La palazzina dei salariati
Ruggero Morselli

Sarebbe bello poter dire che mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su Soliera, non è vero, magari! Significherebbe essere conosciuto come culturalmente addetto ai lavori mentre quelli da me intrapresi si sono svolti in tutt’altra direzione scrivere però a me piace punto, quindi approfitto della bella iniziativa dell’ass./ne Ginzburg che ben volentieri raccolgono foto, episodi e aneddoti su Soliera con facoltà poi di togliere tagliare o meglio conservare.
Da dilettante scrivano vorrei tanto avere alle spalle Guido Malagoli e Ruggero Toni per anni protagonisti in primis del mondo scolastico Solierese, quanto mi farebbero comodo, uno che controlli gli errori e l’altro che a ognuno di essi “un scupasaun” (dicasi scappellotto imprevisto) eviterei certo di farne tanti e di dover ritornare a correggerne durante la rilettura, fortuna che tempo non manca sennò, solo, non mi basta partire a Natale, rischio di arrivare tardi alle ferie d’agosto per poche pagine causa le tante correzioni.
Nel rammentare cinema Italia e ballo Medusa pare giusto non tralasciare la palazzina collocata in mezzo, mia abitazione da una vita costruita dal regime a metà degli anni 30 in Matteotti per i salariati, dipendenti comunali e statali locali, noi entrammo in appartamento parte nord con assunzione da parte del comune di mio padre, allora autista della prima ambulanza di paese, ci trasferimmo da v. Roma dove di fronte a noi era tutta campagna, mi pare dei sig.Lodi, ora sede attuale del distributore di Codeluppi, riportando a dopo il perchè mi soffermo ai particolari, specifico che la cucina e il bagno dell’appartamento erano sul primo piano con dirimpettai le famiglie di Amos Vaccari contitolare col fratello Ezio della macelleria sotto il portico in piazza, i Benatti con Mario e il figlio Geometra Carlo, la camera al piano superiore con a fianco Remo Guaitoli (vigile) e di fronte Ezio Silingardi con sua madre Almina assolutamente da evitare da noi piccoli condomini, ne aveva per tutti ininterrottamente.


Come un cane da guardia, sentinella h 24, niente pallone in cortile perché rompete i vetri, pulire le scarpe al rientro si sporcano le scale, scendere piano quando si esce sennò disturbate, era sfida continua e grande soddisfazione riuscire a fargliela sotto al naso cosa per niente facile, sorridendo ricordo faceva un “pan da Nadel” (pane di Natale) strepitoso e con ricetta top-secret a dire il vero il mercato non aveva certo l’offerta di adesso quindi era super-gradito e dire era è forzato, personalmente lo apprezzo tantissimo anche adesso, gli ingredienti per il dolce li acquistava dall’Irma nel negozio sotto, ora sede dell’oreficeria, con la ferrea raccomandazione di segretezza, per sottolineare quanto una mattina la signora del sottoscritto allora poco più che bambina, mentre aspettava il suo turno in negozio dall’Irma, ha (casualmente dice lei) sentito la nuora dell’Almina Sig./ra Rosa che stava cercando di carpire almeno i componenti degli acquisti della suocera per il pane di Natale pressata anche dalle amiche vogliose di riprenderlo, nulla di fatto, bene non me lo vuoi dire tanto mia suocera mi ha promesso che prima di morire me lo dice! He sé domani, mai saputo!

