Passeggiata breve
Emanuela Corradini

In quella pianura graziata da giorni di vento, Lucia stava, assorta. Vedeva intorno a sé figure ferme, in attesa, alcune col naso all’insù a osservare il castello, qualcuna in movimento lungo la via sopra il ponte.
Le strade di ciottoli di fiume, le case gialle e rosse, un rosso-terra su cui rimbalzava la luce, la facevano sentire a casa e contemporaneamente straniera in quel luogo. Era quel cielo di lacca turchina che le entrava prepotente negli occhi e nei sensi, e che le provocava una specie di languido straniamento.
Quel celeste di smalto dei Della Robbia, non poteva essere il cielo emiliano consueto. Il calore del sole, la luce intensa, la trasportavano in un’altra terra, familiare quanto la sua, ma ormai lontana.
Era un pomeriggio d’autunno che pareva una fiaba, in un alternarsi di mutamenti di spazio/tempo, che le dava l’impressione di essere la protagonista di un film, di quei film Neo-realisti che vedeva da bambina, al pidocchietto dei preti, in Sant’Agnese.
Un film incongruamente a colori e non in bianco e nero, e luminoso, di una luce che non temeva neppure i portici, ma li riempiva con grazia, in quella domenica dai negozi chiusi. Le saracinesche erano abbassate come quelle di quando, bambina, percorreva le vecchie strade di Formigine, con sua madre elegante, con i tacchi alti e le scarpe “a coda di rondine”. Nei giorni di festa andavano a trovare nonna e zie, quelle due figure somiglianti; nella bambina, già la donna futura, nella madre, la bambina che era stata.
La piazza Sassi risuonava delle voci di uomini che bevevano il caffè, ai tavoli sotto il portico di un bar. Le loro voci si confondevano con quelle del televisore acceso all’interno. E con esse, il rumore dei cucchiaini che sbatacchiavano, l’abbaiare di un piccolo cane legato col guinzaglio ad una sedia, e gli scoppi potenti delle urla di una telecronaca di partita di calcio.
Di colpo l’odore del pane!
Profumo di pane la domenica pomeriggio? Chissà quali urgenze aveva quel panettiere. O era solo una abitudine di paese. Da secoli forse, la gente di Soliera e dintorni poteva trovare pane fresco anche la domenica, durante il pomeriggio di passeggiate con la famiglia o col moroso, mentre gruppi di ragazzi attraversavano la piazza, veloci, vocianti di risate fresche, anche un po’ baldanzose. Quei giovani avrebbero percepito, ora e per sempre, pur non sapendolo, quel profumo antichissimo di storia. Il profumo intenso proveniva da un negozio, il Forno Canaletto, anch’esso con la saracinesca abbassata.
Ci sarebbe stata forse una festa di piazza in quel paese risorto, splendente, avvolto da un’aria così tersa che pareva Provenza, e non Emilia da due anni terremotata.
D’un tratto di fianco a lei si accostò una figura che ogni tanto l’accompagnava, nel tempo, silenziosa e lenta. Svagata pareva camminasse da sola, ma dava il passo a tutt’e due.
Zaino sulle spalle, aria un po’ assente di chi non è mai dove si trova ma da un’altra parte, guardava dritto davanti a sé il viale di platani, in fondo, dove quella prospettiva da città ideale terminava in un orizzonte di strada deserta, strada domenicale.
Senso d’antico, d’infanzia, di paesaggio magico scomparso per sempre, eppure per sempre “replicabile”.
Quella figura ogni tanto giungeva da un punto a lei ignoto … quella volta era giunta alle sue spalle, spostando un po’ l’aria, e facendo vibrare la luce.
Ma era lei che vedeva quelle cose, cose che non esistevano davvero, percezioni sensibili di cui lei mai parlava.
Ciò che esisteva invece erano i begli edifici che davano sulla piazza, il bel castello dei Signori Campori, simbolo del paese a lungo conteso già in tempi molto antichi, che i turisti venivano ad ammirare e a conoscerne la storia.
Lucia si guardò attorno, stupita.
Quello schermo di cinema, in un variare inaspettato, era diventato improvvisamente un teatro, donne belle e uomini con abiti di velluto e spadino al fianco, attraversavano lenti la piazza, questi ultimi col braccio avvolto di pizzo, pronti a sorreggere quelle eleganti signore infiocchettate. Lontano, in fondo alle case dove si trovava il vecchio mulino, passavano carretti, nelle due direzioni. Pieni di legna, masserizie e sacchi di iuta colmi, erano condotti da uomini scuri, severi, in abiti da lavoro che parevan stracci sui corpi magri. Donne sciupate e infelici, seguivano quei carretti, la testa china, e bimbi piccoli e sporchi aggrappati al loro braccio, accompagnavano anch’essi al lavoro quegli uomini e le loro bestie.
La piazza colma di bel mondo, e la strada sterrata solcata da carri e da umanità stanca.
L’odore caldo e morbido del pane continuava a spandersi, quel pane così prezioso e indispensabile, insieme a quella fatica, mortale, per possederlo.
Ma non era quella la commedia che avrebbe voluto guardare Lucia.
Lei era lì per godersi quel giorno così strano, in quel tempo indecifrabile e in quel luogo incerto.
Lei doveva recarsi tra persone amiche, in quel bel pomeriggio dai bagliori lontani di estate, in un luogo preciso, con un nome che esprimeva un lavoro antichissimo, un lavoro di trasformazione dell’elemento fondamentale della vita dell’uomo sulla terra.
In una confortevole e moderna sala, di quello che una volta era un mulino, i volti erano sorridenti, gli occhi avrebbero espresso amicizia e tutti erano, come lei, contenti per quella bella giornata da progettare insieme.
Da poco tempo frequentava quel paese, e per caso vi era giunta accolta da persone del luogo, tra cui una, in particolare, che però se ne sarebbe andata troppo presto. E’ andata, è mancata, ci ha lasciato … così si cerca di evitare, ai nostri tempi, quella parola così inquietante. Morte. L’imprevisto che sempre scompiglia le carte del vivere di ognuno.
Ma in quel pomeriggio di inizio autunno, ancora era il tempo dei sorrisi, delle novità, della scoperta di persone e idee che caricavano di energia la sua vita.


Al Mulino di via Grandi, un pomeriggio di domenica, in un cerchio di sedie, sedevano persone assorte ad ascoltare parole che aprivano mondi, parole di Scrittura.
Parole come memoria, ricordi, narrazione, cammino.
Anche la figura che le si avvicinava silenziosa, ogni tanto, in un vibrare di luce, anche il corteo di carri e di umanità stanca, e quelle belle dame e cavalieri nella piazza Sassi, dunque, assumevano un senso. Erano giunti da lontano, come echi di Storia, e lei li aveva accolti.
Erano gli elementi di un Racconto.
Chissà se l’avrebbe mai scritto, si domandò Lucia.

5 gennaio 2021