Alba in piazza
Guido Malagoli

Foto di Alessandro Licata

Fa fresco sulla pelle stamattina, c’è una nebbia leggera e un baffo di luna. Sarà capitato anche a voi di aspettare una corriera che non arriva, un amico in ritardo, il pullman per una gita. Aspetti e ti stropicci le mani come faccio io questa mattina. E’ ancora buio e silenzio, non c’è nessuno, saranno appena le cinque, forse le cinque e mezza. L’aria pizzica, passeggio per far passare il tempo che non passa. Il cielo buio sembra prendere vita pigramente con trasparenze rare. Un lampione ondeggia appena, mi sembra che la luce giallognola si stia attenuando. Il cielo ora è sgombro, quasi vibra in attesa di quel momento magico che separa il buio dalla luce, lo stesso attimo indicibile che è e non è allo stesso tempo, quando sembra che la luce crepuscolare del mattino sospinga lontano le ombre della notte nella sfida eterna che si ripete dal tempo dei tempi, da quando Dio decise che era giusto così.
Un impercettibile chiarore si posa sul vetro di una finestra all’ultimo piano.
Mentre sono assorto nella contemplazione di questo miracolo vengo colpito dal rugginoso rotolio di una serranda che si apre. Poco dopo un altro cigolio di porta, più lontano, e qualche passo frettoloso. Il paese si risveglia dal sonno, stiracchia le membra come un cristiano. Arrivano alcune persone scure come ombre, non distinguo il viso perché il buio e la luce sono ancora fusi insieme. Sbatte una finestra, scorre una tapparella, scatta improvvisa la serratura di un portone. Sta vincendo la luce.
E’ l’alba, delicatamente rosata. La mia pelle l’ha avvertita prima ancora degli occhi. Spariscono le ombre, ora vedo distintamente le persone. Il giornalaio espone in bella vista sulla rastrelliera i giornali per i curiosi che leggeranno i titoli e scuoteranno la testa perché non c’è mai niente di nuovo, tutto va male e chissà che altro succederà; l’amico barista accende la macchina del caffè (anch’io ho voglia di un buon caffè caldo); due vecchiette si avvicinano senza far rumore alla chiesa che ha aperto il portone, si fanno la croce e spariscono all’interno a piccoli passi; un operaio in bicicletta, una madre col bambino per mano attraversano la piazza; un vecchio col bastone zoppica sotto al portico, si ferma, legge un vecchio avviso funebre sulla colonna e riparte incerto. L’orologio del castello batte le ore.
Ma che razza di fantasia è questa? Io l’ ho già vista questa scena, dal vivo non in sogno, esattamente questa, nel dicembre del 1997 all’inaugurazione del cinema teatro Italia. La Cumpagnia dal Turtèl raccontò con la stessa sequenza il risveglio del nostro paese con personaggi veri, sindaco e parroco in persona, azioni, parole, scenografia, decine di comparse, all’interno di una realtà filtrata da un poeta surreale. Sulla scena vidi il risveglio del paese, la descrizione di una giornata in piazza, dall’alvèda alla caschèda, dall’alba al tramonto, attraverso il ritmo della quotidianità e i grandi riti collettivi.
Fu una rappresentazione, fu realtà onirica o semplice ricordo?
Il risveglio della piazza, negli anni passati, coincideva con l’apertura dei tanti negozi che si allineavano uno dopo l’altro sotto i portici e nelle strade vicine al castello. C’erano tutti, macellaio e fruttivendolo, fornaio e pollivendolo con le uova fresche, meccanico e barbiere, il negozio di mercerie, di ferramenta e quello di articoli sportivi… Di buonora arrivavano i primi avventori, si formavano capannelli di persone in chiacchiere e saluti, nell’aria c’era profumo di pane appena cotto, di caffè e gnocco fritto. Piazza accogliente come l’antica agorà, spazio aperto per mercati e pubbliche manifestazioni.
Stamane la piazza rinnovata dalle fondamenta, lustra nelle geometrie del marmo e della pietra, è uscita dal sonno della notte senza rumore, in punta di piedi, come succede ahimè da anni, perché i negozi, i pochi rimasti – salvo alcune eccezioni – non arrotolano le saracinesche rumorose all’alba. Apriranno più tardi, quando il sole è alto. Non c’è fretta. Uffici, assicurazioni, immobiliari, agenzie, servizi vari non hanno bisogno di vedere il buio che s’allontana inseguito dalla luce.
Uno scettico provoca e domanda: si rinnoverà la visione di bambini che fanno scorribande tra Piazza Lusvardi e piazza Sassi e il passeggio delle carrozzine sotto il portico per mostrare ai passanti quanto è bello il bambino? Si formerà ancora il crocchio delle signore che se la raccontano e poi scappano a casa, oddio che tardi, devo ancora fare il soffritto? Ritornerà l’andirivieni della gente vestita a festa con gli abiti chiari nelle domeniche di primavera? E rivedremo i soliti vecchietti inchiodati al bar con i loro lamenti che era meglio, che è meglio, che sarebbe meglio? Torneremo a infilarci tra i banchi del mercato camminando tra la gente in cerca di un volto amico?
Ma sì che tornerà tutto questo, anche di più e in forme nuove che non inizieranno necessariamente all’alba come nei nostri sogni perché tutto scorre, soprattutto il tempo, lo dice anche il filosofo. A forza di scorrere, arriverà pure da qualche parte, dice il sognatore.

 

>>“Una giornata in piazza”<< La Compagnia del Turtel, in occasione dell’inaugurazione del Cinema Teatro Italia.

 

26 novembre 2020