Quel n.2 appuntato sull’abito
Luciana Bonacini

Mia zia Nella ha trovato due fotografie grigie, sbiadite dal tempo e a stento si riconosce in quel viso di adolescente. Le fissa con stupore per coglierne i particolari che le riaccendano la memoria. Siamo entrambe sedute su un grande divano davanti al camino acceso di casa sua. Senza volere ho occupato il posto di Scooby. Il cagnolino perciò si è seduto composto davanti a me e mi fissa già da un po’, aspetta che io me ne vada, lui deve mettersi vicino alla sua padrona, “Cosa sei venuta a fare?”, pare che dica. Capisco il messaggio, mi sposto, così anche lui può acciambellarsi accanto a Nella.
Cerchiamo di far parlare le due fotografie in bianco e nero di quel lontano 1958.
Escono i primi ricordi e quelle emozioni solo assopite, ma mai dimenticate.
Si sa che ogni emozione non vissuta o dimenticata è un attimo di vita perso, ma per Nella è proprio l’emozione di quel tempo che la fa sorridere oggi.
Ora, qui davanti a me e mio zio, le si illuminano gli occhi mentre ripercorre i suoi ricordi, quelli di una ragazzina appena sedicenne, tutti fissati in quegli scatti in bianco e nero. Nella cerca tra quei grigi sbiaditi la sua bellezza, la sua giovinezza, l’allegria e il colore della stoffa leggera di questo abito. Mi fa subito notare la sciarpa di tulle intorno al collo, lunga come il vestito che le dà quel magnifico tocco di eleganza insieme ai guanti bianchi.
Racconta che a quei tempi non poteva permettersi abiti di sartoria e per andare a ballare usava sempre la stessa gonna e la stessa maglietta che le aveva prestato la signora Silvestri, la sua padrona di casa quando abitava vicino alla “Conca Verde” di Soliera, il noto ballo all’aperto di quegli anni. I ricordi diventano sempre più nitidi e dopo un lungo silenzio, ancora prima di parlare, Nella si protende in avanti, allunga la mano destra verso il braccio di Bruno e gli dice : “ Ti ricordi? La stoffa di questo abito me l’hai regalata tu!” Nello stesso istante leggo nei loro volti quella complicità che li ha uniti per tutto il tempo di una vita.


E’ stato proprio in quell’occasione che ha realizzato un grande sogno di adolescente; la sarta le ha confezionato il primo abito di tulle, arancione, leggero, vaporoso con la gonna a ruota, proprio come piaceva a lei. Al ballo Medusa, ogni anno premiavano l’abito più bello durante la “Veglia delle rose”, Nella ha partecipato e ha sfilato accanto a tante altre ragazze di Soliera. Era molto emozionata, ma anche tanto fiera di sé: finalmente aveva anche lei un abito alla moda, un abito di sartoria con gli accessori che lo rendevano ancora più completo ed elegante.
In quegli anni cinquanta la silhouette a clessidra era la nuova moda in voga e i cartamodelli da ricopiare si trovavano sulle riviste: Gioia, Grazia, Noi Donne … per poter confezionare le ampie gonne e i vitini da vespa. Indispensabili erano gli accessori, mi suggerisce Nella: le scarpe col tacco a spillo sempre coordinate con gli abiti, le borsette piccole da portare a mano o al polso, i guanti bianchi, neri, di pizzo a seconda del tessuto dell’abito e le cinture anch’esse intonate.
Nella sta stemperando piano piano quella grande emozione risvegliata e mi fa notare il cartellino col numero 2 appuntato in primo piano sull’abito. Ha ricevuto il secondo premio per l’abito tra i più belli di quella serata al ballo Medusa. Le sue mani scorrono su quella fotografia come potesse ancora accarezzare, con i polpastrelli delle dita, quel tulle leggero con il colore del sole, in un tramonto estivo.

 

>>“Isolda la sarta”<< La Voce – 14 maggio 2003.

 

21 gennaio 2021