialettale della “Cumpagnia dal Turtel” dove, per ragioni sceniche, un personaggio era truccato da nero (nero di colore) mi venne un’idea.
Avvalendomi di un trucco vero e proprio da nero tropicale scesi in campo così conciato e alcuni spettatori faticarono a riconoscermi.

Le risate, gli improperi con l’aggiunta di epiteti veri che è meglio non riportare per iscritto, furono abbondanti ed incessanti per tutta la partita.
Altri episodi simili a questi per il divertimento, per il tifo che si esprimeva ai bordi del campo in tutto il suo folclore e le discussioni che ne derivavano venivano a creare un’atmosfera talmente piacevole che la gente partecipava numerosa.
Parecchi anni sono trascorsi dall’ultima edizione ed il fatto che, talvolta, tra i miei coetanei se ne parli ancora piacevolmente dimostra che quella manifestazione aveva centrato, a mio avviso, le cose che le persone cercavano nel loro tempo libero.
La voglia di amicizia era tale che il confronto con l’odierno spaventa non poco.
Il perché una cosa così sentita e partecipata sia finita non m’è dato di sapere.
L’affievolimento è stato graduale, lento e continuo.
La mia curiosità sarebbe di riproporlo per vedere se avesse ancora successo, ma è meglio che non avvenga perché la delusione sarebbe troppo grande se non funzionasse.

14 febbraio 2021

 

 

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