La volpe dagli occhi di vetro
Guido Malagoli

No, non potevo credere che fosse vero! Il cartello era chiaro: Ci siamo trasferiti al n.15. Com’è possibile che la storica bottega di merceria dei Ferrari, antica di ben centoquindici anni, si sia trasferita?
Dal tempo dei tempi quel negozio d’angolo ha condiviso la sua sorte con quella dei solieresi, incurante delle mode e dei supermercati nascenti con luci a led e altre diavolerie del genere.

“Buongiorno signor Carlo, come sta?” “Bene, grazie, e lei? Buongiorno signor maestro!”
Anche i nostri saluti erano immutabili, tradizionali, garbati come usava tra persone che si rispettano e si danno del “signore”. E ora mi tocca leggere che il negozio si è trasferito più avanti, al numero 15! Non riesco a capacitarmi. Il negozio sotto i primi due occhi del portico più elegante della piazza aveva il sapore della storia e quando entravo sentivo l’abbraccio del tempo indefinito, quasi un sentore di cipria evanescente nel pulviscolo atmosferico, dove bastava domandare per trovare i mutandoni felpati del nonno, uno scialletto ricamato per la nonna, la spagnoletta che s’intonava a questa cerniera e il mezzo metro di elastico alto un po’ meno di due dita. Col garbo dei commercianti d’una volta il signor Carlo, l’Osanna e le figliole mi accoglievano con un sorriso e due chiacchiere, anche più di due, e mi sembrava di essere in famiglia.
L’arredamento del negozio era essenziale, basico si dice oggi, diciamo pure modesto, diciamo pure vintage, in datato”. Il bancone era frusto agli spigoli per l’uso, gli scaffali li ho visti lentamente ingrigire, l’illuminazione traballante al neon, non aggressiva, e i bussolotti stinti con le maglie piegate come si deve suggerivano l’atmosfera dei bei tempi andati. Per provare un capo venivo talvolta ospitato nella saletta spogliatoio colma di scatoloni e mi sentivo protetto come un privilegiato. Se non fosse stato per il registratore di cassa, potevo pensare di vivere negli anni 60 quando i bottegai tenevano la matita copiativa sull’orecchio e facevano due più due su un foglietto volante. Bèh, questa immagine da bottega alimentare calza poco con quella dei Ferrari, ma è l’unica che viene in mente in questo momento.
Le vetrine dei Ferrari e le bacheche sulle colonne dirimpetto, hanno sempre colpito la mia attenzione per l’essenziale presentazione della merce posata qua e là con la leggerezza della massaia che distende con cura gli indumenti appena stirati. Uno spillo qua, uno là, qualche simmetria, attenzione ai colori, alle forme e alle dimensioni degli indumenti in cadenza come quando si stende nel cortile e la gente che passa può criticare.
Non serviva un vetrinista professionale perché il signor Carlo provvedeva personalmente, data la sua lunga esperienza, a dare un tocco personale alla merce e, ispirato esteticamente dalla stagione, inseriva qualche elemento che affascinasse e prendesse per mano il probabile acquirente invitandolo ad entrare. Ogni commerciante sa che la roba in vetrina è mezza venduta. Per la stagione estiva il signor Carlo disponeva in bell’ordine secchiello e paletta, un po’ di sabbia, una reticella da pesci, qualche conchiglia, due stelle marine di plastica (tutta robetta non dico riciclata ma che risaliva con buona probabilità al tempo delle sue vacanze a Pesaro con le figliolette e Marco) e il gioco era fatto: voilà, ecco la voglia di mare in primo piano per vendere costumini e cappellini. Un aspetto originale del suo estro creativo si manifestava a Natale. Oltre ai consueti oggetti regalo tipo tovagliette ricamate tirolesi, mutandine rosse, guanti col pon pon e calzerotti, ecco comparire in primo piano, per guadagnare la fiducia dei clienti, qualche pallina colorata, quattro lucine in croce, un festone d’argento sbiadito scovato chissà dove e, udite- udite! una volpe imbalsamata

che osservava i passanti con gli occhi di vetro che lanciavano messaggi subliminali. Volpe vera, carina la prima volta che la vidi, un po’ spelacchiata dopo numerose esposizioni al pubblico, mi perdoni signor Carlo. Si sa che la tassidermia e il pelo patiscono l’ingiuria del tempo, ma è il significato quello che conta. Una volta, se non ricordo male, fu sostituita da uno scoiattolo arrampicato su un tronchetto. Imbalsamato. Lo scoiattolo, intendo, ma non reggeva il confronto con la volpe che, nella simbologia del vetrinista, prefigurava la pace del Natale nel gelo della tundra artica.

Al numero 15, cari miei, tutt’ altro look. Luci a led bianchissime, arredamento chiaro, luminoso, moderno, elegante. Stelle di Natale e festoni scintillanti intorno alla porta d’ingresso, luci ammiccanti invitano ad entrare nel negozio dell’intimo accolti dagli stessi sorrisi di allora. Oggi si fanno le cose in grande, si sente che il futuro avanza a grandi passi non solo nella piazza. Le gentili signore Ferrari dello storico negozio hanno il coraggio e la fantasia della gioventù, beate loro. Ora so per certo che non vedrò mai più la volpe imbalsamata dagli occhi di vetro. Trasferita anch’essa.

17 dicembre 2020