La mia famiglia orgogliosamente ritratta con l’ambulanza del papà.
Nella parte sud della robusta palazzina (il terremoto gli ha fatto un baffo neanche l’intonaco è stato scalfito per fortuna) il comune deteneva un appartamento vuoto per eventuali emergenze tipo assunzioni da fuori paese, giusto il tempo per trovare una sistemazione definitiva.
La salute di mia madre purtroppo si incrinò dopo poco e abbisognò di cure in loco, la camera, dove dormivamo in quattro, diventava sempre più piccola e io e mia sorella Carla sempre più grandi finchè un giorno uno scorrere per le scale, un brontolio insolito, via e vai continuo, non mi considerava mai nessuno e improvvisamente a chiedermi se avevo bisogno, quelli sopra quelli di fianco l’ingenuità dell’adolescenza vai a immaginare, e cosi di seguito nel futuro immediato solo cortesie e gentilezze dai vicini e cambiamento totale del comportamento di mio padre nei confronti miei e di mia sorella, in pochissimo tempo si traslocò nella parte nord nell’appartamento, dirimpetto alla famiglia del veterinaio dott. Rebecchi sopra abitava la maestra Benatti con di fronte Luigi Luppi il vigile detto “Giget” (i soprannomi erano consuetudine a ognuno il suo) stavolta finalmente su un piano solo e altrettanto finalmente con camere separate, come avrà fatto poi papà ad ottenerlo mi chiedevo, anche perché era da tempo che gli veniva rifiutato, tutte domande che hanno ottenuto una tremenda risposta una sera nel parchetto di fronte alla gelateria, che allora sembrava uno di quei giardini a fronte l’ingresso dei castelli più prestigiosi, con le siepi curate quasi ad altezza d’uomo, montagnola compresa, noi ragazzi ci rincorrevamo e ci si nascondevamo in mezzo con l’entusiasmo che la giovanissima età comporta, quando d’improvviso apparve come dal nulla Giget attirato dagli schiamazzi e intervenne con un perentorio “non vi vergognate fare tanta confusione quando lì, (stava segnando la finestra della camera della mamma) c’è una donna che sta morendo!!!” di ghiaccio, paralizzato non riuscivo a connettere, in un lampo mi sono ritornate alla mente tutte le attenzioni, le cure, le gentilezze e il perché della concessione dell’appartamento più grande, chiaramente il buon Luigi non mi ha visto, sul parchetto è sceso un silenzio spettrale, i miei amici spuntando timidamente dalla siepe mi si sono avvicinati uno a uno lentamente, se in altre occasioni ho dimostrato orgoglio al momento la grossa lacrima, che sinceramente insiste nel far capolino dopo ben 60 anni mentre scrivo, me lo ha cancellato, balbettando cercavo di convincerli che non era vero, non poteva essere vero, tutto quel movimento attorno alla mia famiglia non poteva essere dettato da simile notizia era più forte di me non crederci, perché proprio la mamma!
Col senno di poi, ormai rassegnato, mi fu molto più facile capire il motivo del perché il Dott. Gilioli passasse due tre volte al giorno da casa nostra, come mi fu più facile adattarmi alla presenza della meravigliosa stupenda Sig. Ianette l’Ostetrica, come una di famiglia, ore con mamma per le cure, mai chiesto neanche un bicchiere d’acqua, un giorno si presentò un graditissimo vicino domiciliato di fronte a noi, a fianco del Medusa, casina caratteristica, rossa tutta coperta di edera, non era il nostro medico ma era di casa il caro Dott. Bianchini, ha chiesto il permesso di visitare mia madre, è stato con lei in camera un pomeriggio.

 

Nelle foto: il dottor Bianchini, l’ostetrica Jannette e il dottor Gilioli – Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera

In quel frangente confidandomi con mia sorella rinvangai il piacere di quando la mamma mi svegliava al mattino per andare a scuola e pochi giorni dopo un mattino, con sforzo enorme, sentii la sua mano sulla spalla che con voce fievolissima mi chiedeva di alzarmi perché tardi, mi fu poi riferito che stette malissimo tutto il giorno per essersi alzata.
Quando l’accompagnammo per l’ultimo viaggio con gradita sorpresa avevamo il paese con noi, non mancava nessuno, so di essere stato noioso menzionando protagonisti con tempi e luoghi del periodo, lo meritavano, sono stati i protagonisti della mentalità vigente e con loro tanti e tanti altri, nonostante alle volte cultura, modo di agire, il pensare non dico contrario ma certamente diverso, eravamo inquilini nuovi col dubbio di potenziali rompi-coglioni, si è passati da parziale diffidenza a totale solidarietà, a disponibilità illimitata, ho sentito dire e fermare a muso duro mio padre da persone col saluto centellinato e carattere sostenuto, “ non stare a pensarci di qualsiasi cosa tu abbia bisogno IO CI SONO” Soliera era ma convinto anche ora sia questa.

Pochi anni dopo, ancora ragazzino, chiesi a mio padre il permesso di sposarmi, glielo annunciai in uno dei ritrovi più gettonati in zona del periodo con Chiletto, l’osteria gestita da Romano Ascari “Rumanaun,” passata poi ai Lancellotti, seduti diligentemente a tavolino, papà e company con davanti la loro solita bibita frizzante senza coloranti o conservanti conosciuta in zona e oggi anche all’estero come “lambrosc,”

la prima spontanea reazione fu del grande Inimitabile allora Sindaco Geminiano Loschi il quale mi fece sedere e con sguardo fermo negli occhi mi disse, con la solita attenzione dei presenti in rigoroso silenzio quando prendeva la parola “giovanotto ricordati che il matrimonio è un salto nel buio, c’è chi salta bene e c’è chi salta male vedi tu come saltare!” lo sentii anche tempo prima quando il gestore, era Marino Lolli, ribattere alla moglie Olga infervorata,(eravamo nella loro cucina mica si faceva distinzione se sedevi davanti al bar nelle sale o in cucina, alla faccia della privasi) pensate erano tempi di conquista spaziale con la spettacolare rivalità fra U.S.A. e U.R.S.S. per i tanti soldi spesi inutilmente a suo parere, ma che ci vanno a fare lassù con tanta miseria che c’è al mondo, e Loschi, mi sembra di averlo davanti, con la solita impeccabile flemma ribadì, ma non diciamo stupidaggini, è molto meglio così che per delle armi, almeno la ricerca dei mezzi per queste spedizioni comporta di riflesso benefici per il progresso che noi neanche immaginiamo.

30 dicembre 2020