Il Mulino e l’integrazione
Guido Malagoli

Non l’ho mai visto in funzione il mulino Bernini di via Grandi e mi dispiace. A chi non sarebbe piaciuto sentire il rumore delle ruote di pietra che frangono il grano e lo trasformano in farina? Chi non vorrebbe gettare uno sguardo all’indietro, per vedere il vecchio Bernini nel 1906 o il figlio Sandrino nel 1929 mentre caricano i sacchi gonfi sul barroccio dei contadini in attesa sotto il portico e intuire l’odore del pane che di lì a poco sarebbe uscito dai forni di campagna?


Io ho fatto in tempo a vedere la struttura del mulino pressochè integra prima che venisse riqualificato completamente nel 1980 negli spazi e nel design per diventare un’altra cosa, il Centro Servizi Polivalente, cioè praticamente quello che è oggi: salone con palco, uffici, biblioteca-ludoteca e spazio giovani. Volendo forzare l’analogia e il contrappasso posso affermare che non è cambiata la destinazione d’uso: come il vecchio mulino macinava i cereali grezzi per trasformarli in raffinata farina, così il nuovo mulino, macinando cultura e istruzione, raffina gli intelletti e i comportamenti. Ci sta.
Nei primi anni del duemila Annuska Raimondi ed io, moderni mugnai del sapere, decidemmo di organizzare un corso di alfabetizzazione per una trentina di donne extracomunitarie le quali, non svolgendo attività lavorativa, avevano relazioni soltanto con le amiche del loro paese e, di conseguenza, il loro inserimento nella società solierese era quasi inesistente. Si era saputo infatti che molte signore quando andavano dal dottore tenevano a casa da scuola il figlioletto, anche di sei- sette anni, per tradurre le parole del medico. Non ci sembrava giusto che queste donne, in gran parte di lingua araba, non fossero in grado di comprendere almeno un centinaio di parole indispensabili per la comunicazione di base.
“Formiamo due gruppi. Io seguo il corso avanzato” disse Annuska “ e tu quello inizia-le”
Iniziale voleva dire rivolto a donne che non conoscevano una parola di italiano. Gli incontri, promossi dall’Università della libera età Natalia Ginzburg di Soliera e dall’Assessorato alla cultura, si svolsero proprio al Mulino, nel salone o nell’auletta piccola. Concordammo con le signore l’orario più comodo, evitando così ogni pretesto per non iscriversi al corso. Fu scelto l’orario dalle 14 alle 16. Corso gratuito, beninteso, compresa la fornitura di quaderni, biro, fotocopie. Il mio corso era certamente il più difficile per il semplice fatto … che io sono uomo. Le allieve, durante l’inverno, si presentavano in classe con pesanti giacche a vento e restavano imbacuccate per due ore nonostante il caldo. Quando facevo qualche domanda, rispondevano a occhi bassi, alcune si vergognavano della loro “ignoranza” e di rado face-vano domande, a differenza delle signore cinesi, pakistane, o provenienti dall’Est molto più sicure di sé.
Un giorno una signora si presentò con un neonato in carrozzina: “Bambino … .” . Che potevo fare? Si passarono voce. Spesso arrivavano a lezione con il figlio piccolo in carrozzina o con figlio più grandicello per mano al quale fornivo fogli e pennarelli per passare il tempo. Il mio programma di alfabetizzazione, a differenza di quello serale che feci a Limidi destinato solo agli uomini, iniziava dai suoni, dalla nomenclatura, il nome delle cose, la pronuncia. Niente grammatica, solo imitazione e ripetizione insieme, frasi convenzionali consuete, il saluto, chi sei? chiedere qualcosa, definire le persone, la strada, il cibo e la spesa, scuole e uffici. Spesso mimavo le azioni, mangiare, camminare, dormire: “ Dormire … capito? io dormo” e fingevo di russare. Qualcuna sorrideva.
Un capitolo a parte, molto delicato ma necessario, fu quello sulla conoscenza del corpo umano.” Prestami una bambola, la più grande che hai. Mi serve in classe” dissi a mia nipote che mi guardò come se fossi impazzito. Portai il famoso Ciccio Bello, asessuato ovviamente, nominai le parti del corpo, insegnai il nome delle medicine e delle cure: il cerotto, la febbre, il termometro, le gocce e le pastiglie, la pomata, il gel … poi le malattie: raffreddore, dolore alla schiena, mal di pancia, di testa e avanti così. Loro, a occhi bassi, ma molto interessate, prendevano nota, tranne una, analfabeta, che faceva piccoli disegni sul foglio come pro memoria. Capivo che un po’ si vergognava. Le dicevo: “Va bene, va bene così, brava”. Copriva il foglio con la mano e le scappava un sorrisetto che copriva con l’altra mano .
Frequentarono il corso fino al termine e ciò era un buon segno, infatti tornarono anche gli anni seguenti accompagnate da qualche amica (e qualche figlio nuovo) aumentando così la scolaresca. Per una decina di anni i nostri corsi continuarono con buona partecipazione. Sempre al Mulino.
La professoressa Annuska ebbe risultati più soddisfacenti dei miei. In sua presenza le signore non solo si toglievano la giacca a vento ma guardavano negli occhi la “maestra”, e siccome conoscevano già diverse parole, si sforzavano di esprimersi con frasi compiute, soggetto – verbo – complemento, e cominciavano anche a scrivere. Bravissime. Tra donne si comprendevano, c’era feeling, tanto che a fine corso si scambiarono torte e ricette, fecero anche una festicciola con gesti di simpatia e di affetto. Di questa esperienza di gruppo, per la privacy, non resta nessuna fotografia.
Per dieci anni fummo “mugnai” e macinammo più grano possibile allo scopo di raffinare l’integrazione delle nostre signore straniere in giacca a vento e bambini al seguito.
Che cosa macineremo negli anni a venire?

 

>>“Il Mulino”<< nota storica di Azzurro Manicardi.

 

20 dicembre 2020