Il Mulino
Luciana Bonacini

La foto: interno del Vecchio Mulino  (Materiale Fotografico del Comune di Soliera)

Chi non conosce il Mulino in centro a Soliera?
Un luogo che visitavo da bambina quando dalla campagna venivo con mia nonna in bicicletta per prendere la farina gialla e il franto verso la fine degli anni cinquanta. La farina di mais serviva per la polenta, ma serviva anche per preparare il “pastone” per le galline preparato appunto con farina gialla, crusca e acqua.
Ricordo questo posto come una specie di grande cantina impolverata. La polvere era dappertutto, si notava soprattutto sulle ragnatele che pendevano dagli angoli dei muri e sembravano molto più spesse dei fili che vedevo a casa mia. Una cosa che mi colpiva era che la polvere della farina si fermava anche sulle ciglia del mugnaio.
Il colore biancastro era lo stesso, sul pavimento di terra battuta e sul contorno dei finestrini; si vedeva la luce del sole impolverata pure lei. Anche l’aria era piena di quella cipria impalpabile che subito si appoggiava sugli abiti e sulle scarpe. Mi è rimasta nei ricordi l’ immagine di questo luogo!
Ma poi si sa, le cose cambiano. Il Mulino dei Contini si trasferisce altrove, ma il luogo conserva lo stesso il suo nome di sempre. Il Mulino diventa una ludoteca, una biblioteca, un centro per i giovani. E’ come se una bacchetta magica avesse tolto tutta quella polvere e avesse introdotto: libri, cultura, musica e giocattoli. Solo nelle favole avvengono queste trasformazioni oppure nella realtà dove uomini e donne credono nel rinnovamento, nel ripristino di vecchi locali valorizzando la loro storia col nuovo. Dentro quelle mura, negli anni novanta, entravo con mio figlio per cambiare i libri letti della biblioteca, con altri nuovi. Portavamo a casa nuove favole, nuove avventure, nuove storie ogni settimana: “Mamma andiamo al Mulino a prendere nuovi libri da leggere?” mi diceva mio figlio.
Ho un altro ricordo legato a questo spazio del mio paese. Nel 2009 ritorno ancora tra queste mura, ma non per cambiare libri o giocattoli in ludoteca, ma per realizzare il progetto di alfabetizzazione degli adulti stranieri insieme a Guido Malagoli e Annuska Raimondi. L’ambiente è diverso: una grande sala con le sedie allineate come a teatro, dodici o tredici persone sedute composte con fogli tra le mani e una biro per gli appunti, una vecchia lavagna dismessa, un tavolo e poco altro. “Ciao!” La parola che tutti conoscono, per alcuni l’unica. Soprattutto sono signore, quelle che vogliono imparare a parlare in italiano per poter comunicare, per poter fare la spesa, per poter controllare se il resto che ricevono dal negozio è giusto.
Mi sono trovata ancora una volta al Mulino, questa volta come insegnante volontaria.
Insegnare italiano è quasi una presunzione; ho cercato di conquistare i loro sguardi, le loro timidezze, il loro disagio iniziale col mio sorriso, prima ancora che con le mie competenze. Sono riuscita a conquistare la loro fiducia con i gesti, ancor prima delle immagini, mi hanno aiutato per entrare in contatto con loro, soprattutto per “capirci”. Dopo la parola ciao, abbiamo imparato la parola “io” e la parola mani.
Questa, per me, è stata una esperienza bellissima che ho protratto per altri due anni e ogni volta ripartivo con lo stesso entusiasmo. Provavo sempre, alla fine di ogni corso, una grande soddisfazione. Chissà, queste persone, forse avranno imparato sì e no 20 parole di Italiano, ma soprattutto sono riuscite a superare il timore e il muro della diffidenza e questo mi ha molto gratificato. “Sono contenta di venire al Mulino per imparare parole belle!” Questo è uno dei tanti messaggi che mi hanno lasciato a fine corso.

 

>>“Il Mulino”<< nota storica di Azzurro Manicardi.

 

26 dicembre 2020